Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 25

Chapter 252,336 wordsPublic domain

Al mattino del 22 luglio il grande attacco austriaco si sferrò. Tutta la notte delle offensive minori avevano tastato la nostra fronte, forse per riconoscerla, forse anche per stancare le guarnigioni e trovarle più deboli e meno pronte all'urto che si preparava. Numerosi generali comandavano il movimento offensivo, fra i quali il principe di Schwarzenberg, il generale Boog, il generale Schreitter. L'azione cominciò con un bombardamento formidabile.

Delle persone che osservavano le posizioni da lontano, le videro letteralmente coprirsi di fumo. Si ovattavano tutte di nubi di _shrapnells_. Il rombo intenso della cannonata non affievoliva un istante. Pareva impossibile che si potesse resistere in quell'inferno. Si aveva l'impressione angosciosa che fosse un fuoco di sterminio. Improvvisamente si svegliò un tuono più alto, più violento, più vicino: le nostre artiglierie entravano in azione. Per qualche tempo il fumo dei colpi avvolse gli stessi punti. Poi, ad un tratto, parve che gli _shrapnells_ austriaci battessero più in là, che i cannoni nemici raccorciassero il tiro; l'uragano si allontanava, si videro i nostri colpi spostarsi subitamente, andare lontano lontano. Si comprese che facevano un fuoco d'interdizione, che chiudevano la strada ad un nemico in fuga.

L'attacco era stato dato con dense e profonde formazioni, a grandi masse. Erano arrivate impetuose quando la preparazione delle artiglierie nemiche poteva far credere di avere decimato ed estenuato la difesa. Ma una delle più belle qualità del nostro soldato è la resistenza morale al bombardamento. L'attacco si abbattè sulla prima linea in piena efficienza, duramente provata ma pronta alla lotta. La battaglia fu accanita. Le onde di assalto si formavano e si riformavano, ma l'artiglieria nostra aveva avuto una prontezza fulminea nell'intervenire in soccorso della fanteria. Il suo fuoco era di una precisione spaventosa; molti dei punti sui quali si concentrava il tiro erano in diretta visione delle batterie. Lunghi tratti del campo di battaglia si prospettavano in declivio avanti ai cannoni, che scrivevano i loro colpi come sopra una lavagna. Si poteva portare il fuoco a cinquanta, a quaranta metri dalla nostra linea, senza timore di toccarla. L'assalto non trovava un limite di liberazione, oltre il quale l'artiglieria è paralizzata.

La fucileria aveva l'intensità continua di uno scroscio di cateratta, e lo strepito regolare delle mitragliatrici pareva il battito meccanico di un immenso opificio. Ad ogni sbalzo in avanti le file nemiche erano falciate. Si vedevano gli uomini fulminati nella corsa cadere roteando su loro stessi, e le braccia aperte. L'impeto dell'assalto era spezzato. L'attacco violento declinava in un'azione lenta. La spinta si faceva pressione. Intanto i nostri rincalzi erano in marcia, avevano passato i ponti, si ammassavano dietro al combattimento, portavano alla prima linea una nuova pienezza di vigore. E la controffensiva nostra si sferrò, vigorosa, improvvisa, travolgente. Allora la nostra artiglieria spostò il tiro, battè alle spalle del nemico, lo serrò fra le granate e le baionette, e fu la fuga disordinata degli austriaci, la resa di interi reparti, la rotta. La vittoria era nostra.

