Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 13

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L'abbiamo vista come la vedevano i _touristes_. Dall'alto delle prime giravolte della strada delle Dolomiti ammiravamo il paese sotto a noi, e dimenticavamo quasi la guerra. Vi era una non so quale serenità anche in basso, una serenità della terra, una contentezza tranquilla e profonda. Si udiva appena, come un tuono remoto, lo scoppio di qualche granata sul Cristallo. Dalle Tofane scendeva di tanto in tanto il rumore sordo e lontano di un colpo di fucile. Ma una persona ignara non avrebbe mai immaginato che a ponente, a nord, a nord-est si stendeva un fronte di battaglia, e che tutte quelle fantastiche vette luminose infarinate dalla nuova neve, striate di candori, alleggerite da quella sottile variegazione di bianche evanescenze che disegnavano la sommità d'ogni balza, d'ogni strato, d'ogni asperità, celassero appostamenti e ricoverassero cannoni puntati.

Lassù da due giorni la temperatura è scesa a dieci gradi sotto zero. Il Comando aveva provveduto al cambio delle truppe che occupano le vette. Sono quasi tre mesi che vivono in quell'inverno, fra le tormente, in mezzo a fatiche, pericoli e privazioni inenarrabili, ricoverate nei crepacci della roccia. Ma quando l'ordine di prepararsi a scendere è arrivato, quelle truppe hanno rispettosamente pregato il Comando, per la voce dei loro ufficiali, di lasciarle sulla montagna.

«Noi, oramai siamo abituati al freddo e alla vita delle vette — dicono — noi abbiamo imparato a combattere questa guerra, abbiamo scoperto i sentieri o li abbiamo creati, sappiamo da dove si può salire, da dove si può passare, conosciamo il nemico, e a truppe nuove non è facile imparare presto tutte queste cose». E per paura di non essere ascoltati, qualche reparto si è rivolto per lettera al Comando Supremo.

Ecco degli uomini che da tre mesi vivono in un inferno di sofferenze, che rischiano la vita niente altro che per camminare, che quando riposano si tengono ammassati a gruppi su sporgenze larghe tre passi fra una parete e un abisso, senza vedere altro che rocce e neve, senza udire altro che l'urlo della bufera e il sibilo dei proiettili nemici, degli uomini che quando sono feriti debbono essere impaccati in sacelli e calati con le corde dall'orlo di precipizî, e che quando si offre loro il riposo nella vita, rispondono: «No, noi possiamo servire quassù meglio la Patria, il nostro posto è qui!»

La Patria deve conoscere e riconoscere questi eroismi oscuri, calmi, magnifici, compiuti per la coscienza profonda del dovere, per un'adorazione ineffabile verso la Madre Italia sulla quale si vigila.

Non vogliono scendere le truppe dalle altitudini, anche perchè hanno finito per amare questa montagna conquistata che ora conoscono e che ora le conosce. La montagna si allea a chi la vince, serve chi la doma, offre in difesa quelle stesse difficoltà che si sono dovute superare per espugnarla, svela i suoi tranelli, suggerisce i suoi agguati, combatte anche essa, come un favoloso gigante, per i piccoli uomini che hanno saputo scalarla e comandarla dalla vetta.

Arrivano a Cortina dei soldati dalle altezze a fare provviste. Hanno l'apparenza grave e un po' stupita di chi giunge dalle lunghe solitudini. Vanno fieramente, raccolti, a passo lento, perplessi talvolta sulla strada da prendere, indecisi, come storditi di rivedere delle automobili, di trovarsi fra le case, nel movimento e nel vocìo. Portano in loro una non so quale atmosfera di silenzio come si porta l'aria fredda entrando dall'aperto in inverno.

Passano settimane lassù senza udir nulla, nella quiete morta delle cime. Soltanto alla sera, le truppe che stanno verso il passo di Falzarego e che hanno di fronte delle forze trincerate, nell'ora del tramonto sentono squillare le trombe del nemico. Il suono ha una ripercussione prodigiosa nell'aria cristallina. Le trombe suonano una musica solenne, sempre quella, come se fosse la preghiera dell'Ave Maria. È il _Deutschland über alles_.

