Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 20

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Il primo bombardamento austriaco cominciò il 26 maggio. Non fece danni e non fermò le nostre truppe. Si iniziava l'investimento della piazzaforte. L'operazione non pareva estremamente difficile; le colline di Santa Maria e di Santa Lucia non lasciavano scorgere ancora le loro difese imboscate. Gravi ostacoli già ci sbarravano il passo di fronte a Gorizia, e sembravano più facili forse quelle alture di Tolmino, che non avevano l'aspetto possente e ostile del Sabotino e del Podgora. Nei primi giorni di giugno Tolmino parve seriamente minacciata da noi, e si poteva credere allora che su Tolmino potesse portarsi l'attacco fortunato che, penetrando fortemente in quel punto, scuotesse le posizioni nemiche di Gorizia.

L'attacco fu dato. Le nostre truppe erano arrivate a contatto di numerose linee successive di trinceramenti in cemento, mascherati dal bosco, protetti da numerose batterie incavernate, riuniti da cunicoli, tutto un sistema di fortificazioni interrate, nascoste, in agguato. Fu allora forse che si pensò di portare il colpo offensivo su Plava, cioè ad un altro raccordo di strade che un ponte congiungeva attraverso l'Isonzo, in un settore più vicino a Gorizia, e che poteva supporsi meno preparato alla difesa. Era l'unico punto di quella zona sul quale potesse tentarsi il passaggio del fiume. Non si può combattere in qualsiasi luogo; l'offesa e la difesa seguono vie e direzioni prevedibili; le battaglie hanno campi predestinati; la viabilità fissa fatalmente i terreni d'azione. Dove il traffico ha già da secoli scelto i suoi passaggi, la guerra si getta. Una rete di strade dalla riva destra del fiume andava a innervarsi al ponte di Plava, distrutto dagli austriaci. Altrove l'Isonzo scorre fra due ripe altissime, senza guadi e senza allacciamenti. Volendo crearci un'altra testa di ponte, non potevamo scegliere che Plava. Ma la difesa nemica a Plava pure ci aspettava. Noi la spezzammo.

Per oltre due mesi dall'inizio della guerra, di Tolmino non si parla più. Non vi è inazione; vi si combatte, vi si cannoneggia, le fanterie mantengono il contatto, le nostre trincee a poco a poco avanzano, portano i loro scavi sempre più vicino alle posizioni nemiche, le incalzano con la lentezza del piccone. Si prepara l'attacco. È il 16 agosto che l'offensiva nostra violentemente si slancia in avanti. Comincia allora un periodo di furore.

La collina di Santa Lucia è oblunga, regolare, boscosa; ma a tratti il bosco cessa al bordo rettilineo di grandi prati in declivio, ombreggiati qua e là da qualche ciuffo d'alberi, rigati da un folto distendersi di siepi; anche la vetta è erbosa e scoperta. Adesso i prati sono qua e là sterrati dai colpi di cannone, scorticati, del colore dei campi arati, e la vetta, bucata dai crateri scavati dalle granate, uno vicino all'altro, ha quell'aspetto strano dei paesaggi lunari, pieni di cavità rotonde e di bordi circolari. La nostra artiglieria rovesciò su Santa Lucia e su Santa Maria un diluvio di proiettili per preparare l'attacco.

Coperte da quel fuoco, le nostre fanterie spezzarono i reticolati e si slanciarono alla baionetta. Una linea di trinceramenti austriaci fu conquistata. Poi un'altra. L'assalto saliva il declivio da ponente. L'urlo dei combattenti si udiva, alto, tremendo, dalle posizioni di artiglierie sulle alture vicine. Nelle trincee prese, delle compagnie intere di austriaci si arrendevano. Durante la giornata del 16 agosto furono presi prigionieri 17 ufficiali e 517 soldati. Mitragliatrici, fucili, munizioni, formarono un rilevante bottino. Un reparto arrivò finalmente ad espugnare le estreme trincee, quelle della vetta di Santa Lucia, che girano intorno a due cucuzzoli simili alle due larghe gobbe di un cammello gigantesco.

