Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 17

Chapter 173,655 wordsPublic domain

Il fuoco dell'artiglieria non scuoteva le truppe di montagna nemmeno all'inizio, quando non avevano ancora ripari sufficienti. Capitava qualche volta che una granata prendesse in pieno la trincea e ne demolisse un pezzo. Nessuno si muoveva. I soldati scansavano i morti e i feriti e ricostruivano. Sul Freikofel una volta una granata austriaca buttò giù un riparo e lanciò un caporale sulla tenda del comandante, una ventina di metri più indietro. Ai fianchi del caporale erano due soldati, rimasti miracolosamente illesi. Dissipato il fumo si videro i due soldati già intenti ad ammassare i sassi crollati per rifare il riparo. Non si erano neppure voltati per vedere dove fosse andato a finire il caporale.

Vorrei potere essere autorizzato a dire i nomi di alcuni di questi eroi della calma. Vi sono episodi meravigliosi. Sul Freikofel un soldato era in vedetta in una trincea che, per un caso forse, l'artiglieria nemica si mise a colpire incessantemente. Arrivavano raffiche di quattro, di otto, di dodici proiettili. La trincea era demolita. Il soldato era rimasto interrato tre volte. Per tre volte si era dissepolto. Dalla trincea principale il suo capitano avanzò per comandargli di ritirarsi: «Vieni via! L'hanno con te! Vieni via!» — «Signor no!» — rispose risoluto il soldato. E tutto annerito dal fumo, sporco di terra, balzò su dal buco, e lì fuori, allo scoperto, feroce e fermo, spianò il fucile e cominciò a sparare, a sparare, con una rabbia fredda, come per sfida.

Un altro soldato diceva che non poteva stare in trincea. Spesso chiedeva il permesso di lasciarla. Prendeva il fucile e andava quatto quatto in piena zona nemica. Studiava i punti di passaggio, rimaneva per giorni interi immobile in appostamento. Era il cacciatore di uomini. Tornando annunziava i risultati della posta: «_Ghe n'ho tabacai tre!_» Per lui colpire era «_tabacar_». Un giorno rientrò pallido e muto nelle posizioni. «Cos'hai? Sei ferito? — gli chiesero. — Vuoi che ti portiamo?» No, volle scendere da solo al posto di medicazione. Incontrò il capitano. «_Sior capitano_ — gli disse — _i me gà tabacà anca mi!_» Era stato passato da parte a parte da una palla.

Ci siamo diretti al Freikofel, contornando il rovescio del Pal Grande. Dei colpi di fucile isolati risuonavano qua e là. Non vi sono punti completamente coperti; le anfrattuosità delle rocce permettono a qualche tiratore isolato di andarsi a rannicchiare sui fianchi delle alture. Episodi di combattimento hanno disseminato il loro ricordo da ogni angolo, fuori della battaglia. L'ufficiale che ci guidava ci ha indicato sul viottolo un punto dove, passando alcune sere or sono, si sentì chiamare: «Capitano, in nome di Dio, fermatevi, non andate avanti, vi ammazzano!» Era un soldato ferito, caduto a terra. L'ufficiale lo raccolse, lo caricò sulle spalle, e passò.

Per un'ora ci siamo arrampicati sulla spalla del Freikofel in una specie di fenditura dove il lavoro dei soldati ha saputo creare un fantastico sentiero, che la battaglia ha disseminato di frammenti di bombe, di schegge di granate, di pallottole: detriti della guerra arrivati di rimbalzo. Vi sono zone in cui tonnellate di metallo si vanno accumulando. Ci siamo trovati inaspettatamente fra casupole di pietra, che sembrano una sull'altra, quasi fossero costruite su gradini colossali di una alta e angusta scalinata. Subito dopo eravamo in un labirinto di scalette picconate nella roccia, di cunicoli, di tane: le trincee.

Tutto era chiuso, tutto era oscuro, un po' di luce verdastra filtrava appena dalle feritoie mascherate di fronde. Si esciva curvi all'aperto per sentieri scavati nel sasso, si andava lungo barricamenti di sacchi pieni di terra, si rientrava nel buio di ridottine e di posti di vedetta. Nell'ombra, vicino alle feritoie, qualche alpino era seduto in atteggiamento di riposo, immobile, sereno, statuario, il fucile fra le gambe, un paio di granate a portata di mano, poste sopra una mensoletta, come dei _bibelots_, e, vicino, una cassetta piena di uno scintillìo di munizioni. Pallottole austriache schioccavano ogni tanto sulle pietre, all'esterno. Si udivano i colpi dei fucili nemici così vicini, che per qualche tempo abbiamo creduto che fossero i nostri a sparare.

