Al di là: romanzo

Part 8

Chapter 83,746 wordsPublic domain

Soffia un vento indiavolato che scompone la campagna dalla lieta serenità: gli alberi sibilano furibondi mentre i campi di canepa ondeggiano come laghi verdeggianti. Tale tempesta col cielo sereno e l'aria secca somiglia a quelle che talora si scatenano nell'anima e la scuotono senza offuscarne la lucidezza, nè toccarne la profondità — tutto trema, ma alla superficie; il muggito delle passioni si perde in un fracasso uniforme, onde il pensiero ne è più sbattuto che impaurito. Tale bufera m'imperversa adesso nel cuore. Certo sopportai nel passato ben altri uragani, ma pochi così mi tormentarono, giacchè la maretta mi è sempre dispiaciuta più della burrasca e non ho mai provato maggiore spasimo della mediocrità del piacere e del dolore.

Forse mi esprimo male che non riescirai a comprendermi; non so meglio esprimermi. Studiando noi stessi siamo come pescatore, che da una rupe si chini sopra un limpido lago a gittarvi le reti; e vorremmo pescare il segreto che ci commuove: scorgiamo laggiù un'immagine, l'avvolgiamo, tiriamo la corda, ma l'immagine è quella del nostro volto — l'altra dell'anima è rimasta nel fondo. I più dotti psicologi non fecero mai pesca migliore, o riuscendo a decifrare qualche carattere sopra una porta si vantarono indarno di esservi entrati. L'anima chi l'ha spiata? Talora ci sale al cervello un profumo inebbriante, ma dove sorridono i fiori che lo esalano? Mistero: l'idea è un mistero per l'idea, il sentimento pel sentimento, perchè la logica che li unisce non li spiega, e la coscienza, avvertendoli, è come una strada polverosa che conserva le orme dei passeggeri, non le fisonomie.

Sono agitato, caro Anselmo, da un gran vento di collera. Sento in me lamentarsi un ferito, cui bene non distinguo se orgoglio, senso o sentimento; la mia ragione è irritata da questo dolore. Mi permetterai di sfogarmi teco confessandomi? Mi sei amico, sei curioso come filosofo: ecco due eccellenti pretesti che me lo consigliano e te lo impongono. Nella mia dell'altro ieri ti parlai di una donna sorpresa nuda allo specchio amoreggiando sè stessa e del mio progetto di sedurla, meno ancora per esserne innamorato che per distrarre la noia dolorosa del mio spirito in questo tempo. Non val meglio sfogliare un cuore mediocre che un mediocre romanzo? Ti assicuro che il pensare sempre di sè stessi è pure il triste pensiero e che colei che me ne liberasse meriterebbe davvero una riconoscenza infinita! Avevo pensato, mi ero deciso. Ebbene, caro Anselmo, sono stato respinto malgrado l'impeto della mia passione, in quel momento sincera, e la simpatia di una vecchia amicizia. Virtù! Vorrai tu dire? Ma t'inganneresti perchè Mimy non ha nulla di quel sentimento, strano volgarmente nelle donne, chiamato con tal nome e che consiste nel conservare il loro corpo solamente pel marito, mentre non lo amano; e se vuoi convincerti che Mimy non è una borghese virtuosa, io le faccio la corte, io che non la farò mai ad una donna la quale intanto che le parli di amore pensi alle pene dell'inferno o si aggiri fra i metafisici aforismi di Kant come una pescivendola fra le rovine del foro romano. Perchè dunque fui respinto? La ho vista nuda e la sua nudità era allora terribilmente lasciva...; invece calma, gelida mi guardava colle grandi pupille azzurre, inesplicabilmente curiose, mentre singhiozzavo ieri alle sue ginocchia di amore e di dolore. Oh! è uno spasimo senza nome quello di aprire in delirio le braccia per stringere la voluttà e non abbracciare invece che un cadavere; di essere lì, anelante, ai piedi di una donna, voi artista, re dei mondi ideali e dirle: t'amo, soffia il vento, partiamo sovr'esso come Paolo e Francesca di Schaeffer: t'amo divina... ed ella fredda e stupida, senza nulla comprendere e nulla sentire — e voi che dovete chiudervi colla mano la bocca per soffocare l'incendio che vi divora il petto, chiudere le orecchie per non udire le arpe dei misteriosi paradisi, chiudere gli occhi per non vedere i misteri dei dilatati orizzonti, ricadendo dall'altezza del sogno sulla strada della realtà, sicchè alla caduta vi scoppiano per aria i polmoni, vi si frantumano le membra sui ciottoli... e non morire e veder lei che vi guarda fredda, stupida, senza nulla comprendere, nulla sentire...

