Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 2

Chapter 23,634 wordsPublic domain

L'opinione pubblica non interpreti l'allontanamento della stampa dai campi di battaglia come un provvedimento di politica interna. Sento il dovere di dirlo subito, altamente, onestamente: il popolo non si lasci trascinare da quel fondo vago di diffidenza che è nel nostro carattere per immaginare che il momentaneo esilio dei corrispondenti dalla guerra abbia lo scopo di nascondere alla nazione dei possibili mali. Vi sono molte cose da nascondere, è vero, ma al nemico. E per celarle a lui bisogna celarle a tutti.

All'inizio delle ostilità ha persistito sulle zone di guerra la libertà della pace, e prima che la circolazione in quelle regioni venisse vietata, chiunque poteva recarvisi sotto un vago mandato di giornalismo, o anche senza nessun mandato. Sono avvenuti incidenti spiacevoli dovuti all'inesperienza e alla leggerezza di corrispondenti di guerra improvvisati, giunti in folla dai più reconditi angoli di provincia. Di fronte ai grandi benefici che la stampa può rendere in un paese in guerra, dando all'anima nazionale un alimento di verità illuminatrice, stanno i pericoli che possono scaturire da indiscrezioni involontarie, inapparenti, celate talvolta in un innocente episodio.

Il servizio giornalistico sul campo di battaglia deve essere quindi soggetto ad una disciplina, anche perchè la presenza non controllata d'un numero illimitato di persone estranee all'esercito può generare confusioni al movimento esatto della grande macchina militare. Ora, i servizi di guerra sono organizzati nell'ordine della loro utilità; conveniamo che lo Stato Maggiore ha, nel primo inizio della lotta, delle cose più urgenti da fare. Il servizio della stampa verrà presto, crediamo. Ma, per adesso, la proibizione assoluta doveva essere logicamente una misura indispensabile.

Rientriamo dunque anche noi corrispondenti di guerra nella nazione aspettante. Ma vi rientriamo con un ardore più grande di entusiasmo e di confidenza che viene dalle cose vedute. Il Paese ha la fede: noi, testimoni del magnifico principio, abbiamo la certezza. Sappiamo più di ogni altro, forse, come la marcia alla vittoria sarà lenta, ponderata, faticosa, dura, ma sappiamo pure che sarà irresistibile, sicura, e, pensando all'avvenire, in fondo alle tormentose emozioni dell'attesa, sentiamo come gonfiarsi in noi un palpito di gioia trionfale. Il destino d'Italia è nelle mani dell'esercito come un ferro incandescente nelle tenaglie del fabbro, e conosciamo quale forza vigorosa e sicura lo forgia.

Perchè dunque, ridiscesi dalle posizioni irte d'armi italiane, ruggenti di cannonate e festose d'entusiasmo, sentiamo qua e là nella folla un soffio d'ansia? Nessuno meglio di chi arriva dalla guerra può conoscere la falsità assoluta e ributtante di certe notizie che, giorno per giorno, circolano misteriosamente, celandosi vergognose nel sussurrio della calunnia.

Da dove vengono? C'è della gente che ha interesse a pungere così la nostra sensibilità, per stancarci, per indebolirci. Essa sbaglia il calcolo, e insistendo ci renderà il beneficio di guarirci di questa eccessiva sensibilità che ci tortura. L'acciaio si tempra tuffandolo caldo nell'acqua fredda. Scoprendo ogni giorno che il «si dice» affannoso di ieri era un'ignobile bugia, che era un bagno freddo offerto alla nostra anima ardente, ci tempereremo. Diventeremo saldi e freddi come l'acciaio. Grazie, nemico.

Perchè c'è puzza di nemico nei «si dice».

Ricordiamoci che è un principio dell'ineffabile «Manuale di Guerra» dello Stato Maggiore tedesco colpire le _risorse morali_ dell'avversario. La prima e più grande risorsa è la fiducia, la compattezza, la serenità. La sicurezza nella vittoria è l'elemento fondamentale della vittoria. E se v'è un popolo che deve sentirsi sicuro del trionfo, questo popolo è il nostro. In guardia, italiani, contro l'insidia della fandonia austriaca!

