Al fronte (maggio-ottobre 1915)
Part 16
Toccata la vetta, fra le asperità cineree dei dirupi gli assalitori concertarono rapidamente il loro piano. «Battaglione, alla baionetta!» — urlò il sergente. «Compagnia, alla baionetta!» — urlò un caporale. E tutti e venticinque, gridando per mille, si buttarono avanti, saltando da masso a masso: Savoia! Dalle posizioni vicine si udì il clamore. Poi le voci si spensero. Dopo qualche minuto il silenzio tornò profondo sul Freikofel. Che era avvenuto? Tutti gli sguardi scrutavano ansiosamente la vetta. Improvvisamente un'acclamazione immensa echeggiò dal Pal Piccolo all'Avostanis. Sulla cima del Freikofel sventolava la bandiera italiana.
Gli austriaci non si erano difesi. Sorpresi, erano fuggiti in terrore. Erano già depressi per un intenso bombardamento di medî calibri durato tutta la notte. Cinquantaquattro di loro si arresero subito. Molti altri, sparpagliatisi intorno nelle anfrattuosità delle rocce, venivano fuori alle reiterate intimazioni di resa, le mani levate. Il nemico non tentò subito di riprendere la vetta di assalto: la bombardò. Tutte le batterie austriache, grandi, piccole, di medio calibro, vi concentrarono un fuoco infernale, prima che i nostri potessero compiere il più piccolo lavoro di fortificazione. La sommità dovette essere sgombrata, ma tenevamo l'accesso. Aggrampate Dio sa come, le nostre truppe erano là, pronte, al riparo, entro i greti e nei canaloni.
Dei venticinque assalitori uno solo era caduto. Fu visto all'inseguimento, avanti a tutti, scendere a salti di camoscio e piombare colpito da una fucilata a bruciapelo, tirata da qualche nascondiglio. Non era stato nominato per quell'impresa. Aveva protestato perchè non l'avevano incluso nella lista. «_Sior capitano, mi go più dirito dei altri!_» — aveva detto alla sera, tutto commosso come sotto ad un'ingiuria. — «_Me speta!_».
Era un soldato straordinario. Quando vedeva il suo capitano partire solo in ricognizione, borbottava: «_Eco sto mato che busca de farse copar!_» — E gli dava dei consigli: «_No se fida de mi? Perchè no me manda mi a guardar, che se lo copan a el, che femo nualtri?_» — Il capitano fingeva di non udire, e allora il bravo alpino pigliava il fucile, si affibbiava le giberne, e dopo aver mormorato un affettuoso e irriverente «_andemoghe drio, el xè mato da legar!_», lo seguiva per tutto, passo passo, come un cane, devotamente, pronto a fargli scudo del suo corpo ad ogni frusciare di fronde. L'ufficiale lo ha pianto.
Per tre giorni sul Freikofel è stata una alternativa di bombardamenti e di mischie alla baionetta. Quando il nemico credeva di aver spazzato la vetta a colpi di cannone, avanzava la sua fanteria. Improvvisamente era fra le pietre un brulichìo di grigio, un lungo urlo possente, i nostri balzavano su, rioccupavano la cima, facevano dei prigionieri, rigettavano l'assalto. Il bombardamento ricominciava. Si resisteva un'ora, due, tre, poi bisognava cedere, ritirarsi. Dal giorno 7 al giorno 9, il nemico lasciò duecento cadaveri sul Freikofel, quattrocento feriti, duecentoventi prigionieri. Ma il 9 la nostra occupazione della sommità era consolidata. Il cannone non ci scacciava più.
Gli attacchi austriaci sono però continuati. Con la nebbia, con la pioggia, di notte, all'alba, alla sera, il tentativo di riprenderci il Freikofel è stato rinnovato con un'accanita costanza. Specialmente con la nebbia. Quando le nubi scendono e le montagne vi si immergono a poco a poco, quando tutto sparisce in un grigio tenebrore, si può esser quasi sicuri che nello spessore opaco e freddo dei vapori i nemici rampano.
