Al di là: romanzo

Part 9

Chapter 93,870 wordsPublic domain

Gli Egizii tenevano uno scheletro nelle sale del banchetto, ed avevano ragione. Il bene e il male, due forme intimamente inesplicabili dell'essere, hanno a concorrere nella felicità, o l'anima non è commossa che a metà e la pienezza manca alla sua vita. Al di sopra di Satana e di Dio che si disputano il suo cuore, l'uomo riassume le loro due nature: ritto sopra il suo scoglio intende lo sguardo alla immacolata serenità del cielo e l'orecchio al rumoreggiare maestosamente perverso del mare: il pensiero gli vola lieve per gli spazii tremoli di armonie e di pianeti, e si culla sulle onde del mare pallide di spume e di minacce: egli sente tutto, deve tutto sentire, ma perdendosi nel cielo o nel mare perde il suo trono sublime. Così è dell'amore. La Grecia, fanciulla d'ingenuo genio, lo dipinse bambino alato e cieco: io lo concepisco invece, e se ne avessi la forza vorrei dipingerlo, vestito a bruno come un Amleto: le calze fino a mezzo la coscia, i calzoncini a sbuffi, il giustacuore e la mantellina ricamata di perle nere, e una collana di voluttuosi coralli al collo; gli darei una persona alta e slanciata, un viso ovale, capelli lunghi, un profilo minaccioso, sulle labbra un sorriso lascivo e negli occhi una vampa fatale. L'amore deve aver provato tutte le gioie e tutti i dolori: il suo aspetto essere quello di un dio maledetto.

Provasti mai la voluttà del male? Ma hai letto il Caino? Veduto piangerti sotto il petto una vergine sacrificandola? Non ti sovviene il grido della Sulamitide nel delirio della passione? oh! fossi tu mio fratello: ecco il letto dove fu corrotta tua madre! Il poeta di quel canto insuperabile doveva essere ben profondamente uomo, se coglieva la natura nel più intimo segreto.

Il male, amico, ha pure la sua bellezza e il suo fascino: mortali se vuoi, ma inebrianti. Leonida alle Termopili sulla fronte del suo battaglione non ci commove più di Nerone sulla cima della sua torre, colla cetra in mano, illuminato dai riverberi di Roma incendiata: l'occhio della gazzella ammalia come quello del serpente, il sangue ubbriaca come il vino. Ricordi quell'aneddoto nel pomposo e vano quaresimale del Segneri, di un peccatore moribondo, che incalzato dal prete a rinunciare all'amante, rispondeva smaniando non posso, non posso, e moriva con questa parola sulle labbra? Io la comprendo questa voluttuosa agonia nel male: l'inferno è lì spalancato, immensa voragine di fuoco e di fiamme: vi cadrò se non mi pento, se non rinuncio al piacere della lascivia ora che il senso è impotente: ebbene, no! l'amo ancora questa donna che appena morto mi tradirà, se non mi ha già tradito; mi rivolgo ancora alla memoria dei suoi amplessi, e tu puoi ben coprirti la fronte, povero angelo custode; tu, Dio, corrugare i grigi sopraccigli; tu, Satana, illuminarti di ebbrezza feroce: piuttosto dannarmi che cedere: io muoio intrepido col sorriso dell'orgia sulle labbra e la sfida dell'empio negli occhi.

— Male, sii tu mio unico bene, rugge il Satana di Milton, levando la fronte minacciosa alle porte chiuse del cielo.

— Padre, perdona, perchè non sanno ciò che si facciano, geme Cristo sulla croce, ed entrambe queste esclamazioni sono vere.

Ma ritorniamo all'adultera.

Perchè entro a notte nella casa dell'amico per violargli la moglie che ama, la quale gli ha dato due figli e tre sarebbero troppi?

