Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 21

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Sul declinare del giorno furono avvistate masse austriache in marcia lungo l'Isonzo. Erano due gruppi, uno veniva dal nord e uno dal sud, e convergevano verso Plava. Il nemico tentava l'aggiramento delle nostre truppe sulla Quota 383, tendeva a tagliarle fuori, a isolarle, a occupare la base di sbarco. Esse non potevano difendere la vetta e i fianchi, non bastavano a reggere quel fronte troppo esteso. Era necessario ed era urgente che si raccogliessero, che restringessero la linea del loro spiegamento. Dovettero abbandonare la cima conquistata, ridiscendere alle prime pendici, a proteggere Plava e con Plava le comunicazioni.

Venuta la notte, si rimise in acqua il ponte girevole e cominciò il traghetto di altri battaglioni. Si unirono a quelli che avevano combattuto, costituirono nuove unità di attacco. Il nemico aveva rioccupato in forze le posizioni sulla sommità del monte. La battaglia si annunziava aspra e sanguinosa.

Le truppe erano troppo stanche per iniziare l'azione immediatamente. Anche quelle appena sbarcate avevano bisogno di riposo dopo le notti perdute nella continua attesa. Si stava per chiedere loro un grande sforzo. La mattinata del 12 trascorse tutta in una immobilità ristoratrice. L'assalto cominciò nel pomeriggio.

Si svolse con la stessa tattica del giorno prima. Le forze, divise in due colonne, si impegnarono ai due fianchi del monte, avendo la vetta per obbiettivo comune. Il movimento si era appena iniziato, che un terribile fuoco di artiglieria cominciò a battere le pendici. Era una bufera di cannonate; gli _shrapnells_ arrivavano a raffiche continue, volteggiavano in aria foglie e rami d'albero stroncati dalle esplosioni, il piombo grandinava.

Le batterie nemiche da cui veniva quella bufera di fuoco dovevano trovarsi in parte sulle pendici del monte Kuk, uno dei tanti monti Kuk della regione, distante tre chilometri e mezzo da Plava, in parte sul Monte Santo, dal quale i medî calibri tempestavano. Per questo la nostra colonna di destra, più scoperta, era più battuta. Le perdite si facevano gravi. Non era possibile individuare con esattezza le artiglierie austriache, nascoste, invisibili. L'attacco procedeva sempre, audace, meraviglioso. Ma la necessità di riorganizzare le file troppo provate dal fuoco, diradate, la successione dei comandi per gli ufficiali che cadevano, rallentavano l'avanzata dell'ala destra.

Ad un certo punto le perdite aumentano, la colonna di destra è costretta a sostare. Quella di sinistra, meno colpita, più forte ancora e più agile, è arrivata a contatto con la fanteria austriaca e si precipita all'assalto. Fermata dai getti scroscianti delle mitragliatrici, si ricompone e riassalta. Sette volte consecutive si slancia alla baionetta. Intanto anche l'ala destra prende l'attacco. Ma avanzando dalle larghe basi del monte verso la vetta, lo spazio diminuisce, le file, che erano rade e sparse all'inizio, si sono andate serrando, formano nuclei troppo densi, ammassamenti che offrono una maggiore presa al fuoco incessante dei cannoni nemici e delle mitragliatrici, i proiettili delle quali empiono tutto il bosco di un sibilare metallico. È impossibile continuare. La colonna destra incomincia a ripiegare lentamente.

Il nemico, che sente mancare da quel lato l'attacco, cerca di avanzare incalzante. Accenna al contrattacco, fra gli alberi, preme, si fa minaccioso. L'ala sinistra si sposta, lo arresta, lo ricaccia. Il ripiegamento avviene ordinato, con lunghe soste, la faccia al nemico, e si ferma a mezza costa, ad un centocinquanta metri dalla vetta. Era la sera del 12 giugno.

Delle truppe di rincalzo passarono quella notte. La giornata del 13 trascorse in un lavoro di riorganizzazione. Alla notte seguente si riescì a costruire due passerelle sul fiume. Esse garantivano ogni libertà di movimento, assicuravano le retrovie. Un attacco di grandi masse nemiche, sopra una testa di ponte così ristretta, servita da un solo piccolo traghetto, avrebbe potuto provocare forse una gravissima situazione. I nuovi ponti dissipavano il pericolo.

