Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 18

Chapter 183,720 wordsPublic domain

Tentò azioni di sorpresa, ora con due, ora con tre battaglioni. Il 10 giugno lanciò più di sei battaglioni con una ventina di mitragliatrici, per un vallone che sale da Plezzo verso il declivio occidentale del Monte Nero, il vallone dello Slatenik. Alpini e bersaglieri fecero miracoli, con reparti piccoli e risoluti scesero a sbarrare il passo all'avanzata austriaca. La lotta fu lunga, ma l'aggiramento fu sventato. Per consolidare le nostre posizioni fu necessaria la conquista di nuovi punti d'appoggio verso il nord. Da quel momento l'azione nostra comincia risolutamente ad avere Plezzo come obbiettivo.

Plezzo, posto in una conca alla confluenza di valli, ad un nodo di strade, centro di comunicazioni, ci minacciava. Da Plezzo salivano gli attacchi del nemico. Stazione di rifornimenti, base di operazioni, Plezzo riceveva per la via del Predil, al nord, e per la via dell'alto Isonzo, a levante, le truppe e i cannoni che ridistribuiva poi per i valloni risalenti verso le coste del Monte Nero. Prendere Plezzo voleva dire bloccare agli austriaci le più importanti vie di approccio di quel settore, chiuder loro delle porte. La nostra offensiva, che aveva cominciato col dirigersi quasi esclusivamente al sud, per cooperare alle operazioni che si svolgevano su tutto il corso inferiore dell'Isonzo, si volse allora anche al nord.

Si volse al nord con impeto subitaneo, inaspettatamente. Nella notte del 15 giugno dei reparti alpini scalarono arditamente le difficili balze che si appoggiano da settentrione alla vetta principale. Si avanzava per le cime. All'alba mossero all'attacco della cresta di Vrata. Fu un assalto impetuoso e breve. Un battaglione austriaco, sorpreso, fu sgominato. Alle otto del mattino si erano già fatti trecentoquindici prigionieri, di cui quattordici ufficiali. Alla sera i prigionieri erano seicento, ed avevamo raccolto un largo bottino di fucili, di munizioni, di mitragliatrici. Perduta la posizione, gli austriaci vi concentrarono un intenso bombardamento. I nostri resisterono.

Il giorno dopo si svolse il famoso episodio del battaglione ungherese.

Supponendo forse che il bombardamento avesse sufficientemente preparato un contrattacco, il nemico lanciò alla riscossa le sue migliori truppe. Un battaglione magiaro, fresco e sicuro di sè, tentò una manovra di aggiramento. Partito da un punto detto Planina Polju, a levante del Monte Nero, non lontano dal Passo di Luznica, si diresse nella notte verso il nord, nel vallone, andò a cercare un varco oltre Vrata, attraversò la cresta quasi sotto alla punta di Vrsic, un chilometro e mezzo circa oltre la nostra estrema posizione, discese sul versante occidentale del monte, e volse al sud per compiere il suo avvolgimento. La manovra avviluppante era per due terzi eseguita. Non v'era che un piccolo ostacolo da superare per condurla alla fine. Una magra compagnia italiana sbarrava la strada a Za Kraju, fra il massiccio del Monte Nero e quello del Polonnix.

Era trincerata sopra ad un'altura, senza reticolati, senza blindature, con dei bassi parapetti tirati su in fretta e furia. La mattina era già inoltrata quando il battaglione ungherese incominciò l'attacco.

Avanzava con ordine e risoluzione, in varî ranghi aperti e regolari. Nessun colpo di fucile lo accolse. Fu presto a mille metri dai nostri: il silenzio continuava. La posizione pareva deserta. Rinfrancati, i nemici salivano come in manovra. Forse essi immaginavano gl'italiani già fuggiti. Una quiete profonda e terribile.

La distanza diminuiva. Ottocento metri: silenzio. Seicento metri: silenzio. A mano a mano che si avvicinavano, salendo da una base verso una vetta, le schiere nemiche andavano forzatamente serrandosi. Gli spazî sparivano; le linee di assalto, dapprima distese in catena, restringevano gl'intervalli, cominciavano a formare massa. Cinquecento metri: silenzio. Si levò il vocìo degli assalitori, che coprivano ormai tutta la costa del loro affollamento. Quattrocento metri: silenzio....

