Part 7
« — Va là: poco male.
«Io m'ero già rassegnata a perdere il fazzoletto ed ammiravo il remoto sfumare del verde marino, quando un grido di Carlo mi scosse: guardai e vidi nuotare verso noi una testa, di cui le treccie nereggiavano a quando a quando sopra un dorso nudo nello sforzo della sbracciata... La marchesa! Mi venne quasi male. Nuotava colla forza del più robusto marinaio: non sapevo più cosa credere, e non pensai nemmeno di farle accostare la barca. Ci raggiungeva egualmente.
«Mi chinai e vidi Carlo a guardare anelante.
« — Carlo!
«Non m'intese.
« — Carlo!
«Si volse e comprendendomi si ritirò, ma siccome la vela ci separava, non so se veramente si nascondesse dall'altro lato, come esigeva la convenienza.
« — Ferma! gridai al vecchio.
« — Che cosa? e si piegava verso di me per guardare.
«Lo respinsi colla mano ponendomi fra lui e la marchesa: nello stesso momento con un colpo vigoroso sull'acqua ella arrivava ad afferrare l'orlo della barca: si sollevò col fazzoletto fra le labbra.
« — Il vostro fazzoletto, signora.
«Tesi confusa la mano, ma ella non lo lasciò e stringendomi un dito, cogli occhi negli occhi che non potevo nè evitare nè sostenere il suo sguardo:
« — Non mi ringraziate?
« — Signora marchesa...
« — Allora stendete un po' più la mano e permettete alla mia bocca di baciarvela: ella vi ha reso il servigio, a lei la ricompensa.
«Ubbidii: ella si rituffò e ricomparve lontana nuotando verso la barca della mora, che parve chiamare col fischietto d'oro, che le pendeva al collo per un filo rosso.
«La vedemmo salire sulla barca e non vedemmo altro, perchè la mora l'avvolse subito in un bianco accappatoio.
«Ci allontanammo.
«Carlo non mi prestò più il cannocchiale.
«Ecco come io pure concepisco il bagno, in alto mare guardando la riva lontana e le vele bianche passare all'orizzonte paragonandosi con esse. Vorrei uno scoglio bianco per sedermi con lei al sole e parlare d'amore fra la cocente solitudine del mare e del cielo. Un bacio allora sarebbe sublime; poi tuffarsi ancora, nuotare di conserva come si cammina a braccetto per il viale di un bosco, e ritornando stanche allo scoglio, riposarci l'una in grembo all'altra coprendoci coi capelli, dopo averli torti sul sasso come si scolpiscono le Veneri.
«Poi montare sulla barca, rivestirci: la mora vogherebbe... e io canterei accovacciata ai piedi della marchesa sopra un cuscino...
«È bella!... se trovassi una immagine... Bella come la prima speranza d'amore in un'ora di solitaria voluttà.
«Ho paura che Carlo discorra dell'accaduto allo stabilimento; se lo sapessero che ella ci si è mostrata così... Che importa? ho letto in un romanzo che il pudore è una invenzione moderna dei brutti — credo che abbia ragione.
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«La marchesa mi ha mandato i Nibelungi; queste parole erano segnate colla matita:
« — Che mi parli di uno sposo, mamma diletta? Senza amore di guerriero voglio vivere sempre, perchè a causa di un uomo nessun dolore mi tocchi. Così mi conserverò bella fino alla morte.
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«Carlo si è innamorato: egli! La marchesa lo deride e non se ne avvede.
«Questa sera le ha fatto un complimento:
« — Ma sono proprio bella? gli ha risposto la marchesa: trovatemi un paragone.
« — Non ve ne sono, mi è sfuggito.
«Ella ha sorriso.
« — L'ho trovato.
« — Originale?
« — Lo spero: come la Minerva vaticana.
«A questo paragone veramente originale la marchesa ha fatto una smorfia.
« — E voi non avete il vostro complimento?
« — Sì.
« — Come sono dunque bella?
« — Come io vorrei esserlo se voi non lo foste.
« — Ah! perdonate al mio orgoglio, signor avvocato, ma questa volta la moglie ha vinto il marito: accade spesso.
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«Mia cara signora,
«Poichè ieri sera non mi fu possibile venire allo stabilimento e debbo partire sull'atto, mi piglio la libertà di scrivervi: posso sperare che non vi sembri strano? Certo ci conosciamo da troppo poco perchè costumi così amichevoli corrano fra noi; ma se la simpatia è la prima apparenza e il primo fondamento dell'amicizia, permettendomeli, non faccio che esprimervi parte dei sentimenti che mi avete inspirato. Siccome non ho conosciuto che voi a Rimini, sono quasi tentata di credere voi pure non vi abbiate conosciuto che me. Il nostro incontro fu quasi romantico quanto la vostra bellezza. Vi ricordate la passeggiata sulla spiaggia al lume di luna? Quella sera mi pareste stupendamente bella; seppi che occupavate un gran posto nel mio cuore e che potrei difficilmente un giorno dimenticarvi. Eravate vestita di bianco, melanconica, meditabonda: la vostra mano appoggiandosi al mio braccio fremeva, i vostri occhi mi guardavano a quando a quando incantati mentre sulla bocca vi aleggiava un voluttuoso e triste sorriso. Perdonatemi, signora, l'audacia delle osservazioni e il cattivo gusto delle frasi; ma quel ricordo mi brucia così nel pensiero, che trattandolo, la passione mi turba e non so velarlo come vorrebbe forse la convenienza.
