Al fronte (maggio-ottobre 1915)

Part 11

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Sono moli prodigiose, striate di rosa e di grigio, alle quali la regolarità delle stratificazioni geologiche dà un'apparenza di costruzione favolosa, di cose volute, di edifici incomprensibili e immani eretti per sovrapposizione di pietre a ranghi, come l'uomo erige le sue mura minuscole e presuntuose.

Canaloni creati dall'allargarsi di spaccature profonde chilometri, offrono i rari e difficili accessi alle altezze; le frane dei detriti vi hanno formato come delle sterminate cateratte cineree e immobili. Su quelle cateratte la nostra fanteria s'inerpica, e a poco a poco si scorgono i sentieri che essa vi traccia, sottili, tortuosi e scoscesi.

È impossibile descrivere, ed è difficile capire la nostra azione in quel labirinto infernale, in quel paesaggio da tregenda. Fra il gruppo delle Tofane e l'Averau passa la continuazione della strada delle Dolomiti che va a Cortina. Verso l'oriente, in fondo ad un allargamento lontano e luminoso di vallate, vedevamo un po' di verde, un po' del mondo nostro, e nel verde una deliziosa cittadina che pare fatta di ville: Cortina. Dalla parte opposta, una barriera maestosa e orrenda di vette, sorelle delle Tofane, un caos di punte aguzze che la strada valica ad una depressione, detta il passo di Falzarego. Il gruppo delle Tofane è traversato da nord a sud dalla gola di Travenanzes, nella quale abbiamo fatto numerosi prigionieri. Quasi tutte le strade sono in mani nostre.

Ma le occupazioni delle vette s'intrecciano. Le linee dei fronti s'infrangono, per così dire, sull'inaccessibile, e i frammenti, composti di piccole pattuglie, vagano, ascendono, scalano, si sorprendono. È la caccia. Caccia meravigliosa e appassionante da cercatori di nidi d'aquila.

L'Austria ha l'ausilio dei contrabbandieri e dei cacciatori tirolesi di camosci. Bisogna riconoscere che la guerra amareggia profondamente i contrabbandieri, e con ragione: spostando le frontiere la loro industria finisce. La simpatia dei frodatori di dogane è andata tutta alla nostra nemica. Vi è stata una leva in massa di tali gentiluomini, che costituiscono su questa zona una piccola milizia indipendente di franchi tiratori.

Sono loro, conoscitori profondi della montagna, che presidiano le vette più alte. Stanno alla posta; sanno da dove potrà spuntare un soldato e aspettano, dietro ad un fucile di precisione, che tira spesso a palla esplosiva, munito di alzo a cannocchiale, montato su cavalletto.

Le esplorazioni sono come un duello all'americana. Nell'immenso caos di pietra, la lotta è fra pochi uomini. Si fanno giorni e giorni di marcia su incredibili sentieri da capra, per arrivare addosso ad una pattuglia da una parte non vigilata. Si sta per lunghe giornate immobili, attaccati ad una roccia, sopra due palmi di cornice al bordo di un abisso, per sorprendere il movimento imprudente di un uomo, che è attaccato ad un'altra roccia, sopra un altro abisso.

Vicino al passo di Falzarego, ai piedi della Prima Tofana, la più prossima al vallone, vi è una vetta più bassa che i nostri chiamano il Castello. Tutti i nomi, anche gli antichi, ricordano castelli e torri, tanto l'idea di costruzioni sovrumane sorge spontanea. Nel fondo del vallone, proprio sotto all'Averau, sono le Cinque Torri, delle masse rossastre, isolate, che sembrano i resti di qualche fortezza favolosa. Dunque sul Castello c'era un posto austriaco. Una notte, una audace pattuglia nostra è andata a sorprenderlo.

La scalata era impossibile. Non potendo arrivare dal basso bisognava arrivare dall'alto. Dopo un lungo cammino sulle cornici della Tofana, i nostri poterono calarsi con una lunga corda sopra una specie di angusto pianerottolo che sovrastava il posto nemico. Udivano, mentre scendevano lungo la fune, gli austriaci discorrere sotto a loro, nel buio. La conversazione si cambiò in un gridìo di spavento e di dolore, quando una grandine di granate a mano scoppiò fragorosamente sul Castello, illuminandolo di baleni azzurrastri. Poi silenzio profondo.