Che cosa mi ha fatto quest'uomo perchè lo assassini nell'anima e nella discendenza? divise meco le sue prime gioie, i suoi primi dolori: mi giovò di consigli, mi confortò di sollecitudini... non importa: lo tratterò peggio del mio nemico, chiudendolo, se mi scopra, in questo dilemma, o suicidarsi o uccidere l'amico, la moglie, la madre de' suoi bambini. È un'infamia? Eppure tutti la commettono inebriandovisi, e io come gli altri — perchè? Domanda al pesco perchè il succo de' suoi frutti sia tanto delizioso e quello delle sue foglie tanto mortale: se ti risponde, faccio altrettanto. Solo posso dirti che l'amore dell'adultera è il più bello, perchè il più appassionato: l'ingiuria fatta all'amico vi rende più care le carezze, il peccato punzecchia il desiderio, il delitto profuma la voluttà; sentite che toccando quella mano accettate la vostra sentenza di morte, e il brivido della paura mescendosi a quello della concupiscenza, raddoppia la scossa nervosa. Per sedurre questa donna quanta fatica, quanti dolori, quanti pericoli! Ho lottato con me stesso, con lei, col marito: ho calpestato la confidenza, la gratitudine; legato dalle catene dei costumi e delle leggi, le ho spezzate lanciando a Dio e alla società il guanto del duello. Adesso striscio come il serpente, domani mi batterò come un leone; adesso la mia arma è il sorriso, quando vorrete le pistole... e a te, donna, depongo ai piedi le catene rotte, il cuore lacerato, la mente ribelle: Due Giuda, il nostro bacio è il prezzo del nostro tradimento, prezzo inestimabile: due maledetti ci stringiamo seno contro seno, e la folgore, che ci brontola sul capo, stringe più forte il nostro amplesso. Oh! coraggio, donna: bastiamo a noi stessi. Senti come è dolce l'olezzo di questo fiore sepolcrale? rifugiati pure nel mio cuore — ma credi che vi saresti penetrata così avanti, se il rimorso non ti incalzava?

Ecco il linguaggio dell'adulterio, stupendo connubio della lirica colla drammatica.

Mi ripeto ancora; amo l'adultera.

Vedi, il matrimonio e la vecchiezza si rassomigliano spaventosamente. Sulla soglia di questa si fermano speranze e sogni, sulla soglia di quello si ferma l'amore come un ateo alla porta di una chiesa. Lì seduto pensa alla fanciulla rapitagli e si consuma nel rammarico. Come sei bello nel tuo dolore e nella tua fantasticaggine! O superbo mendico, ateo sublime, io ti saluto.

E saluto te pure, Anselmo.

9 agosto.

Mimy è lievemente ammalata. Ieri quando giunsi al suo casino il sole tramontava. Le finestre erano chiuse, sul prato nessuno. Mi fermai a guardare il sole e mi sovvennero le parole di Moor, commoventi di mesta grandezza: — Così cade un eroe! — Quando ero fanciullo il mio pensiero fu di nascere e di morire come il sole. Un pensiero di fanciullo! — Pensiero di re, Moor, e io l'ebbi teco. Ma pur, di coloro che splendettero nel meriggio, quanti ebbero un tramonto come il sole? Un imperatore romano, mediocre in tutto fuori che nell'orgoglio, si levò moribondo da letto: un re muore in piedi! Menzogna. La vecchiaia deturpa l'eroismo e la gloria: ci spegniamo nebbiosi invece di tramontare. Vivere e morire come il sole, ecco un destino! Prorompere splendido al mattino, abbagliare nel meriggio, e al vespero gettarsi sul capo un lembo della clamide e lento, lento, come il leone ripara all'antro, allontanarsi nell'infinito...

Nell'andito incontrai Carlo, che mi domandò subito della marchesa.

— Dove è Mimy? lo interruppi.

— A letto, non si sente bene.

— Infame! e non me lo hai detto subito?

— Ma senti...

Siccome avevo sentito abbastanza, corsi alla camera di lei e mi arrestai sulla soglia; non avevo incontrato nessun servo, dentro non udivo rumore. Un pensiero orgoglioso m'illuminò; che siasi ammalata per me! però ebbi il buon senso di non fermarmici su, e m'appressai piano piano alla porta: busso o non busso? non bussai.

Stava appoggiata a una bica di cuscini, i capelli entro una cuffietta bianca, il capo sopra una spalla.

Scambiammo poche parole.

— Questi fiori sono appassiti! notai pigliando dal tavolo un mazzetto di amorini. I vostri fiori prediletti! li avete colti voi stessa?

— No: mi furono regalati dalla marchesa.

Com'era bellina in quel costume d'inferma!

— È venuto il medico?

— Sì.

— Come vi ha trovata?

— Debole, e mi ha ordinato un po' di moto.

— Obbedirete?

— Mi ci proverò.

— Allora, se me lo permettete, domani vengo coi cavalli; li monteremo per una piccola passeggiata al passo.

— Vi ringrazio.