Il pessimismo è stato in Francia giustamente equiparato alla diserzione. Chi dubita è involontariamente un disertore. Egli fa al Paese lo stesso male che se passasse al nemico. Lavora per il nemico. Mina la robustezza indomabile della fede, che è il metallo di cui si foggia la volontà.

Diffidiamo del nostro spirito di obbiezione, di contraddizione, di critica, che ci porta alla ricerca appassionata del lato sconfortante d'ogni cosa, creandolo quando non c'è, immaginandolo dietro al silenzio e dietro al segreto sacrosanto che deve circondare i particolari della preparazione strategica.

Anche il popolo che resta a casa è combattente, esso appresta le armi, facilita l'azione militare agevolando la circolazione libera, sicura e rapida dell'immenso traffico su tutto il paese, disimpegna le truppe adibite all'ordine pubblico e più utili alla frontiera, mantenendo da sè stesso una quiete profonda, normale, inalterabile, esso dà alla guerra tutte le risorse e tutte le forze, le dà il nutrimento e le dà l'audacia. Ogni piccolo turbamento nella nazione può ripercuotersi nei servizi della guerra e distogliere un'attenzione preziosa all'opera militare. Le forze vive del Paese debbono tendere concordi alla vittoria, pazientemente, instancabilmente. La vittoria sarà.

L'atteggiamento magnifico della Francia è avanti a noi. Silenzio nelle file, avanti con un solo cuore e un solo pensiero, siamo tutti sotto le armi! Ricordiamoci che si combatte per l'Italia fuori della battaglia, lavorando, ubbidendo, tacendo, l'anima piena della nostra fede incrollabile.

Si vorrebbe sapere più di quello che i bollettini militari ci dicono? Lo sapremo a suo tempo, e sapremo anche come i bollettini siano reticenti: ma reticenti su cose che ci farebbero gonfiare il petto di orgoglio. In fondo dicono già molto i bollettini, con sobrietà; noi ne siamo garanti perchè i nostri occhi vedevano; e la sobrietà nasconde spesso verità magnifiche.

Non è ancora l'ora di narrare. Ma io che ho avuto la fortuna di seguire in guerra varî eserciti, dal Giapponese al Bulgaro, dal Serbo al Francese, dal Belga all'Inglese, posso dire di avere avuto in questi giorni l'impressione d'un esercito magnifico che può reggere tutti i paragoni: magnifico per i suoi uomini, per il suo spirito, per il suo armamento, per i suoi servizî, per la sua disciplina e per la sua salda e profonda fiducia nel Comando supremo.

Non è indiscrezione osservare che il nostro esercito — la cui compagine organica era splendidamente approntata — compie in questo momento lo sforzo più grande che un esercito moderno possa compiere: quello di mobilizzare, adunare le truppe, e fare una guerra offensiva e vigorosa nel medesimo tempo.

È come se si finisse di mettere insieme una macchina quando la macchina è già in pieno movimento. Le unità grandi e piccole si spostano per l'azione, e le forze integratrici le raggiungono senza errori, ed i servizî, mentre si completano, mutano e allungano continuamente i loro itinerarî, facendo fronte a tutti i bisogni. In questo periodo preparatorio si compiono prodigi, si superano difficoltà enormi; l'intelligenza, l'iniziativa, l'abnegazione di tutti risolvono problemi giganteschi di logistica, e il profano non riesce neppure a sospettarli avanti alla grandiosa visione dell'ordine, della puntualità, dell'esattezza, che dànno all'immane movimento la regolarità prodigiosa di un palpito.

Ebbene, questa regolarità nasce lontano dalla zona di guerra, e noi vogliamo ora indicare alla riconoscenza nazionale, oltre agli uomini che tengono nel pugno la formidabile e stupenda organizzazione militare, un altro prezioso fattore di quest'ordine mirabile: i ferrovieri. Essi, dai loro capi supremi all'ultimo manuale, sono al di sopra di ogni elogio. Non hanno più orarî di lavoro, non conoscono altra legge che la necessità, si dànno all'opera infaticabilmente, si moltiplicano, pare che per le luccicanti rotaie si propaghi fino a loro la febbre di attività combattiva delle truppe.