Allora cominciò la tempesta delle artiglierie austriache. Non meno di quaranta cannoni concentravano un fuoco spaventoso sulle sommità del colle. Non vi era tempo per costruirsi dei ripari; bisognava ritrarsi dal costone più esposto. Ma ci tenemmo saldamente sui fianchi delle alture, dove ora si vedono serpeggiare i solchi profondi dei nostri trinceramenti, ai quali salgono strani viottoli di approccio. Gli austriaci rioccuparono le vette. Le loro trincee sono ad un centinaio di metri dalle nostre.

La vera forza di resistenza del nemico è nel cannone. La sua fanteria non si mantiene che nei punti sui quali la sua artiglieria può battere. Gli austriaci hanno dovuto abbandonare sempre i declivî per reggersi sulle creste. Dove le loro granate non arrivano, la loro difesa sparisce.

La battaglia continuò il giorno 17. Qualche nuova trincea fu presa. Altri duecento prigionieri vennero catturati. Ma la lotta più che di attacco era di consolidamento, di sistemazione, di preparazione. Violente avanzate nemiche scendevano alla notte. Erano respinte. Si combatteva e si lavorava ai bagliori dei razzi illuminanti. Per lunghi giorni è continuata l'azione in episodi, sotto al fuoco dell'artiglieria nemica, che frugava il rovescio delle colline per impedire i rafforzamenti.

Il 9 settembre, nella notte, il combattimento ha avuto una ripresa furibonda. Con un assalto improvviso, un reparto nostro, sulla collinetta di Santa Maria, si è impadronito di un'altra linea di trincee, si è avvicinato alla vetta, sulla quale sorge una chiesuola, ora diroccata. Ma avanti agli assalitori, improvvisamente, balenarono fiamme azzurre, fantastiche, di liquidi infiammabili, l'ultima atrocità scientifica della Germania. Lanciato a lunghi getti, il liquido spento, che non arrivò fino ai nostri, scendeva per il declivio a lunghi rivoletti invisibili e silenziosi, poi al contatto di una capsula incendiaria divampavano di colpo. Ed erano serpeggiamenti inverosimili di luce oscillante e pallida, era un fiammeggiare tortuoso e diafano lungo il pendìo, un saettamento di vampe spettrali, presto estinte perchè la terra assorbiva il liquido, e le fiamme si abbassavano subito. Morivano in un palpito scoppiettante, lasciando tutto intorno uno sfavillare minuscolo di brage, un pagliettìo ardente di fili d'erba accesi. Intanto da esplosioni violente di granate a mano si sprigionava l'acre odore di gas soffocanti, una nebbia che persisteva nella calma della notte. I nostri si fermarono, urlando insulti e sfide: «Vigliacchi! Venite!»

Due giorni dopo si scorgevano nel vallone di Tominski dei reparti austriaci in marcia verso Tolmino. Il nemico non si sentiva più sicuro nemmeno dietro le sue fontane di benzol. Ma la calma per il momento pare tornata nel settore. Qualche duello di artiglierie, alla sera, un crepitìo di fucilate, di tanto in tanto, e lunghe ore di silenzio profondo.

Sulla collinetta conica e verde di Santa Maria, la chiesuola ha perduto il suo campanile. Serviva da posto di osservazione al nemico, i nostri cannoni l'hanno mozzato. Era un campanile rotondo che i nostri ufficiali esitavano a colpire per il dubbio che potesse avere un valore d'arte. Non farebbero del male ad un monumento a costo della vita. Ora il campanile rotondo è un rudero strano, squarciato da una parte, che mostra un interno cavo, annerito dall'incendio delle scale di legno. Un villaggio vicino, Kozarsce, che è stato un punto di appoggio della difesa austriaca, è in rovina. Ma Tolmino è intatta.

Noi lasciamo al nemico l'abominevole prerogativa della distruzione inutile. La città pare deserta, la popolazione, infatti, l'ha fuggita, per le strade nessuno passa, ma alla notte quella solitudine si popola. Tolmino è sempre un grande centro militare, e il rispetto che noi abbiamo per l'abitato finchè la battaglia non ci forza a colpirlo rende ancora agli austriaci abbastanza tranquilla quella residenza, che è sotto le bocche dei nostri cannoni e che potremmo annientare in un'ora. Il combattimento è tutto intorno.

