Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 24

Chapter 243,681 wordsPublic domain

Il fuoco austriaco li prendeva di fianco, li investiva dalla sinistra; tutte le pendici erano piene di trincee dominanti, lontane poche centinaia di metri. Una volta passato il ponte si entrava in una zona più coperta. Fu possibile sistemare la passerella, ma una traversata di truppe non poteva effettuarsi senza gravi perdite di uomini o di tempo. Allora, come a Lucinico, venne avanti un cannone.

Uscì da Gradisca. Inoltrò per un vialone alberato, diritto, che segue il fiume e finisce al ponte di Sagrado. Entrò di corsa nell'uragano del fuoco. Andava al sacrificio con una galoppata trionfale. Si piantò di fronte a quell'anfiteatro di trincee lampeggianti.

Fra lui e il nemico, la larghezza del fiume. Incominciò un tiro diretto e rapido di _shrapnells_ e di granate, alternando. Non un colpo andava fuori di posto. Gli scoppi dei suoi proiettili disegnavano le linee dei trinceramenti. Batteva in basso, poi in alto, poi di nuovo in basso, a sbalzi, per non permettere al nemico di indovinare di prevedere il punto che stava per essere colpito. La fucileria nemica rallentò, divenne ineguale, prese lui solo la mira, dimenticò il ponte. Dove il fuoco riprendeva a crepitare violento, il cannone si volgeva e intimava silenzio. Faceva fronte a tutti, comandava a tutti, atterriva.

Poco dopo, l'artiglieria nemica lo assalì. Le granate esplodevano tutto intorno, il pezzo scompariva nel fumo. Non poteva difendersi. Non pensava a difendersi. Continuava ad imporsi alle trincee. Costringeva la fanteria austriaca a ripararsi e aspettare. Era il suo còmpito. Intanto sul ponte le truppe nostre passavano. I plotoni sfilavano, uno dopo l'altro, curvi dietro ai sacchi di terra.

Qualche servente cadeva vicino al pezzo; i superstiti scansavano il ferito e seguivano il lavoro. I cavalli erano morti. Schegge di granate martellavano l'affusto e le scudature. Il cannone tuonava sempre. E sul ponte le truppe passavano. In ultimo si videro due soli artiglieri in piedi. Sparavano gli ultimi colpi. Poi il cannone stesso fu preso da una granata in pieno. Rimase tutto di traverso, scavalcato. L'occupazione di Sagrado era definitiva.

Un reggimento aveva varcato il fiume. Il giorno dopo era tutta una brigata al di là. La nostra fronte si allargava verso Castello Nuovo. Il nemico veniva sloggiato da un primo lembo del ciglione. Poteva ancora bombardare il ponte, ma non lo vedeva più. La linea del fiume sfuggiva in parte al suo sguardo. Eravamo padroni dell'Isonzo. Un altro ponte era gettato, sotto a cannoneggiamenti furibondi ma vani perchè ciechi. Si preparava la battaglia di luglio, quella battaglia smisurata che ci ha portati sull'altipiano attraverso innumerevoli assalti, dopo i quali si vedevano scendere alla pianura in lunghe colonne reggimenti e reggimenti austriaci, prigionieri.

Da Gradisca ho potuto avere una visione delle vicine pendici conquistate, che la cima di San Michele sovrasta. Gradisca offre una delle più tragiche scene della guerra. Perchè non è completamente distrutta. È ferita, squarciata, ma poche delle sue case sono crollate, poche sono morte; quasi tutte conservano una paurosa e inesprimibile espressione di vita, di sofferenza, di terrore, di agonia. Le macerie che si vedono qua e là, sono meno sinistre delle abitazioni ancora in piedi che si allineano lungo le vie deserte, sulle quali, dalle finestre sfondate dalle esplosioni, da quei loro occhi sbarrati e vuoti, lasciano cadere uno scintillìo di vetri infranti, come un luccicare di lacrime.

La maceria è il passato, è la tomba; sorprende ma non commove, e la solitudine intorno a lei appare lugubre ma naturale, come nei cimiteri. Fra quelle case senza abitanti, per le strade senza passanti, nella città dilaniata e fuggita, percossa da un perpetuo grandinare di piombo, v'è un senso misterioso di angoscia, qualche cosa di palpitante, un prodigioso alito di spavento, che fa involontariamente affrettare il nostro passo.