Non giudichiamo il servizio attuale delle ferrovie dal ritardo dei treni viaggiatori. È già un miracolo che vi possano essere tanti treni viaggiatori. Nei primi quattro mesi di guerra s'impiegavano tre giorni per andare da Modane a Parigi. Noi riusciamo a mobilizzare le truppe lasciando al commercio il suo movimento. I ferrovieri italiani sanno stare al loro posto di combattimento.

Il traffico di certe linee è centuplicato. Delle reti ferroviarie giudicate deficienti ai bisogni normali, sono portate ad un rendimento tremendo, favoloso. Non un convoglio militare indugia sulle vie ingombre, e sono centinaia e centinaia di convogli lunghissimi che s'inseguono. I viaggiatori ritardano, ma essi debbono essere i primi a non lagnarsi, perchè al di là delle tendine calate, nei loro vagoni chiusi, essi odono il rombo perpetuo dei treni colmi di truppe, adorni di verdure, dai quali si spandono sulla campagna cori formidabili e guerrieri. E quelli arrivano in orario.

Dove hanno imparato i nostri soldati i loro canti di guerra? Come risorgono queste antiche canzoni militari che accompagnarono le battaglie della nostra Resurrezione? Chi ha inventato i nuovi inni della nuova guerra? Questa musica rude e ingenua pare che sgorghi spontaneamente dalle masse armate, come si leva l'ululato dalla tempesta. Sono arie primitive rese fiere dalla bufera delle voci, sono rozze strofe ma impetuose e solenni come un giuramento.

Andiamo in guerra Tuona il cannone Trema la terra Ma il nostro sangue non tremerà!

ho udito cantare in una stazione, da un treno in partenza, mentre un altro più lontano urlava:

Noi vogliam la libertà. Noi vogliam la libertà!

E tutta questa gioia superba e gagliarda arriva alle prime linee, arriva al combattimento. La lotta è apparsa subitamente come una non so quale terribile e magnifica festa. Tutti vorrebbero essere avanti, più avanti. Il rombo delle cannonate è una voce che chiama. Quelle unità che entrano nell'azione, vanno come se non avessero mai fatto altro, superbamente. L'anima vera delle varie genti italiche si rivela in un fulgore nuovo. Un soffio d'eroismo l'ha accesa. È tutta la giovinezza della Razza che ritorna e fiorisce come una primavera. Nell'alterna vicenda della storia un grigio inverno è ora finito. Sono dimenticati i lunghi geli e i gravi torpori. Il vigore trionfale d'Italia erompe, pieno di una formidabile poesia. Lassù, fra le truppe, è una serenità ardente.

Prima di prestare orecchio ad una voce velenosa, pensiamo ai nostri soldati che vogliono e avranno la vittoria, pensiamo ai loro capi che sanno prepararla e conseguirla, e crediamo fermamente in loro. Nessuna speranza sembra troppo grande, nessuna mèta sembra troppo alta, per chi ha visto il primo passo delle nostre truppe. A loro la nostra confidenza illimitata.

Sappiamo aspettare e tacere. Facciamo della nostra certezza una corazza. Un dubbio è un tradimento. Convinzione, ordine e calma sono le armi del popolo nella grande guerra. Seguiamo l'esempio dei nostri eroici alleati, noi che entriamo nel conflitto al loro fianco. Evitiamo d'indovinare, evitiamo anche di discutere, una parola inutile può essere una parola dannosa. La disciplina dei ranghi scenda fra noi.

Noi, popolo, siamo come gli equipaggi che nelle cieche stive della corazzata nutrono i forni, caricano le munizioni negli ascensori, fanno camminare, manovrare e combattere la nave, ma che non possono sapere subito quello che avviene sopra, all'aria aperta, dove si combatte, sui ponti e nelle torri blindate, e che ignorano le fasi attuali della battaglia. Essi debbono essere tutti al loro lavoro, senza cercare di capire, esatti, alacri, compresi della necessità di agire senza esitazione e senza scoraggiamenti, sentendo quanta parte della vittoria si appoggi sulla loro opera oscura e sulla fiducia da essi riposta nel comando supremo e negli uomini che si battono.

Ebbene, i boccaporti sono chiusi, c'è combattimento sui ponti, attenti ai comandi, o Genti delle stive! Non vi fermate, dominate ogni curiosità e ogni ansia, una mano ferma, una mente luminosa, un cuore leonino reggono le sorti della possente nave Italia, e dietro ai cannoni vi sono petti che anelano alla vittoria!