Nelle feritoie delle trincee italiane tutti i fucili erano spianati.

Con voce pacata il capitano ripeteva i suoi ordini: «Tutto l'alzo abbattuto! — Attenti a mirare basso! — Siate pronti!». Immobili, impetrati, i soldati puntavano, la testa inclinata sul calcio del fucile. La terra, intorno, era cosparsa di pezzi di cartone, avanzi delle grige scatole di munizioni aperte e vuotate. Ognuno aveva preparato presso a sè un mucchio di caricatori. Inginocchiati vicino alle mitragliatrici i serventi aspettavano pronti con le cinghie di ricambio, e il puntatore, le dita attanagliate alle maniglie, sfiorava con il pollice la molla di scatto. «Pareva — racconta un ufficiale — un museo di statue».

Trascorse ancora quasi un minuto, una eternità. Si distinguevano già le facce accese dei nemici con le bocche aperte, in un balenìo di baionette. Il capitano non aveva più bisogno del binocolo per guardare; fissava l'assalto con occhio grave, freddo, calcolatore. Poi con una parola scatenò la morte: Fuoco! L'assalto era arrivato a meno di trecento metri.

Una scrosciante bufera di piombo rasentò i declivî. Parve che una falce immensa e invisibile passasse e ripassasse su quel mobile e tumultuoso campo azzurrastro d'uniformi. Le prime file caddero, si abbatterono di colpo.

L'avanzata oscillò, rallentò, il gridìo del nemico divenne un urlo di furore, alto, feroce. L'assalto era così vicino che, dopo un istante di incertezza, i nemici intuirono l'impossibilità di ritirarsi sotto a quel fuoco lungo la costa prativa e scoperta. Si buttarono di nuovo avanti, impetuosamente. Pochi passi ancora, e la schiera più avanzata non esisteva più. L'attacco si fermò definitivamente in una tragica e disperata confusione.

Il piombo mieteva sempre. L'erba si costellava di corpi. Anche i vivi, gl'incolumi, si gettarono a terra scavandosi in fretta dei ripari, e cominciarono a rispondere al fuoco, disordinatamente.

Allora un grido formidabile echeggiò sulle trincee: i nostri scavalcavano i parapetti. Era il contrattacco. Precipitarono giù alla baionetta. Ogni resistenza cessò. I nemici che avevano ancora un po' di forza sollevarono le mani. Del battaglione non rimanevano che poche centinaia di uomini inebetiti dal disastro. Non uno potè fuggire.

Il colonnello che comandava la colonna, un fiero magiaro dai baffi brizzolati, fatto prigioniero, si muoveva come un automa, dignitoso e pallido, con una stupefazione negli occhi; ma ogni tanto si fermava, si accasciava e piangeva. Quando entrarono nelle zone abitate, giù nella valle, i soldati che lo scortavano si munirono di una poltrona e se la portavano dietro per porgerla al prigioniero pei momenti di sosta, quando la crisi di dolore lo fermava, trasognato e lagrimante. Con quel nobile rispetto verso i vinti che hanno i nostri soldati, intorno all'ufficiale nemico sconvolto dalla sconfitta si faceva un cerchio di silenzio generoso.

Nei giorni successivi noi proseguimmo le operazioni per dominare le strade provenienti da Plezzo. Furono giorni di nebbie, di temporali, di alluvioni. Si battagliava fra le nubi. Il 20 giugno, l'occupazione si consolidava oltre la punta Vrata. Dopo ogni nostro passo avanti, un contrattacco austriaco. Il 21, per ricacciarci dalle vette comparvero sul campo per la prima volta forze rilevanti di cacciatori tirolesi, gli alpini del nemico, con i petti pieni di medaglie guadagnate sui Carpazi. I nostri non aspettarono l'urto, si gettarono avanti, attaccarono, respinsero i tirolesi infliggendo loro gravi perdite, ne catturarono alcuni.