Le vie sono ingombre da uno sparpagliamento minuto di rottami e di fronde d'albero staccate dai proiettili. L'uragano senza fine della battaglia strappa dalle case, dalle esistenze, dalle piante, detriti di ogni genere e li mescola.

Tegole, lembi di tenda, imposte divelte, berretti da soldato, mattoni, ramoscelli, sembrano gettati intorno dalla furia di un vortice. Cannoni di tutti i calibri hanno tirato e tirano su Gradisca. Di tanto in tanto, un boato profondo, un sussultare del suolo, un fremito di muri, uno scroscio di crolli, un tintinnare di vetri, e il fondo di una strada si annebbia di polverone denso e di fumo.

Con un sibilare strisciante, delle palle di fucile arrivano, continuamente, picchiettando su tutti i muri. Sono colpi lunghi degli austriaci. La fucileria crepita sulla Sella di San Martino e dietro al bosco del Cappuccio. Basta guardare in terra, per vedere tutto intorno decine di pallottole cadute, come una rada e strana ghiaia metallica, alcune ancora luccicanti e fresche. Alla imboccatura di quel vialone che l'eroico cannone percorse, la terra è aperta da enormi crateri scavati dalle esplosioni.

Uno più largo, profondo come lo sterro di un lavoro di fognatura, fatto da una granata da 305, ha nel centro una sedia infangata e sbilenca, una vecchia sedia da caffè. L'hanno messa lì i soldati, per la fotografia. Avere il proprio ritratto in nobile posa seduto dentro ad una buca di granata, è l'aspirazione artistica d'ogni milite che passa. Il punto è molto esposto al fuoco, ma la tentazione è grande, la sedia è pronta, macchine fotografiche non mancano mai, e la fotografia si riproduce con modelli diversi.

Una granata da 305 ha massacrato la cattedrale. Dall'esterno la chiesa pare intatta. Ma non ha più tetto, e dentro è una confusione immane di travi cadute, di colonne crollate, di arredi sacri frantumati e sparpagliati, di macerie irriconoscibili, sulla quale scende la piena luce del giorno. Le rovine sono più grandi verso il fiume, al quale si scende rasentando i giardini pubblici devastati, con degli alberi stroncati dai colpi, e delle scritte che dicono: «La tutela delle piante e dei fiori è affidata al pubblico».

Dalla riva dell'Isonzo si vedono distintamente le posizioni che tendono alla vetta del San Michele. Il Carso, che da lontano sembra un gradino regolare ed eguale, appare allora tormentato e vario. È un'immensa scogliera, che si corrode, che si sfa qua e là, che raccoglie nelle sue cavità detriti e terriccio sui quali le vegetazioni si affollano, che ha boschi e prati formatisi sulle frane dei suoi fianchi appena coperti da lievi sedimenti coltivabili, ma che lascia emergere per tutto i rilievi della sua cinerea ossatura di pietra. Sulla sua cima il verde si raccoglie come l'acqua piovana negli interstizî di un acciottolato. Intere zone non sono che roccia. Se si scava sul prato, si trova la roccia al primo colpo di piccone.

Avanzando in linea retta, si è fermati continuamente da macigni, da scalini inaccessibili, da protuberanze del massiccio calcareo, e bisogna girare, incanalarsi per le cunette, scendere nelle piccole cavità erbose, nelle doline, inoltrandosi per passaggi obbligati sui quali una difesa facilmente si concentra. L'ordine sparso degli assalti deve per forza finire in aggruppamenti, come un calmo ruscello spezzato dai sassi si gonfia e irrompe in rivoletti fra un ostacolo e l'altro. Gli avviamenti, gli sbocchi, sono fatalmente fissati dal terreno. Contro ognuno di essi il nemico ha preparato una barriera.

Altrove, le trincee si allineano in due, tre, quattro ranghi. Qui sono spezzate e sono per tutto. Fanno fronte da ogni lato, si fiancheggiano, si spalleggiano, serpeggiano, formano angoli, formano intrecci. Non vi è una fronte da varcare, ve ne sono venti. Ogni dolina è un piccolo campo di battaglia. Per ogni trincea c'è un'azione, un piano, una tattica. Se si disegnassero sopra una carta topografica tutte le trincee espugnate sul Carso, si vedrebbe il foglio riempirsi di brevi tratteggi, con una confusione da scrittura misteriosa, come un'invasione di caratteri cuneiformi. E le trincee di difesa e di attacco non sono scavate; la terra manca per nascondervisi. Sono elevate.