Dalle feritoie si scorgevano le trincee nemiche, a cinquanta passi. Erano ammonticchiamenti di sassi, ammassamenti di sacchi a terra, e qua e là un grigiore strano di corazzature, del colore plumbeo delle navi da guerra. Gli austriaci hanno due tipi di scudatura di acciaio, uno grande da trincea, uno più piccolo da assalto. Ricorda l'antico schermo degli arcieri, questo scudo rettangolare che si posa al suolo, appoggiato a due montanti, e dietro al quale il soldato si rannicchia, spiando da uno sportellino che si apre e si chiude.

In continua azione di combattimento, le nostre trincee sono sorte e si sono rafforzate, a poco a poco, quasi insensibilmente. Furono monticoli di pietre, poi muricciuoli nascosti da verdura di pino, poi ebbero una copertura di travi di abete — portati su faticosamente dalla foresta — poi sulle travi si ammassarono blindamenti di terra e di sacchi. Il nemico che spiava non ha nemmeno visto una mano. I sassi si spostavano adagio adagio, si allineavano, si sovrapponevano, senza che il loro moto potesse essere percepibile da lontano. Era come se pietre, sacchi, travi, animati per magia, lentamente manovrassero. E il lavoro non finisce mai; si migliora, si amplia, si rinforza, si progredisce, si aprono nuove comunicazioni, talvolta si avanza pure, sempre per pazienti trasformazioni, cercando che i profili delle opere di difesa non si levino a mutare troppo la fisionomia selvaggia dei luoghi.

Si profitta di ogni macigno, di ogni sterpo, e si cerca, per analogia, di quali macigni e di quali sterpi il nemico potrebbe profittare. Ridotte, cunicoli di passaggio entro i quali si striscia, tenebrose casamatte nelle quali la vigilanza si apposta, rifugi blindati, spiazzi aperti e alti per il lancio delle bombe, seguono piani capricciosi che rispondono alle necessità di una tattica minuscola, una tattica da fiere rintanate.

Groppe di pietroni, sporgenze di massi macchiate di licheni, crepacci profondi, arbusti, rovi, formano fra le trincee nostre e quelle nemiche un terreno spezzato, confuso, fantastico, che solleva ferocemente sul suo pietrame cinereo gruppi di cadaveri, avanguardie di morti, drappeggi flaccidi di uniformi azzurrastre che conservano incerte forme umane, e dai quali spuntano piedi distorti, mani disseccate. Segnano i limiti sui quali gli assalti nemici furono fermati. Qui soltanto i viventi sono sepolti.

Fra le schiere trincerate, tutto è funebre, tetro, immobile, morto. Le piante stesse non hanno più vita, torcono moncherini di rami nudi, cincischiati, neri, e le reti dei fili di ferro si stendono come enormi ragnatele sopra un intreccio di pali incrociati. Non sono stati costruiti sul posto i reticolati; gli austriaci hanno fabbricato dei «cavalli di Frisia» complicati con attorcimenti di fili uncinati, e li hanno gettati avanti alle loro trincee.

Se da una parte il tono d'una voce si eleva, dall'altra essa è udita. Al minimo svegliarsi di conversazioni nei nostri posti, il nemico si allarma, crede a dei movimenti in preparazione, e aumenta il fuoco per scoraggiarli. Perciò si parla sottovoce, come nella camera di un malato. Anche i divertimenti sono silenziosi. Nei momenti di calma relativa compaiono delle scacchiere, sulle quali fiere teste pensose si curvano a meditare marce e contromarce di pedine, che grosse dita esitanti sospingono.

Dalle piccole porte dei rifugi si vedevano nell'interno piedi di dormienti spuntare confusamente dal buio e come sospesi a tutte le altezze. I giacigli sono sovrapposti; ricordano le cuccette a bordo delle navi, e in quelle tenebrose cabine di pietra riposavano beatamente le squadre notturne, indifferenti allo schioppettìo e alle detonazioni.