La loro tattica consiste nell'avvicinarsi a gruppi di cinquanta o sessanta, cautamente, carponi, e, arrivati a pochi passi dalla trincea italiana, aprire un fuoco intenso e breve di fucileria. Non osano slanciarsi all'assalto subito; vogliono prima saggiare la difesa. Il fuoco di risposta rivela le condizioni dei difensori. Ne dice il numero, ne dice il morale. Se la trincea si sveglia con una fucileria furibonda, lunga, disordinata, l'attacco può proseguire. Vuol dire che la gente trincerata è poca e vuol parere molta, o è molta ma sorpresa e agitata. Se invece soltanto una diecina di colpi risponde, e poi si rifà il silenzio, la cosa è grave: c'è nella trincea un'aspettativa calma e sicura. In questo caso, che è il più sovente, l'attacco è sospeso. Allora, dopo la scarica, i nostri non sentono più nulla. Il nemico si ritira quatto quatto nelle sue tane.
Tali spedizioni austriache non sono mai condotte da ufficiali; dei sergenti le guidano. Gli ufficiali rimangono dietro, nelle trincee.
Si sono avuti, per lunghi periodi, tutte le notti di questi tentativi di attacco. Talvolta l'offensiva austriaca ha un ben maggiore sviluppo, si sferra in forze compatte dopo violenti bombardamenti, si estende contemporaneamente a tutte le posizioni del Passo di Montecroce, assale il Freikofel, assale il Pal Piccolo, assale il Pal Grande, assale l'Avostanis.
Non si contano più queste battaglie furibonde, nelle quali si calcola siano caduti più di seimila austriaci. Il nemico si dibatte sulla linea incrollabile delle nostre posizioni, non vuol persuadersi che non si passa. Il 14 giugno, bombardamento e attacco dell'Avostanis. Il giorno dopo, attacco generale. Il 20 giugno, alla notte, attacco del Freikofel. Il 22, attacco generale. Dopo ogni insuccesso parziale, gli austriaci allargano il combattimento, come chi non potendo scuotere una porta sferri pugni su tutti i muri intorno. Il 23, attacco dal Pal Piccolo al Pal Grande. Così il 24, nella notte. La notte del 25, attacco del Freikofel. Le rocce si coprivano di cadaveri. Intanto noi, sistematicamente, continuavamo a completare il nostro fronte con nuove conquiste.
Il 22 giugno, proprio durante gli assalti austriaci, occupavamo la cresta fra il Pizzo Collina e lo Zellonkofel, il monte che, simmetrico al Pal Piccolo, sta a ponente del Passo di Montecroce. Zellonkofel e Pal Piccolo sono come due gigantesche sentinelle, una da una parte e una dall'altra del Passo. Il 25, la cima stessa dello Zellonkofel fu presa da noi. La soglia di Montecroce era definitivamente chiusa al nemico.
Gli austriaci tentarono il giorno dopo di sloggiarci. Respinti, impiegarono il giorno 27 a spostare artiglierie; il 28 bombardarono lo Zellonkofel con tutti i calibri, poi lo assalirono ancora. Respinti, si volsero di nuovo, all'altro pilastro del Passo, al Pal Piccolo. Nella notte del 30, alla luce dei proiettori e dei razzi illuminanti l'ondata dell'assalto si abbattè sulle nostre trincee, con granate a mano e bombe asfissianti. L'onda s'infranse e ricadde.
Noi ci eravamo anche impadroniti del Passo di Volaia e del Passo di Valentina, che si trovano a ponente del Montecroce. Il nostro allineamento si estendeva e si piantava solidamente sulle posizioni più forti. Il 1.º luglio facevamo ancora un piccolo passo avanti dalla cima del Pal Grande; scendendo sul declivio scacciammo il nemico dalla trincea avanzata. Gli austriaci fecero sforzi disperati per riprenderla. Tentarono l'assalto nella notte stessa; poi alla mattina seguente; poi, con più truppe, il giorno 3, dopo un serrato cannoneggiamento; poi il giorno 5. Abbandonarono 250 morti sul terreno. Respinti sempre, volsero l'attacco al vicino Pizzo Avostanis. Furono lasciati avvicinare a brevissima distanza dalle trincee, contrattaccati, rovesciati nella valle. Il giorno appresso, assalivano ancora il Pal Grande.