I nostri lasciano finire il suono delle trombe, e poi cantano in un coro tremendo l'inno di Garibaldi. In quel momento i soldati, che sono stati rintanati fino allora, non si tengono più, balzano in piedi, allo scoperto, urlando: «Va fuori d'Italia, va fuori straniero!» Gli ufficiali redarguiscono: — Giù perdio, coperti, giù!

Lo straniero manda invariabilmente una scarica di fucilate che lampeggiano sul bordo d'un ciglione. Poi l'oscurità e il silenzio si richiudono, e la lunga profonda notte comincia.

NELLA VALLE DI SEXTEN.

_10 settembre._

Dalla valle dell'Ansiei, lungo la quale serpeggia la strada che per Misurina sale al nord fino a Toblach sulla Drava, ascendendo le pendici boscose del Col Caradies, verso l'oriente, si arriva a dominare dal passo il panorama della valle Pàdola, la quale va pure verso la Drava, e, prolungandosi nella valle di Sexten, oltre la vicina antica frontiera, conduce direttamente a Innichen.

La valle di Cortina, la valle di Misurina, la valle del Pàdola sono tutti passaggi che dall'Italia tendono al corso della Drava, la quale, dirigendosi da oriente ad occidente, porta nella sua ampia vallata i nervi massimi delle comunicazioni austriache col Trentino. Ogni valle nostra è dunque una minaccia sul fianco nemico, una minaccia tanto più grave quanto più la frontiera si avvicina ai punti vitali. Il confine sulla valle Pàdola non è che ad una quindicina di chilometri in linea retta da Innichen sulla Drava: poco più di un tiro di cannone pesante.

Come avevano eretto i forti di Sompauses, di Platzwiese e di Landro a difesa degli sbocchi da Cortina e da Misurina, gli austriaci avevano sbarrato la valle di Sexten con due forti principali e infinite opere minori: un forte ad oriente della valle, sulle pendici del monte Helm, il forte di Mitterberg, ed uno ad occidente, il forte di Heidick.

Contro queste due opere maggiori verso la metà di luglio la nostra artiglieria da posizione aprì il fuoco, sistematicamente, devastandole. Ma anche qui gli austriaci hanno ricorso alla tattica di disarmare i forti che vedevano condannati e di trasportarne i cannoni su posizioni campali, da lungo tempo preparate con solide piattaforme riunite da strade coperte.

È meraviglioso come si sia potuto avanzare su territorio di conquista in mezzo a difficoltà che appaiono quasi insuperabili, opposte dal terreno e dal nemico, il quale ha fatto dell'intera valle di Sexten tutto un sistema di trinceramenti in calcestruzzo. Non vi è una linea di difesa, ve ne sono cento. Le trincee, precedute da reticolati, da fossati, da mine, percorrono i declivi in tutti i sensi. Le artiglierie si sono accumulate in agguato dietro ad ogni dosso, e battono le creste.

La lotta, qui pure, cominciò con una conquista di vette. Dopo aver visto le gole dolomitiche, dominate dalle rocche mostruose delle nude montagne turrite, la valle Pàdola ci è sembrata ampia e dolce, fra quei suoi monti che, sebbene scoscesi, hanno le forme che abbiamo sempre visto ai monti. Vi sono cime rocciose, dalle pareti a picco, coronate di guglie, spaccate da canaloni, ma sono lontane, esse non serrano la valle, non vi precipitano le linee vertiginose dei loro speroni. I massicci più aspri si discostano fra loro e lasciano respirare la vallata fra verdi ondulazioni di propaggini.

A settentrione e ad occidente il vecchio confine passa sopra il dorso di quei massicci, corre sopra la seghettatura delle loro creste biancheggianti di nevi, alle quali arrivano, in cerca di forcelle e di selle, i sentieri che costituiscono i valichi secondarî. In fondo alla valle fugge il nastro bianco della strada maestra. La prima azione si diresse alla conquista dei valichi. Per avere i valichi bisognava avere le vette che li dominano. Fu una corsa alle rocce.