Di tanto in tanto, un tonfo sordo, un frullare da trottola, e gli uomini che si trovano nei punti non blindati si fermano a guardare intensamente in aria. Aspettano la «bomba». Lanciata da qualche apparecchio a pressione, essa è salita ad un centinaio di metri di altezza e ridiscende, nera e oblunga, roteando come una bottiglia gettata. Appena si avvicina, i soldati che erano rimasti immobili, cominciano a fare dei gesti da giuocatore al pallone che si prepari a menare il colpo; oscillano, si dispongono a balzare da un lato o dall'altro; per sfuggire al proiettile svolgono la stessa mimica che se volessero afferrarlo; studiano il punto di caduta, e poi, all'ultimo momento, quando sono sicuri, saltano via o si rannicchiano.

Un istante dopo c'è il reflusso, tutti accorrono verso il luogo dello scoppio, che fumiga. Si lavora, v'è qualche sasso da rimettere al posto, qualche sacco sventrato da sostituire; ogni cosa è tinta di giallo intorno. La pietra, la tela, le travi, la terra, per un raggio di qualche metro sono color canario e mandano un puzzo irritante e acre.

Gli austriaci hanno pure delle sottili e piccole bombe, che lanciano per mezzo del fucile, meno potenti delle altre. Le armi che essi tentano sono innumerevoli, e tutte intese ad evitare più che si può la prova del coraggio aperto. Ricadono sibilando oltre le posizioni, nelle gole e nelle valli, frammenti di insoliti proiettili, oltre alle deformi pallottole rimbalzate; sono strani segmenti geometrici di metallo, quadratini di acciaio, pallette rosse di minio, bossoletti da fucile pieni di piombo, schegge di piccole granate da cannoni navali, di quei cannoncini che armano la prua delle torpediniere.

Tutti questi detriti sibilanti che spruzzano via e si disperdono dalle vette in battaglia, tutte queste molecole di violenza che irradiano follemente dalle posizioni, fanno pensare alle faville lanciate da un'incudine gigante percossa dal veemente maglio della guerra.

Quando ridiscendevamo dal Freikofel, sul quale la calma superba e sicura dei nostri dà alla vita una così meravigliosa apparenza di normalità, il cannoneggiamento non aveva più l'intensità di prima. Gli austriaci se la prendevano nuovamente con le retrovie, che delle grosse granate cercavano. Forse il nemico immaginava chi sa quale accorrere di rinforzi.

In una radura del bosco, sotto alle rocce del Pal Piccolo, alcuni soldati lavoravano di zappa; erano seppellitori. Intorno a loro dei cadaveri aspettavano che la fossa fosse pronta, distesi nelle barelle, una rozza croce di verdi ramoscelli di pino posata sul petto insanguinato. Un soldato è caduto ferito poco lontano, ed è rimasto lì, accoccolato, aspettando, senza un lamento.

Le esplosioni nella selva lasciavano un'agitazione di piante; si vedevano lunghe rame di abeti squassarsi con una specie di divincolamento lungo, fra le spire del fumo, come per un disperato tentativo di fuga. I rari soldati che passavano nelle vicinanze non allungavano il passo, non guardavano nemmeno, e il loro volto bronzato, inselvaggito, guerriero, esprimeva la più serena indifferenza. Due di loro si sono fermati a parlare e la buffata d'un colpo vicino non ha interrotto il loro discorso.

In quello stesso giorno, sul Pal Piccolo cadeva ucciso Ruggero Fauro.

Abbiamo contornato le spalle del Pal Piccolo. Un minuscolo accampamento era tutto intento alle sue faccende. Qualche _shrapnell_ è scoppiato ancora, in alto, sul bordo della parete rocciosa, sferrando le sue pallette con un lamento da frusta agitata. Poi i rombi e gli echi si sono andati calmando. Un silenzio solenne si andava ricomponendo sui monti. Mentre raggiungevamo la valle di Montecroce, ancora un colpo ha tuonato, un'ultima granata è esplosa sulla cima del monte Tierz. Ha avuto il rimbombo cupo di una grande porta, che si chiuda, di una smisurata porta dal battente di bronzo, serrato con impeto sulle risonanze profonde di un tempio favoloso.