Sono stato respinto, ma non sono ancor vinto; anzi la guerra non fu nemmeno dichiarata. Posso quindi vantarmi di essere fra non molto vincitore — sono troppo orgoglioso per cedere, troppo gentiluomo per avere degli scrupoli — fors'anco riuscirò ad innamorarmi in qualche giorno, e allora ella stessa sarà contenta di me. So quello che tu, nobile puritano, potrai dirmi a dissuasione della impresa, ma so che sarebbe inutile e voglio risparmiartene la fatica.

Ecco la mia morale: condanna, ma ascolta.

La società è una lotta di tutti contro tutti, nella quale ognuno predica il sacrificio per farne suo pro: la moralità è una barriera mobile alzata da interessi timidi che vogliono agire nascosamente, saltata dai forti, rispettata dai deboli: tutti gli uomini s'ingannano a vicenda, le donne gli uomini: la virtù consiste nella forza, la grandezza nell'abbassamento dei vicini. La felicità di uno nasce dal dolore dell'altro, quindi odio di tutti verso tutti, necessariamente unito ad una simpatia di tutti per tutti, a cagione della nostra vita socievole e dell'interesse che rattiene l'individuo all'individuo. Al di là del mondo umano nè speranze, nè timori; e nel mondo la necessità in ognuno di impadronirsi di quanto gli giova — l'amicizia è un'alleanza, l'amore un'aderenza di forze: guai ai fiacchi! Che una donna mi piaccia, caro Anselmo, e me la prendo ed ho ragione; il marito me la contende ed ha egualmente ragione; ci battiamo ed abbiamo tuttavia ragione, e tutta la giustizia sta in questo, che qualunque sia il risultato della lotta il vincitore acquista il possesso, non un diritto sull'oggetto conquistato — la lotta può sempre ricominciare, sempre giusta, sempre uguale la ragione nei combattenti.

Mimy è bella, dunque cerco di impadronirmene, libera di resistermi, se ne ha la forza morale: Carlo suo marito non saprà nulla per legge di guerra, e se per caso lo saprà, a noi due la battaglia, e guai al vinto!

Adesso condannami e rimanimi amico, perchè la nostra alleanza non ti grava in questa mia impresa: solamente, ti manderò il bollettino della campagna.

_Vale et me ama._

5 agosto.

_Venite et videte si est dolor sicut dolor meus._

Ti ho letto, ma non ti ringrazio: hai troppa ragione. Forse che io cangierò? Pur troppo ne dubito. Organismo robusto ed armonico, che nella tua superiorità non puoi intendere la mia debolezza, mi tratti senza pietà perchè non approvi se non ciò che capisci, e non capisci se non ciò che è logico. Malattia! esclami rimproverandomi la compiacenza onde ti descrivo le mie contraddizioni; ma dimentichi dunque che anche la malattia ha la sua voluttà, e che nello spasimo vi è spesso un prurito, che lo rende quasi caro? Quando il vaiuolo si essica, l'infermo è incessante a scrostarne i grumi e vi si tortura e vi si inebbria — tu dirai: ha torto due volte: e cosa credi di avergli provato con ciò?

Nessuno può mutare sè stesso: _Ego sum qui sum_, come il Dio di Mosè: però conserva la tua generosa intenzione, e io rifiuto la cura. Parmi di averti scritto altra volta che nella mia anima erano due grandi passioni, la bellezza e la forza, e m'ingannavo, perchè non due, ma tutte. Qualunque sia l'oggetto o l'idea, o non mi tocca o se mi appassiona mi vi porto con tutta l'anima, mi vi perdo e nullameno me ne distolgo colla massima facilità. Poeta e filosofo, classico e romantico, austero e dissoluto, passo prontamente per tutti i gradi del termometro e le antitesi dei sistemi, uniformandomi a tutti; materialista, ho l'entusiasmo della forma; spiritualista, la febbre dell'ideale, e una stravagante potenza di attenzione e di distrazione.