Il terreno era pieno di cadaveri nemici. Di quando in quando dalle cavità, nelle doline che parevano deserte, si vedevano apparire piccole file caute di austriaci, curvi sotto al loro grosso zaino, plotoni di dispersi in cerca d'uno scampo, e la mitragliatrice intimava loro l'alto là. Il soldato che perde lo zaino è punito nell'esercito austriaco legandolo ad un palo, con i piedi ad un palmo dal suolo, le mani avvinte dietro il dorso, e per alcune ore è lasciato così a meditare sulla santità del corredo governativo. Questa venerabile costumanza ha prodotto una indivisibilità mirabile fra il soldato austriaco e il suo bagaglio. Nelle più critiche circostanze, zaino e soldato sanno rimanere insieme. L'uomo può perdere la testa, può perdere la battaglia, può perdere la vita, ma non il sacco. Si assiste talvolta ad atti di eroismo disperato per la riconquista di uno zaino, abbandonato in un momento di fretta imperiosa e imperiale. Dei feriti a morte, agonizzanti quasi, ai quali nella caduta è sfuggito dalle spalle il carico regolamentare, strisciano a riprenderlo, arrivano ad afferrare a fatica una cinghia, la tirano a loro con le ultime forze. E muoiono così nel pensiero di un ideale raggiunto.

Il grande attacco austriaco naturalmente ci portò più avanti. Per ostacolare il nostro consolidamento sulle nuove posizioni, altri attacchi arrivarono il giorno dopo. La nostra ala destra fu alla sua volta investita. Ma il 25 luglio tutta la nostra fronte riprendeva l'offensiva, paziente, tenace e violenta. Mentre l'ala sinistra conquistava quel Bosco Cappuccio che non ha più alberi sui suoi bordi sconvolti, il centro si avvicinava a San Martino del Carso, e la destra espugnava una gran parte del Monte Sei Busi, verso Doberdò, le cui case bianche si affacciano spaurite al di sopra di un nereggiare di boscaglia. Il Monte Sei Busi era stato già preso, poi riperso, poi ripreso, poi riperso. Si concentravano sulla vetta troppi tiri di artiglierie, che non davano il tempo di consolidarsi. L'azione generale distolse da quella sommità una parte del fuoco che la batteva, permise agli assalitori di resistere, di lavorare, di organizzarsi e di reggere. Cominciavamo a dominare finalmente tutto un lato dell'altipiano, fino al Vallone, dietro a Doberdò, fino al laghetto.

Il Bosco Cappuccio e la boscaglia della spalla di San Martino, erano pieni di trincee, di reticolati. Vi infuriarono combattimenti furibondi a colpi di granate alla mano e di baionetta. Furono spesso lotte a corpo a corpo, avvinghiamenti, sotto ad un roteare di calci di fucile che cadevano a mazza. Le bombe asfissianti del nemico allungavano fra gli alberi il loro fumo persistente, denso, verde, vischioso. Dalle nubi velenose i nostri emergevano terribili, coperti dalle maschere di guerra che mettono sul viso l'apparenza mostruosa di una enorme bocca inumana.

Si combattè il giorno, si combattè la notte, si combattè il giorno appresso. La sinistra era salita sul San Michele. Contro di lei si volsero i cannoni di Gorizia. La montagna pareva in eruzione. I nostri non volevano lasciar presa. Erano decimati ma resistevano. Rimasero fino alla notte sulla vetta battuta da uragani di acciaio. Quando ripiegarono, si gettarono contro delle trincee laterali, andavano in cerca di combattimento. E arrivarono dalla vittoriosa ritirata sospingendo una massa di prigionieri. Oltre cinquemila prigionieri erano stati catturati in tre giorni, con duecento ufficiali austriaci. Alla destra ci piantavamo definitivamente sul Monte Sei Busi.

Il 27 avanzò il centro. Il 28 il nemico contrattaccò con grandi forze. Aveva ricevuto altre truppe fresche. Comparve in prima linea un reggimento di Landschutzen. Non tornò più indietro. Un altro migliaio e mezzo di uomini validi cadde nelle nostre mani. Avanzammo verso San Martino. Il 29 gli austriaci tentavano di sloggiarci con l'incendio dal Bosco Cappuccio. Delle fiamme sorsero qua e là nei roveti; furono estinte.

Continuammo ad avanzare. Tutto un primo sistema d'opere difensive era sfondato. Urtavamo sulla seconda linea, che fu attaccata dalle artiglierie. Il centro progrediva e mandava indietro centinaia e centinaia di prigionieri. Il 31 gli austriaci assalivano con vigore il Monte Sei Busi, dopo aver tentato di stornare la nostra attenzione con un'azione dimostrativa all'ala opposta. L'assalto fu fermato, e la controffensiva nostra si sferrò alla sua volta, magnifica, impetuosa, irresistibile, scompigliando, fugando, disperdendo le truppe più scelte, e quasi un intero reggimento dei famosi Kaiserjäger rimase sul campo.