Vi è qualche cosa di cieco e di feroce in questa tattica da ariete, una forsennata negazione dell'evidenza. E l'evidenza è che la fanteria austriaca, dai celebri _Kaiserjägern_ ai bosniaci, non può reggere in combattimento aperto contro la nostra truppa, quando l'uomo è contro l'uomo. La forza degli austriaci è nell'ausilio ampio, bene organizzato, sapiente, di tutta la meccanica offensiva, di tutti gli atroci sostituti scientifici del valore umano: è nell'uso studiato e largo di tutti quei moderni mezzi di lotta che permettono di colpire senza esporsi, che affidano la maggior parte del combattimento al cieco automatismo degli esplosivi; è nell'abilità del nascondiglio, nel soccorso delle difese inanimate. Sono artiglierie numerose, varie, ben celate, pronte a scomparire; sono bombe asfissianti; sono granate che delle macchine lanciano, perchè ci si espone troppo a lanciarle a mano; sono mine, reticolati, scudi di acciaio; sono trinceramenti blindati con feritoie a sportello nei quali la fanteria è invulnerabile. Ma il momento arriva in cui bisogna che avanzino allo scoperto se vogliono tentare una conquista.
Possono bombardare quanto vogliono, aumentare in proporzioni esorbitanti la loro avanguardia di esplodenti, l'ora suona in cui i rifugi debbono essere lasciati per farsi avanti. È l'ora che i nostri aspettano silenziosamente. È l'ora del cuore. Non sempre ci si difende col fuoco dall'assalto che inerpica. Le baionette si inastano, poi con un grido selvaggio i nostri balzano sulle trincee e si gettano giù, a valanga. Il nemico precipita indietro, lascia i suoi morti, i suoi feriti, i suoi fucili, e da dietro i macigni spuntano mani levate di gente che si rende. E questo non una volta, non due; quando leggete nella nobile sobrietà della prosa di Cadorna che avvenne «il consueto attacco» al Freikofel, al Pal Grande, al Pal Piccolo, dovete immaginarvi queste scene sugli orridi costoni di Montecroce, grandiose e tenibili come la penna non potrà mai dire, tumultuanti nel pallore di un'alba, o in una notte di tempesta illuminata dalla luce fantastica di bengala librati nell'aria dai razzi.
Poi si combatte per i morti.
I nostri alpini, specialmente, hanno per il cadavere una reverenza eroica, un culto antico e solenne che fa della sepoltura un dovere sacro. Compiono follìe di valore per raccogliere piamente i loro caduti. Dicono che il morto vuole riposo, e reclamano dai superiori il diritto di uscire dalle trincee. Si concertano, partono in cinque, in sei, armati, di notte. Spesso sono scorti o sono uditi dal nemico, la fucileria si desta, le bombe esplodono divampando fragorosamente, i proiettori si accendono e frugano la roccia. Qualche volta la scaramuccia si allarga, e non sono più cinque o sei che avanzano, sono cinquanta, sono cento, lanciati fuori da un'indignazione generosa, e la spedizione arriva sulla trincea nemica tornandone carica di trofei.
Sul Pal Grande, un giorno, uno dei nostri morti era rimasto a tre passi dai parapetti austriaci. Era un graduato che tutti adoravano. L'ufficiale in comando offrì una somma di denaro ai volontari che fossero andati a prenderlo. Gli alpini, gravi, studiarono a lungo dalle feritoie, poi scossero la testa e tacquero. L'ufficiale, un valoroso, un dio per i suoi uomini, lasciò la trincea con un gesto di sdegno. Bastò più della somma.
Era appena giunto al rifugio, quando l'ufficiale udì un tumulto di fucilate e di gridi. Si disponeva, perplesso e sorpreso, a tornare indietro, ma il tumulto diminuiva, cessava. E verso di lui, per i camminamenti coperti, scendeva un affollamento solenne di soldati. Era il funerale magnifico di un eroe. I primi portavano il cadavere, e dietro a loro ondeggiavano sulle spalle fasci di fucili e grigi scudi di acciaio, armi prese al nemico. Per riprendere il morto, la trincea austriaca era stata attaccata, conquistata, spogliata.