— Eppure la marchesa, se fosse qui, mi darebbe ragione! Del resto, se la mia offerta vi dispiace, sia come non fatta.

— Adesso vi offendete...

— Perchè? avrei torto! Che cosa sono per voi da farvi accettare i miei consigli? Siamo cugini, ma al mondo siamo tutti più o meno cugini e ci siamo, nullameno, stranieri.

È entrato Carlo recando una lettera.

— Leggi: è della marchesa. Ho riconosciuto il carattere. Indi con ansia mal dissimulata: non c'è niente per noi?

— Leggete; e gli tendeva la carta.

Erano poche parole: «Se domani sul vespro passassi dal vostro casino colla carrozza, potrei sperare che mi accompagnereste? Faremo qualche giro per la campagna; sono sicura che ci divertiremo: siate tanto amabile.»

— Andrete colla marchesa? le ho chiesto con malumore.

— Quando non vi dispiaccia.

— E per me ci sarà un posto? dimandava Carlo.

— Potrebbe darsi, ma il biglietto non ne parla; e un sorriso, che mi è parso di trionfo, le ha sfiorato le labbra.

Povero Carlo! se non innamora la marchesa, sua moglie non è certo innamorata.

Adesso che ti ho dipinta la scena ti manderei quasi la romanza, che ho scritta per Mimy appena ritornato e che le manderò dimani. È in versetti biblici, la forma di Michiewitz, il grande polacco, ma non mi piace, e ti risparmio. Non so che cosa mi pagassi in questo momento perchè la romanza fosse degna di Musset e per dirle: Mimy, ti getto un fiore immortale, dammi un bacio. Invece le regalerò un fiore di zucca.

Un'ora sola, Anselmo, un'ora sola di genio e acconsento a gettarmi dalla finestra. Si è paragonata la vita a molte cose, a un grido, a un pellegrinaggio, a un'ombra, a una foglia, ma nessuna immagine è forse più giusta di quella di un naufragio. Non m'importa di morire, ma vorrei chiudere un foglio con pochi versi entro un'ampolla, e lanciarlo in mare prima di affogare: l'ampolla sarebbe raccolta da altre imbarcazioni e quando i vascelli non solcassero più l'oceano, vi errerebbe eternamente, conchiglia immortale di perla divina. Ad altri di me più forti la gloria affannosa dei grandi poemi, dei segreti carpiti alla natura, delle leggi adagiate nella società: mi basta un nonnulla, una novella, una romanza, un cartone; la dimensione non monta, purchè il genio l'abbia toccato... Ma ritorniamo a Mimy.

Non l'ho vista mai più bella che a letto. Dumas ha profondamente ragione mostrandoci l'amore appoggiato come un angelo dietro il letto di una inferma. Nessun fascino insolente di meriggio regge al malinconico prestigio del vespero, e se la modestia o l'audacia possono talora rendere più acre lo stimolo della voluttà, l'impotenza che nasce dal dolore la rende sempre più intensa. Se Carlo non fosse entrato nella camera sarei rimasto fino a sera, fino a notte presso il letto a guardarla negli occhi aspettando di udirla gemere per mormorarle all'orecchio: Soffri, Mimy! Ella è malinconica: avremmo forse pianto insieme a qualche mesta parola inebbriandoci del nostro dolore come il poeta coll'entusiasmo, il trionfatore coll'orgoglio. Il corsetto da notte nella sua casta semplicità aveva maggiori seduzioni dell'abito più scollacciato: avrei preferito la religiosa trepidazione di girare per la camera in punta di piedi fremendo allo scricchiolio delle scarpe, o di rialzare una tenda perchè il lume crepuscolare si abbattesse sulla sua faccia altrettanto smorta... noi due soli, muti... al più ricco tumulto di una festa da ballo.

Ridi, Anselmo? Hai ragione, perchè questi sentimenti li provo adesso nel mio gabinetto e non li ho provati nella sua camera. Forse che la farfalla dell'amore romperebbe solamente adesso il suo involucro e batterebbe l'ali nel raggio del sole? Ti rammenti la stupenda pagina di Herder sulla crisalide? Egli ne ha poche di uguali e con lui pochi scrittori di simili. Di Herder fu giudicato assai bene, è una poesia e non un poeta: e questa definizione dolorosa, che mi si addice ancora meglio che a lui mi dispera, giacchè la poesia senza essere poeta è come la bellezza senza il dono della simpatia, la superiorità senza la grandezza. _Les delicats sont malheureux_, non è vero, La Fontaine? La delicatezza non è il fondo della poesia, mentre il genio ne è la forza e lo splendore?