Agli sbocchi delle valli verso i quali viaggiavamo, nel violaceo declinare del giorno, gli antichi castelli che guardano da tanti secoli le soglie d'Italia profilavano le loro torri merlate, al di sopra delle vecchie cittadine guerriere, semplici, oscure, dalle cui case medioevali sono uscite tante fiere generazioni di difensori della Patria. Tolmezzo, Venzone, Gemona.... La loro storia è una storia di continua lotta contro lo stesso nemico. Esse sono state sempre le sentinelle avanzate d'Italia.

_Eran giunti al stretto passo_ _Nove millia o più Germani_ _Avevan preso il monte i cani;_ _Ma cazati foro al basso_ _Da quaranta di Venzone;_ _Su su su, Venzon Venzone._

Così canta una vecchia canzone dei luoghi, ricordando le gesta leggendarie dei quaranta venzonesi di Bindernuccio che fermarono da soli l'invasione di Massimiliano Primo e salvarono Venezia.

No, di qui non si passa! Il canto è ancora fresco, è ancora vero, è ancora vivo:

_Su su su, Venzon Venzone:_ _Su fideli e bon Forlani,_ _Su legittimi Italiani,_ _Fate ch'el mondo risone._

MONTE NERO.

_21 settembre._

La parola slava _krn_ — che si pronunzia _kern_ — significa «roccioso», e somiglia alla parola _zrn_ che significa «nero». La distrazione di un cartografo ha fatto del Monte Krn il Monte Nero; ha dato a questa vetta un nome falso ma indistruttibile, indimenticabile, insostituibile, un nome più noto ora al mondo di quello vero, un nome che è stato pronunziato più volte in tre mesi che l'altro in tre secoli, e che rimarrà, legittimato dalla Storia, battezzato dal sangue.

Il Monte Nero aveva una celebrità nelle guide per la somiglianza singolare del suo profilo a quello di un volto umano, un volto immenso, supino, con la fronte verso il sud, il mento verso il nord. Da lontano, dalla valle di Cividale, oltre i nostri monti si vede, azzurro e alto, quel prodigioso sembiante aquilino da divinità caduta, nel quale molti credono di ritrovare i lineamenti cesarei e solenni di Napoleone. L'apparenza di un viso è così evidente, che gli alpinisti, i frequentatori di vette, chiamano Naso la cima più alta di quella favolosa scultura.

Avvolto in un pallido sudario di brume, il volto della montagna si levava avanti a noi diafano, inverosimile, terribile, mentre per le vallette della Slavia italiana salivamo verso le alture di Colovrat, che fronteggiano il Monte Nero dalla riva opposta dell'Isonzo. Il monte, nei giri tortuosi del nostro cammino, ci era nascosto sovente dalle pendici vicine, e ci riappariva sempre un po' più scomposto nel suo profilo umano; la visione svaniva, la magia cessava, l'aspra verità delle rocce distruggeva a poco a poco l'illusione plasmata dalla distanza.

La fronte napoleonica così diventava la cresta di Luznica; il gran mento rotondo diventava la cresta di Vrata; lo sporgere lieve di una ciocca su quella fronte immane diventava la cima di Maznik; e il naso non appariva più che come il pizzo maggiore del monte, una guglia a declivio precipitoso verso Maznik, a picco verso Vrata.

Da queste altezze ondulavano giù le pendici, con vette minori, con un digradare di cime, con quel risollevarsi brusco che hanno spesso i contorni delle montagne come se si pentissero di scendere alle valli e tentassero di tanto in tanto di tornare in su. Erano le pendici di Sleme, al sud, più vicine all'Isonzo, poi quelle di Mrzli, quasi sul fiume. Al nord i costoni discendenti dal Monte Nero si allontanavano dietro le creste del Polonnik, in una maestosa confusione di dorsi seghettati, di punte nude, che andavano sfumando fino a lontananze incorporee, un oceano di cime rosee e spettrali nella luce mattutina, fra le quali s'indovinavano profonde spaccature di valloni.