Qualche minuto dopo i nostri si aggrampavano l'uno all'altro sorpresi, e si stringevano contro la parete di pietra, immobili. Delle altre granate scoppiavano ora in alto, su delle sporgenze della roccia, sopra a loro. Un posto austriaco annidato sulla vetta della Prima Tofana li cercava a colpi di esplosivo. I tre aggruppamenti nemici si sovrastavano a trecento metri l'uno dall'altro.

Qualche volta di notte, da punte altissime scende la luce viva di un razzo illuminante, la cui fiamma bianca rimane sospesa come una meteora. Dei proiettori si accendono e rischiarano a una a una le asperità delle rocce. Anche sul Col di Lana improvvisamente si vedono spesso apparire nel colmo della notte vividi chiarori, come sulla vetta d'un vulcano.

La vita sulle Tofane, faticosa, terribile, ha però dei lati che seducono lo spirito avventuroso dei nostri soldati. È una guerra selvaggia nella quale si esaltano le virtù individuali. Ognuno può avere il suo metodo, la sua tattica, il suo piano. Si vive entro spaccature delle rocce, senza ricoveri, senza tende. Delle pattuglie si sperdono, talvolta in quel labirinto di orrori e tornano sfinite dopo due o tre giorni di ascensioni e di discese nella immensità misteriosa di dirupi irriconoscibili.

Fu in questa guerriglia delle Tofane che rimase ucciso il generale Cantore, mentre si sporgeva a guardare un appostamento nemico.

Un silenzio assoluto stagnava nella gola di Falzarego. Ci pareva di dominare il paesaggio grandioso e strano di un pianeta morto. Ma di tanto in tanto si udiva un lontano colpo di fucile, che rimbombava sordamente, cupo e velato.

Quando ridiscendevamo, qualche _shrapnell_ di grosso calibro cadeva verso la strada, sporcando il sereno col suo fumo giallo che la brezza fredda incanalava e disperdeva giù nella valle.

L'eco dell'Averau protestava.

SULLE VETTE DELL'ALTO AGORDINO.

_5 settembre._

Il sentiero ascende così ripido, che i muli scivolano ad ogni passo e si portano avanti con un'andatura riflessiva, a gran colpi irregolari di groppa, puntando le zampe posteriori sulle grosse pietre. E pure su questi sentieri è salita l'artiglieria.

Ma dove mai non è salita la nostra artiglieria? Ci inerpichiamo talvolta fino ad alti passi, sulle corone dei monti, e quando siamo lì ci accorgiamo che il cannone è andato più in su, ad accovacciarsi in qualche spaccatura, o in una cavità della roccia, o sopra a sporgenze che lo contengono appena, ad occupare il nido di un'aquila.

Il sentiero ascende ripido lungo l'oscura valle che il nome descrive: Valfredda. I villaggi, tutti di legno, che portano incise sulle porte date secolari, sono rimasti indietro, giù agli sbocchi più tiepidi. Ogni casa ha sulla vecchia facciata qualche immagine sacra in un tabernacolo, ogni crocicchio ha la sua croce, antiche e rozze figure del Redentore aprono le braccia avanti al viandante nelle solitudini della montagna. Si sente negli abitanti taciturni una fede triste e rassegnata, quell'istinto della preghiera di chi vive nel pericolo. Il monte è un eterno nemico, che lancia valanghe e frane, che scatena bufere e tormente, nelle quali l'uomo si sperde e rimane preso per sempre. La montagna, come il mare, rende gravi e devoti.

Oggi essa è sinistra sotto al cielo coperto. Le vette rocciose non sono che masse immani di tenebrore, volumi informi d'ombra violastra sui quali corre il velo delle nebbie, sfondi oscuri e indefiniti che si perdono nelle nubi. Di tanto in tanto, una macchia di sole accende un prato alto, dà vita ad un bosco, passa, scivola, si estingue in frange di vapori cinerei. Il cannone tuona lontano.