E la vittoria sarà nostra.

«MORALE ALTISSIMO».

_5 giugno._

«Morale altissimo» — dicono i bollettini ufficiali. Lo Stato Maggiore, laconico e pacato, non dedica che una parola all'anima dell'esercito. Il Paese deve averne avuto un'impressione di baldanza. Ma nulla può conferire il senso della realtà quale si è rivelata a noi, subitamente, già nel primo giorno della guerra nel quale sentimmo passare sulle nostre schiere un magico soffio di esultanza, la folata di vento d'un colpo di ala immane, invisibile, favolosa.

No, la Nazione non sa ancora. Per dare un'idea dello spirito delle nostre truppe, vorrei poter descrivere niente altro che la febbre di quel 24 maggio nel quale si tracciò la prima parola della nuova e gloriosa pagina della nostra storia. Quale giornata di luce, di gioia, di ebbrezza!

Abbiamo la sensazione che essa abbia inciso profondamente la sua data non nella nostra povera memoria d'uomini soltanto, ma nella memoria della stirpe. La nostra emozione e il nostro entusiasmo avevano una pienezza e una violenza che sorpassavano la misura della nostra anima perchè erano sentimenti di una personalità più grande della nostra: la Razza. Erano in noi, erano nell'esercito nostro, l'attesa e l'ansia delle generazioni passate, nutrivamo tutti inconsapevolmente delle speranze secolari, avevamo nel cuore l'eredità preziosa e dolorosa del sogno patriottico dei nostri padri. Sì, i morti si levano, i morti ritornano, essi sono nel nostro spirito e nel nostro sangue, il loro palpito gonfia il nostro palpito, la loro forza è nel nostro slancio, e per essi noi abbiamo provato l'immensa ebbrezza di un'ora nella quale il loro voto si compiva. Sentivamo nel petto un confuso delirio di moltitudini. Abbiamo avuto coscienza di un entusiasmo che echeggerà nell'avvenire. Noi siamo gli eletti nei quali s'è impresso un fulgido ricordo che sarà vivo nei figli nostri e nei figli dei loro figli, sempre. L'eredità sacra si perpetua.

La giornata del 24 avrà forse un'importanza secondaria nel freddo calcolo dell'azione militare. Ma per la Storia è la giornata in cui l'Italia «ruppe gl'indugi». Essa ha una luce che non si estingue. Da quella prima mossa divampò un calore che fuse le anime dell'esercito in un metallo nuovo, compatto, puro, scintillante, ardente. Ne fummo abbacinati e soggiogati.

Questa data ha già per noi un non so quale senso di solennità antica, di imperitura santità, e la immaginiamo segnata come una festa nei calendari del futuro. È stato il Natale della definitiva Unità Italiana. Si passò la frontiera.

L'urlo delle truppe esultanti nel momento in cui, ad ogni varco, mettevano il piede sulla Terra Irredenta passò irrefrenabile, profondo, prodigioso, sovrumano. Si sentì dalle cittadine più prossime, si sentì da Palmanova che issò il gonfalone sull'antenna veneta, si sentì da Jalmicco, da Medeuzza, da San Giovanni di Manzano, si sentì da tutti i paesi nella regione immediata dei confini.

Era un'acclamazione tuonante che si levava, si estingueva, risorgeva, veniva da un lato, rispondeva dall'altro, serpeggiava nella pianura, scendeva a ondate per la vallata; e più su, dalle vette boscose sorgeva lontano, nella serenità calma e meravigliosa dell'alba purissima, l'immane grido augurale dell'esercito, il poderoso grido di guerra che l'Italia lanciava per la voce dei suoi figli, e pareva l'ululare remoto d'una bufera.

La dichiarazione di guerra era rimasta ignorata negli accampamenti, che negli ultimi giorni s'erano fatti densi e vasti. Verso i confini, nella campagna ubertosa, era tutto un brulicante grigiore di truppe. Verso i lembi d'una ferita il corpo sano manda a pulsazioni serrate il sangue più ardente a cicatrizzarla in una congestione dolorante, e così sulla ferita delle nostre inique frontiere che tagliavano la carne viva della Nazione era affluito il più bel sangue nostro, la forza fiammeggiante e pura che chiuderà la piaga, tutta la gioventù d'Italia.