Il Monte Nero è la vetta culminante e centrale di una lunga catena quasi parallela all'Isonzo. Attraversato il fiume a Caporetto, che fu occupato il primo giorno della guerra, la nostra azione offensiva si trovò di fronte quella gigantesca barriera, che non ha valichi. Di colpo l'attacco scalò i contrafforti, salì per balze senza sentieri, si portò sotto le vette maggiori, a duemila metri.

Il ponte di Caporetto era stato distrutto dal nemico in ritirata. Le nostre truppe varcarono l'Isonzo su passarelle costruite dal Genio. Quattro giorni dopo, dei temporali violenti gonfiarono le acque; la piena travolse le passarelle. I piccoli reparti che operavano già sulla riva sinistra rimasero isolati. Ma andarono avanti. Il parroco austriaco di Dresniza — paesotto che si adagia tutto bianco sulle falde del Monte Nero — vedendo passare quelle prime magre schiere, senza rincalzi, senza approvvigionamenti, tagliate fuori dall'inondazione, le salutò ironicamente: «Andate pure, non tornerete indietro!». Sapeva che sulle creste dei monti il nemico trincerato aspettava in forze.

L'interruzione del transito sul fiume durò due giorni. La sera del 30 maggio un ponte di fortuna era già ricostruito sul torbido, largo e vorticoso corso della piena. Passarono le munizioni, passarono i rincalzi. L'occupazione era già quasi ai piedi del picco più alto. Il primo di giugno la punta era conquistata.

Non fu un colpo di sorpresa, questa volta; fu un colpo di manovra. La compagnia austriaca che difendeva l'estrema cima quasi inaccessibile, il naso della montagna, vigilava e combattè. Bisognava appunto che si battesse, per la riuscita del nostro piano. È stata questa una delle battaglie più belle e più singolari della guerra.

Fu in una notte oscura e nuvolosa. Non si poteva sperare di scalare la vetta senza svegliare l'allarme. Si profittò allora dell'allarme. Due spedizioni partirono da una specie di tormentato pianoro roccioso sul quale eravamo trincerati, seicento metri più in basso della cresta. Un piccolo reparto, composto dei più abili scalatori, munito di corde, si diresse verso il fianco settentrionale del picco, cioè, per esser chiari, verso la narice del naso mostruoso, dove la parete precipita quasi a piombo. Un reparto più numeroso si diresse dalla parte meridionale, per ascendere il pendìo più accessibile, il dorso del naso. Era questo il lato meglio difeso e più vegliato dal nemico.

È un lungo piano inclinato, eguale ma scosceso, coperto in parte di erbette tenaci che ora intristiscono nell'autunno, disseminato di pietre che vi mettono come una sparsa punteggiatura grigia da pittura divisionista. Bisogna inerpicarvisi con l'aiuto delle mani. Chi scivola difficilmente si riprende; non trova dove afferrarsi, rotola nel precipizio, è perduto. L'attacco che saliva per questo declivio vertiginoso non doveva sferrarsi contemporaneamente all'altro, che ascendeva per le balze rocciose e dirupate del versante opposto. Gli scalatori della muraglia avevano il còmpito arduo e terribile di attirare per i primi l'attenzione e il fuoco degli austriaci, mentre sul pendìo meridionale la vera azione risolutiva si sarebbe preparata silenziosamente.

Per confondere i rumori inevitabili dell'avanzata, fu dato l'ordine alle truppe rimaste sul pianoro inferiore di lavorare a gran colpi di piccone. I soldati picchiavano sodo, a caso, come volessero spezzare la montagna. Un tempestare di picconate echeggiava nelle tenebre fra strisciamenti metallici di pale. Gli austriaci, che ascoltavano dall'alto, sparavano di tanto in tanto qualche fucilata contro quel furore d'operosità, immaginando grandiosi lavori di trinceramento. Dovevano sentirsi rassicurati da tanta febbre di difesa. Improvvisamente i colpi di fucile si fecero più serrati, poi il fuoco si allargò, scrosciò con furore, senza pause, violento, rabbioso, mescolato ad un confuso e lontano gridìo. Giù, nel buio, i soldati che lavoravano si fermarono, sudati e ansimanti, ed ascoltarono immobili, appoggiati ai picconi, studiando lo scintillamento delle vampe sulla vetta in tumulto.