Andiamo verso delle posizioni gremite di soldati, ma si direbbe di salire in regioni deserte. Non si vede nessuno. Le carovane e le salmerie salgono ad ore fissate. Il movimento delle retrovie non si sgrana in una continuità di animazione. Qualche piccolo posto, di tanto in tanto, qualche guardia ai ponti rustici che scavalcano il torrente, il fumo di un rancio che cuoce fra due pietre alla fiamma di legni resinosi, un battere di scure vicino ad una _tabià_ abbandonata, il biancheggiare di una tenda fra gli abeti; poi, per ore, più niente.

Abbiamo lasciato molto lontano, laggiù nelle grandi vallate percorse dalle arterie migliori della viabilità, la interessante e fervente operosità che segue e serve la guerra. Carri di tutte le forme, di tutte le regioni, in lunghe file lente, scroscianti sulla ghiaia delle strade maestre con un fragore che ricorda la fucileria lontana; mandrie di buoi, docili e tardi, che bloccano il traffico impaziente delle automobili, e che si fermano placidi a guardare, con una curiosità umana nei grandi occhi umidi, la macchina palpitante che vuol passare, verso la quale allungano il largo muso annusando perplessi; squadre di grigi carri a motore che oscillano e rombano fuggendo fra nubi di polvere; reparti di cavalleria in servizio di perlustrazione, che rallegrano come l'evocazione più pittoresca delle vecchie guerre nelle quali una valanga di cavalli e di uomini, luccicante di sciabole roteate, decideva le sorti della battaglia; convogli di furgoni e di cassoni, attaccati alla postigliona, che spandono un fragore metallico e profondo, carichi di cartucce e di granate....

Tutto questo movimento, che incipria di polvere le siepi, sosta, si addensa e dilaga rumorosamente in strane città di baraccamenti, di tettoie, di _hangars_, sorte come per incantesimo, città di tappa e di deposito biancheggianti di legname nuovo, punteggiate da uno sfarfallìo di bandiere, gremite di soldati, piene di attività disciplinata. Parchi di automobili, parchi di cavalli, parchi di muli, formano da lontano delle grandi striscie grige o nere che si prenderebbero per ammassamenti regolari di truppe in rango. I rifornimenti si accumulano a montagne in magazzini che sembrano quelli di un porto. I vecchi paeselli vicini, i veri, non sembrano più che dei sobborghi in muratura delle città di legno, sobborghi pieni anche loro di un grigio affollamento di soldati e trasformati in sedi di uffici, di comandi, di ospedaletti.

Queste zone sono il dominio della Territoriale. La milizia territoriale è per tutto, fa di tutto, s'incontra nelle retrovie e qualche volta anche sulle posizioni, ed ha preso alla guerra un'aria marziale di Vecchia Guardia, rigida alla consegna. Ai ponti, a certi passi, c'è sempre una fiera sentinella dai grandi baffi, con qualche capello grigio sulle tempie, vestita spesso di quell'uniforme pelosa color tabacco che la guerra ha fatto scaturire non si sa da dove, armata di un fucilone che aumentato da una baionetta di quattro palmi pare una lancia, una sentinella inappuntabile e grave, che ferma inflessibilmente anche il generale e domanda il salvacondotto. Sono dei territoriali che, a passo lento, muniti di pungolo, conducono le mandrie dei buoi; e sono territoriali i carrettieri che vanno al sole e all'acqua su tutte le strade maestre, seduti in cima ad un carico di munizioni o di galletta, coperti talvolta del vecchio cappotto azzurro, caro al nostro ricordo.

È forse per colpire qualche nostra stazione di rifornimento, qualche centro di tappa, qualche grande convoglio in marcia, che gli austriaci allungano i tiri indiretti dei loro medî calibri in cerca delle nostre strade in fondo alle valli? Essi hanno il colpo facile. Tirano appena vedono la più piccola cosa, e anche se non la vedono: basta che la immaginino. Certo non mancano, all'apparenza, di munizioni. Non proporzionano mai il costo della cannonata al valore del bersaglio. Quando possono, tirano con l'artiglieria anche sopra un uomo solo e sulle case abbandonate.

Dalla vetta del Col di Lana essi piombano lo sguardo nella valle italiana del Cordevole, e ogni tanto, come anche il comunicato ufficiale ha annunziato, vi fanno arrivare qualche grossa granata dalle vicinanze di Cherz, cioè da una dozzina di chilometri, senza una ragione evidente. I colpi passano su delle vette boscose, infilano una gola, e vengono a cadere nelle vicinanze di Caprile, un paesello sull'antica frontiera, alla confluenza del Fiorentina col Cordevole.