Si vede di qua, verso il fiume, un recinto di muro sfondato, un gran recinto quadrato battuto in breccia dalle granate: è il cimitero. Una trincea di difesa lo traversa, passa fra le tombe, discosta i morti, rovescia croci e cippi, ammucchiandovi sopra i suoi sterri, e fa pensare ad una sepoltura gigantesca preparata. Più indietro, verso il sud, una seconda linea più forte, in cemento, allinea le sue feritoie larghe da mitragliatrice, rasente il suolo. I reticolati stendono per tutto il loro grigiore. Si seguono e si seguono, per la pianura, per i declivî, per le vette, attraverso i campi abbandonati sui quali i raccolti intristiscono; sono miglia e miglia di quel tetro viluppo di fili e di pali che dànno un'impressione di vigneti sterili.

Noi attacchiamo le colline di Santa Maria e di Santa Lucia da ponente, e la città da settentrione. La nostra fronte scende dal Mrzli alle pendici del Vodil e attraversa la valle. Il ponte di San Daniele, di fronte all'abitato, è nostro. È un magnifico ponte nuovo, di cemento armato. Gli austriaci speravano forse di difenderlo, e non lo hanno distrutto. Ma su tutta la lunghezza del ponte avevano ammassato ostacoli di ogni sorta, _chevaux de Frise_, reticolati, sbarre di ferro, un intreccio fitto al di là del quale si appostavano delle mitragliatrici. Durante il giorno, per qualche tempo, la nostra artiglieria da campagna tirava sulle difese del ponte per spezzarle, e alla notte, sotto a raffiche di piombo, dei pionieri eroici strisciavano fra i due parapetti per far saltare i rottami e sgombrare la strada.

Li conduceva un ufficiale del genio, professore di Università prima della guerra. Partiva calmo, sereno, come quando s'incamminava verso la lezione con dei libri sotto al braccio. Dove nessuno osava andare, dove la morte pareva certa, andava lui solo. Alla notte lui era sul ponte, strisciando, avanzando centimetro per centimetro, sospingendo avanti a sè un tubo di esplosivo. L'ultima volta, quando la strada era quasi tutta aperta, non è tornato indietro. Una palla lo aveva fulminato.

Ora sul ponte si vedono oscuri barricamenti di sacchi che proteggono il passaggio, e in fondo, al di là, una breve trincea si profila. È l'attacco che sbocca, ancora piccolo, ancora incerto, una testa di ponte minuscola e ardita che si affaccia.

Al nord della città, vicino quasi alle ultime case, si solleva in vedetta, isolata, una strana montagna, alta, regolare come una montagnola da giardino pubblico, aguzza, coperta tutta da un bosco, un immane cono di verdura, e che non ha un nome. La chiamano con la cifra della sua altitudine: Quota 428. Gli austriaci hanno costruito in cemento, sulla sua vetta, una torre osservatorio, fatta a colonne per lo stesso principio che ha consigliato di dare alle moderne navi da guerra un albero a tripode. Se fosse una torre piena sarebbe demolita, ma i colpi di cannone passano nel vano fra una colonna e l'altra. È una specie di campanile a giorno, una gigantesca armatura, insolentemente bianca, sulla quale la nostra artiglieria ha infuriato per giornate intere. Gli scoppî avvolgevano la bizzarra costruzione di un fumo denso; si credeva spesso di averla abbattuta, ma quando il fumo si dissipava, l'ostile torre ricompariva intatta. Essa spinge il suo sguardo su tutta la vallata, sorveglia gli approcci da Caporetto, vede i nostri movimenti lungo il fiume.

La Quota 428 è anche una posizione di combattimento, nasconde trincee, e i suoi reticolati scendono fino alla pianura, in mezzo a campi di granturco. Osservando meglio, intorno, ci si accorge di tutta una viabilità sotterranea. Certe siepi lunghe chilometri non sono altro che ingannevoli ripari per nasconderci movimenti d'uomini entro sterminate trincee di incamminamento. I villaggi sono uniti da profondi fossati, che seguono il disegno di un fregio a greca per essere protetti dai colpi d'infilata. Mentre le strade sono deserte e nessun essere vivente si muove nella vallata, entro quei canali delle truppe forse si spostano. Poco più a sinistra sono i nostri incamminamenti, sulla riva del fiume, immensi zig-zag dai bordi bianchi di sabbia appena scavata, i quali conducono lo sguardo verso un grandioso intreccio di trincee sui valloni del Vodil, all'altra riva.

