Al fronte (maggio-ottobre 1915)
Part 22
Ricordo gli ultimi giorni di maggio, quando, varcata d'un balzo la frontiera, le nostre truppe iniziavano l'attacco della testa di ponte di Gorizia. Le fanterie assalivano furiosamente le piccole trincee, ai piedi delle alture, gettandosi contro ai reticolati senza ancora conoscerne la forza, cercando di svellerli con le mani, di aprirsi un varco come in una siepe. Attanagliati ai fili rimanevano dei morti, che non parevano morti, tanto i loro volti conservavano una espressione di volontà e di furia e i loro corpi eretti un gesto di vigore. Tuonavano contro al Sabotino le nostre artiglierie da San Martino, da Quisca, da Bigliana, le strade al nord di Cormòns erano affollate di cannoni, di cassoni, di carri, artiglierie da posizione salivano lentamente trascinate da lunghe file di buoi bianchi, e il Monte Santo, la vedetta nemica, osservava freddamente tutto questo movimento, occhieggiando da lontano al di sopra della spalla del Sabotino.
Gli austriaci hanno per tutto questo vantaggio: vedere. Il terreno sale sempre di fronte a noi; al di là di una montagna ce n'è una più alta. Non ci ha preoccupato l'ascesa, ma la vigilanza. Lo sguardo del nemico scopriva tutto il nostro scacchiere, seguiva ogni mossa, poteva guidare sopra ogni punto, con precisione, il fuoco di cannoni lontani. In certi settori esso vigila ancora la rete delle nostre strade, scopre la vampa d'ogni nostro colpo. Abbiamo dovuto preparare ardite battaglie allo scoperto, senza segreti, e le nostre vittorie acquistano un valore magnifico di audacia, una grandezza prodigiosa di nobiltà e di vigore, per questa lealtà ineluttabile, per questa disperata sincerità che ci faceva trovare il nemico sempre pronto, sempre in forze, cognito del nostro piano.
Quelle prime azioni non erano che una presa di contatto, non avevano che una importanza di ricognizione. Ci aspettavamo una difesa ben preparata, sapevamo che il nemico aveva da anni studiato minutamente quella zona dal punto di vista militare, le informazioni ricevute erano concordi nel riferirci che grandi lavori di protezione si erano compiuti, ma gli ostacoli sui quali la nostra offensiva urtava superavano in potenza quello che l'opinione comune potesse prevedere. Per tutto erano ranghi numerosi di trinceramenti di calcestruzzo, con blindature di acciaio, con reticolati alti e profondi sostenuti da pali di ferro infissi nel cemento, erano batterie incavernate che incrociavano i tiri, erano sviluppi immensi di reti telefoniche e telegrafiche, innumerevoli osservatorî, zone minate. Nei primi giorni del giugno la battaglia vera cominciò.
Ebbi la ventura di assistere all'inizio della lotta gigantesca. Il sei si passava il basso Isonzo a Pieris, l'otto si occupava Monfalcone, il nove si attaccava Plava, il dieci ci trinceravamo a Gradisca. Si combatteva su tutta la fronte; Lucinico ardeva; Mossa ardeva; le alture erano velate a tratti dal fumo delle esplosioni; sulla pianura si sfioccavano le nubi degli _shrapnells_ austriaci; il nostro attacco saliva le spalle del Sabotino e del Podgora, sulle cui vette intenibili l'onda dell'assalto oscillava. Ora avvicinando il campo di battaglia dalla parte di Cormòns, si rimane stupiti di non riconoscere più certi luoghi.
Il Podgora in quei primi giorni della lotta era una collina tutta coperta di bosco, verde, oscura, con quel profilo nuvoloso, a masse, che hanno i declivî selvosi, sui quali l'intreccio ampio delle fronde si sparge e si allarga con una morbidezza folta da pelliccia. A metà della costa qualche vigna, una verdura più chiara e più minuta. Il declivio si spegneva dolcemente fra le case di Lucinico. Adesso il Podgora è nudo.