Vengono a cadere a piombo, con un gran frastuono di echi nella piccola conca che si apre intorno al paese. In una balza, a mezza costa, in alto sopra al villaggio, c'è un edificio bianco, che era un modesto albergo «Belvedere», e che ora contiene un ospedale. Sono salito lassù iersera per cercarvi un ufficiale amico che credevo ferito, ed ho trovato tutto il personale medico fuori, sulla spianata, intento ad osservare curiosamente in terra una gran buca profonda e slabbrata. Una granata austriaca era arrivata poco prima; s'era affondata scoppiando nel terriccio bagnato, e aveva lanciato zolle di fanghiglia a butterare tutto il fianco destro dell'ospedale. I vetri delle finestre erano infranti, una persiana pendeva. Due dame della Croce Rossa tranquillamente s'affacciavano a guardare.

Il passo duro e robusto dei muli ci porta verso le pendici dell'Uomo, sulle alture di San Pellegrino. Siamo sopra le ultime balze meridionali del Marmolada, i cui ghiacciai vedevamo ieri dalla vetta dell'Averau scintillare a ponente. Questa esclusione ci conduce a sudovest della zona già vista; percorrendo il fronte facciamo un passo indietro per vedere un altro aspetto della lotta sulla valle del San Pellegrino.

È una valle che corre da occidente ad oriente e offre un passaggio che congiunge la valle italiana del Cordevole con la valle austriaca di Fassa, presso a poco come il taglio di un A congiunge le due gambe della maiuscola. Verso il vertice dell'A c'è il Marmolada, e la frontiera scende serpeggiando dal vertice.

Si tratta di un passo secondario, di transito difficile perchè qui, come in tante altre valli, per ragioni di difesa noi non avevamo fatto giungere le nostre strade carrozzabili fino alla frontiera. L'Austria ha spinto su tutti i confini ottime strade militari, e a noi, in condizioni d'inferiorità, non conveniva allacciarle alle nostre vie. Avremmo favorito l'invasione che vedevamo preparare. Così, su moltissimi valichi le strade austriache e quelle italiane sono separate da chilometri di montagna selvaggia. Ma la valle di San Pellegrino ha qualche importanza strategica, perchè comunicando con la valle italiana del Cordevole essa forma uno sbocco sulle nostre retrovie.

Noi la sbarriamo. Nel fondo, pieno di un'ombra verde e melanconica, verdeggiano dei prati folti; si distendono, limitati da fossi e da muricciuoli, piccoli campi da pascolo, disseminati di _tabià_ e di casette, e ciuffi di alberi mettono qua e là la macchia scura delle loro chiome. Ma poco lontano dal torrente, sui fianchi, i prati ascendono subito, come tappeti distesi sopra una scala, e, precipitose, le balze dei monti si levano, coperte di abeti e coronate di rocce.

Nel mezzo della valletta, sotto a noi, vediamo delle rovine calcinate. Sono i resti del villaggio di San Pellegrino. C'era un albergo, c'era una chiesuola, un gruppo di casupole intorno. Gli austriaci hanno bruciato tutto ritirandosi, ed ora bombardano le macerie. Rimangono dei muricciuoli bianchi a disegnare il basamento degli edifici, e uno sgretolamento di pietre. Le fondamenta delle _tabià_ bruciate disegnano sul velluto dell'erba tanti quadratini chiari, come dei minuscoli recinti. Poco più lontano in un laghetto calmo dorme il riflesso verde e profondo delle pendici.

A perdita d'occhio, nessuno. La valle abbandonata, solitaria, è di una tristezza indicibile. È piena di una cupa desolazione. Osservandola bene, si scoprono dei solchi sottili che la percorrono e la traversano, serpeggiando neri fino alle pendici. La vita che resta nella valle passa in quei solchi, invisibile. Sono sentieri affossati, passaggi coperti, trincee d'incamminamento, labirinti scavati dalla guerra e che fanno pensare all'opera di strani animali da tana. Di tanto in tanto, due, tre colpi di cannone. Vengono dal basso, vengono dall'alto, da artiglierie in agguato che si cercano. Qualche nuvoletta si forma, e il rimbombo lungamente percorre la valle.