Non ci si affonda, ci si innalza. Non si zappa, si costruisce. Bisogna andare all'assalto portando sulle spalle sacchi pieni di terra. Appena ci si ferma, un uomo sorge. Con le munizioni si portano avanti sassi, sacchi, cemento, travi, e si lavora, si erige, i parapetti si formano che le blindature vanno poi coronando. Spesso il lavoro è impossibile. Il combattimento incalza, tutti debbono prendere il fucile, la trincea appena sbozzata è un minuscolo rilievo di pietrame, vi si arriva carponi, vi si sta rannicchiati dietro per giorni, per settimane, aggrampati a quella parvenza di difesa, ostinati, esasperati, decisi.

Dopo ogni avanzata nostra, arrivano i contrattacchi. Due, tre volte il nemico tenta e ritenta la riconquista delle posizioni perdute. Non di rado è il contrattacco che ci porta avanti. Il nostro soldato ha l'istinto dell'offensiva, sente il momento utile allo slancio. Quando ha fermato il nemico, gli va addosso. L'occasione di trovarsi viso a viso con gli austriaci non è mai perduta. Un assalto austriaco finisce quasi sempre con un assalto nostro. Il bollettino ufficiale ha dato notizia di oltre trenta attacchi nemici sul Carso, e non erano che i principali. Molte grandi catture di prigionieri le abbiamo fatte quando eravamo assaliti.

Sul Carso gli austriaci hanno prodigato tutti i sistemi di difesa, tutti i tranelli della guerra, tutti i tipi di opere di fortificazione campale antica e moderna; hanno adoperato cemento, acciaio, pietra, legno; in quantità che sarebbero bastate alla costruzione di intere città; hanno fatto dei muri di protezione lunghi otto o dieci chilometri sul fianco degli incamminamenti; hanno usufruito di grotte e di caverne, scavato cunicoli, piantato reticolati, sepolto mine. E siamo saliti.

La base delle alture, il primo sorgere del declivio di fronte a Gradisca, è boscosa. Interrate fra le piante erano centinaia di mine. Le prime pattuglie in avanscoperta furono sorprese dalle esplosioni. Bastava urtare dei fili sottilissimi, invisibili come crini di cavallo, tesi fra l'erba, per provocare uno scoppio. Squadre di volontari partirono alla ricerca. Strisciavano lentamente, frugando con lo sguardo la terra, trovavano i fili, li seguivano delicatamente, scavavano il suolo adagio adagio, disarmavano gli inneschi, e tornavano portando le scatole esplosive. Tutto questo in mezzo allo scoppiettìo delle scaramucce, sotto alla protezione di vedette che si rannicchiavano a sparare dietro ai tronchi degli alberi vicini. Così si sgombrò la strada al primo passo.

Più in alto la boscaglia s'interrompe, riprende, lascia larghe zone nude, e forma sulle alture larghe macchie fosche di vegetazione arborea. È la forma di queste macchie che ha suggerito ai soldati nomi strani per località che non avevano nome, e alle quali la guerra dava un'importanza storica. Bisognava distinguerle, e si chiamarono Bosco Cappuccio, Bosco Triangolare, Bosco a Lancia, Bosco a Ferro di Cavallo. Quando il bollettino nostro ha annunziato la conquista del Bosco Cappuccio e del Bosco a Ferro di Cavallo, il comunicato austriaco ha potuto smentire recisamente la conquista con un argomento perentorio, inconfutabile e unico: Cappuccio e Ferro di Cavallo, mai esistiti.

E fra poco invece sarà il bosco scomparso e il nome che resterà. Perchè, come sul Mrzli, come sul Podgora, il cannone sfronda, scalza, schianta, incendia e abbatte. La spalla del monte appare nuda sotto ad un magro intreccio di ramosità intristite. La terra è sconvolta e rossastra, la roccia scheggiata ha biancori di neve, e i pochi alberi rimasti eretti, bruciacchiati dalle vampe, spezzati e stroncati, hanno l'apparenza scheletrica delle piante colpite dal fulmine.