Le avanzate più rapide nostre sono state quasi sempre favorite dagli attacchi nemici. È l'inseguimento che ci porta più in là. Finchè gli austriaci si difendono nelle loro trincee invulnerabili, protetti da numerose artiglierie nascoste, rannicchiati nei buchi dietro ai reticolati, la lotta è faticosa, dura, lenta. Ma se escono fuori, se si mostrano, se manovrano, l'azione scatta, si sposta, insinua più avanti dei tentacoli che si appigliano su posizioni nuove. Così l'attacco dei tirolesi ci portò ancora verso il nord. Il 23 giugno ci piantavamo definitivamente sulle pendici orientali dello Javorcek. Vedevamo finalmente Plezzo sotto di noi, a quattro o cinque chilometri. Quel giorno stesso la nostra artiglieria iniziò il tiro sulla conca di Plezzo.

Lo Javorcek, tutto coperto di boschi, è l'ultima montagna al nord del sistema del Monte Nero, e sovrasta Plezzo da sud-est. Risalendo l'Isonzo da Caporetto, avevamo fin dai primi giorni occupato senza troppa fatica le creste del Polonnik, che dominano Plezzo da sudovest, e intorno alle falde del quale l'Isonzo gira, fa un gomito brusco e rimonta ad angolo acuto verso levante, per attraversare la conca di Plezzo passando ai piedi dello Javorcek. L'occupazione della Sella Prevala, alla testata della Valle Raccolana, eseguita all'inizio delle ostilità, ci aveva portato ad affacciarci anche da occidente sugli altissimi bordi della conca di Plezzo. Alla fine di giugno il nostro investimento intorno a Plezzo si delineava dunque a semicerchio sull'anfiteatro delle alture. Qui le nostre operazioni sull'alto Isonzo davano la mano, per così dire, a quelle della Val Raccolana, e della Val Dogna, di cui abbiamo parlato in un precedente capitolo.

Gli austriaci, che avevano lasciato gran parte di questa zona ancora scoperta alla manovra, sperando di difenderla con azioni di movimento, si affrettarono a chiuderla da ogni parte con le loro opere di fortificazione. Scavarono, costruirono, portarono decine di migliaia di prigionieri russi al lavoro, fecero sorgere da ogni parte trinceramenti, ridotti, appostamenti. Eretta una prima linea di difesa, eressero una seconda, poi una terza, e tutti i declivî, tutte le vette, apparvero solcati dai sommovimenti del suolo. Non si fidavano più dell'appoggio dei forti costruiti allo sbocco della gola di Predil. Avevano visto crollare il forte Hensel a Malborghetto, e non avevano una maggiore confidenza nel forte Hermann e nelle batterie corazzate costruiti nella chiusa di Coritnica a difesa di Plezzo. Facevano intanto nuove strade, moltiplicavano gli approcci e le vie coperte.

Masse di soldati e di materiale affluivano a Plezzo. Il villaggio di Coritnica, nella conca, era tutto un magazzino. Le nostre granate riuscirono a incendiarlo il primo luglio. L'attività nemica intorno a Plezzo è successivamente annunziata da vari bollettini del nostro Stato Maggiore. L'interesse della lotta si sposta dalle vette del Monte Nero. Un'ultima battaglia si sferra lassù il 22 luglio.

In quel giorno la nostra offensiva riprese di colpo la via del sud, scendendo dalla vetta. Gli alpini avanzarono lungo l'aspra cresta di Luznica, rocciosa e nuda. Per ritornare ad una immagine che può dare una visione sommaria dei luoghi, ricordiamo che la cresta di Luznica appare da lontano la fronte nel profilo umano della montagna. La lotta fu ostinata, il progresso lento. Si combatteva delle ore per il possesso di un masso, di una sporgenza, di un incavo. L'artiglieria austriaca batteva sui nostri da levante. L'artiglieria italiana batteva sul nemico da ponente. La roccia fu così tempestata dalle granate che si coprì a macchie di un colore rossiccio di sfaldature, vivace e nuovo. Per questo forse la cresta è riconosciuta ora dai soldati col nome di Monte Rosso.

La lotta continuò il 23 luglio. Conquistammo al nemico i punti più avanzati. Il 24 gli austriaci tentarono di riprenderli. Dopo un lungo e intenso bombardamento sferrarono tre assalti consecutivi. Furono respinti. Il 25 riprendemmo l'attacco. Il 26 tutte le vette erano nelle nubi; si combatteva in una nebbia folta e gelata, senza vedersi. L'assalto nostro arrivò al bordo di un gigantesco reticolato, di fronte ad una formidabile trincea. Gli alpini si radicarono lì.