È anche qui il tiro a granata sull'uomo isolato, tiro inutile ma perseverante. Al mattino gli austriaci hanno la luce in faccia, non vedono niente e stanno zitti; ma verso mezzogiorno i loro osservatorî, alti sui picchi, cominciano a cercare, e per un mulo bombardano. Quando la nebbia benda le cime, si fa riposo.

Dal fondo della valle, per scoscesi costoni, la lotta sale subito verso il Marmolada, e balza a tremila metri sulla Punta Tasca, che noi vediamo vicina, affondata nelle nubi, dalle quali emergono magicamente e scendono a picco, vertiginose, le prodigiose pareti grigiastre e fosche, senza fine visibile, come favolosi pilastri del firmamento. Lassù è la caccia delle pattuglie. Più in basso, lungo la cresta rocciosa di Costabella, vediamo i posti avanzati del nemico, così vicini che parrebbe di potersi fare udire da loro gridando. Ogni punta della roccia ha il suo piccolo appostamento. L'ultimo nostro e il primo loro si guardano da poche centinaia di metri come due torri di uno stesso castello.

Si scorgono le difese ausiliarie del nemico. Avanti ad una minuscola barricata di sassi, fra gl'interstizi della quale le vedette spiano, si disegna contro al cielo, sul costone, la ragnatela dei reticolati, e più avanti i così detti «cavalli di Frisia», che furono una difesa romana, incrociano le loro sagome a cavalletto.

Più volte il nemico ha tentato di sloggiarci. Una notte un pattuglione di trenta uomini, arrivando per il Passo Le Selle, assalì una nostra posizione avanzata, sulla cima dell'Uomo, sotto alla Punta Tasca. La posizione non aveva che nove difensori: un sottotenente, un caporale, sette soldati. Arrivati di sorpresa, gli austriaci con la prima scarica ferirono un soldato e ammazzarono l'ufficiale. Il plotone non pensò a ritirarsi. Si difese con rabbioso accanimento, e quando sentì gli austriaci vicini, balzò fuori alla baionetta. Non si resero conto del numero dei nostri, i nemici; la resistenza li aveva ingannati. Al contrassalto fuggirono; lasciando anche alcuni prigionieri. Questo avvenne nella notte del 28 luglio.

Due giorni dopo tornarono in forze. Avevano persino appostate delle artiglierie al Colle Ombert, i cui colpi passavano sulla cresta di Costabella. Ma furono respinti.

Alle volte sono i nostri che immaginano qualche spedizione, che architettano un colpo; tre o quattro soldati studiano il loro piano, vanno ad esporlo all'ufficiale per l'approvazione, e felici se ottengono il permesso di attuarlo partono al cadere del giorno.

Profittando della inaccessibilità di un punto, sotto alla Costabella, al quale soltanto dal lato austriaco si poteva arrivare, una pattuglia nemica vi si era appostata. Tre soldati nostri pensarono di andarvisi a calare con delle corde da un ciglione soprastante. E alla notte gli austriaci sbalorditi si videro comparire addosso un luccicore di baionette, al quale ritennero prudente di presentare le mani levate e inermi, col gesto tradizionale della resa.

Sono valorosi gli austriaci, ma non insistono. Hanno l'eroismo sobrio, e qualche volta si prendono dei prigionieri che, poco pratici della lingua italiana, hanno previdentemente preparato un biglietto sul quale è scritto: «Mi rendo prigione, prego non uccidermi». Nell'istante critico lasciano il fucile e porgono il documento. È una trovata che ha un fondamento psicologico; la carta impone rispetto alla massa; anche in un momento di furore, chi si vede presentare uno scritto, si calma e lo legge.

L'azione delle pattuglie esploratrici è tutta fatta di trovate personali. Anche ieri, quattro soldati si sono presentati al loro capitano: «Abbiamo visto una vedetta austriaca — gli hanno detto — e vorremmo andare a prenderla». — «Bene, accordato». E sono partiti iersera, verso mète ignote, per passaggi che loro soli conoscono. Non sono ancora tornati, ma non si è udita fucileria sulla montagna, e forse in questo momento essi stanno alla posta rannicchiati in un crepaccio o strisciano carponi lungo una cornice di roccia, sospesi su mille metri di abisso.