Pare più piccolo, così spogliato del suo spesso mantello d'alberi. Nudo, sterile, rossastro, lacerato, bucato, ferito, non si somiglia più. Ha ricevuto centinaia di migliaia di cannonate. Le granate hanno tutto distrutto e tutto sepolto. Dopo aver bruciacchiato, sfrondato, stroncato e abbattuto gli alberi, esse hanno rovesciato sui tronchi atterrati eruzioni di zolle e di sassi. Non v'è più un filo d'erba; ogni vita vi è estinta. Il Podgora è il sinistro cadavere d'un colle cosparso di cadaveri d'uomini. Il nostro lavoro di zappa ha dovuto qualche volta deviare perchè scavava sotto ad un carnaio di nemici.
Sulla groppa della collina, dove nessuno dei due avversari resiste, rimane in piedi qualche decina di fusti nerastri, senza rami, un po' inclinati qua e là, scossi dalle esplosioni come da una tempesta, e sulla vetta principale, sconvolta, non ci sono che tre tronchi, tre soli, equidistanti, che ricordano le croci del Golgota e che l'hanno fatto battezzare Monte Calvario.
S'incontrano per la strada da Cormòns a Mossa degli uomini che tornano dal Calvario o che ci vanno sereni e contenti, non trovando niente di specialmente terribile in quella posizione, sulla quale si sono scatenati assalti senza numero. Dei gruppi di volontari triestini vi hanno compiuto prodigi di valore insieme alla truppa della più vecchia Italia. Tutta la costa dell'altura era difesa da una successione di trincee blindate, protette da reticolati e da mine, e sono state prese ad una ad una, a colpi di zappa, a colpi di esplosivi, a colpi di baionetta. Ogni possibilità offensiva del nemico è stroncata; la testa di ponte è ancora un ostacolo ma non è più un pericolo; non sporge più verso di noi la minaccia di una base di concentrazione, non ha più sfogo.
Sul fiume, Podgora, come il Sabotino, scende con un declivio precipitoso e breve, e su quel pendìo ripido gli austriaci sono ridotti, ad onta dell'appoggio delle batterie d'ogni calibro nascoste sul Monte Santo, sul monte di San Gabriele, sulle colline di San Marco, al di là di Gorizia. Vi si tengono arrampicati in trincee massicce, sotto blindature di acciaio, in mezzo a un dedalo di cunicoli, di gallerie, di tane. Sopra la vetta sgombra, battuta dai cannoni delle due parti, passano di qua e di là bombe lanciate da apparecchi speciali, e la notte essa è vividamente illuminata da un vigilante incrocio di proiettori, percossa da granate.
Verso la linea estrema della nostra occupazione, per gl'incamminamenti coperti, si ode spesso un lieto abbaiamento di cani, come se una caccia si svolgesse nel dedalo delle trincee, e per i sentieri scavati nella terra vanno e vengono strani equipaggi che ricordano certe carrettelle dei contadini fiamminghi. Sono piccoli veicoli che dei cani robusti, volonterosi, di quei cani da gregge e da pagliaio, bastardi, grossi e vellosi, trascinano ansimando, la lingua penzoloni, con una vivacità consapevole nello sguardo dolce, come se comprendessero l'importanza e l'urgenza del loro lavoro. Un conducente accompagna due o tre cani alla volta, li incoraggia, li chiama per nome, li aiuta nei passi difficili. Giunte alla trincea le brave bestie si accucciano fra le stanghe dei loro carrettini, col petto affannato e arruffato sotto al finimento di cuoio, e guardano il soldato che le guida, attente, il muso di traverso, le orecchie sollevate, la coda agitata, aspettando la carezza. In qualche settimana gl'intelligenti animali hanno imparato, conoscono la strada; il frastuono del combattimento non li spaventa più e vanno al fuoco come veterani.
Mentre osservavamo il Podgora, gli austriaci ci bombardavano Capriva, un villaggio fra Gorizia e Cormòns. Da alcune settimane devastano ora l'uno ora l'altro dei paesi sul piano. Credono forse di demolire i nostri quartieri d'inverno. Un fumo denso e scuro passava sui tetti. Bombardavano anche Villanova, ai piedi del Monte Fortin, lieve altura sulla riva destra dell'Isonzo. Lontano, una grande colonna di fumo bianco: un deposito nemico ardeva, incendiato da una granata nostra, nel sobborgo goriziano di San Pietro. Spesso un rumore di battaglia scendeva dal cielo.