Il 14 fu ordinato l'attacco per il giorno dopo.

Si era portato un mutamento al piano precedente. Una terza colonna, partendo dalla sinistra e puntando verso Globna — un gruppo di casupole presso l'Isonzo, qualche chilometro a monte di Plava — doveva eseguire un movimento avvolgente dal nord. Ma la battaglia non ebbe sviluppo. La terza colonna trovò alla sua sinistra, presso Globna, dei forti trinceramenti impreveduti, e, presa sul fianco dal loro fuoco, fu costretta a far fronte verso di loro ed attaccarli. Questo impegno la deviò dal suo obbiettivo; essa non potè continuare l'avvolgimento iniziato, si trovò fermata, fuori dalla cooperazione prefissa, impegnata in un'azione laterale e isolata. Appena tale situazione fu nota al comando, l'attacco venne fatto cessare e rimandato, per non affrontare uno svolgimento oscuro.

Fu il giorno appresso, il 16 giugno, la vera, la definitiva, la gloriosa e terribile battaglia di Plava.

Contro a quei trinceramenti di Globna, che pigliavano sul fianco la colonna avvolgente, fu mandato un battaglione per fronteggiarli e permettere così alla colonna di proseguire il suo movimento. Questo battaglione fiancheggiatore si trovò davanti a resistenze formidabili, in un tremendo fuoco decimatore, ma non si mosse; non rallentò la sua pressione sopra la forza nemica che doveva impegnare. Il comandante cadde, il capitano anziano assunse il comando. Questi cadde alla sua volta, il comando passò ad un capitano più giovane. Il terzo comandante pure cadde, e il comando passò. Poi un quarto, poi un quinto comandante del battaglione fu ferito o morto. All'una del pomeriggio sette capi si erano successi. E il battaglione non arretrava di un passo. Il nemico poteva dissolverlo, ma non respingerlo. Era come un muro che si demolisce ma non si sposta. L'ordine era di resistere fino alla morte, e si resisteva fino alla morte.

Nel pomeriggio comandava il battaglione un giovane tenente che lo resse con indomita energia, come se insieme alla eredità del comando fosse discesa da capo a capo la fiera esperienza del grado. Questo tenente è stato promosso per merito di guerra.

L'azione del battaglione sul fianco estremo sinistro liberò e difese quella della colonna avvolgente. L'attacco generale procedeva fra difficoltà terribili. Un cannoneggiamento più vivo, più micidiale ancora di quello del giorno 12, tempestava i nostri, voleva fermarli, aveva l'intensità e il furore di una disperazione, apriva dei vuoti, squarciava, ma non fermava l'avanzata, che ascendeva a piccoli balzi, risoluta, sistematica, eguale. Le perdite più gravi erano sempre per la colonna di destra, battuta dal fuoco del monte Kuk e dal monte Santo. A sinistra l'attacco urtava in un potentissimo trinceramento in calcestruzzo, difeso da mitragliatrici, preceduto da reticolati così forti che le nostre forbici non potevano tagliarli.

Quello che avveniva nel battaglione contro Globna avveniva per tutto. Comandi di battaglione, di compagnia, di plotone erano continuamente sostituiti, quasi tutti gli ufficiali di un reggimento erano caduti, le unità minori si fondevano, e l'assalto andava avanti. Era alla fine un'azione individuale di soldati. Dei soldati semplici hanno assunto il comando di reparti piccoli. Dei sergenti conducevano una compagnia. Lo slancio in avanti non veniva più dalla condotta dei capi, era nel cuore di ogni uomo. «Avanti! Avanti! Per di qua, su!», e la massa proseguiva, riformando da sè i ranghi, attenta agli ordini dei compagni più autorevoli dove gli ufficiali non c'erano più.