Talora parlando con una donna, se le sfugge una parola o un'idea la inseguo senza badare più ad altro: invano ella mi vorrebbe richiamare, non respiro più che per quell'idea, e finchè non l'abbia raggiunta non ritorno in me stesso: talora m'incanto invece a guardare una donna, ed ella potrebbe parlare come un genio che non l'ascolterei: studio qualche cosa della sua fisonomia, onde a poco a poco la cangio, la trasfiguro — -è lei, non è più lei, è una conoscenza di altri mondi, una mia creazione, divento pazzo, e due volte perdetti così due signore molto amabili. Quindi al pari dello spirito ho variabile l'amore: ho lo spirito nei sensi e i sensi nello spirito.

Ho torto ancora?

Poeta, l'inno è la mia forma e mi sprizza dall'anima come un getto di fiamme: invece di ballonzolare come l'allodola sul prato, scatto dal suolo, mi innalzo, dileguo stringendo fra gli artigli l'immagine che mi ha commosso, e là solo nell'azzurro, senza via, senza limite al mio volo, volando sempre, ignorando se mi fermerò, se dovrò o vorrò fermarmi.

Ma fin qui sono osservazioni confuse: seguimi giù nelle bolge del cuore, e chi sa se nel fondo non vi troverai, come Dante, un satana mostruoso o una perla come il palombaro. Debbo confessartelo? il mondo interno mi seduce più dell'esterno, forse per la vanità di essere solo e più facilmente grande. I suoi confini indeterminati si allargano e si rasserenano a seconda della luce: il suo aspetto è estremamente cangevole: ora mestamente monotono come quello del mare o del cielo, ora vario e intricato quanto un paesaggio alpino, ora ridente come un mattino di Grecia, ora nebbioso come un vespero scandinavo: qualche volta un deserto, qualche volta un'oasi, qualche volta un isolotto. Io vi sto come un anacoreta assorto nella contemplazione, vi passeggio come un epicureo per un giardino, vi erro come un pastore che si compiace della natura, vi passo come un guerriero fuggiasco, lo traverso come un viaggiatore curioso, lo studio colla curiosità di un dotto. Tutto mi attira, i fiori delicati quanto i sinistri, quelli con le urne fragranti e quelli con le velenose: tento le sabbie e le terre per scoprirvi diamanti o serpenti, monto sugli alberi, interrogo le pietre, imploro spiegazioni dalle poche figure di abitanti che rare mi passano innanzi e dileguano. In questo mondo tutto mio, mi regalo le scene più opposte, i panorami più splendidi, gli orrori più terribili: simile a un Dio creo ed annullo con un atto del pensiero: intreccio e separo le forze: sollevo l'uragano e lo acqueto, offusco il sereno e lo purifico, confondo le stagioni e i colori; in questo mondo mi faccio una vita e un impero. E fra questo e il mondo umano vorrei gettare il ponte dell'arte, ma non vi riesco — ecco la mia infelicità. Humboldt ha detto, che passando successivamente dal polo all'equatore si morrebbe in pochi istanti; ed ha ragione anche nel mio caso.