Sui bordi d'ogni balza, le posizioni della difesa; poco sotto, a qualche decina di metri, le nostre, che assaltano, che s'insinuano, che spingono avanti i loro parapetti, con quel sovvolgimento di terra dei formicai calpestati, quando gl'insetti scavano furiosamente la loro strada. Da là veniva più serrato e più sovente lo scoppiettare della fucilata. Tendevamo lo sguardo verso la lotta invisibile, instintivamente, ossessionati dalla paurosa apparenza di deserto del campo di battaglia.

Cercavamo un uomo, lungo gli approcci, sulle trincee, nei villaggi che cadono in rovina, presso ai cascinali senza tetto, anneriti dalle fiamme, cercavamo un uomo la cui vista disperdesse in noi il senso di quella solitudine soprannaturale che diveniva a poco a poco angosciosa come un incubo.

L'EROICA CONQUISTA DI PLAVA.

_29 settembre._

L'aspetto di solitudine che assume la guerra, quando l'assalto non si slancia, si addice alle zone selvagge. Abbiamo visto la selva di Plava non molto diversa da come la vedevano i cacciatori di Gorizia, quando la attraversavano in questa stessa stagione cercando nel suo folto il fagiano e il gallo di bosco.

Plava è un piccolo villaggio, ora distrutto dal cannoneggiamento austriaco, che allineava le sue casette ai due fianchi della strada, sulla sinistra dell'Isonzo. Delle abitazioni rimangono quattro mura scoronate, dalle cui finestre pendono rottami di imposte. Per uno di quei capricci che il cannone ha, come il fulmine, una sola casetta è rimasta intatta, bianca, col tetto nuovo. Avanti a Plava era il ponte.

Alle spalle del villaggio cominciavano subito il bosco e la montagna. Intorno, nessun altro centro abitato in vista, non campi, non vigneti. L'Isonzo scorre in quel punto incassato in una gola profonda e melanconica. Su Plava viene a finire un'ultima balza di una catena di alture boscose, il cui dorso, salendo a centina, va quasi fin sopra Gorizia e si culmina nel Monte Santo.

Vista dall'altra riva, la montagna di Plava, ha la forma di una piramide perfetta. Quando però si giunge alla sommità, a 383 metri, ci si accorge che non si è sopra una punta ma al principio di una cresta, la quale declina, poi risale. E intorno si levano tumultuosamente le ondulazioni del massiccio di Bainsizza. Non vi sono che sentieri nella oscurità del bosco; le buone strade corrono soltanto in fondo alla valle dell'Isonzo, ma al Monte Santo si allacciano le reti stradali del Goriziano.

Decisa la formazione di una testa di ponte a Plava, il primo obbiettivo fu la conquista della Quota 383. Il giorno 8 di giugno arrivò l'ordine d'avanzata. Alla sera, per la strada di Vercoglia scesero da San Martino i battaglioni destinati all'operazione, che si nascosero nella boscaglia, presso al fiume. Quando l'oscurità fu profonda, si intravvide un convoglio di cavalli e di carri, silenziosi come ombre, che andavano verso la riva. Erano i carriaggi del parco da ponti. Le ruote e gli zoccoli dei cavalli erano fasciati di stracci; gli uomini calzavano scarpe di corda. Lentamente, il convoglio si portò fino dove la strada fiancheggia il fiume.

Si cominciò la costruzione del ponte. Le barche dovevano essere portate a spalla giù per la ripa precipitosa e attraverso il letto di ghiaia. Non un rumore, non un urto, il ponte si componeva in silenzio. L'altra riva era tutta buia, nera, addormentata. Il lavoro procedeva febbrile e cauto, nelle tenebre, con l'ansia angosciosa del tempo che fuggiva, dell'alba estiva troppo vicina.