Il Bosco Cappuccio, che pareva appunto un cappuccio di verdura sopra un cocuzzolo verso San Martino, è tutto lacerato ai lembi, lungo i quali si distendeva un possente trinceramento austriaco. Avanti, il terreno è nudo. È un pendìo scosceso e scoperto. L'assalto che arrivò alla trincea si potè seguire da lontano. Si vedevano gli uomini inerpicarsi urlando, si vedeva lo sparpagliamento veemente e disordinato delle masse di attacco che salivano, miriadi di puntini grigi, si vedevano le seconde file rincalzare le prime file assottigliate, e l'azione pareva eterna. Al di qua del ponte di Sagrado, dietro ad un parapetto, tre strani piccoli ufficiali vestiti in uniforme _khaki_, guardavano immobili, con i pugni stretti, lanciando enfatiche esclamazioni gutturali.

Erano gli _attachés_ giapponesi. Quando videro l'assalto sparire oltre la trincea nemica, ingolfarsi nel bosco, si voltarono indietro, verso degli ufficiali italiani che osservavano gravi e commossi, e agitarono le braccia con un gesto di entusiasmo e di stupore, gridando: «_C'est grand! C'est grand!_» Avevano rivisto la mitraglia umana di Porto Arturo.

Questo avveniva il 25 di luglio. Avevamo messo quasi un mese a giungere lassù. Due giorni dopo aver preso Sagrado eravamo a Castello Nuovo, al bordo dell'altipiano sopra al paese. Doveva essere in antico uno dei castelli intorno ai quali, su quelle stesse pendici del Carso, tre secoli fa Venezia si batteva con gli Arciducali nella guerra «Gradiscana». Poi il castello è divenuto una villa, circondata da cipressi. Adesso la villa è crollata, la battaglia ha cancellato tutto. L'occupazione di Castello Nuovo faceva cuneo, puntava in avanti nel centro della fronte carsica. Gli austriaci sferravano attacchi su attacchi su quel vertice d'avanzata, che era per noi un premio al quale si appoggiava la progressione lenta e faticosa delle ali.

Ogni notte era un assalto. Ve ne sono stati dodici contro quel punto, che appariva sempre avvolto di fumo. Le trincee austriache, coperte, blindate, protette, erano a cinquanta metri. Noi stavamo dietro a parapetti provvisorî, coronati di sacchi. Da una parte all'altra si parlavano, fucilando. Allora nacque, non si sa come, il soprannome di Cecchino dato ai tiratori scelti austriaci, i quali, muniti di fucili a cavalletto con alzo a cannocchiale, stavano eternamente alla posta. Anche noi avevamo i nostri Cecchini, sempre in mira, la guancia contro al calcio. I colpi erano commentati ad alta voce. Un giorno uno dei nostri sbagliò per due dita la testa di un austriaco che si era avanzato quatto quatto e si disponeva a sparare; l'austriaco ritraendosi agitò in aria il fucile facendo quella segnalazione che in tutti i bersagli del mondo significa «zero»! Si rise dalle due parti. Più spesso erano ingiurie. Una sera pioveva a dirotto, l'acqua scorreva dietro ai nostri parapetti, e dalla trincea austriaca, chiusa e asciutta, una voce di scherno gridò nel dialetto dalmata: «_I fevi i piediluvi, can de taliani?_» Rispose un coro d'invettive che deve aver dato al nemico l'impressione d'un grido di assalto, perchè aprì subito il fuoco. Ma questa è la vita di tutte le trincee.

L'avanzata vera, sistematica, perseverante, vigorosa, cominciò ai primi di luglio. Il centro era piantato solidamente su Castello Nuovo, la destra saliva verso il Monte Sei Busi, la sinistra verso il Monte San Michele.

L'offensiva si scatena allora su tutti i fronti, preme sul Podgora, minaccia i ponti di Gorizia, ma è al Carso che tende con volontà intensa. L'azione non vi ha sosta. Ogni notte dei reticolati saltano, ogni giorno delle trincee sono prese. Il nemico si rinforza, concentra nuove batterie di medi calibri nel vallone di Doberdò, contrattacca per tutto, cerca di profittare della vulnerabilità e della debolezza che hanno le posizioni appena prese, quando ancora non c'è stato tempo di farvi i lavori di consolidamento, e vi dirige assalti su assalti. Ma niente ci smuove, teniamo le trincee espugnate, progrediamo sempre.