Il mio ideale di felicità è un sogno impossibile, la mia passione pel dolore peggio che un sogno, una follia. Talvolta ne' miei giorni più foschi mi piglio il cuore fra le mani e stringendolo convulsivamente, ne spremo poche goccie, che mi porto alle labbra colla avidità di un febbricitante. Tutto quindi mi si fa lugubre agli occhi e al pensiero; da ogni oggetto mi giungono ferite, in ogni voce è un lamento, in ogni minuto è uno spasimo, che mi affina e mi accresce la vita. Allora mi ravvolgo nel dolore, come in un cupo mantello, e pallido di orgoglio guardo sogghignando la ignobile folla dei felici... senonchè troppo spesso agli urti dei loro gomiti mi casca il mantello, e rimango seminudo alla puntura degli insetti e delle beffe... Ma lasciamo le miserie del dolore, perchè, se lo spettacolo della malattia è più orribile che quello della morte, e possiamo ripetere il grido dell'animo nel parossismo dello strazio, nulla può rendere il suo continuo e difficile lamentio. Il genio stesso non trovò nulla per esprimere il tedio, questa miseria più comune del dolore. La Grecia scolpì la disperazione che lotta nel Laocoonte, spossata nella Niobe; l'Italia l'amarezza inconsolabile nella Madonna, la desolazione delirante in Maddalena, il contrasto di uno spasimo insopportabile e di una rassegnazione divina nell'_Ecce Homo;_ ma chi potè raffigurare l'irritazione di Leopardi o la febbre di Byron? dolori senza espressione, dolori di artista, di uomo deforme nella sua superiorità, con più sentimento e fantasia che ragione. E anch'io sono artista: ne ho gli entusiasmi fulgidi ed improvvisi, le passioni deliranti, il sonnambulismo nervoso; per me non vi è aria respirabile che sulle cime alle quali tiene l'occhio la storia costeggiando le rive del passato, non luce che avvolgendomi in un raggio di sole, non profumi che abitando il calice di un fiore. Non vivo, non godo, non soffro che per me: tutto il mio studio sta nello svilupparmi, tutta la mia fatica nel costruirmi un palazzo. Egoista! mi dirai; ti risponderò: artista, e avremo entrambi ragione. Napoleone invade la Germania, abbatte eserciti e città, rovescia il vecchio impero e Goethe, assorto nella concezione del Faust, volge appena il capo al rumore della grande caduta e guardando fra il fumo dei cannoni e delle macerie l'immane carneficina, mormora indifferente: schiavi contro schiavi! Ecco per la patria. Uno scolaro di Donatello è agonizzante; il prete che lo consola gli offre un Cristo a baciare: ed egli parla ancora per chiedere un Cristo del suo gran maestro. Ecco per la religione.

Egoista che assorbe tutto in sè medesimo, deve essere grande per rendere nell'opera quanto ha assorbito, e guai all'artista che è piccolo, che non può essere immortale. Io, artista, morrò. La comprendi tu questa parola e hai riflettuto come l'arte sola dia l'immortalità, perchè mentre di Annibale non rimane che il nome di una battaglia, di Euclide la ragione nei suoi poligoni, di Aristotile l'intelletto nella Repubblica, di Eschilo, di Dante, di Raffaello rimane tutta l'anima nel _Prometeo_, nella _Divina Commedia_, nella _Trasfigurazione_?

Talora credo sentirmi improvvisamente la potenza della creazione: afferro la penna o il pennello e mi accingo, ma alle prime righe mi cessa il coraggio e mi veggo innanzi il mio _Mefistofele_, che sogghigna spietatamente. Oh! Anselmo, quando nei tuoi studi non tocchi la meta, non la vedi — io invece ho sempre sotto mano il mio titolo all'immortalità e non posso impadronirmene. Se prendo in mano la creta e mi provo a plasmare soffro ancora una più tremenda tortura: vorrei copiare la bellezza che mi sorride nella fantasia, e copio invece una faccia che m'insulta colla sua trivialità: i lineamenti mi si sformano sotto le dita, gli occhi non guardano, la bocca non trema, le carni non palpitano; insomma la creta non vive, eppure in quella creta vi è la mia forma divina, come dentro un astuccio.

L'antichità ha espresso magnificamente colla favola di Tantalo questo supplizio dell'artista. Quindi gettando la penna o la creta, corro nel mio gabinetto: piango, folleggio: torno a' miei sogni, alle mie appassionate contemplazioni, povero muto dell'arte, povero mendicante della immortalità... e tu vieni a dirmi: esci dal labirinto e risplendi! Non sai che vi sono dentro nudo, e che il labirinto è di spini, e che più volte, la persona insanguinata, urlando di rabbia e di dolore ho tentato invano di evadere? Ho pensato anche a morire, ma non ne ebbi la ragionevolezza o l'imbecillità: non voglio morire perchè sono degno della vita; mi ucciderò solamente quando m'accorga di essere un volgare... Allora addio, sole innamorato, poeta della natura! Adesso nella mia impotenza trovo tuttavia un argomento di superiorità.