Era un tempestare rapido di esplosioni altissime nell'azzurro. Il fuoco dei cannoni antiaerei inseguiva aeroplani nemici. La caccia ci fermava attenti, pieni di crudeli speranze. Le nuvole degli _shrapnells_ si seguivano in fila; creavano una lunga, strana punteggiatura bianca sul sereno, cancellata con lentezza dal vento fino a formare una scìa pallida e confusa, una specie di via lattea striata e diafana. Minuscolo, chiaro, lontano, veloce l'aeroplano filava avanti ai colpi, più in alto.
Appena lasciato con gli occhi era perduto nella luce. Nuove nuvolette ce lo indicavano, più in là. Pareva una corsa fra il volo e i colpi di cannone. La macchina alata fuggiva dai tiri di una batteria e incontrava i tiri di un'altra. A intervalli il bombardamento del cielo cessava, per ricominciare più remoto. In un certo momento, quattro aeroplani austriaci volteggiavano sulla zona di Cormòns.
Si difendevano sollevandosi. È ben raro che il tiro dei cannoni possa abbattere un aeroplano da guerra, che solca lo spazio a cento o centoventi chilometri all'ora, ma lo costringe a fuggire in elevazione, a cercare la salvezza nelle altezze gelate dell'atmosfera da dove la visione della terra si confonde e l'osservazione perde accuratezza. Poi dei grandi uccelli tricolori sono sopravvenuti. Alcuni tornavano dalle ricognizioni e scendevano a motore spento come scivolando vertiginosamente sopra un immenso invisibile pendìo; altri si levavano allora con un roteare largo e solenne. Per un minuto il cielo è apparso tutto solcato dai voli. Qualche boato profondo ha scosso l'aria, e nembi densi e foschi si sono sollevati dalla terra. Il nemico lasciava cadere delle bombe.
Voleva forse colpire dall'alto qualche convoglio che passava sulla strada vicina. Le bombe scoppiavano sui campi. I conducenti guardavano con indifferenza il fumo che scorreva sull'erba e fra i filari di alberi; il convoglio proseguiva con lentezza il suo cammino. Ad uno ad uno gli aeroplani sono scomparsi. Il cielo si è di nuovo fatto silenzioso e limpido. Abbiamo allora udito brontolare il cannone in fondo alla pianura, sulle lontananze azzurrognole del Carso.
Oltre Capriva, ai piedi del Podgora, vedevamo le case sventrate di Lucinico. Il bombardamento e gl'incendî vi hanno tutto diroccato e distrutto. Lucinico è così prossimo a Gorizia che, visto da lontano, si confonde con la città. Ne è quasi un sobborgo, separato appena da un chilometro di strada e da un ponte. A Lucinico la battaglia ha infuriato.
Aprirsi un varco a Lucinico verso Gorizia voleva dire aggirare il Podgora, far cadere la possente difesa delle alture, voleva dire sfondare lo sbarramento frontale di Gorizia. Mentre il martellare degli assalti percuoteva e sfasciava successivi trinceramenti sul pendìo occidentale del Podgora, il nostro attacco, fiancheggiando a destra questa azione, si sferrò su Lucinico.
Le prime difese all'entrata del villaggio furono spazzate via. Successe un combattimento all'antica, da casa a casa, da angolo ad angolo, da porta a porta, una battaglia da pittura di guerra. Appena il villaggio fu nostro, cominciò il bombardamento austriaco, furibondo; tutto era fuoco e fumo; si udiva lo scroscio dei crolli dopo ogni esplosione; le macerie si sparpagliavano con una violenza da proiettili sollevando opachi e persistenti nembi immani di polvere, e alla notte, sopra a questo tumulto danzava il riflesso vivo e sanguigno degl'incendî. L'attacco continuava.
Le grandi opere di trinceramento preparate dal nemico erano al di là. Lavori in cemento, blindature in acciaio, linee successive di posizioni e di ostacoli, tutto quello che la scienza e l'esperienza hanno trovato di più formidabile per lo sbarramento di un piano, era ammassato su quello sbocco. La difficoltà più grave all'assalto non era l'invulnerabilità delle trincee nemiche, non era l'intensità del loro fuoco, era il reticolato, quella cosa che appariva così lieve nella distanza, così leggera e sfumata come una bruma azzurrastra. Sulle trincee si arriva, contro al fuoco si avanza, ma nessuna volontà e nessun eroismo potevano far valicare le sterminate barriere di fili di acciaio intessute sopra uno spessore di cinquanta metri. Allora i mezzi efficaci che abbiamo trovato per la distruzione dei reticolati non esistevano. Le grosse forbici a tenaglia, che così bene avevano servito ai giapponesi in Manciuria, si spezzavano. Per renderle inutili il nemico aveva adoperato dei fili grossi come cordicelle. I reticolati di Lucinico parevano inattaccabili. Si pensò al cannone.