Perchè gli austriaci tirano sui raccoglitori di feriti e di cadaveri? Nulla può indurli al rispetto della croce rossa. Uno dei nostri cappellani, dopo un combattimento, uscì dalle trincee del Freikofel in paramenti sacri, le braccia levate, per chiedere al nemico di lasciar prendere i morti. Fu preso a fucilate anche lui. Fremendo di sdegno i nostri hanno visto più volte gli austriaci massacrare a colpi di fucile e di granata i loro stessi feriti, che strisciavano penosamente gemendo verso le loro trincee. Non è forse ferocia; probabilmente è allarme. Sono in uno stato di agitazione evidente, di ansia, di sospetto, di timore. Non discernono, non capiscono, sono turbati, vedono in ogni cosa un tranello, nel prete immaginano un lanciatore di bombe travestito, nel rampare d'un ferito scorgono l'avvicinarsi subdolo di un assalitore, l'angoscia di una aspettativa mortale non lascia posto per altri sentimenti, tirano su tutto quello che si muove, sulle ombre, sulle apparenze, e tirano anche sui morti, perchè non li ricordano più, o perchè li credono finti morti e fissandoli par loro che si spostino, lentamente, insensibilmente, nell'ombra.
Nessun attacco di queste truppe, anche contro forze che per un periodo furono numericamente inferiori, è mai riuscito. Non li abbiamo ricordati tutti questi attacchi, ostinati, sanguinosi e inutili. L'8 luglio tentavano ancora la conquista dello Zellonkofel. Il 10 si volgevano al Pal Grande, di notte. All'alba contrattaccavamo noi e prendevamo un'altra trincea. Il giorno dopo avanzammo ancora un poco verso l'Anger. Il 14 luglio, nuovo assalto generale austriaco di tutte le posizioni. Era un giorno tenebroso, nebbioso, freddo, e per due volte l'offensiva nemica salì sullo Zellonkofel, sul Pal Piccolo, sul Freikofel, sul Pal Grande, sull'Avostanis, a infrangersi sulle nostre baionette. Poi il 27 luglio, il 30 luglio, il 7 agosto, il 14 agosto, giorni di battaglia. Di ogni attacco nemico noi abbiamo profittato; la controffensiva ci ha permesso sempre di migliorare la linea di resistenza; prendevamo una balza, una gola, un costone. E la lotta prosegue, ora furibonda ed ora stanca, ad una distanza da sassate, con lanci di bombe e d'ingiurie.
Questo è il fronte verso il quale salivamo lentamente dalla valle di Montecroce.
Salivamo verso le posizioni dalla valle di Montecroce, sul cui fondo venivano a cadere dei colpi destinati alle retrovie, i quali aprivano sui prati, dall'altra parte del torrente, lacerazioni oscure.
Ogni quattordicesimo giorno del mese è, per ragioni misteriose, un giorno di furore austriaco in quel settore. Assistevamo alla quarta celebrazione di questa data. Il tempo limpidissimo favoriva l'azione delle artiglierie. Dalle tre del mattino il bombardamento continuava, senza la caratteristica tremenda intensità di una preparazione di assalto, ma vasto, su tutti i punti, contro le trincee e contro gli approcci, sulle vette e nelle gole.
Le grosse granate passavano in alto, alle volte due, tre di seguito, e dalla calma, azzurra, profonda serenità del cielo scendeva quel loro ronfiare cupo, lamentoso, soprannaturale, che per delle interferenze bizzarre del suono ha come dei rallentamenti e delle pause, che pare sosti e riprenda, con qualche cosa di faticoso, di affannato, di pesante.
Veniva fatto di guardare in su, curiosamente, e di cercarle nella luce le canore masse di acciaio. Dal suono si distinguevano i calibri. Striduli, striscianti, con un rumore di lacerazione, delle granate e degli _shrapnells_ di artiglierie da campagna e da montagna, tirati troppo in alto, sorpassavano le posizioni e scendevano lungo la china tracciando invisibili archi di sonorità e di ronzii. Il fragore echeggiante delle esplosioni saliva dalla vallata come una impetuosa marea di tuoni. Il fumo sorgeva filaccioso e diafano sulle cime degli abeti.
Dal colore delle nubi di fumo i soldati classificano i proiettili. C'è la bianca, la bianchina, la rossa, la grigia. Tutto prende un soprannome al campo. Le varie batterie nostre sono conosciute con nomignoli che rimarranno. Una batteria da montagna, inerpicata ad un'inverosimile altezza, è la «pettegola». È sempre la prima ad iniziare la discussione e vuole sempre l'ultima parola.