La lotta era accanita. Il nemico non rifuggiva dai mezzi più sleali, dalle false rese che nascondevano mitragliatrici appostate, dalle false bandiere della Croce Rossa issate su batterie o su comandi, era feroce quando non era in fuga. Non permetteva di raccogliere i feriti caduti fra le due fronti, e non raccoglieva i suoi. Una mattina uno dei nostri generali doveva far cominciare un bombardamento di calibri pesanti per aprire il varco nel reticolato di un trinceramento che ci era di fronte; ma proprio sotto a quel reticolato che stava per essere sconvolto da una bufera di esplosioni, giaceva un ferito nostro. Di tanto in tanto si vedeva un lieve gesto del suo braccio. Vicino a lui due cadaveri. Erano caduti durante un tentativo notturno.

Il generale, che era in trincea per sorvegliare gli effetti del bombardamento, guardava la scena pensieroso. L'ora fissata per l'azione dell'artiglieria scoccava. Egli non dava ordini. Poi, chiamò un ufficiale e fece parlamentare col nemico.

«Lasciateci raccogliere i nostri feriti e i nostri morti!» — gridò dalle nostre trincee una voce al megafono. Nessuna risposta. «Faremo uscire dei portatori nudi perchè vediate che non è un tranello!» — soggiunse la voce. Nessuna risposta. Le stesse frasi furono gridate in tedesco. Silenzio. La trincea nemica pareva deserta. Quattro portaferiti con le barelle vennero fatti inoltrare. Una scarica di fucilate li accolse appena usciti. Due di loro rimasero colpiti. L'ora era trascorsa. Le batterie pronte aspettavano il segnale telefonico per iniziare il tiro convenuto. Il generale si passò una mano sulla fronte, guardò l'orologio, si volse all'ufficiale d'ordinanza, gli trasmise un ordine. E il fuoco cominciò.

Il varco fu aperto nei reticolati. Il segno che la batteria era spezzata venne dal nemico. Si vide un gruppo di austriaci balzare fuori della trincea e precipitarsi per un passaggio creato dalle nostre granate attraverso la siepe di acciaio. Venivano giù in fila, senza fucile, correndo, le mani in alto. Si arrendevano.

Erano venticinque. Profittavano di una sosta fra il cannone e la baionetta. Ma il cannone non aveva finito. Riprendeva in quel momento il suo lavoro di demolizione. Una granata cadde in mezzo al gruppo. Dalla nostra trincea si scorse distintamente lo spettacolo atroce di corpi umani smembrati lanciati in aria nella eruzione di terra, e di fumo dello scoppio. Era come una di quelle esplosioni inverosimili che si vedono raffigurate nei giornali illustrati. Terrorizzati, insanguinati, lividi, i superstiti arrivarono alla posizione italiana. Non erano più che sedici. Il destino aveva fatto giustizia.

Lo spettacolo di queste rese era comune. Una volta verso Castello Nuovo si vide venire avanti un mezzo battaglione austriaco, agitando fazzoletti, con le braccia levate: cinque o seicento uomini, una folla veloce sormontata da un turbinio chiaro di mani. Cessò il fuoco delle nostre trincee e si fece un silenzio di attesa. Ma quella massa non aveva percorso la metà della strada che la separava dai nostri, quando cominciò su di lei un fuoco di _shrapnells_ austriaci, serrato, esatto, rabbioso, che la seguiva passo passo. Cadevano giù a gruppi i fuggenti colpiti, costellavano la terra di corpi. Centoventi soltanto poterono giungere a consegnarsi. Certe volte si direbbe che i reticolati servano assai più a trattenere gli austriaci dal rendersi che a difender loro dai nostri assalti.

Il cannoneggiamento furibondo, insistente e preciso che preparava gli attacchi delle nostre fanterie, sbalordiva e accasciava il nemico nelle sue trincee. L'assalto spesso lo trovava inerte, sperduto. I nostri primi reparti arrivavano, intimavano la resa, e continuavano l'attacco, andavano oltre, lasciando alle seconde linee la cura di raccogliere i prigionieri e di spingerli giù, verso le retrovie. Gli ufficiali austriaci, che non stanno con i loro uomini, perdevano ogni controllo di comando. Dietro ad ogni trincea nemica, lontano dieci o quindici passi, vi sono dei minuscoli ricoveri; delle buche blindate; nella trincea sono i soldati, nelle buche gli ufficiali. La truppa non può muoversi, presa come è fra i reticolati e le pistole dei suoi superiori. Sapiente disposizione.