Avvenne qualche cosa di gigantesco. Nella prima luce scialba, livida di un'alba, l'ora dei silenzi anche sul campo di battaglia, si vide un cannone uscire al galoppo dalle nostre posizioni. Si era dovuto lavorare a spianare un tratto di trincea per aprirgli il passo. Pareva che si lanciasse solo all'assalto.
Fra le due linee nemiche, in una fredda, pallida, tragica solitudine, imperterrito, il cannone galoppava alla morte. Andava lungo la strada bianca e diritta verso le trincee austriache. I suoi sei cavalli si allungavano vigorosamente nella corsa, sferzati dai conducenti saldi in sella, e il rombo metallico delle ruote si spandeva sulla quiete. L'ufficiale cavalcava a fianco del pezzo. Vi fu un minuto di sospensione, di sorpresa, di ansia, di ammirazione.
Pareva che il nemico stesso fosse tenuto immobile da un senso di rispetto e di stupefazione. Forse non capiva, non si rendeva conto, di quella sublime audacia. Ma subito dopo la fucileria austriaca cominciò, intensa, scrosciante, allarmata, da tutti i punti, di fronte e di fianco, dalla strada di Gorizia, dalla strada di Gradisca, dalle pendici del Podgora.
Il cannone si fermò a centocinquanta metri dai reticolati. Si potè scorgere qualche cavallo già ferito che si abbatteva agitando convulsamente le zampe. Poco dopo, distaccati dal pezzo, gli altri pure cadevano, tentavano di risollevarsi, ricadevano. Gli artiglieri eseguirono la manovra della messa in posizione, presero i loro posti, tuonò il primo colpo. Vi fu una pausa per regolare il tiro, poi il fuoco riprese, rapido, regolare. La trincea battuta scomparve nel fumo, ma si intravvide al di là una confusione di fuga, uno sparpagliamento di gente in corsa verso i fianchi. Il nemico abbandonava la posizione.
La fucileria austriaca infuriava sempre dalle trincee laterali. Su quell'affaccendamento di pochi uomini intorno ad un cannone, su quel minuscolo gruppo vivente nell'immobilità grigia della zona scoperta, era una grandine di piombo. Qualche servente di tanto in tanto si accasciava colpito. Allora dalla trincea nostra partiva di corsa un artigliere a sostituirlo. E il fuoco continuava.
L'artiglieria nemica si destò. Dei proiettili cominciarono a scoppiare intorno, vicino, ad avvolgere il cannone in cumuli di fumo. Ma si udiva sempre il suo tuono impetuoso, eguale, insistente, ostinato, furibondo.
Ad un certo momento una voce ingigantita dal megafono gridò da là, dal fumo: «Granate! Portateci granate!». Un cassone con trentotto granate uscì dalle posizioni e si slanciò al galoppo in quell'inferno. Il fuoco del pezzo non aveva avuto che una breve sospensione. Con le nuove munizioni il tiro ricominciò veloce. Il cannone affrettava la sua opera quasi presentisse la brevità del tempo che gli restava a vivere. Era circondato da un balenare di scoppi, da un fragore ininterrotto. Un albero vicinissimo, sul margine della strada, cadeva schiantato. Su quel punto convergeva il furore di batterie intere. Nell'uragano delle esplosioni si distinguevano i colpi del cannone nostro, regolari, serrati.
Poi il suo tiro a poco a poco rallentò. Si fece ineguale, ebbe delle pause. Gli ultimi colpi erano separati da lunghi, angosciosi intervalli. Ma il fuoco moribondo del pezzo, che si comprendeva manovrato da qualche ferito, continuò finchè tutte le granate furono scagliate contro l'ostacolo, tutte. Allora soltanto, definitivamente, il cannone tacque. Imperversò ancora su di lui la tempesta del bombardamento. Quando anche essa languì e il fumo si dissipò, sulla strada deserta non c'erano più che delle cose informi.