L'artiglieria quel giorno era muta; quando il sole ricomparve i due avversarî erano troppo vicini perchè il cannone osasse intervenire. Ed ora, alla metà del crestone, i trinceramenti si fronteggiano ancora, a pochi passi l'uno dall'altro, con un solo reticolato fra loro, un reticolato in comune che serve per tutti e due. Quando il tempo è limpido, si scorge anche da lontano, sul contorno cupo delle rocce, la selva minuta, regolare e folta dei paletti, in una impercettibile nebbia di fili, fra la rossastra confusione del pietrame scavato.

Ma qui la lotta ora sosta. Qualche cannonata solitaria, la nube di uno scoppio qua e là, di tanto in tanto, e lunghe ore di silenzio profondo. Di fronte al Monte Nero la vallata dell'Isonzo, tutta boscosa, variopinta da un primo ingiallire di foglie, cosparsa di villaggi minuti e chiari giù vicino al fiume, rigata da fili bianchi di strade deserte, è tutta piena della maestà d'un riposo. Dove sono le truppe? Non si vede nessuno. I villaggi sembrano solitari. E queste zone non furono mai abitate come ora, non contennero mai tanta moltitudine umana.

Dove noi sappiamo che gli eserciti si addensano, non si vedono che delle linee sottili di terriccio, che sembrano bordi di fossati, e confusioni strane di sterro. Se ne scoprono una dopo l'altra a centinaia di quelle rigature fulve, che ondeggiano in ogni senso, corrono le vette e i dorsi delle colline, solcano il verde dei prati, scendono i costoni, si moltiplicano, s'intrecciano, s'intersecano, si scostano, si ritrovano, e questo senza fine, ovunque lo sguardo frughi. Bisogna che degli ufficiali vi indichino quali sono le nostre trincee e quali le loro, tanto esse si avvicinano in certi punti e si confondono in uno sconvolgimento unico del suolo. È sulle vette, principalmente, che questo contatto incalzante si delinea. Nella immobilità dei solchi la lenta azione si disegna. Si scopre una eloquenza di tratteggi e di linee; vi sono argini rigidi che si difendono e argini ondulati che assaltano, arrampicandosi, serpeggiando, tendendo avanti con qualche cosa di duttile, di tortuoso, d'insistente.

Se non abbiamo le creste dei contrafforti meridionali del Monte Nero oltre il dorso di Luznica, ne siamo per tutto a pochi metri, là sotto, in posizioni il cui profilo dice una non so quale tenacia costante. Pare da lontano che le trincee stesse si allaccino in una lotta. La nostra linea preme contro la vetta verde dello Sleme, preme contro la vetta pianeggiante del Mrzli boscoso, giù verso Tolmino. Sulla cima del Mrzli le granate hanno sfrondato e potato il bosco; non si vedono più che dei tronchi neri che sembrano schiantati dalla folgore. Gli austriaci hanno allacciato a questi ceppi, che hanno nella distanza una parvenza umana, i fili di ferro dei loro reticolati. Appena al di qua, dove la boscaglia si rinfoltisce, sono i nostri, invisibili. Più in basso, fra delle rocce, qualche minuscolo rifugio si scopre, ma nessun uomo, nessun movimento. Ogni vita è sepolta.

Al rovescio delle alture della riva destra, si passa vicino alle tracce di vasti accampamenti; al posto di ogni tenda è rimasto sui prati un quadrato di terra smossa contornato dalle pietre che tenevano fermi i lembi della tela. I battaglioni innumerevoli che gremivano quelle vallette sono scomparsi alla vista, avanzando, come per un incantesimo. Arrivando in mezzo ad un esercito, nella zona delle battaglie, non troviamo più che i segni delle sue soste, i funebri allineamenti degli oscuri quadrati di terra smossa che fanno pensare a miriadi di tombe nelle solitudini di un paese abbandonato. Un po' per tutto le granate hanno aperti slabbrati crateri.

Un rombo di cannonate veniva ad intervalli dal nord, ora intenso, ora stanco, con momenti di sosta e riprese furibonde. È a Plezzo che si combatte ora, e forse dalle alture di Saga, dove un altro giorno andremo, potremo spingere lo sguardo nella conca famosa che abbiamo fatto nostra.

LA CONQUISTA DELLA CONCA DI PLEZZO.