Noi, puntando verso Sexten, prendemmo il Monte Croce di Comelico, e poi la Croda Rossa, e poi la Cima Undici, preparando l'avanzata nella valle nemica, mentre gli austriaci, più ad occidente, si aggrampano al confine, sulla cresta del Monte Cavallin, come l'abbiamo visto aggrampato sul Monte Piana sopra a Misurina. Lentamente la nostra conquista è penetrata nella valle di Sexten.

Al di là della frontiera vi è una di quelle alture che le sinuosità della valle pongono come a sbarramento e che chiudono la prospettiva. È il Seikofel. Si prestava ad una forte difesa. La resistenza austriaca vi si è accanita.

Il primo luglio, per studiare le opere che il nemico vi aveva costruito, si spinsero avanti, arditamente, delle pattuglie di ufficiali. Vi accertarono l'esistenza di trincee permanenti di cemento armato, con larghi reticolati. L'artiglieria nostra cominciò a tempestare le opere invisibili, che le esplorazioni degli ufficiali avevano delineato. Il 14 luglio, la fanteria cominciò ad avanzare dei tentacoli, a tastare con ricognizioni le posizioni nemiche. I nemici furono respinti dalle prime linee. Il nostro fronte si portò più avanti e si radicò alle pendici del Seikofel.

Gli austriaci tentarono una offensiva violenta, preparata con lunga cura. Il 28 luglio essi attaccarono nella valle con forze rilevanti. Furono respinti e lasciarono nelle nostre mani alcuni prigionieri. Il 7 agosto noi attaccammo alla nostra volta. Dopo un'intensa preparazione di artiglierie, che per varî giorni tempestarono le posizioni nemiche, la fanteria avanzò respingendo passo passo l'avversario fino a raggiungere le pendici meridionali del Burgstall, una montagna che sta quasi simmetricamente di fronte al Seikofel, dal lato opposto della valle. Il Seikofel è ad oriente, il Burgstall è ad occidente. Avanzati a destra fino alle pendici dell'uno, si era avanzati a sinistra fino alle pendici dell'altro.

Due giorni dopo il nemico tentava di sloggiarci. Dal Seikofel scese con forze relativamente rilevanti. Fu respinto. Il 13 agosto noi rafforzavamo la nostra linea con l'occupazione dell'Oberbacher, le cui vette furono scalate dalla fanteria. L'Oberbacher è un nodo montuoso a sud-ovest del Burgstall. Costituisce una posizione fiancheggiante importantissima. Nello stesso giorno occupavamo la forcella Cengia, un altro passo ad occidente della valle di Sexten, e il giorno dopo, sopraffatte le artiglierie nemiche con un fuoco intenso, la fanteria italiana poteva salire sulla spalla del Seikofel e radicarvisi, ed occupare definitivamente delle cime della Croda Rossa.

Combattimenti accaniti succedono a lunghe calme. Da una parte e dall'altra non si può agire con continuità; occorrono lente e studiate preparazioni, e l'azione si scatena all'improvviso, violenta, disegnando talvolta un attacco sopra un punto e lanciandolo sopra un altro, tentando i lati deboli, complessa e breve. Se fossimo giunti un giorno prima sul Col Caradies avremmo visto il fumo delle granate e degli _shrapnells_ velare le creste e avremmo udito salire da tutta la valle il tuono incessante delle artiglierie, ma ieri la zona del Pàdola era immersa in una tranquillità profonda, appena turbata di tanto in tanto dall'eco di qualche colpo lontano.

Eravamo in osservazione nella radura erbosa di un bosco di abeti, e lo sfondo della vallata si apriva luminoso entro una oscura cornice di tronchi e di fronde. Non potevamo scorgere Sexten, nascosta dal giro della valle. Il bombardamento che ha demolito i forti ha danneggiato anche la cittadina pittoresca, che rimane sempre un centro importante per le operazioni austriache. Gli abitanti si sono ritirati a Innichen, e i militari si sono sepolti in profonde casematte. A Sexten si allacciano le comunicazioni telefoniche degli osservatorî del nemico e quelle delle batterie. La centrale telefonica è un sotterraneo, invulnerabile, scavato in un prato, coperto di zolle, una specie di cantina alla quale giungono i fili entro cavi sotterrati.