Il piano si svolgeva con una esattezza meravigliosa. La scalata della balza dirupata era stata scoperta dal nemico quando essa toccava già gli ultimi gradini. Il piccolo reparto assalitore, snodatosi subito fra sporgenze della roccia, si moltiplicò, rispose al fuoco degli austriaci con una fucileria precipitosa, riuscì a dare l'illusione di una massa. Tutta la difesa si portò contro di lui. Quando lo strepito della battaglia parve più alto e intenso, l'oscuro pendìo sassoso del versante meridionale si animò.

Un nero formicolìo vi saliva veloce, una moltitudine d'ombre rampava verso l'estremo lembo di quello spalto immane. Il vero assalto arrivava. Le vedette nemiche lo scorsero, ma era troppo tardi. Il loro grido d'allarme fu coperto dall'urlo trionfale dei nostri, che mettevano piede sulla vetta e si rizzavano per precipitarsi subito avanti, la baionetta bassa. La cima del Monte Nero era presa.

La osservavamo percorrendo la cresta del Colovrat. Non si riusciva a comprendere come su quella aguzza guglia potessero aggramparsi e vivere delle truppe. Qualche nuvoletta rossastra di _shrapnell_ sfumava lungo le sue pareti. Dalla vetta la nostra occupazione, indicata da sottili e quasi invisibili sgranamenti di rocce prodotti dai lavori di trinceramento, e da qualche minuscola baracca di rifugio rannicchiata al coperto dietro a delle anfrattuosità, prosegue al sud, scende in quell'avvallamento che da lontano formava l'incavo del ciglio sul profilo del gran volto, e s'inoltra sulla fronte, cioè sulla cresta di Luznica, che i soldati chiamano Monte Rosso per il suo fulvo colore.

A metà della cresta essa ridiscende un poco. Gli austriaci tentarono più volte di scacciarci dalla punta conquistata; lasciarono sul terreno centinaia di morti, disseminati in ogni balza. Non riuscendo a riprendere la cima, si rafforzarono intorno, per barrarci ogni strada.

La montagna si prestava alla difesa, le offriva poderosi baluardi naturali. Il dorso del Monte Nero, dal lato austriaco, è inoltre solcato da strade militari che salgono dal nord, da Plezzo, le quali hanno facilitato un vasto spostamento di truppe e di artiglierie. Al di là del crestone principale, un'altra catena di rudi vette si solleva, vette chiare, strane, che sembrano sfarinarsi in una sabbia grigia di cui i valloni si colmano: sono dette dai soldati le Cime Bianche a causa della loro apparenza. Formano una vera seconda muraglia, vicinissima, sulla quale numerose batterie nemiche si appostano.

Fra lo schieramento delle Cime Bianche e il costone del Monte Nero, in fondo ad un valloncello arido, angusto e selvaggio, è il passo di Luznica, diventato una via di arrocco per le truppe nemiche lungo l'allineamento delle vette da difendere. Enormi lavori hanno trasformato ogni sentiero in comodi passaggi. Vi si lavora anche adesso, e sui sabbioni cinerei delle Cime Bianche si vede come un formicaio oscuro d'uomini all'opera sulle volute serpeggianti e rosate di nuove strade.

La nostra offensiva lungo le propaggini del Monte Nero urtava contro difficoltà formidabili. I trinceramenti nemici non soltanto si allungavano sulle creste, ma le tagliavano, le attraversavano, a cavallo da un versante all'altro. Non era più possibile manovrare, e bisognava salire all'attacco frontalmente dai declivî, e scendere dalla vetta conquistata lungo la dorsale, da punta a punta, prendendo una dopo l'altra le trincee trasversali, sulle quali poi era difficile mantenersi presi d'infilata dalle Cime Bianche. Ma andammo avanti.

Andammo avanti lentamente, con metodo, contrattaccati furiosamente dopo ogni lieve progresso. Il mese di giugno fu tutta una battaglia lassù. I bollettini ufficiali riflettevano sobriamente questo accanimento. Ogni giorno ci dicevano: «Fiera lotta sul Monte Nero....», «lotta tenace....», «resistenza furibonda....». Il nemico tentava di aggirare le nostre posizioni più alte e più avanzate; non risparmiava sforzi per togliersi dal fianco quel cuneo profondo; tendeva ad isolare la vetta del monte. Vi impegnava il massimo degli effettivi che la guerra di montagna consenta.