L'aurora disegnava già i profili dei monti, e il lavoro continuava. Poco più della metà del ponte era compiuta. Alle tre del mattino, quasi i tre quarti del ponte erano finiti. Ancora un poco, ancora un poco e le truppe sarebbero passate. La costruzione proseguiva ora furiosamente, nella piena luce dell'alba. All'improvviso fu un rimbombo di esplosioni nel greto e i pontieri si trovarono avvolti nel fumo.

Il nemico aveva visto. Bombardava da posizioni imprecisabili. Il ponte, colpito, si sfasciava; le barche di lamiera, sfondate dalle schegge, affondavano. Non v'era un minuto di sosta nel fuoco. Le truppe furono ritirate al coperto, nessuno rimase sulla riva cosparsa di rottami, tempestata dai colpi.

Tutto il giorno durò intenso il cannoneggiamento. Così trascorse il 9 giugno. Venuta la notte, dei drappelli ridiscesero verso la riva.

Si era pensato di traghettare poche forze per formare al di là un primo velo di difesa. Si misero i remi ad una barca e si cominciò la traversata. Passavano venti uomini per volta. Scendevano a poche centinaia di metri dal villaggio. Quando furono sbarcati in una cinquantina, i nostri cominciarono ad avanzare e prendere posizione. Il traghetto continuava. Un sergente, che comandava il primo nucleo, prese con sè un plotone e si avvicinò al villaggio, dove sapeva che doveva trovarsi un posto di vedetta austriaco.

Evitando la strada, camminando a passi da cacciatore, quel piccolo gruppo arrivò alle prime case di Plava. Le circondarono, vi entrarono senza passare per l'uscio. Scavalcarono dei muricciuoli, scalarono finestre, e arrivarono così nelle case vicine; strisciavano, penetravano da un'abitazione all'altra per le vie più imprevedute, in modo che una sentinella piazzata sulla via non potesse accorgersi del loro avvicinarsi. Arrivati sotto ad una finestruola chiusa da sportelli di legno, udirono delle voci d'uomo, all'interno. Parlavano in tedesco. Era lì.

Un colpo violento all'uscio che si spalancò, un'irruzione di baionette basse. Dieci soldati austriaci, con un ufficiale, sorpresi e allibiti, alzavano le mani. Erano in una cameretta a pian terreno raccolti intorno alla luce di una candela. La barca, in uno dei suoi ritorni, portò alla nostra riva il carico dei prigionieri.

Questa cattura ha avuto una grande importanza per le operazioni, perchè ha impedito un primo allarme che avrebbe turbato lo svolgersi dei nostri piani. Il Re ha voluto di _motu proprio_ decorare della medaglia al valore l'ardito sergente, che nel combattimento successivo doveva cadere gravemente ferito. E ferito, egli continuava ad esortare i suoi uomini alla battaglia: «Andate avanti, avanti! Non badate a me!...»

Nella notte del 9 traghettarono circa duecento uomini, per la cui sorte si era preoccupati. Durante tutta la giornata del 10, si stette in ascolto dalla nostra riva, si cercava di penetrare con lo sguardo l'intreccio degli alberi, di vedere qualcuno dei nostri, si aspettava un segnale. Niente. Erano tutti presi? No, erano tutti in ricognizione.

Rampavano audacemente, strisciavano sulla montagna, perlustravano ogni passo, arrivavano presso alla vetta, scoprivano i reticolati, le trincee, raccoglievano dati preziosi. Perchè gli austriaci avevano fatto a Plava preparativi assai più completi di quanto fosse logico aspettarsi.

I nemici non sospettavano la vicinanza di quello sciame di esploratori; andavano, venivano intorno alle trincee, disarmati, sicuri. Le vedette di Plava tacevano, dunque gl'italiani non s'erano mossi. Più volte alcuni dei nostri dovettero girare intorno al tronco d'un albero all'avvicinarsi di soldati austriaci che passavano inconsapevoli pochi metri lontano.

Nella notte stessa del 10 si era tentato un nuovo sistema per gettare sulla riva sinistra un forte reparto di truppe. Non era possibile sostituire subito il materiale da ponte distrutto; ma vi era legname sufficiente per costruire sulla riva una passerella che, appena finita, avrebbe potuto essere varata e assicurata solidamente ai resti in muratura delle testate del ponte distrutto. Il Genio lavorò attivamente, con quell'entusiasmo alacre e grave dei nostri artieri militari, che sono così spesso in prima linea, sotto al fuoco più intenso, a creare valichi ed aprire varchi.