Il Seikofel sollevava fra le pendici la sua larga groppa tondeggiante e fosca. È una collina formidabile chiomata di boschi. Soltanto sulla vetta, il bombardamento e i lavori di fortificazione hanno diradato la selva. C'è una specie di calvizie incipiente sulla sommità dell'altura, e si intravvede il fulvo colore della terra scavata fra le grame alberaglie rimaste. Gli austriaci vi avevano già abbattuto alberi per adoperare il legname nelle opere di rafforzamento; il cannone ha falciato il resto. Si scorgono dei sottili intrecci di tronchi inclinati o caduti.

Come sul Monte Piana, la cima non appartiene a nessuno; è una breve zona neutra, che da una parte o dall'altra si scala per assalirsi. Le trincee italiane e quelle austriache non sono lontane fra loro che una settantina di metri. Ogni tanto qualche esploratore striscia ad affacciarsi cautamente sulla vetta per vedere quello che il nemico, pochi passi più in giù, stia facendo. Se è scorto, si ode una salva di fucilate; la vedetta urla un'ingiuria e si lascia scivolare indietro, fra i suoi. Alla notte, il vivido raggio dei proiettori contorna l'altura, che si disegna nera e netta sul chiarore bianco come in un crepuscolo lunare.

La più attenta osservazione attraverso i binocoli non ci lasciava sorprendere alcun movimento sul Seikofel. Nessuna vita sulla terra sconvolta e sterilita di quella vetta, verso la quale sfuma il nero della foresta. Gli alberi hanno protetto il nostro assalto, come sul Salubio. I nostri sono saliti nella loro ombra, da tronco a tronco, ricacciando il nemico a passo a passo.

Non potendo abbattere la selva, nella quale i nostri movimenti si celano, gli austriaci tentano ora d'incendiaria. Aspettano che il vento spiri dal nord, e mettono il fuoco ai roveti. Le fiamme salgono, gli alberi resinosi ardono, colonne di fumo denso si abbattono sulla vallata. Ma l'incendio non si propaga mai. Divampa, poi langue, s'estingue, e per giorni e giorni dei diafani nembi azzurrastri si levano a volute filamentose dalle plaghe carbonizzate. Dei riflessi sanguigni palpitano nelle tenebre della notte. L'ultimo incendio si è spento l'altro ieri.

In fondo alla valle, sotto a noi, sporgendoci sulla balza, vedevamo il villaggio di Pàdola, deserto. Le strade stendevano lungo il torrente il loro bianco serpeggiamento senza una macchia. Non un carro, non un uomo. Forse qui, come nelle Fiandre, è alla notte che il movimento delle retrovie si desta. Nell'oscurità romberanno i convogli in marcia, mentre in margine al gran traffico dei veicoli sfileranno silenziose le truppe in nere schiere lente. La valle appariva vuota, solitaria e come addormentata.

Essa è ancora sotto alla vigilanza di un lontano osservatorio austriaco, e si sente guardata. Si finge vuota. Niente può dare pretesto ad un colpo di cannone. Questo osservatorio, per una stranezza della guerra di montagna, s'incunea nelle nostre posizioni. È al Passo della Sentinella, una località che merita il suo nome. Vi si erge, isolata, una guglia dolomitica, sottile, aguzza, che sembra un gigante in vedetta.

Tutti questi monti, come abbiamo già osservato nella valle di Ampezzo, sono fatti, per dir così, a trampolino. Verso l'Austria un piano inclinato, verso l'Italia un salto. Da una parte una comoda via di accesso, dall'altra una parete che bisogna scalare. Così il passo della Sentinella. È stato preso e ripreso varie volte. L'attacco è facile per gli austriaci e difficile per noi. Essi possono difendere la vetta con qualche uomo e assalirla con molti. Lassù, sull'estrema punta, come sulla cima della Prima Tofana, non vi è che un minuscolo plotone e una mitragliatrice, alla quale hanno fatto con del cemento una cupola blindata. Tutte le cime vicine sono nostre. Noi li avremo assediandoli. Ma intanto guardano, ed essi sono l'occhio di batterie rincantucciate fra le pendici dell'Inner Gsell, nelle vicinanze di Sexten.