Il 2 agosto, altro attacco austriaco contro al Monte Sei Busi. Quella occupazione li molesta. Se il San Michele guarda in casa nostra il Sei Busi guarda in casa loro. Vede e sorveglia, scopre le vie di approccio, e colonne nemiche in movimento su strade, che erano state fino allora invulnerabili, sono raggiunte ora dai nostri colpi di cannone, fermate, disperse. L'attacco è respinto, e avanziamo. L'occupazione del Monte si allarga. Anche il nostro centro progredisce. La nostra artiglieria arriva a tormentare delle retrovie avversarie. Scopre Marcottini, domina tratti nuovi di comunicazioni verso Devetachi. Strane località ha il Carso, che portano nomi umani, veri cognomi che adesso ci fanno l'effetto di appartenere a personalità misteriose e ostili: Marcottini, Devetachi, Vizintini, Micoli, Ferleti, Bonetti, Boschini.... Perchè sono dalla parte austriaca tutti questi italiani?

Il giorno dopo, nuova battaglia. Per frenare i progressi del centro, alla mattina del 4 agosto gli austriaci sferrano un attacco contro al Bosco Cappuccio. Si ripetono le fasi oramai consuete di resistenza e di controffensiva. Il nemico è fermato, assalito, inseguito. Una enorme trincea, che i soldati chiamavano il Trincerone, la quale chiudeva gli sbocchi orientali del bosco, è presa così, di impeto. L'assalto vi sale alle spalle dei fuggiaschi. Siamo agli accessi di San Martino. Attacchi, contrattacchi, sorprese, combattimenti nella nebbia, nella bufera, nelle tenebre di notti tempestose, nel chiarore di proiettori e di razzi, si susseguono ogni giorno da allora, ma non hanno più l'ampiezza di azioni generali. Sono imprese locali, battaglie d'una dolina, assedi di una trincea, furori circoscritti. Andiamo avanti sistematicamente, scalzando, incalzando, senza annunziare sempre i vantaggi ottenuti, portando colpi di sorpresa, senza fermarci mai. La lotta non ha soste, si restringe ma non langue, si sposta ma non riposa.

Mentre dalle finestre sbrecciate di un vecchio edificio di Gradisca, sul quale le pallottole grandinando formano come una tarlatura, osservavo le posizioni, il fuoco che languiva ha ripreso, tutta la vetta scrosciava di fucilate, e ricominciava sulla città deserta una pioggia rada e scoppiettante di piombo. Raffiche di cannonate passavano. Un combattimento breve divampava verso il San Michele.

La falda del San Michele era coperta da un folto bosco a semicerchio: il Bosco a Ferro di Cavallo nella denominazione della truppa. Non potrei descriverlo perchè il bosco non c'è quasi più. Lo vedono soltanto i soldati, e lo indicano, perchè conservano nella loro memoria profondi, netti e vivi gli aspetti dei luoghi nella prima apparenza, e perchè le trasformazioni del paesaggio sono avvenute lentamente. Ma chi arriva nuovo e ignaro, al posto del Bosco di Ferro di Cavallo vede, un due o tremila metri lontano, un terreno scosceso rotto e frastagliato, con dei sassi, e qua e là una lanugine gialla di rovi secchi e di cespugli bruciacchiati. Più in alto, la vetta nuda del San Michele, osservatorio del nemico, che ci scruta. Il bosco è così scomparso, e vi si scorgono tutte le nostre trincee, che si tendono ad arco verso la cima del monte, vicina, quasi raggiunta.