È un eroismo difficile quello del lavoro, perchè deve rimanere freddo, riflessivo. Il combattente può lasciarsi spesso trasportare dalla foga disordinata del suo sentimento, può gridare, può sparare. L'artiere del Genio deve pensare. Ogni suo gesto ha bisogno di precisione e di puntualità. Nel pericolo più grave egli deve agire impassibile come l'operaio nel sicuro laboratorio di un'officina. Il nostro Genio ha gettato quasi tutti i suoi ponti nel pieno del combattimento, alla prima linea, avanti alla prima linea. Dei pontieri cadevano feriti, uccisi, erano sostituiti e il lavoro continuava. Le granate sfondavano le barche di sostegno, sfasciavano il travame, distruggevano l'opera intera, e si ricominciava.

Una passerella sull'Isonzo richiedeva più tempo di quello che le circostanze concedevano. L'alba sorse, e il ponte di fortuna non era finito. Gli osservatorî dell'artiglieria nemica, già in guardia, si accorsero della costruzione e fecero aprire il fuoco. Come al giorno prima, il bombardamento fu violento e preciso. Regolato con esattezza sulla posizione del vecchio ponte, esso colpiva in pieno. La passerella rimase spezzata. Un'altra giornata trascorse nell'inazione forzata, senza nessuna notizia degli uomini traghettati alla sera, e con la certezza di trovare il nemico sempre più rafforzato. Per la forza dell'inevitabile la sorpresa, l'elemento primo di un successo facile e pieno, era mancata. Non so fino a quanto si facesse assegnamento sulla sorpresa, ma è evidente che se fosse stato nelle possibilità umane il compimento del ponte nella prima notte, l'attacco di Plava avrebbe potuto avere nella guerra una influenza profonda, penetrando ben oltre i limiti di una testa di ponte.

Si ricorse, nella notte successiva, ad un altro mezzo. Si fece il così detto «ponte girevole». Il ponte girevole non è altro che una piattaforma sostenuta da due barche, assicurata alla riva con una lunghissima corda e lasciata alla deriva. Con il movimento di un remo messo a timone, per effetto della corrente, la grande zattera, come un pendolo orizzontale, se si può dire così, può andare e venire da una riva all'altra. La piattaforma portava una cinquantina di uomini alla volta. In quella notte, finalmente, due battaglioni passarono.

Ritrovarono sulla sponda sinistra la piccola forza sbarcata la notte prima. Si era trincerata aspettando, e teneva già un lembo di altura. Le informazioni che portò furono di enorme utilità. Venne deciso di attaccare il monte sui due fianchi, lungo due valloni quasi simmetrici che sono uno a destra e uno a sinistra di Plava. L'azione cominciò a giorno chiaro.

La difesa fu violenta ma breve. Si avanzò tra difficoltà gravi ma non insormontabili. Di slancio, le linee di trincee erano prese, successivamente. Si fecero duecento prigionieri. I cannoni austriaci, con un fuoco violento, battevano sopra tutto la spalla del monte, e più giù il paese, il fiume, la riva destra. Sarebbe stato impossibile mandare rincalzi se ve ne fosse stato bisogno. Ma le notizie che arrivavano dal combattimento erano buone. Con perdite lievi l'attacco proseguiva. A mezzogiorno la cima del monte era conquistata.

Subito i soldati, benchè stanchi, si misero al lavoro per fortificare la posizione. Alle trincee prese bisogna rovesciare il fronte perchè servano contro al nemico, il parapetto diventa la spalla e la spalla il parapetto. È un duro lavoro che l'urgenza rende affannoso. I nostri erano intenti a questo consolidamento, quando gli austriaci hanno fatto un ritorno offensivo. Il combattimento si è riacceso; è durato qualche tempo. Un accenno di assalto alla baionetta ha ricacciato indietro i nemici, senza però farli desistere interamente. Essi, probabilmente, non avevano altro còmpito che quello di tenere impegnate le nostre forze. Un movimento assai più grave stava svolgendosi.