I primi tempi i nostri soldati, intenti alla trincea, non badavano alle tane dei comandi che erano alle spalle, e proseguendo incalzanti alla conquista delle linee successive erano spesso feriti da misteriosi colpi a bruciapelo. Poi impararono. Correvano dritti alle buche, e affacciando la punta della baionetta nell'apertura, ponevano all'abitatore rannicchiato nell'ombra questo semplice dilemma: «Fuori le mani, o spingo!» Venivano fuori le mani. Dopo le mani spuntavano le braccia, e dopo le braccia emergeva il resto di un elegante _oberleutenant_ al completo, pallido ma dignitosamente rassegnato.

Una mattina un capitano austriaco, rimasto inosservato nel suo covo mentre l'assalto passava, tirò un colpo di pistola ad un sergente nostro che seguiva il suo plotone. Il sergente, illeso, si fermò e si guardò intorno. Una seconda palla lo sfiorò. Allora egli vide. Non fece fuoco, rivoltò il fucile, balzò addosso all'ufficiale, lo tramortì con un colpo di calcio, se lo caricò sulle spalle e lo portò giù, al posto di medicazione. Qui, alle prime cure il capitano austriaco rinvenne, e andò su tutte le furie. Smaniava, mostrava i pugni al sergente, che lo guardava sbalordito da dietro le spalle dei medici, rotava gli occhi e bestemmiava, in tedesco. Non era furioso per essere stato fatto prigioniero, o per avere perduto la posizione. La causa della sua ira era più grave: «È la prima volta — gridava — la prima volta nella mia vita che manco un uomo al secondo colpo!» Il sergente fece un passo avanti, salutò cerimoniosamente e gli disse: «La ringrazio tanto per la eccezione!» E se ne andò fischiettando.

Storie di prigionieri, di rese, di catture, sono innumerevoli. In quei giorni operava sul Carso una famosa batteria da campagna che era conosciuta dalle truppe precisamente col nomignolo di «batteria dei prigionieri». Aveva la specialità di catturare gli austriaci a mezze compagnie per volta, da sola. Nelle nostre linee arrivavano all'improvviso bande di nemici che si arrendevano, adunati e condotti dal fuoco dei cannoni. Quando la batteria scorgeva dei nuclei nemici in ritirata, li fermava con barriere di esplosioni, li costringeva a cercare uno scampo nel ritorno, li accompagnava, li sospingeva con una minacciosa siepe di _shrapnells_, non permetteva loro che deviassero, lasciando così una sola via aperta alla loro marcia, quella della resa.

Gli austriaci incalzati, incapaci di mantenere il terreno ad onta della tremenda preparazione difensiva, meditarono un gran colpo. Divisioni fresche arrivavano continuamente dalla Galizia a rinforzo. Fin dal 10 di luglio grandi masse nemiche venivano adunate per una offensiva generale e risolutiva. In quell'epoca cominciò a notarsi appunto l'entrata in azione di numerose batterie pesanti. Per sloggiarci dall'altipiano carsico pensarono di sviluppare l'attacco principale contro la nostra ala sinistra.

Appariva infatti in quel momento la più vulnerabile. Una volta forzata la sua estrema punta sull'Isonzo, un ripiegamento di tutta l'ala sinistra poteva essere provocato. Ripiegare sotto la pressione di un'offensiva possente significava, con molta probabilità, ripassare il fiume. Sarebbe stata la perdita dei ponti, l'annullamento dei risultati ottenuti con sforzi meravigliosi durante quasi due mesi di lotta tenace, il ritorno al principio in condizioni ben più difficili per una ripresa dell'offensiva. La nostra destra invece aveva Monfalcone come sentinella estrema, e un attacco contro di essa, anche fortunato, non avrebbe ottenuto un resultato definitivo quale quello di ridare il pieno controllo dell'Isonzo. Il piano austriaco era dunque perfetto, come sono perfetti tutti i piani prima che falliscano.