11 agosto.

Ho ventotto anni. La gioventù mi abbandona senza nemmeno rivolgere il capo colla leggerezza di una donna: la veggo allontanarsi istupidito, contemplando la civetteria del suo passo e la vivacità de' suoi movimenti... giacchè al mio braccio camminava sempre mesta e per correre aveva d'uopo di ubbriacarsi. Ventotto anni, Anselmo! ormai la metà della vita, e come trascorsa! Se mi rivolgo, nessun segno attesta il mio passaggio sulla strada. Se guardo innanzi, essa si perde in una steppa muta e monotona come una strada ferrata, per la quale non passa viandante e non s'incontra orma che vi favelli; ho rimorso di aver vissuto. Al principio colsi alcuni fiori sugli orli dei fossi, ma il loro profumo non mi consolò la stanchezza del viaggio; qualche tempo le illusioni mi accompagnarono, precedendomi in aria come uno stormo di uccelli, ma il loro canto così gaio non mi commosse il cuore, anzi dimenticando l'invocazione di Valmichi nel Ramayana — o cacciatore, possa la tua anima non essere mai glorificata per tutte le vite avvenire, poichè colpisci l'uccello nel sacro momento dell'amore — mentre fra loro s'innamoravano, sparai a più riprese, esaltandomi ferocemente nel raccogliermi ai piedi i cadaveri insanguinati. Adesso i fiori sono scomparsi, cessato il canto, tutti gli uccelli morti, e la gioventù, che procedeva al mio braccio, mi abbandona con freddo sorriso.

Mi lamento, mi lamenterò ancora, e se avrò torto, sarà un'altra ragione di lamentarmi.

Sono fuori della vita, non ho famiglia, non gloria, non fede, non amore. Vero nomade attraverso i paesi senza affezionarmivi, mi accompagno e mi divido dagli uomini senza salutarli fratelli. Nato in Italia, non sono italiano nè di mente nè di cuore: cristiano, non appartengo ad alcuna religione e potrei assistere impassibile alla caduta della nuova monarchia savoiarda tanto contrastata per tanti secoli, come all'incendio di tutti gli altari di Cristo. A che giova la mia esistenza? Perchè andrò più oltre persuaso di non arrivare ad una meta? Queste domande non le movo per vezzo romantico, ma per un intimo incessante rodimento dell'anima. Oscillo nel vuoto. Qualunque cosa imprenda, sono sicuro che non approderà, perchè la mia vita non ha basi e sono inetto a gettarle. L'ozio mi è insopportabile, la fatica impossibile: non mi trovo attorno un piacere. Credi che si possa durare un pezzo a questo modo? So quello che mi risponderai: Rompi il cerchio incantato, metti a capo della tua strada una idea. — Troppo bene, amico! Dimentichi dunque che sono un artista impotente e che il dirmi: suscita in fondo alla tua via un fantasma, che ti attiri e ti guidi, gli è come dire ad un cieco: metti una lanterna per dove passerai, se non vuoi inciampare?

A che debbo rattenermi? Il danaro non mi affascina e non ammetto altro mercato che il gioco: non sono ricco, cosicchè mangiando capitale e rendita, i miei due milioni non mi danno un lusso abbastanza poetico per affezionarmi alla vita. Non ho scampo, sono solo: il mio mondo interno è una prigione, immensa sì, ma una prigione; l'arte una smania di paralitico, gli intrighi della galanteria, le orgie dei sensi consolazioni di un'ora e nulla più. Che farò? Viaggiare? Anzitutto questo non può essere uno stato, poi conosco tutta l'Europa, sono sceso in Africa, salito a Gerusalemme, e poichè non scriverò un altro _Child Herold_, non voglio sopportare altrimenti tempeste in mare, alberghi in terra. Ammogliarmi tanto per cambiare? Rimedio peggiore del male — consigliare il matrimonio a un annoiato è come ordinare un bagno a uno che si anneghi: d'altronde il matrimonio è una brutta cornice pel quadro della donna. La politica? col mio cervello d'artista e col mio cuore di aristocratico una ridicolaggine e una impossibilità...

Vedi, Anselmo, che il problema è forse più difficile di quanto sospettavi; dubito assai che col tuo ingegno mi trovi una soluzione.