Il cannone, colpito ad una ruota, con l'affusto sfasciato, era rotolato nel fosso. Cominciò allora una lotta per non lasciar cadere quei gloriosi rottami in mano al nemico.
L'eroico sacrificio di quel pezzo aveva costretto l'avversario a rivelare tutte le sue posizioni. Una breccia era aperta sulla strada, ma inoltrarsi era impossibile in mezzo ai fuochi incrociati di fucileria e di artiglieria che convergevano da ogni parte, risvegliati dall'allarme, provenienti da trincee delle quali soltanto allora poteva valutarsi l'importanza e scoprirne la disposizione. Non potevamo muoverci, nessun assalto sarebbe arrivato in quelle condizioni. Nuove disposizioni si meditavano, la situazione poteva essere studiata nella sua realtà. Nelle trincee i soldati non pensavano che al cannone che bisognava riprendere.
Per tutto il giorno fu tenuto lontano il nemico. Gli artiglieri della batteria erano in trincea con i fucilieri. E furono gli artiglieri che alla fine vollero uscire, sotto al fuoco, inoltrando lungo gli argini della strada. Essi riportarono indietro i cadaveri degli uomini e il pezzo.
In ogni combattimento, sul tumulto oscuro di innumerevoli eroismi si solleva gigantesca, solenne, possente, la bellezza terribile di qualche fatto leggendario, come un monumento sulla folla. In nessuna guerra come in questa il valore è arrivato a così sovrumane grandezze. Sugli orizzonti della storia le generazioni da secoli vedono torreggiare il ricordo di gesta che non arrivano alle altezze di episodî che si svolgono ora, per tutto, senza incitamento di gloria, con la ineffabile semplicità dell'impensato, dell'istintivo, dell'inconsapevole. Son pochi i fatti che arrivano ad essere conosciuti, e nessun nome rimane scolpito su queste vette dell'epopea. I protagonisti non sono più degl'individui, hanno una personalità più grande, sono il popolo, sono la razza.
Per questo gli episodî eroici acquistano qui un colore di naturalezza e non meravigliano più. Per uno di essi che arriva alla nostra conoscenza, cento restano ignorati, passano e scompaiono dalla memoria come le onde di una tempesta, varie, imponenti, mosse tutte dalla stessa forza, fatte tutte della stessa materia, che lasciano l'impressione di una cosa sola: il mare in furia.
Oscuri e sublimi sacrifici volontari crearono il varco ad ogni avanzata, e di avvenimenti che avrebbero gonfiato di orgoglio il cuore della nazione, rimangono tre righe di rapporto richiamate da un numero di archivio. Percorrendo la fronte si scopre che gli ardimenti più grandi non sono isolati, che scaturiscono in ogni settore nelle stesse circostanze. Il cannone eroico di Lucinico ha dei confratelli per tutto, a Gradisca, a Sagrado, sul Carso....
A Lucinico dopo quella battaglia la nostra fronte sostò, mentre varcava l'Isonzo a nord e a sud, a Plava e a Sagrado, e la conquista si affermava sull'altra riva. Gorizia si vede vicina, pittoresca, intatta dalle trincee di Lucinico. I suoi edifici più nuovi e più bianchi, senza una ferita sulle loro facciate, avanzano verso il fiume, lungo viali alberati, e alla sera tutti i suoi vetri si accendono dei bagliori del tramonto, con un'apparenza di illuminazione e di festa. I campanili delle chiese numerose si affacciano incontaminati dalla guerra al di sopra dei tetti. Soltanto la stazione di San Pietro, che serviva ai trasporti di materiale da guerra ed era circondata di depositi, è stata danneggiata dalle nostre granate. Contro ad una grande tettoia da locomotive il tiro fu sospeso perchè sorse il dubbio che potessero esservi raccolti dei rifugiati.
I cannoni del nemico devastano, i nostri combattono soltanto. Non colpiscono che i punti dei quali è accertata l'importanza militare. Non fanno la guerra agli inermi, alle case, ai monumenti. Da una parte è la rovina, un paesaggio da terremoto, dall'altra continua rispettata la vita passiva e silenziosa delle città spopolate che aspettano.