Meravigliosa fanteria nostra! Nel nostro esercito mutano le attitudini e le capacità delle varie armi, ma non muta il valore. Il cuore è lo stesso, l'anima è la stessa. Sono l'anima e il cuore della razza. Prodigiosa fanteria nostra! Audace, terribile, generosa, essa è il Popolo italiano. Come ricordare gl'innumerevoli e stupendi episodi di valore sovrumano che formano insieme la storia d'ogni nostra battaglia? Come ricordare i fatti di eroismo quando ogni uomo è un eroe? Il sacrificio leggendario di Pietro Micca non è diventato un atto di tutti i giorni, un gesto che si ripete avanti a tutte le trincee, quando occorre aprire la via dell'assalto attraverso i reticolati del nemico? Non partono tutte le notti le spedizioni dei volontari della Morte? Chi sono questi audaci che vanno ad accendere una miccia con l'ultima scintilla della loro vita? Non si distinguono più, hanno un nome solo, sono una cosa sola: sono l'Esercito.

Da ogni parte, quel giorno, sulla montagna di Plava, il nostro assalto, in un uragano di piombo, arrivò di fronte a reticolati che non si potevano tagliare. Non si era ancora trovato il sistema dei tubi esplosivi, e le forbici si spezzavano sui grossi fili di acciaio. I nostri tentarono con le mani di svellere i paletti, ma era impossibile, e non si resisteva due secondi in piedi, a dieci passi dalle mitragliatrici nemiche. Ma i nostri rimanevano là, contro la barriera, ostinati, furenti, fucilando le feritoie, tenendo a bada il nemico mentre studiavano il modo di raggiungerlo, di varcare l'inestricabile ostacolo.

Non potendo passare nè attraverso il reticolato, nè sopra, passarono sotto. Scavarono la terra, fecero dei solchi, strisciarono col dorso sulle spine di acciaio dei fili più bassi. Si adunarono a piccoli gruppi di quattro, di cinque, al di là, incastrati sotto agli ultimi intrecci della siepe di ferro. Poi balzarono in piedi e si gettarono contro alle trincee scoperte, impegnando una lotta a corpo a corpo. A questa vista gli altri, quelli che non erano passati, non si tennero più, e incominciarono a scalare il reticolato, appoggiandosi ai paletti, appoggiando il piede all'incrocio molleggiante dei fili, facendosi poi porgere i fucili lasciati ai compagni che aspettavano indietro. In un momento i reticolati furono tutto un formicolìo lento di uomini sospesi, un gesticolamento confuso e pacato, sul quale passavano dei fucili, da una mano all'altra, da una parte all'altra.

Scavalcata la barriera, appena a terra, senza contarsi, i nostri si gettavano successivamente nella mischia urlando. L'attenzione del nemico era stata sorpresa e deviata dal primo comparire incomprensibile di soldati italiani addosso ai parapetti. Quell'urlìo, la visione della massa sui reticolati, finì per atterrirli. La difesa era estinta dalla terribile e implacabile audacia dell'assalto più che dalla lotta. Le trincee caddero, il grido dell'evviva passava su tutte le posizioni.

Era il tramonto. Le trincee austriache non coronavano la cima, erano costruite un poco più giù per poter avere un maggiore sviluppo. Bisognava occupare la vetta, ma era tardi. Una riorganizzazione si imponeva prima di procedere oltre, dove il bosco manca e si avanza scoperti sopra una cresta pratosa. Fu deciso di aspettare l'alba. Ma un centinaio di uomini, appartenenti a diverse compagnie, senza ufficiali, avendo la volontà sola per comando e l'accordo per disciplina, portati dalla foga della lotta, avevano proseguito, soli, ignari della sosta; tornarono indietro nella notte. È un episodio minuscolo ma significativo, che descrive lo spirito del soldato nostro, il suo istinto della guerra, la sua indifferenza al numero, il suo senso di autonomia. Quando la battaglia spezza le sue formazioni e abbatte i suoi capi, quando si sbanda, si sbanda in avanti.