Senti. Ieri sera sedendo allo scrittoio mi venne aperto sovrappensieri un cassetto, ove fra altre carte erano rimescolati biglietti e lettere amorose; li radunai, e sebbene non li conti a migliaia, come il famoso maresciallo di Richelieu, ti so dire ch'erano parecchi — le donne scrivono molto, ma in compenso scrivono male. Cominciai scorrendone alcuni prima indifferente, poi interessandomi, seguitando senza ordine, facendo spesso succedere all'invito di un primo appuntamento una lettera di congedo illimitato. Non so quanto durassi così, infine mi accorsi di aver freddo. Non ero più io che leggeva, ma un altro, un altro Giorgio vecchio, coi capelli bianchi, cogli occhi indeboliti; quelle lettere della mia giovinezza mi destavano un senso orribile: mi pareva che fosser trascorsi secoli da quel tempo e che il mondo, nel quale avevo vissuto, si fosse disfatto... Ero solo, con quelle lettere, pochi avanzi del mio naufragio. Le loro calde espressioni mi riuscivano mezzo inesplicabili, le voluttà ricordate come una cosa di cui dura nella memoria una debole eco, spentone nell'anima il senso. Fra l'altre mi capitò alle mani una mia, ironica, briosa che finì di sconvolgermi. Io aveva scritto quella lettera? quando? Io avevo riso, avevo vissuto?...

Ebbi una scossa, mi destai col sudore del raccapriccio.

Questa fantasticheria o sogno mi ha seriamente afflitto — è la mia vita reale guardata a traverso un vetro nero; le tinte sono più fosche, ma anche senza vetro il paesaggio sarebbe tristo.

E la solitudine, rimedio di antica riputazione, inasprisce i miei mali — _Seul a un sinonime: mort_. Sinonimo fiacco, indegno di Victor Hugo, perchè la solitudine non è già nel cimitero o nella Tebaide, sibbene in un deserto di uomini, quando nella folla che vi circonda non sorge grido che vi scuota, non spicca fisonomia che vi commuova; quando gli edifizii che vi rovinano intorno non hanno più forza di farvi rivolgere il capo, quando la morte che vi ammazza dappresso non vi dà nè piacere nè dolore; quando in questo oceano umano le onde si accavallano senza sollevarvi o si appianano senza rivelarvi nulla, quando niente e nessuno vi tocca e vi si associa.

E allora che la ragione sia presa da questa vertigine del vuoto, afferratela e gettatela nel cuore: poi ritornate fra un'ora a vedere se è tuttavia ragionevole. Le passioni l'afferreranno come maniaci e: spiegaci, ruggiranno, il perchè della nostra condanna: i desiderii moribondi di fame le si strascineranno ai piedi e tirandola per la veste: spiegaci, spiegaci, singhiozzeranno, il mistero della nostra condanna; le speranze deliranti di febbre le si accosteranno livide all'orecchio e: spiegaci, sibilleranno, il perchè della nostra condanna: spiegaci, spiegaci, — e se la ragione impaurita si proverà a mormorare una spiegazione: menzogna! la interromperanno. Abbiamo fame, trova tu modo di saziarci: tu, superba, hai il mondo delle idee e vi ti perdi e vi ti divinizzi; noi del mondo terreno siamo chiuse in un ergastolo, vogliamo godere, aprici dunque le porte, tu che sei la regina. Che cosa volete che risponda la povera ragione? Impazzirà, se non vi affrettate a liberarla.

Come vedi, Anselmo, la mia è già impazzita, e se nella tua bontà di amico ne dubitassi, ti mando questa lettera come prova.

_Fare well._

_PS._ Questa sera vado da Mimy. La sua è una bellezza assai rara, segreta, come si esprime De Mère.

12 agosto.

L'oceano è in tale tempesta che le sponde tremano di fatica e di spavento. Le onde ruggono, si frangono, si addossano, si attorniano, si sormontano, salgono, salgono ancora, urlando e nell'urlo del trionfo ripiombano nell'abisso. Ritta sul lido una moltitudine contempla il feroce spettacolo coll'occhio sbarrato e il pensiero fuggiasco: il cielo è nuvoloso, ma il vento ha lacerato le cortine delle nubi e fra esse traluce profondamente sereno l'azzurro dello spazio. Un pallone e una barca lo solcano: sopra loro nè oggetti nè limiti, la vasta monotonia dell'infinito: al di sotto il mare. Come apparirà la tempesta allo sguardo dell'ardito areonauta?