Incomincia con otto, dodici colpi di fila; allora, siccome i suoi tiri arrivano bene, tutti i cannoni austriaci si mettono ad abbaiare contro di lei; l'altura sulla quale la batteria è piazzata, è tempestata da un imperversare di granate. L'inferno dura un'ora, due ore: la pettegola tace. Il nemico la crede colpita, distrutta, sepolta, e sospende il fuoco. Immediatamente si odono due colpi; è lei che dice: Sono qua! Nuovo furore austriaco, ripresa del bombardamento a oltranza. Poi silenzio. Questa volta è finita. No, due colpi, due soli: Sono ancora qua! E per giorni intieri continua l'alterco dei cannoni, il quale finisce invariabilmente, alla sera, con quei due colpi insolenti, esasperanti, che l'artiglieria nemica si rassegna a lasciare senza risposta.
Da un'altra parte c'è la «mitragliatrice». È una batteria da campagna che si indigna quando la tormentano troppo. Per un po' sopporta, poi perde la pazienza e sgrana giù, per un paio di minuti, un fuoco a tiro rapido filato come i punti di una macchina da cucire. Ma bisogna sentirne a parlare i soldati, di questi cannoni amici.
C'è un affetto, una passione, una riconoscenza, verso quelle batterie protettrici, che non si possono ridire. La loro voce è riconosciuta e sveglia sempre esclamazioni di saluto nelle trincee. Non le hanno mai viste, non sanno nemmeno con precisione dove stiano, ma i soldati le adorano, e non ce n'è uno che all'occorrenza non si farebbe ammazzare per salvarne un pezzo. I tiri sono seguiti con un interesse espansivo. Un bel colpo, che vada al segno, è commentato con espressioni di gioia. I grossi alpini si battono allora fanciullescamente le coscie con le palme, contenti, esclamando: — Bene! Bene! Bravi! — E ridono.
Ma ieri le nostre batterie disdegnavano il fuoco nemico. Rispondevano appena, di tanto in tanto. Qualche grossa granata passava dal sud al nord. «Ciao, cara!» — dicevano i conducenti alzando la testa: «Buon lavoro!»
C'inerpicavamo verso il Pal Grande su di una scoscesa spalla del monte coperta da un folto bosco di abeti, girando e rigirando per le volute del sentiero, ai piedi di immani pareti rocciose dai cui bordi lontani sporgevano le tese braccia degli alberi, in oscuro intreccio. Poi la dirupata, angusta, ombrosa cavità di un canalone ci ha presi; il sentiero sempre più aspro è divenuto quasi una scala, una fantastica scala a brevi zig-zag, fiancheggiata da abeti, serrata dagli speroni di maestose muraglie basaltiche.
Un rombo lontano e sonoro, che si sarebbe preso in quel momento per il rumore di un proiettile se non fosse stato persistente ed eguale, ci ha fatto guardare nei lembi di cielo che s'incorniciavano luminosi e profondi entro un frastagliamento nero di rami. Un aeroplano austriaco passava.
Era chiaro, diafano come una cosa veduta attraverso l'acqua, pareva lento, pareva incerto, volava verso il sud, librato sulle sue ali immobili, poi ha virato verso l'est. La montagna, che sembrava deserta, ha risuonato tutta di colpi di fucile. Si tirava da ogni parte sul sinistro uccello pallido e grande che spiava. Le rocce prolungavano stranamente il rumore dei colpi; l'eco faceva di ogni fucilata uno scroscio. Scendeva su di noi come una portentosa cateratta di strepiti violenti. L'aeroplano è scomparso, la fucileria ha taciuto. Qualche grosso proiettile, passando più basso, faceva udire il rauco soffio vorticoso della spoletta.
Il sentiero aveva i segni caratteristici delle zone battute lasciati dal cannoneggiamento di mesi, schegge di roccia staccate dai colpi e precipitate sul passaggio, frammenti di granate, pallottole di _shrapnells_, buche scavate dagli scoppi. Qualche barella scendeva lentamente e le cedevamo il passo, salutando il ferito che ci guardava con lo sguardo lontano e assorto di chi ha appena lasciato il combattimento e lo rivive.