Da fanciullo m'immaginavo la strada della gloria come la via Appia, fiancheggiata da sepolcri; e immaginavo di esservi io pure, diritto sopra un cippo, con una ghirlanda sui capelli, ricevendo il saluto della gente: sentivo montarmi intorno l'anelito di migliaia e migliaia di anime innamorate, sorridevo, e il mio sorriso era per loro un raggio di sole. La gente non cessava di passare, e noi sempre ritti, eternamente belli, eternamente venerati; invece mi seppelliranno come un cane! la mia vita sarà come non fosse stata, come la traccia della neve sul mare, dell'uomo nella donna. Vedi il torrente che trabalza da quella costiera?... il torrente è la vita, noi le impercettibili gocce che, sbalzando in aria, incontrano un raggio di sole e vi brillano un istante — l'iride dei colori è l'iride dei nostri giorni mesti o lieti; ma quel sorriso di luce svanisce, e la goccia si scioglie... Potesse invece irrigidirsi in diamante e fra i sassi della costiera parlare eternamente co' suoi raggi ai raggi del sole...

Ti parrà soverchiamente lunga questa lettera! Avresti torto, perchè non sono ancora a mezzo, e la tua conversazione mi diverte.

Pascal domanda: che cosa sarebbe stato di Roma se Cleopatra aveva il naso più lungo? Avrei mai fantasticato di Mimy non sorprendendola nuda allo specchio? — nullameno ci vantiamo ragionevoli. Domani andrò da quella donna, e mi sia lusinghiera o ritrosa, proverò gioie o dolori sinceri, profondi: ieri no, oggi sì, posdomani forse no. Di qual filo è dunque questo laccio che si stringe e si scioglie improvviso ed è infrangibile? Ma supponi ancora che ella mi ami, che Carlo ci sorprenda: ecco forse tre cadaveri, tre vittime per avere sorpreso una donna senza camicia: e tale catastrofe, che può accadere domani, andrò freddamente a sfidarla. Bada, Anselmo, che non scorgo in ciò un delitto, come forse tu moralista pretendi: noto solo la facilità di conseguenze sanguinose da un sorriso, e la vanità del nostro spirito di accettarle, conoscendole — mistero della passione, la quale generata da un nonnulla cresce subito immane, quasi stilla che il vento scuota dall'albero e toccando la terra si gonfii in torrente...

In questo punto ricevo un biglietto di Carlo, che m'invita per domani: manca dunque ogni scusa, e Dio lo vuole! come strillavano, molti secoli fa, gl'ingenui delle crociate.