A destra del Seikofel boscoso, poco più lontano, un'altura nuda, rossastra, dalla vetta lacerata dalle granate; è il Rotheck. Nel nome di Rotheck c'è la parola «rosso». La montagna brulla si distingue infatti per quel suo colore ardente, per quella sua strana vetta sanguinante sulla quale il nemico si trincera. Di fronte a lei, assai più vicino, il Quaternà nostro, alto, scosceso, fulvo, dominante, che a sinistra porta le nostre posizioni a congiungersi per ondulazioni di declivî al Seikofel, e a destra le conduce verso le cime del Palombino, altra vetta di frontiera che ci dà il comando di valichi minori.

Sul Quaternà si profilavano gli uomini, che andavano e venivano lentamente sulla cresta in quell'ora silenziosa di tregua, simili a strani insetti, diafani e tremuli nelle rifrazioni della distanza. Vedevamo il rovescio delle nostre posizioni, il formicaio bizzarro degli accampamenti attaccati alla spalla del monte come dei nidi.

Verso le cime, da ogni parte, si vedevano arrampicati i villaggi dei rifugi, color della terra, con le loro piccole baracche che sembrano sovrapposte, minuscole cittadine a ripiani verso le quali sale un saettamento di sentieri a zigzag. Ricordano quei fantastici conventi buddhisti che si aggrampano alle rocce sacre della gola di Kalgan. Su certe vette si sono dovute infiggere delle travi a guisa di mensole, ed erigere i baraccamenti sopra dei pianerottoli di legno sospesi sul precipizio. Si passa da un pianerottolo all'altro per delle scale. Dei gradini tagliati nella roccia portano alle trincee.

Spesso, camminando sulla cresta, un sasso si distacca, rotola giù dal ciglio e frulla nel vuoto rimbalzando più in basso sonoramente sul legno delle costruzioni, percuotendo le travature di sostegno con una violenza da proiettile. Chi si accorge che un sasso sfugge sotto al suo piede, manda giù un grido di avviso. Si sporge e, le mani a imbuto intorno alla bocca, urla: «Sassooo!» — e gli uomini nei ripiani inferiori si gettano contro la parete di roccia aspettando che la pietra sia passata.

Oltre il Quaternà, ad oriente, una vetta precipitosa e immane: il Cavallin. È precisamente una di quelle montagne a trampolino che offrono all'Italia il corrusco aspetto di una rocca ed hanno dall'altra parte un dorso accessibile. Il Cavallin, una delle gigantesche pietre miliari della frontiera, non ha grande importanza perchè non domina alcun valico di qualche entità e non può molestare direttamente le nostre operazioni. Ma fissa, abbarbica su quel punto del confine l'occupazione austriaca, ed è sul fianco destro della nostra direttiva nella valle di Sexten. Non ci nuoce, ma ci minaccia.

Ha una forma quasi simmetrica: due cime, due torrioni, e fra loro una profonda insellatura nel mezzo della quale bruscamente irrompe una guglia. Le pareti sono a picco; non si scorge da lontano alcuna via di accesso. Soltanto delle ricognizioni, in forze più o meno importanti, partite dai costoni del Quaternà, si sono avvicinate alle posizioni austriache del Cavallin per studiarne gli approcci. Ardite e magnifiche spedizioni! Talvolta sono arrivate fin sulle trincee del nemico. Come? Il racconto delle loro gesta sembra una leggenda.