L'oceano è immobile con appena alcune rughe: ecco i cavalloni.

Così l'anima. Talora l'uragano la squassa scombuiandola dal fondo: dolori, speranze, immagini, memorie tutto trabalza e si sfracella, il petto si apre quasi all'urto dei marosi; ma sul volto non appare che una ruga, così che la gente passandovi vicino la distingue come l'areonauta e tira via. Non la notasse almeno e non vi gettasse l'insulto della sua curiosa parola! Che cosa ho quest'oggi?! Non mi capireste, se pure mi spiegassi! La ruga che mi solca la fronte vi sembra piccola, perchè non sapete che è l'opera di centinaia di dolori, come un sentiero è l'opera di centinaia di orme...

Ieri sera mi avviavo al casino di Mimy in questa triste disposizione di spirito. La sera non era mai stata più insopportabilmente bella. Le stelle ridevano nel cielo come tante candele accese in un tempio per persuadere alla gente l'esistenza di un Dio: ridevano qua e là i lumi per le case: rideva il sereno, ridevano le foglie del granturco pei campi, rideva qualche lucciola per le siepi. Tutto mi rideva in faccia; a mezza strada s'aggiunse il vento.

Io ruggiva di collera, e la natura mi sghignazzava intorno come un'ubbriaca: mi posi quasi a correre.

A pochi passi dal cancello mi percosse una musica di ballo; le finestre della sala erano aperte e ne sgorgava un gran lume. Una festa di vicini! Carlo aveva avuto la generosità di non invitarmi e io ci venivo...

Quando entrai nella sala una dozzina di coppie ballavano un valzer di Strauss; mi convenne fermarmi sulla porta. A te pure, Anselmo, saranno accadute disgrazie di simili feste e vedrai, senza che mi affanni a dipingertela, la goffaggine di quegli uomini e di quelle donne. Ballavano così vertiginosamente che mi pareva ballassero con loro anche i mobili. Era un'illusione, ma avrebbero potuto essere vero senza far perdere al ballo il suo carattere. Si divertivano. Ecco ciò che non perdono a quella gente, di essere così ignobilmente beati, mentre io sono stato tanto infelice. Ranocchie, che stimano un lago la loro pozzanghera e il loro gracidìo una musica.

Non vidi nè Carlo, nè Mimy, nè la marchesa di Monero. La festa era dunque, per la loro assenza, una festa come nella classica notte di Valburga? La musica cessò, stavo per cacciarmi in un angolo, quando molte persone mi furono addosso.

— Come, tanto tardi? Sempre annoiato? Così triste!

— Ma che cosa le manca dunque, signor conte? mi chiedeva la moglie di un mercante, la quale mi fa la corte da un pezzo, innamorata del mio titolo e della mia superbia.

— Molte cose, signora.

— Me ne dica qualcuna, e mi si appoggiava così al braccio, che dovetti offrirglielo.

Ci allontanammo dal gruppo.

— Sentiamo: che cosa le manca?

— Molte cose; per esempio, la potenza di desiderare: adesso non desidero più nulla, nemmeno di essere il vostro amante.

— E se lo desiderassi io invece?

— Sareste ancor più disgraziata di me.

Un rumore nella sala, e forse anche, queste risposte, mi liberarono il braccio prigioniero: ma dopo le donne vennero gli uomini. È inconcepibile quanto duri nei borghesi il prestigio della nobiltà, la mia è tutt'altro che storica, e come cangiandosi in invidia diventi in essi disgustoso l'odio selvaggio che ci portano con tanta ragione i miserabili. Mi corteggiano e mi dispettano, pronti ad umiliarmi domani se fossi povero e ad insuperbire per un complimento che loro rivolga.

Nella sala erano una trentina di persone, quasi tutti vicini, che dal più al meno amici di Carlo mi conoscevano abbastanza, perchè fossero inevitabili saluti e discorsi. Se fossero stati tanto villani da non avvertirmi, li avrei in compenso battezzati gentiluomini.

— Ah ci divertiamo stasera! Balla anche lei? Balli anche tu? una bella società. Poh! che aria: ma perchè così accigliato? si direbbe quasi che posi; mi interpellava uno dei più intimi.

— Vedrai che ci divertiremo: guarda che belle signore.

— Belle?

— Belle! ripetè un marito della luna di miele, guardando in un angolo la propria metà.