Siamo alla mattina del 17 giugno. Gli austriaci hanno ricevuto rinforzi numerosi durante la notte e si preparano al di là della vetta. Il nostro attacco è iniziato dalla colonna di sinistra. Appena i nostri sbucano dal bosco, il contrattacco austriaco si precipita. È formidabile, si tratta di una massa che si precipita con l'audacia di chi si sente superiore. Ma la battaglia è breve. Si è impegnata appena, che alla sua volta la colonna di destra emerge dal folto degli alberi. Prima che il nemico possa distaccare forze per trattenerla o fare una conversione per fronteggiarla, la nostra destra si slancia alla baionetta e lo assalta sul fianco. È stata la fuga, è stata la rotta, è stato lo sbandamento indietro. In altri tempi questo solo fatto avrebbe potuto costituire la vittoria definitiva di una guerra. Ma ora, un fantaccino sulla prima linea vive in un mese tutti i rischi, tutti i pericoli, tutti gli eroismi di un veterano della Vecchia Guardia.

Alle otto e mezzo del mattino la vittoria era completa. Avevamo la vetta di Plava definitivamente nostra. La lotta si riaccese poi ad intervalli. Truppe nemiche affluirono, le vicinanze si coprirono di trincee, delle artiglierie si concentrarono. Il giorno 19 subimmo due contrattacchi notturni. Il 20 tre contrattacchi notturni. Anche con forze superiori il nemico non si muove più che alla notte, ha perduto ogni fiducia nei contrattacchi dell'alba. Il 29, sempre di notte, contrattacco di masse, con artiglieria e mitragliatrici. Ogni tentativo austriaco è inutile. Ma la sua preparazione difensiva rende pure inutile qualsiasi azione nostra, anche di grande stile e con grandi forze, per allargare la testa di ponte, o meglio per servirci della testa di ponte al fine di irrompere e spingere l'offensiva verso obbiettivi più vasti e lontani.

Lentamente, un piccolo allargamento della testa di ponte è avvenuto. Dal 20 al 30 luglio abbiamo ripreso l'offensiva. Il cuneo del nostro fronte parte adesso da Globna e da Zagora, e copre bene gli allacciamenti sul fiume. Il sei agosto, l'otto, il dieci, il dodici, furibondi contrattacchi nemici si sono sferrati. Ora è la stasi, una stasi con cannoneggiamenti, fucilate, granate a mano, ma l'azione manca.

Verso Zagora, al sud, le trincee avversarie sono così vicine che, come sulla cresta di Luznica, le divide un solo reticolato comune. Da una posizione all'altra i soldati si lanciano ingiurie e bottiglie vuote. Da lì si vede, non lontano, il rovescio lungo e cupo del Sabotino, sulla cui cresta altre trincee nostre avanzano. E quasi di fronte a Zagora, all'altra riva del fiume, si vede a poche centinaia di metri la gran bocca nera della seconda galleria della strada ferrata Gorizia-Klagenfurt, melanconica strada tagliata tutta nei fianchi umidi della montagna, e le cui rotaie sono diventate rosse di ruggine.

Una volta sola si è riudito il rombo di un convoglio risuonare nella prima galleria, poco più in basso. E si vide sbucare lentamente all'aperto, con la cautela d'una grossa bestia sospettosa che esca dalla tana, un grigio treno blindato. Si fermò a osservare, sparò in fretta alcune cannonate, poi ci pensò meglio e si ritrasse prudentemente immergendosi per la coda nel buio.

Le truppe circondano senza tristezza i loro eroi caduti. Ne raccontano le gesta, con semplicità. Episodi magnifici e senza numero. Una notte, nella seconda fase delle operazioni, dopo la conquista, un caporale si offrì volontario per andare a far saltare una mitragliatrice troppo molesta. «Ma è impossibile!» — dicevano i più temerarî. Egli si ostinò, e uscì dalla trincea, spingendo avanti il tubo esplosivo. Arrivò, sotto al fuoco, a metterlo a due o tre metri dalla mitragliatrice; arrivò ad accendere la miccia. Ma lo zampillare delle scintille permise al nemico di dirigere meglio il tiro della mitragliatrice stessa, l'eroe crivellato si accasciò. Abbattendosi spezzò la miccia accesa, l'esplosione mancò. I soldati decretarono al morto la sepoltura d'onore, ed egli dorme nel centro del piccolo cimitero, sotto ad un tumulo più alto e più solenne.