Adulterio! scrivo questa armoniosa parola, che mi accarezza l'orecchio come una musica altra volta intensamente gustata. Se ti dicessi, Anselmo, che questa è per me la forma sublime dell'amore? Paradosso? No, tutto al più errore, perchè io credo a quello che dico. Amo l'adultera. Questa donna giovane e bella, che comprata dal marito innanzi al sindaco, freme schiava nella casa maritale; che educata unicamente al matrimonio colle lusinghe della virtù e il terrore di minacce umane e divine, concepisce di romperlo arrischiando tutto per un uomo, cui appena conosce e che andrà forse la sera del primo appuntamento a dirlo nel _club_ fra una questione di cavalli e una partita al faraone: che di lui solo innamorata, cura le proprie bellezze divorando spasimi indicibili quando il marito le manomette, che nelle convulsioni delle voluttà deve conservare tutta la lucidezza del pensiero, affinchè non le sfugga il nome adorato e non si rinnovi la tragedia di Parisina: questa donna che una sera apre tremando l'uscio dell'appartamento lasciandovi dietro il lume, scende le scale per le quali un vicino può incontrarla e perderla, traversa l'andito, arriva alla porta, tira il saliscendi, piglia un uomo per la mano... gliela bacia, lo tira, lo strascina su nell'anticamera, nella sala, nel gabinetto e anelante, spaurita, inebbriata cade sopra una poltrona... oh ti amo!... Ah! vi è qualche eroismo in questa scena. Ma se il marito, che ha promesso di ritornare a mezzanotte, si ravveda ed entri adesso... egli ha facoltà di ucciderla, la legge glielo consente, la società approva, Dumas stesso, il caro romanziere, gli grida: _tue-la_? Non importa. Ma i figli che resteranno senza madre, i genitori senza figlia, ella medesima senza l'avvenire vagheggiato nelle deliranti meditazioni — morta, cadavere, così bella, così felice? Non importa. Ma se il marito non l'ammazzerà condannandola al disonore, chiudendole tutte le porte delle amiche e dei saloni, ove sfolgorò tanto bella... poi l'amante l'abbandonerà per un'altra: più nulla, la miseria, l'infamia, l'isolamento? Non importa: ella ama. Questo amore è un'angoscia inesprimibile, perchè la sua coscienza educata al culto della legalità si dibatte contro la passione e si morde come un maniaco... Tutti i pericoli e i mali le passano e ripassano vertiginosamente nella idea: sa che, solo le tenebre la proteggono, ma che nelle tenebre errano spesso fiaccole, e basta un raggio per scoprirla all'insolenza spietata del mondo. — Mio Dio! che cosa ho mai fatto! Le viene alle labbra, ma l'amante appressa il volto, e invece di aprirle a balbettare la paurosa esclamazione essa le tende smaniosa respingendola nella strozza. Il bacio l'accende, il brivido di una carezza vagabonda la scuote... Dio! s'egli tornasse! E sia: ti amo: mio marito è un mostro: amo te solo, sarò tua, la tua adultera che non potrai neppure sposare volendo, che dandoti tutta sè stessa non potrà aggrappartisi agli abiti quando l'abbandonerai... Oh non pensiamoci: non è vero che mi ami? Vedi: io ti amo più della mia vita, de' miei bambini — ti chiedo solo di amarmi...

Anselmo, che ti pare di questa donna? quale cortigiana, quale moglie, quale vergine può con la fulgida impudenza, col sereno trasporto, con la delicata ingenuità rapirci alla sua passione?

Ti ripeto: amo l'adultera.

Quando il piacere diviene intenso, il dolore vi si mesce; quando il dolore infierisce, il piacere gli passa vicino toccandogli il gomito come un amico obliato e lo conforta di un sorriso: egli è che la vita si compone di molte cose, e la felicità di molti elementi. Vivere è sentire: onde più si sente più si vive. Non ho quindi mai capito la beatitudine del paradiso cristiano, di essere là sopra una poltrona di nuvoli contemplando la faccia di Dio immota fra una orchestra di angeli sbuffanti nelle trombe, là sempre contento di guardare e di ascoltare senza l'ansia di slanciarsi ad un bacio, l'anelito della voluttà la vertigine del desiderio, il languore della stanchezza. Questa felicità di inerte e fredda contemplazione, frutto di una vacua teologia, mi pare l'ideale più opposto al vero umano, alla nostra vita di espansione continua; nè mi stupisce che la maggiorità dei cristiani ne sia così poco innamorata da godersi viziosamente la terra, arrischiando l'inferno — nè più mi soddisfa, malgrado la sua volgarità saturnale, il cielo di Maometto colle Peri alle porte e le Uris nelle sale, perchè questo è una festa da ballo e quello un concerto. No, la felicità non deriva unicamente nè dal bene o dal male; distinzioni vane se si pretendono assolute, nè dal bello nè dal brutto, nè dall'anima nè dal corpo: multiplo il mondo, multipla la vita, deve esser multipla la felicità: bisogna unire tutti i colori in un prisma, tutti i fiori in un mazzo, tutti i ritmi in una musica; ogni senso deve esserne saturo, la ragione invasa, la fantasia accesa: bisogna che in noi goda l'uomo e il fanciullo, l'animalità più bruta e lo spiritualismo più oltramondano: bisogna conservare il fremito della lotta quando la lotta è finita, che nell'armonia vi siano note scordate; nell'ebbrezza un po' di convulsione, nelle carezze un po' di solletico; bisogna che la vita senta la morte, come la primavera sente sotto i piedi gli ultimi brividi dell'inverno e sulla testa i primi baci dell'estate.