Il nemico, che spesso finge di arrendersi e massacra, che alza bandiera bianca e fa fuoco, che copre con la croce rossa convogli di munizioni, che spara sulle ambulanze e sui portaferiti, che fa prigionieri dei medici, che bombarda villaggi abitati, potrà trarre qualche beneficio della nostra lealtà. Ma noi sentiamo in noi stessi l'immensa forza di una superiorità morale, la coscienza di rappresentare la formidabile nobiltà del diritto.
SULL'ISONZO E SUL CARSO.
UNA MIRABILE IMPRESA GUERRESCA.
_5 ottobre._
Chi si avvicina adesso all'Isonzo, attraverso la pianura friulana, prima ancora di arrivare all'antica frontiera cerca in fondo all'orizzonte l'altura strana e terribile che è il terreno della lotta più ardente, il campo delle più vaste battaglie della guerra. Il suo profilo si distacca a poco a poco dal confuso e sbiadito sollevamento lontano delle Alpi Giulie, si precisa, prende rilievo, e lo sguardo non lo lascia più. È l'ultima propaggine del Carso, l'immane gradino sul quale la nostra offensiva è salita.
Non ha l'imponenza di quelle montagne guerriere che s'offrono ai combattenti delle posizioni turrite, non ha l'aperta e fiera ostilità del Rombon e del Monte Nero. È una singolare collina, lunga, adagiata, senza sbalzi di vette, senza quell'imperioso levarsi di una cima che mette ad ogni monte come una testa dominatrice. Sembra accucciata, il suo dorso ha una immobilità rettilinea. Bisogna avvicinarsi per scorgervi qualche ondulazione. Allora si osserva che quella barriera va innalzandosi a sinistra, e sale senza vigore fino ad una specie di protuberanza terminale: il monte San Michele. Si distinguono meno, dal lido opposto, altre piccole onde: il Monte Sei Busi, poi il Monte Cosich più lontano. Nell'insieme l'altura si disegna con la regolarità di un oscuro bastione.
È un bastione lungo dodici chilometri, alto qualche centinaio di metri, che avanza a saliente, che penetra ad angolo nella pianura come lo sperone di una prodigiosa fortezza. Il fiume gira alla base di questo spalto immane, ne lambe le pendici per un lungo tratto, poi se ne discosta e scende tortuoso al mare. Ai piedi delle alture è un affollamento chiaro di cittadine e di villaggi, Gradisca a sinistra, quasi sotto al San Michele, Sagrado alla punta più avanzata del saliente, poi Fogliano, poi Redipuglia, poi Ronchi, a destra Monfalcone, disordinate mandrie di case che sembrano fermate dall'ostacolo del Carso e adunate là sotto in una perenne attesa. Ora il cannone austriaco le macella.
Avvicinandosi al Carso la pianura si fa triste. Su dei campi abbandonati il calpestamento dei bivacchi ha aperto larghe plaghe di sterilità; altrove la campagna inselvaggisce in una invasione rigogliosa di vegetazioni parassite. Tutta la vita è sulla strada, polverosa e fangosa, percorsa da convogli e da truppe, animata da squadre che lavorano al rafforzamento di argini o allo scavo di fossati. Passato il fiume comincia la visione pietosa dei villaggi bombardati. Erano rimasti intatti e viventi fino ad un giorno recente nel quale il nemico ha aperto le ostilità contro di loro.
La popolazione emigra sotto alle granate, ma poi quasi sempre ritorna e si riannida tenace nelle case sconnesse, presso la chiesa crollata. Così a Turriaco, sgretolato qua e là dai colpi, abbiamo ritrovato un po' di vita. Dei bambini giuocavano vicino alle rovine di un edificio che aveva bruciato tutta la notte e che mandava ancora fumo e calore dalle sue macerie calcinate. A San Canziano, sulle soglie di case sfondate sono comparse delle donne. Il paesello è stato bombardato con i grossi calibri, come una fortezza.
Qualche casa è scomparsa. Una granata da trecentocinque ha distrutto interamente l'abside della vecchia chiesa, e dall'immane breccia si vede l'interno bianco del tempio sventrato, pieno di rottami, invaso dal vento che agita lembi di paramenti sulla devastazione degli altari. Siccome le granate non parevano sufficienti a sconfiggere il terribile San Canziano, degli aeroplani sono arrivati carichi di bombe, e, abbassando il volo per non sbagliare il colpo, hanno gettato i loro esplosivi.