Il lavoro dei campi continuava intanto vicino alle trincee. Prevedendo di essere chiamati alle armi, i contadini avevano anticipato la zolfatura delle viti. La calma della popolazione era magnifica. Da alcuni paeselli che potevano trovarsi sulla linea del fuoco, gli abitanti avevano allontanato le donne e i bambini, poi gli uomini validi erano tornati al lavoro. Avere la propria terra sconvolta da una trincea era argomento di fierezza. L'esodo delle famiglie dai cascinali più esposti non aveva nulla di doloroso e di triste. Le donne, con i bimbi in braccio, inerpicate sui carri che i buoi trascinavano lenti, salutavano festosamente i soldati: A rivederci, fateci tornar presto, viva l'Italia!

Avanti a tutti, affossate a terra, le vedette. I battaglioni della prima difesa aspettavano l'allarme, di ora in ora, con desiderio rabbioso. Una impazienza di battaglia era in tutti. Aveva maturato nell'esercito la coscienza d'una forza invincibile. Essa veniva dalla fiducia illimitata nei capi, dall'ordine e dalla regolarità con la quale la nostra gigantesca macchina di guerra si è apprestata, e veniva sopra tutto dal sentimento dei nostri diritti, dalla santità della nostra causa, dall'intima convinzione che la vittoria finale debba essere per la Giustizia. L'odio verso il nemico antico, verso il nemico tradizionale, ridivampava. La Storia non si distrugge.

Ma l'attesa pesava.

C'era ancora come una recondita e vaga paura di essere trattenuti. Che cosa aspettiamo? — chiedevano i soldati, che sono semplicisti e che ritengono tutte le preparazioni complete dal momento che loro sono là. I campanili dei villaggi, le collinette che si levano come isolotti nella pianura, gli antichi spalti veneziani di qualche vecchia città, perfino l'alta spianata del Castello di Udine, erano sempre gremiti di soldati che contemplavano le terre italiane da liberare. Le contemplavano con amore, con passione, le prendevano con lo sguardo pensando all'irruzione imminente e all'urto delle armi che li avrebbe portati al possesso.

Si udivano esclamazioni ingenue e appassionate. Alcuni, ignari, arrivati al fronte per dovere, si accendevano a quella vista. Essa era come la visione materiale dell'ingiustizia. Quel profilo dell'orizzonte aveva al loro cuore qualche cosa di dolente; sentivano la Patria del di là, lacerata e oppressa. In quella linea azzurra di pianure che sfumavano nel mare, in quelle creste di monti lontani e diafani, in tutta quella terra dai nomi italiani e la fisionomia italiana, era una non so quale espressione indicibile di chiamata e d'intesa. Fra i soldati italiani che guardavano e l'Italia schiava, passava da anima ad anima un dialogo prodigioso e muto: Venite! — Eccoci!

E l'ora suonò.

Nessuno l'avrebbe immaginata così bella.

Cominciò un movimento di stati maggiori nella notte. Un rombare di automobili destò le città verso le tre del mattino. Uno scoppiettìo di motociclette si disperse nelle tenebre verso mète ignote. Poi in tutti gli accampamenti, nei villaggi, nei centri di deposito squillarono segnali di tromba. L'allegro ritornello della sveglia chiamava e rispondeva sulla campagna buia. Era la diana dell'Italia.

Fu un'onda di febbre e di gioia. L'aurora trovò l'esercito pronto. Mai la rapidità e l'ordine furono così uniti. Le cavallerie in sella, le fanterie schierate, le artiglierie attaccate, e, indietro, tutti i servizi, tutti i convogli, le salmerie, le ambulanze, aspettavano l'ordine d'avanzata. Ogni ufficiale conosceva il suo còmpito preciso, ogni unità aveva il suo obbiettivo, la grande macchina stava per muoversi, regolare e formidabile.