Dopo le battaglie di luglio il nemico aveva insinuato fra i roveti dei piccoli posti, che alla notte lavoravano. Erano sorte così delle trincee, che gli austriaci a poco a poco ampliavano; i piccoli posti erano diventati avanguardie, e le avanguardie si disponevano a trasformarsi in prima linea. Pochi giorni or sono, il 18 settembre, assalimmo il Ferro di Cavallo. Le prime trincee furono occupate di sorpresa; le altre furono espugnate a viva forza. Il nostro bombardamento accecava il San Michele. Dei contrattacchi scesero, ma i nostri hanno acquistato una tale destrezza nell'erigere i ripari, che in pochi minuti una prima rudimentale opera di difesa è pronta. Se l'austriaco ha una passione per lo zaino, il nostro soldato è inseparabile dal suo sacco pieno di terra. Sale all'assalto col suo fardello, e non lo lascia che per scaraventarlo sopra un parapetto di fortuna e sdraiarvisi dietro. È avvenuto anche che lo abbia scaraventato sulla testa dei nemici.

Le trincee formano un saliente che spinge arditamente all'attacco del monte una testa arrotondata, la quale simula quasi quel ferro di cavallo che il bosco non forma più. Si seguiva tutta la vita del trinceramento, l'andare e il venire lento e indifferente dei soldati dietro ai muri di riparo, l'affaccendarsi di lavoratori in opere di rafforzo, e presso alle feritoie una immobilità statuaria di vedette e di tiratori. Per un incamminamento salivano, calmi, a passo da montagna, i portatori del rancio, con le loro pentole fumiganti.

In molti settori della guerra ho avuto una impressione di solitudini truci immerse in paurosi silenzi sovrumani. Ma di fronte al Carso no. Di fronte al Carso, in qualunque punto, si sente la massa che vive e la guerra che palpita. Una ostilità martellante pulsa come una febbre. Si direbbe che la nostra fronte toccando il mare attinga dall'Adriatico vigori e impeti maggiori per avventarsi contro le alture feroci. La battaglia non ha più date, è la battaglia del Carso, una lotta gigantesca sugli spalti della immane fortezza che la sopraffazione ha dato al nemico, e dalla quale a passo a passo è scacciato. Il rombo di questa bufera è udito talvolta nelle città tranquille e lontane della pianura veneta.

Nel buio profondo della notte di Udine a lumi spenti, pieno di uno scalpiccio di gente che passa e non si vede, di un sussurrìo di voci che pare vengano dai muri, in quelle tenebre strane nelle quali mormora una vita quieta, invisibile, cieca, fra quei portici che la risonanza sola rivela, per quelle strade opache e nere in fondo alle quali, come un punto di bragia, scintilla una lampadina rossa che tinge un angolo con un riflesso da laboratorio fotografico, per l'aria umida e fredda arriva spesso un rimbombare remoto, un brontolìo di tuono. Nessuno ci bada, il sussurrìo continua, la voce di un ragazzo si allontana cantando. Si ha l'abitudine. È la battaglia del Carso che rugge. È un passo avanti che si fa....

INDICE.

_Prefazione_ Pag. V Al fronte 1 «Morale altissimo» 11 Verso l'Isonzo 23 Ai piedi del Carso 38 Davanti a Gorizia 52 Aspetti della lotta sull'Isonzo 67 In un ospedale 81 Tra lo Stelvio e il Tonale 90 Dai ghiacciai dell'Adamello agli uliveti del Garda 106 Tra le balze dell'Adige 123 Una maestosa battaglia di fortezze 139 Fra i torrioni delle Dolomiti 154 Sulle vette dell'Alto Agordino 174 Nella conca d'Ampezzo e intorno al lago di Misurina 189 Nella valle di Sexten 209 La lotta dei colossi 222 Dove il combattimento non ha soste. Il passo di Montecroce 249 Monte Nero 286 La conquista della conca di Plezzo 306 Nell'alta valle dell'Isonzo. Le fasi della guerra intorno a Tolmino 326 L'eroica conquista di Plava 340 Guerra d'assedio intorno a Gorizia. Un atto di sublime sacrificio 361 Sull'Isonzo e sul Carso. Una mirabile impresa guerresca 381 Sulle pendici del Carso 401

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.