_24 settembre._

Dall'alto della cresta di Colovrat avevamo sentito il cannoneggiare di Plezzo. Veniva da settentrione e passava sulla calma momentanea delle pendici del Monte Nero, come quegli echi remoti di tempesta che arrivano da oltre l'orizzonte in certe giornate estive, serene e ardenti.

Sulla piazza di Caporetto, che pare così vasta fra le casette ad un solo piano, piccole e bianche, incappucciate da nordici tetti scoscesi, abbiamo trovato quel movimento ordinato e denso di carreggi che hanno le ultime tappe nella vicinanza d'una battaglia. Degli ufficiali ci parlavano dell'azione in corso, mentre dalla strada di Ternova vedevamo sbucare nel villaggio in lunga carovana un armento di prigionieri austriaci, quasi tutti giovani, forti, ben vestiti, ben calzati, col cappotto arrotolato a bandoliera, il gran berrettone di croata memoria sulle teste rapate e biondastre, sereni, sorridenti, con l'aria di chi è ben soddisfatto della sua sorte. Intorno a loro cavalcavano carabinieri grigi, che facevano caracollare e sgropponare i cavalli per tenere indietro la folla dei soldati accorsi a vedere, una folla composta, contenta e senza rancori. Tutte queste cose ci facevano presentire lo spettacolo grandioso di una battaglia nella conca di Plezzo. Ma avvicinandoci alla chiusa di Saga, lungo la strada che risale la valle dell'Isonzo verso Plezzo e verso Predil, entravamo invece in una zona di silenzio.

La bufera ha le sue soste e la guerra i suoi riposi. Dopo giornate di violento bombardamento, all'improvviso si fa la quiete, dei cannoni giganteschi si spostano, altri si avvolgono in un mantello di tela quasi per dormire nel loro nascondiglio, e gli eserciti avversari rilasciano la stretta come due lottatori dopo uno sforzo, quando si studiano e si palpeggiano preparando un nuovo scatto dei muscoli. Siamo arrivati in vista di Plezzo durante una di queste sospensioni piene di un senso indicibile di aspettativa e di minaccia.

Le fanterie sole mantenevano lungo trinceramenti invisibili un fuoco di fucileria lento e irregolare, il tiro rado e sparpagliato che scoppietta sempre sulla fronte d'un esercito anche se nessuno si muove. Lo udivamo appena, a seconda del vento, mentre da lontano, inerpicati sulle alture di Saga, rintracciavamo nel panorama le linee dell'azione, tanto intricate e difficili al primo sguardo.

La conca di Plezzo è, per dir così, un convegno di valli in mezzo ad una aspra, maestosa confusione di montagne dalle vette dirupate e nude. Essa appare come un ondulato lago di verdure e di vita, con un fosco bordo di selve, in un anfiteatro selvaggio di pendici e di balze. Vedevamo la conca da ponente; ci affacciavamo su di essa dalla soglia di una delle sue quattro porte. Sono infatti quattro gole intorno. Quella dell'alto Isonzo a levante, quella del Predil al nord-est, quella del basso Isonzo a ponente (allo sbocco della quale noi eravamo), quella dello Slatenik al sud, risalente verso le cime del Monte Nero. Fra una valle e l'altra, un massiccio montuoso, un profilarsi formidabile di declivî scoscesi, fra i quali le valli pare si restringano simili a fenditure tenebrose.

Ma ogni valle è una strada, e tante strade facevano della conca di Plezzo un luogo di concentrazione e di distribuzione della forza austriaca. Plezzo ci minacciava, costituiva per noi un pericolo, era una delle basi preparate per l'invasione. Le strade austriache del Fella e del Predil, quelle magnifiche vie che da Pontafel, per Malborghetto, Tarvis e il passo del Predil, scendono a Plezzo possentemente fortificate, allacciate alle grandi arterie del Gail e della Drava, cingevano di una formidabile tenaglia il nostro estremo saliente della frontiera. Battendo Malborghetto e battendo Plezzo noi abbiamo spuntato le pinze della tenaglia, che s'impernia a Tarvis, e contro la quale non avevamo potuto costruire nè strade nè forti.

Ora, tutta la conca di Plezzo è nostra.