Il frastuono delle esplosioni, di tanto in tanto, si faceva vicino ma senza direzione, ingigantito dalle sonorità degli echi. Poi, improvvisamente, uno schianto di folgore, un contraccolpo di vento, un roteare lento in aria di tronchi d'albero sradicati dal ciglione d'una roccia e lanciati in alto, un frullare di pietre tutto intorno a noi, di schegge, di frammenti, con un picchiettare violento di sassaiuola sulle piante e sul sentiero, e un fumo giallo, pesante, acre, si è sparso a piccoli turbini e ci ha velati.
Bianca, gigantesca, precipitosa, una vetta ci appariva vicina, alla fine del canalone, una rocca luminosa nello sfolgorìo del sole: il Pal Grande.
Pochi minuti dopo, inerpicati sulle basi delle sue pareti, contemplavamo la bellezza orrenda di questo grandioso e selvaggio campo di battaglia. La via dalla quale eravamo saliti non era più che una specie di spaccatura in basso, piena di ombra e di un arruffìo di boscaglia, al quale ogni tanto s'invischiava la nube sinistra di una granata. Il Pizzo di Timau vicinissimo, a levante, tutto in ombra, azzurrastro, piombava le sue vertiginose pareti a picco quasi nei ghiaioni del Pal Grande. A ponente la cupola scabrosa e tormentata del Freikofel, lontana meno di un tiro di fucile. Più in là, le rocce cineree del Pal Piccolo che sostengono un pianoro con vestigia di verde. La spaccatura del Passo di Monte Croce appare così angusta che lo Zellonkofel al di là del Passo, si direbbe unisca la base delle sue due cuspidi a quella del Pal Piccolo.
Tutte queste vette, tutte queste rocce, nude, calcinate come ossami di un mondo morto, tuonavano alle cannonate; ruggevano in echi prodigiosi, avevano boati da valanga, frastuoni di crollo, facevano scendere dalle più inaccessibili solitudini tumulti immani di battaglia; pareva che ogni balza, ogni crosta, ogni dirupo sferrasse i suoi colpi, che le montagne stesse si fulminassero confondendo in una continua tempesta lo scrosciare esorbitante delle loro folgorazioni. E finivamo per sentire confusamente una non so quale personalità favolosa in quelle montagne combattenti, piene di un maestoso e immobile furore. Non è possibile dare un'immagine del coro possente e favoloso delle vette intorno alla lotta dei piccoli uomini invisibili, celati come insetti nei greti, ridire quello che la montagna aggiunge alla guerra di pauroso, di grande, di soprannaturale.
Eravamo da poco lì, quando da una piccola baracca, incastrata sopra un gradino della roccia, è sceso un grido di evviva. «L'aeroplano è caduto! — ha annunziato un ufficiale affacciandosi. — È caduto nella valle dell'Anger! Abbiamo ricevuto adesso la telefonata!» La voce è passata. Dei soldati, sull'alto della balza, si sporgevano dal ciglione per sapere forse che cosa fosse successo, e salutavano festosamente. Dietro a loro, più in alto, il cannoneggiamento batteva sempre. Si udiva il miagolìo breve e rabbioso delle pallette di _shrapnell_. Una scheggia di bomba è scesa frullando sul ridosso, ed ogni tanto un ronzìo di pallottole austriache sperdute, rimbalzate sulle pietre, passava intorno a noi, lontano, in direzioni imprecisabili, chi sa dove.
Gli austriaci non hanno attaccato, non si sono mossi dalle loro trincee. Bombardavano, e facevano un gran fuoco di mitragliatrice e di fucile. Ma le nostre truppe accolgono con una indifferenza sublime queste manifestazioni. Preparano le loro granate a mano e aspettano. Perchè è con il lancio delle granate che iniziano i loro attacchi e contrattacchi. C'è sul Pal Grande un famoso lanciatore di granate. Ne mette cinque o sei nel tascapane, e parte dalla trincea, un mezzo sigaro toscano acceso fra i denti. Egli preferisce le bombe lenticolari a quelle sferiche per il suo sistema. Arriva bocconi presso la trincea nemica, mette le bombe in fila davanti a sè, poi col toscano accende le micce e getta i proiettili con la rapidità e la esattezza del giocoliere che lancia i cappelli. E lanciando conta: Uno, due, tre, quattro, cinque.... Le esplosioni si seguono serrate e la trincea si vuota fra grida di terrore. Una volta preparò così un assalto, da solo.