Un altro racconto ricordo. In una compagnia combatteva un volontario dai baffi bianchi. Aveva sessanta anni, era soldato semplice. Il suo esempio trascinava tutti. Si era arruolato per seguire alla guerra il suo figliuolo. Servivano nella stessa compagnia, non si lasciavano mai. Si vedevano nelle marce quei due soldati vicini, così diversi e così somiglianti, che si tenevano per la mano. Si tenevano per la mano i due soldati per un'abitudine vecchia, di quando i baffi bianchi di uno erano neri e l'altro era un bimbo. Non ci si accorge mai che i bimbi crescono e che i baffi diventano bianchi. Forse anche in quell'allacciamento perpetuo di vita vi era un impulso misterioso di addio. Nel combattimento, sempre in prima linea, erano sempre avanti, spalla a spalla. Durante l'avanzata su Zagora, l'8 agosto, il figlio cadde mortalmente ferito.

Il padre gettò il fucile e si slanciò a sorreggere il morente. Intorno i soldati delle seconde linee passavano di corsa. Qualcuno si fermò un istante presso a quel gruppo. Il vecchio compagno era adorato. Egli, deposto dolcemente a terra il ferito, gli sorreggeva la testa e s'insanguinava la mano tremante per sbottonarlo e cercare la piaga. Poi, con uno scatto, sollevò la faccia pallida, calma, solenne, esclamando: «Ma perchè non l'ho avuta io?» In quell'istante una palla lo colpì sulla tempia.

Il vecchio volontario si rovesciò sul figlio. La morte li riuniva ancora.

Ma la tristezza e la poesia di questi episodi di sangue appare dopo, ripensandoli in un altro ambiente. Lì tutto sembra naturale come è naturale la vita. Tutto è forza e fervore, laggiù, è giovinezza, è gaiezza. E canzoni liete echeggiano nel tragico bosco di Plava come nella più lontana, quieta e ridente campagna del mondo.

GUERRA D'ASSEDIO INTORNO A GORIZIA.

UN ATTO DI SUBLIME SACRIFICIO.

_2 ottobre._

Abbiamo visto Gorizia dalla vetta del Corada, che si erge quasi di fronte a Plava. Contro alla luce del sole già alto, le montagne ai cui piedi la città si distende parevano fatte d'ombra azzurra, glauche come onde. La più alta, il Monte Santo, si acuminava nel campanile del suo santuario, antica mèta di pellegrinaggi. La tortuosa strada che vi sale da Gorizia sull'altro versante, e che noi non potevamo scorgere, ha una cappella votiva ad ogni svolta, una chiesuola ad ogni giro, una croce ad ogni passo, e da quattro mesi non vede salire che cannoni austriaci. Quel monte della preghiera è diventato la più formidabile delle fortezze, tutta vita di artiglierie introvabili che il bosco nasconde.

La schiena del Sabotino, vicino a lei, si allungava e si sollevava di scorcio come la groppa di un cavallo che s'impenni, coperta da un finimento di trincee: verso il collo le austriache, sulle reni le nostre. In un lungo scintillìo, in una voluta di luce che si spegneva subitamente nell'ombra di una gola, l'Isonzo, passata Plava, andava verso il sud a perdersi fra il Monte Santo e il Sabotino, fra questi due solenni pilastri che formano una specie di porta al fiume, oltre la quale comincia la calma magnificenza della pianura friulana. Gorizia è sulla soglia.

Ne vedevamo confusamente le case, i campanili, le torri, tutta vaga e incerta nel contrasto della luce, con delle trasparenze da miraggio. Ci appariva oltre la spalla del Sabotino, fra il fianco destro del monte ed un profilo oblungo ed oscuro di collina denudata, il profilo del Podgora. Era pallida, indefinita, immersa in una bruma celestina, in un vapore di serenità, e nel centro dell'abitato la piccola altura della sua vecchia fortezza era come fatta di nebbia. La città lontana pareva aperta, accessibile, in attesa. Sembrava di dovervi poter giungere tranquillamente scendendo per la strada di Plava. Le barriere umane erano troppo poca cosa, e lo sguardo scorreva sull'unità del piano come sopra un mare, passava sulla grande eguaglianza della terra, sulle ondulazioni facili dei declivî, cercando l'ostacolo che ferma un esercito, cercando la muraglia di ferro, e non riconoscendola in qualche minuto, infimo, lieve e sottile ombreggiamento da siepe, appena visibile, senza rilievo, confuso nel colore dei campi: quello che è una trincea nell'immensità di un paesaggio.