Scrivendo, si prova un non so quale ritegno a insistere sull'ardore, sull'entusiasmo, e sopra tutto sul buon umore dei nostri soldati, su questa contentezza gagliarda che si espande in canti e in risa nei più sinistri e mortali centri della lotta, sulla volontà di fare e di dare con generosità smisurata di sè stessi, su questa freschezza d'animo che non ha sospiri se non per la vittoria, sulla disciplina meravigliosa che è fatta dall'unità del pensiero, dal tacito accordo delle volontà, da una solidarietà fraterna. Si prova ritegno a dirne, perchè si ha come un vago timore di essere accusati di esagerazione. La verità pura può sembrare inverosimile nella sua bellezza a chi è lontano. Tutta l'Italia palpita di entusiasmo e di fede, ma il fuoco più ardente è nel cuore dell'esercito.

Avviene spesso che i soldati malati rifiutino di darsi malati. Debbono gli ufficiali vigilare, informarsi, riconoscerli, andarli a togliere da lavori faticosi: «Tu hai la febbre, ritirati, vai all'infermeria». — «Signor no, non è niente, passerà!». Così i miracoli si compiono. Non vi è sacrificio, non vi è difficoltà, non vi è ostacolo, avanti al quale il nostro soldato si fermi.

Le più grandi difficoltà erano opposte dalla montagna, e in qualche zona sono le fanterie che le superano. S'incontrano bersaglieri romani e fucilieri fiorentini, che non avevano mai salito un monte, operare alle altitudini del camoscio, lietamente, senza una indecisione, facendo comparire strade e sentieri dietro ai loro passi, verso l'inaccessibile. E sull'inaccessibile, l'alpino. Tutto ciò è straordinario, ma è impossibile ridire invece l'aria di naturalezza e di consuetudine che queste cose assumono quassù. Si compiono come se si fossero fatte sempre.

Si incontra un professore soldato che conduce il carretto con la perizia di un vetturino, s'incontra un avvocato richiamato che taglia alberi nella selva, e appaiono pienamente soddisfatti delle loro nuove occupazioni. La guerra che ai lontani sembra piena soltanto di immagini di morte, è invece una vita più intensa, una vita violenta, semplice, antica.

Sulle pendici più verdi noi vediamo nelle vicinanze di San Pellegrino dei soldati che falciano l'erba. Qualche volta una granata urla, scoppia, e loro falciano l'erba. Poi tornano al campo, dietro agli asinelli carichi di bel fieno fresco e olezzante portando la falce sulla spalla, e canticchiando, il cappello di traverso, la pipa fra i denti. Si accumulano foraggi per le mucche, che pascolano più in basso, più al sicuro, guardate da un guerriero mandriano, e sembrano insetti chiari e immobili sul velluto dell'erba.

Quando verrà l'inverno, che già si annunzia con le sue brezze gelate, la neve si adagerà per uno spessore di sei, di sette metri, su tutte queste balze, e gli accampamenti sepolti non avranno più per lunghi mesi alcuna comunicazione col mondo. A questo sverno polare ci si prepara; si abbattono alberi, delle segherie si impiantano al salto dei burroni, delle _tabià_ ingegnose sorgono. Muratori, carpentieri, falegnami, meccanici, lavorano intorno a grandi edifici, primitivi e rozzi, odoranti di resina, ai quali si dànno nomi pittoreschi: la Nave, il Palazzone....

Tutto ciò sparirà nella neve. Fra rifugio e rifugio si comunicherà attraverso gallerie scavate nel candore azzurrastro del ghiaccio. Si uscirà alla superficie gelata del monte come si esce da un pozzo, e via sugli _sky_ leggeri che mandano scivolando uno stridore sommesso di seta lacerata, via sul bianco vestiti di bianco.

Per allora si falcia l'erba, che nutrirà il bestiame nelle stalle chiuse e piene di un caldo profumo di muschio. Per allora si ammassano munizioni e viveri nelle capanne e nei ricoveri. E bisogna che per allora le donne italiane si affrettino a far calze di lana, delle quali più di ogni altra cosa c'è bisogno.