Scalare la parete è impossibile. Le ricognizioni salgono per i canaloni, s'inerpicano sui macigni crollati nelle fenditure, vanno su per veri corridoi fra pareti di roccia che numerose mitragliatrici austriache spazzano al minimo allarme. Nel cuore della notte gli eroici reparti esploratori avanzano. Le trincee nemiche si distendono sui ciglioni, sono annidate in sporgenze della roccia agli accessi dei canaloni. Ogni approccio è barrato da larghi reticolati. È avvenuto che si sia riuscito ad aprire un varco nel primo reticolato, poi nel secondo. Nella luce dei proiettori, strisciando sotto al fuoco intenso, inerpicandosi da masso a masso, i nostri sono arrivati alla trincea principale. Ma sul parapetto stesso c'è un ultimo reticolato che bisognerebbe distruggere, a due metri dalle canne dei fucili nemici.

Quando la ricognizione arriva alla mèta, è già l'alba. Nessuno può più ritirarsi allo scoperto. E i nostri rimangono là, fra le pietre, a qualche passo dai nemici, che li sentono ma non osano uscire. Sparano e sparano, gli austriaci, con quel fuoco a scatti che ridice l'agitazione e l'ansia. Le mitragliatrici martellano l'invisibile. I nostri si aggrampano immobili, lambiti da una rete di sibili. È un inferno. Le palle di rimbalzo sono le più terribili perchè arrivano non si sa da dove. Qualche corpo rotola giù per il ghiaione. Chi è ferito precipita. Dall'altra parte del monte si svegliano i corti mortai austriaci, di un modello studiato per questi terreni, e le grosse granate passano sulla cresta, portando fino ai tremila metri il loro fuggitivo e lacerante lamento, per ricadere al di qua, cercando a caso il terribile assalitore. Ma la notte ritorna e gli esploratori ridiscendono nel buio, portando il tesoro della loro esperienza.

Non c'è più un abisso dal quale gli austriaci ora non si aspettino la scalata. Metterebbero dei reticolati sulle nubi, se potessero. Accumulano mitragliatrici e fili di ferro sul bordo d'ogni precipizio. E da lontano si vedono nereggiare assurde difese anche sulla cima più alta del Cavallin. Una trincea si tiene lassù, in un piccolo spazio, nel quale si ha l'impressione che un uomo non possa distendersi, circondato dal vuoto.

Da lì ricomincia verso l'oriente, verso la Carnia, la guerra delle vette.

LA LOTTA DEI COLOSSI.

_12 settembre._

Quando si entrava in Austria per la ferrovia di Pontebba, passato Pontafel, se non si era troppo distratti dalle varie e pittoresche bellezze della valle del Fella lungo la quale il treno scendeva, fra la stazione di Saint-Lusnitz e quella di Uggowitz — piccole stazioni che i diretti disdegnavano, adorne di piante rampicanti, e avanti alle quali non si vedeva che un impiegato fermo e dritto come un piuolo, sormontato da un chepì rosso albo un palmo — si osservava a sinistra uno strano sperone di montagna.

Era un contrafforte ardito, coperto di abeti, che avanzava con tanta insolenza da costringere la valle a scansarsi e fare un giro per passargli intorno. Pareva messo là per sbarrare il passaggio. Subito dopo il biancheggiare di Malborghetto, in fondo ad una piccola conca nella quale il paesello, adagiato a ridosso delle alture per ripararsi dalle tramontane, si rifugia, la vallata pareva chiusa da quel costone boscoso.

Fra gli alberi del declivio si vedevano emergere larghe sagome di possenti costruzioni; erano muraglioni bassi, enormi, massicci, coronati da spalti, alcuni quasi sulla valle, altri eretti più in su verso la spalla del monte, con un collegamento capriccioso di altre muraglie, di altre costruzioni minori. Era il famoso forte Hensel.

Quello che si vedeva costituiva i rafforzamenti del forte. Le spianate della fortezza si appoggiavano a quelle mura ciclopiche, solide come la roccia: due spianate, una in basso, una in alto, sotto le quali il forte affossava le sue parti più vitali. Le muraglie servivano anche da trinceramenti. Erano bucate da feritoie a ranghi molteplici, dalle quali, occorrendo, si potevano affacciare piccole artiglierie. Quattro ranghi di feritoie sovrapposti si allineavano sul muraglione più vicino alla strada.