Abbiamo rivisto Gorizia più vicina, dalla cima del Monte Quarino, presso a Cormòns; poi anche dalla vetta del Monte Medea, che è simile a un'isola sulla verde e calma distesa della pianura, il monte dal quale Attila contemplò con germanica gioia l'incendio che divorava Aquileja. E tutte le volte la città, avanti alla quale l'uragano della guerra da quattro mesi imperversava, ci ha dato la illusione di una aspettativa tranquilla in fondo alla vallata dischiusa, senza vigilanze visibili. Parevano assai più possenti le antiche fortezze dai bastioni quadrati, larghi, che trasformavano la fisionomia dei monti, e disegnavano una minaccia sulle vette, che non i muricciuoli ineguali, primitivi, minuscoli, nascosti, della guerra moderna, cementati col sangue. La fronte di una resistenza appare evidente sulle creste dei massicci alpini, allacciata alle rocche della creazione, identificata nei castelli immani della roccia. Ma sul digradare dei colli, sulle ondulazioni verdi delle ultime pendici, sulla pianura unita, essa sfugge. Pare che non ci sia più nulla di insormontabile da varcare, che il paese sia tutto una strada, che il suo aspetto accolga e conduca.

La guerra moderna ha fatto scendere i forti dalle loro posizioni; li ha per così dire sminuzzati, li ha sparsi per tutto, sui campi e sulle balze; ha disseminato la fortificazione sopra ogni angolo di terra; non ha lasciato un lembo di suolo senza il suo bastione; ha fatto d'ogni fosso, d'ogni argine, d'ogni recinto, d'ogni ciglione, una formidabile ridotta. L'offensiva è divenuta assedio, non ha altra manovra che la zappa e l'assalto, deve spezzare delle cinture di fortezze, deve vincere e rivincere ad ogni piccolo passo in avanti. Non è una battaglia che si combatte di fronte e ai fianchi di Gorizia, è una catena di battaglie. E subitamente lo spazio conquistato appare immenso quando le terribili difficoltà superate si rivelano, quando si scorge da dove il nemico è stato a viva forza scacciato, quando le nostre posizioni si delineano dalle spalle del Sabotino alle pendici avanzate del Carso.

Siamo nella zona più nota della guerra, sulla fronte più attiva e tempestosa verso la quale l'animo della nazione si è teso con maggiore fervore, presentendo fin dall'inizio che qui, in questa larga apertura della frontiera per la quale il nemico si affacciava sulle nostre pianure indifese, sarebbe avvenuto lo sforzo più intenso, il maggiore impeto di masse. La critica e la cronaca della guerra hanno rese familiari queste regioni, dalle quali arrivarono ai giornali le prime visioni del conflitto e le descrizioni più ampie. Il lettore conosce oramai la fisionomia della lotta, sa quale sistema di difesa il nemico abbia adottato, ricorda l'aspetto generale del campo di battaglia.

L'Isonzo corre all'estremo limite della pianura: al di là del fiume il terreno ridiviene montuoso. Il nemico aveva fatto di queste alture oltre l'Isonzo un immenso spalto di fortezza, della quale il fiume era il fossato. Avanti a Gorizia tutte e due le rive del fiume sono montuose: di fronte il Monte Santo sulla sinistra, il Sabotino sulla destra, vicino al Sabotino le brevi ondulazioni di Oslavia, vicino ai colli di Oslavia il Podgora, ultimo sperone sulla pianura. Questo gruppo di alture al di qua dell'Isonzo il nemico aveva conservato e fortificato, costituendo una poderosa testa di ponte che difendeva il passaggio e garantiva a lui il libero varco del fiume nella possibilità di una offensiva. Questa era la situazione all'inizio del conflitto.