Abbiamo già descritto l'inizio dell'investimento, il lento, metodico restringersi di un semicerchio di conquista, dal Monte Nero alla Sella Prevala. Fin dalla metà di giugno la nostra azione cominciò a tendersi verso Plezzo, da cui salivano per il vallone dello Slatenik quasi tutti i contrattacchi austriaci contro le nostre posizioni del Monte Nero; ma è nell'ultimo mese che l'offensiva italiana ha assunto in questa zona una energia risolutiva. Fu il 13 di agosto che la grossa artiglieria cominciò a battere le opere nemiche nella conca.

Non si trattava ancora del bombardamento dei forti, che sono oltre Plezzo, nella gola del Koritnica, sulla strada del Predil. Si tirava sulle fortificazioni più recenti erette dal lavoro senza soste di masse di prigionieri, moltitudini di schiavi, sulle pendici dello Svinjak — che si erge a levante della conca, isolato fra la strada del Predil e quella dell'alto Isonzo. È lo Svinjak per il nemico il monte più sicuro; forma una specie di fortezza a cavallo dei due sbocchi maggiori, una fortezza immane che avanza a sperone ed ha per fossato l'Isonzo ed il Koritnica. Sui suoi due fianchi, al di qua dei fiumi, questa fortezza naturale che resiste ancora formidabilmente, ha come due sentinelle, due monti, lo Javorcek alla sua sinistra, il Rombon alla sua destra, le cui alte vette fortificate costituiscono due poderose posizioni di appoggio, alle quali il nemico si aggrampa disperatamente.

Al di là della conca di Plezzo conquistata, noi fronteggiamo dunque tre montagne. Il nostro attacco sale verso le cime di quelle laterali e batte alle falde dell'altura centrale, che è un po' più indietro delle altre. Leggendo i loro nomi sui bollettini, si abbia la visione di questa triade imponente, del Rombon alla nostra sinistra, dello Svinjak nel mezzo, dello Javorcek alla nostra destra, e il senso della lotta apparirà nella piena evidenza.

Sopra un fronte di una diecina di chilometri abbiamo qui guerra d'alta montagna e guerra di pianura, difficoltà di rocce e difficoltà di acque, strade nuove tagliate nelle più aspre balze, ponti nuovi lanciati sui fiumi veloci, truppe che scalano, truppe che guadano. Al di là della piana di Plezzo, nella gran luce del limpido meriggio, lo Svinjak ci mostrava la sua gran mole truce. Sembra creato per una difesa a oltranza.

Attraversato il letto pietroso e largo del Koritnica, che gira ai piedi del monte, le truppe assalitrici si trovano avanti ad un lungo declivio dolce ed erboso. È il primo spalto, bisogna salirlo allo scoperto, non v'è un albero, non v'è un sasso. Delle barriere di reticolati lo percorrono. Improvvisamente esso si fa ripido, si denuda, si scoscende in una specie di ripa, e la montagna sorge. Essa forma un primo ripiano, sul bordo del quale si allinea tutto un giallastro sommovimento di terra e di pietre che indica un trinceramento blindato, il fuoco del quale spazza il declivio inferiore. Più indietro, sullo stesso ripiano, altri solchi, altri scavi, tutto un colore di frana recente formato dai detriti rigettati dal lavoro; sono linee successive di difesa, appostamenti di piccole artiglierie, ridotti. Più in alto comincia il bosco, che s'infoltisce nel ripiego dei canaloni, che veste la montagna di una scura pelliccia, per diradare verso la cresta nelle nudità della roccia. Questa selva nasconde delle caverne, e le caverne nascondono dei cannoni. La vetta è l'osservatorio.

Appena sparato un colpo, gli artiglieri austriaci ritirano il pezzo nella sua tana, e si nascondono con esso nel buio. Non si vede niente, la foresta non ha squarci, sembra impenetrata, impassibile. Un'osservazione attenta scopre alle volte la vampa. La risposta allora arriva immediata, esatta, ma bisogna che la granata imbocchi esattamente l'apertura di una grotta per far danni. Ciò è avvenuto; una batteria austriaca nascosta in una caverna è stata colpita in pieno. Ma quando si sente cercata l'artiglieria nemica tace. Le difficoltà di un attacco frontale di simili posizioni appaiono immense. Gli austriaci dimostrano un'abilità singolare a trarre vantaggio da tutte le risorse del terreno. Hanno il genio del nascondiglio.