Le avanguardie partirono incontro all'aurora. Il sole sorgeva immane e rosso, e tutto il mondo si tingeva di rosa. Drappelli di ciclisti scivolavano lentamente in esplorazione sulle strade deserte della pianura friulana in tutta la rete della frontiera. Altrove erano pattuglie di cavalleria che inoltravano verso l'Isonzo. Alcune batterie avevano preso posizione per forzare qualche passo che si supponeva difeso. Si aspettava una resistenza fra il Monte Quarin, sopra a Cormòns, e la collina di Medea, e, di fronte a queste posizioni, le alture di Budrio erano irte di cannoni italiani. Le fanterie infine spinsero avanti la loro prima linea spiegata in formazione di combattimento.

Non si può apprezzare al giusto valore lo spirito meraviglioso della truppa se non si tiene conto di questa circostanza: che muovendoci si credeva alla battaglia immediata.

Si aspettava una resistenza. Le informazioni la facevano prevedere. La natura delle posizioni la rendeva logica. La presenza di truppe bosniache e di cavalleria ussara, avvistate dai nostri avamposti, pareva confermare la probabilità di una opposizione.

La nostra fanteria inoltrando immaginava di andare all'attacco. E vi andava con una volontà compatta e lieta. Guadò il Natisone, nel piano verso la frontiera di Cormòns, e avanti, fra gli alberi folti, lungo i margini verdi, nel profumo delle acacie fiorite, nello sfolgorìo del più bel sole di maggio, in un'inebbriante atmosfera di primavera italica. L'onda umana passava gonfia di gioia.

Giunse sulla sponda cespugliosa e fresca dello Judrio: il confine.

Allora fu una frenesia.

La valanga di uomini si precipitò, si avventò fra i roveti nell'acqua per toccare subito l'altra riva. E l'urlo immenso si levò: Italia! Savoia! Italia!

Ad uno ad uno i battaglioni che seguivano in colonne, per tutte le strade, lanciavano sulla soglia dell'Italia Nuova il saluto fatidico.

Nessuna cerimonia può assurgere alla grandiosità di questa acclamazione spontanea, formidabile, irresistibile. Ogni regione d'Italia univa la sua voce al coro tremendo. È possibile che qualche cosa di quella maschia, fiera, ardente emozione dell'esercito non sia giunta al popolo che aspettava?

Sulla pianura soleggiata, un mare di verdure, si spandeva uno squillare confuso e remoto di campane.

Cominciò Villanova a suonare a stormo. Le chiese di Manzano, di Trivignano, di Palmanova risposero. Tutti i campanili si destavano, successivamente. Era la voce del Paese, la voce della Terra, la voce della Patria, che mandava alle truppe il suo saluto, l'inno antico delle sue feste, la musica della sua tradizione. E lo scampanìo a martello dava all'ora indimenticabile una augusta solennità religiosa.

Da quel momento l'Italia era più grande.

Lunghe nuvole di polvere sorgevano basse, a strisce, mettendo qua e là dei veli sulle piantagioni, avvolgendo villaggi, dissipandosi per risorgere più vicino: erano artiglierie in marcia, convogli a cavallo e a motore, il cui rombo si spandeva sommesso e continuo, come un fremito di tutta la piana.

L'antica, la vergognosa frontiera era cancellata.

Più faticosa, ma egualmente esatta fu l'avanzata sui monti. Fuori di ogni strada, fuori d'ogni sentiero, portando nel pesante zaino viveri e munizioni per lunghi giorni, portando sulle spalle anche la legna per cuocere il rancio, anche la paglia per dormirvi sopra, i nostri atletici alpini, coadiuvati in alcuni punti da bersaglieri, da militi della Finanza, esploratori arditi e infaticabili, andarono avanti da vetta a vetta.

Hanno la tattica dell'aquila. Vanno da una cima all'altra, da una punta all'altra. Si annidano sulle sommità, e non c'è forza che potrebbe sloggiarli. Non temono l'isolamento. Fanno di ogni vetta occupata una fortezza inespugnabile. S'inerpicano, s'insediano, si trincerano, e per le valli che essi dominano il grosso marcia al sicuro e si sgrana come un formicaio.

Si videro le cime austriache coronate da loro, una dopo l'altra: il Monte Corada, il Monte Cuk sulle creste del Colovrat. Sul profilo di posizioni altissime, che si supponevano fortemente protette, al di sopra della gran coltre dei boschi, si scorse dopo mezzogiorno il brulicare delle nostre avanguardie. Subito, al primo giorno, ci insediammo in faccia alle fortificazioni nemiche.