«Io parto, voi pure a giorni lascerete Rimini per la vostra villa: così almeno mi disse il signor avvocato. Volendo rivedervi mi converrà dunque cercarvi fra le belle colline felsinee, ed ecco una nuova attrattiva. Ma voi, signora, all'ombra di un vecchio albero o sotto una rustica capanna penserete mai a me? Vi tornerà mai la memoria alle poche sere sulla piattaforma, nelle quali abbiamo tanto parlato guardando il mare? Vorrei essere davvero vostra amica per godermi questa bella speranza e dirmi qualche ora del giorno o della notte: forse adesso la più bella fanciulla, perdonatemi ancora questo nome che non conviene al vostro stato di sposa ma va sì meravigliosamente alla vostra figura, la più bella fanciulla cui mi sia incontrata, s'intrattiene di me... Vi sono nell'amicizia consolazioni ineffabili, e questa n'è una: occupare la vostra anima delicata quanto il vostro viso, esservi intorno invisibile ed avvertita: sentire le vostre melanconie, comprendere le vostre passioni, essere la vostra confidente, colei alla quale si ricorre per non star sola, che è nella nostra vita, nell'aria che si respira, nei fiori che si colgono, nel giardino ove ci si perde, nel letto ove ci si adagia... Ecco un sogno di felicità; questo sogno mi assedia.
«Dall'amicizia all'amore è un tratto anche più breve che dalla vita alla morte, dall'amore alla voluttà; quindi desiderandovi amica vi confesso di amarvi. Voi donna comprendetemi e perdonatemi se non dividete il mio affetto — consultate però bene il vostro cuore prima di rispondermi e non mi spedite la risposta, perchè non posso darvi ora alcun indirizzo.
«Il cuore di una donna è capace di sentimenti d'infinita delicatezza, che gli uomini ignorano: consultatelo bene.
«ELISA DI MONERO.»
«_PS._ Se intendeste di mostrare questa lettera al signor avvocato per avvisarlo che parto è inutile: gli mando una carta da visita. Mi accorgo, rileggendo la lettera, che non vi ho salutato; non ve ne offendete. Mi duole troppo dirvi addio: non so pensarci, mi è impossibile scriverlo.
«No: a rivederci.
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«Partita... come un sogno!
« — Ci rivedremo — non lo credo; perchè dovrebbe ritornare? Eccomi ancora sola, più sola e per sempre.... Inchiodate dunque il coperchio, ora che il cadavere è adagiato nella cassa...
«Povera Mimy!
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«Che scena! Ero nel gabinetto quando Giulietta è entrata ansante.
« — La signora marchesa!
« — Chi!
« — Di Rimini.
«Mi è mancato il respiro, e Giulietta è scappata per preparare non so cosa.
«Dio! com'ero mal vestita. L'abito mi faceva mille brutte pieghe, avevo la pettinatura vecchia, le pantofole invece degli stivalini, ma il tempo, di raffazzonarsi mancava — Come mi troverà brutta! Nullameno, sono andata verso la sala sudando freddo. La porta era socchiusa; la ho traveduta presso il tavolo con un mio ricamo in mano.
«Sentendomi si è rivolta.
« — Così dunque vi sorprendo: il signor avvocato è a Bologna, alla Corte di Appello: vi stupisce che sia tanto bene informata? almeno non vi dispiacerà...
« — Perchè?...
« — Ah! signora Mimy, questa è una cattiva risposta: una amica avrebbe trovato di meglio.
«Ero nella massima confusione.
« — Mi permettete, soggiungeva colla sua disinvoltura prendendomi le mani, di invitarvi a sedere: la mia visita sarà molto lunga.
«Poi ha parlato lei sola di tante cose con uno spirito e una leggerezza, che a poco a poco mi è ritornata la confidenza delle migliori sere ai bagni, e ho potuto seguirla. Adesso che ci penso, non capisco come ella abbia retto la conversazione con me, che parlavo a monosillabi.
« — È appena di un anno il vostro matrimonio?
« — Di un anno.
« — Breve?
« — Un anno.
« — A me parve lungo. Davvero il matrimonio non vale quanto costa. Amore e matrimonio, un fiore di primavera e un fungo di autunno: che ne dite di coloro, i quali ne compongono un mazzo e pretendono che sia bello?
«Le ho risposto con un sorriso.
« — Si vede che le leggi sono fatte dagli uomini: ci vogliono immacolate nel matrimonio e appena contrattolo ci si rivelano nella più ributtante animalità: prima il morso, poi gli speroni. Le donne vi assentono; alcune, le più volgari, vantano perfino la vita di famiglia. Partorire figli, essere idropica nove mesi dell'anno e gli altri tre convalescente, diventare brutta dieci volte prima di essere vecchia, balloccarsi coi piaceri della nonna avendo intorno una torma di bambini... ecco tutto — e il sogno, il romanzo della gioventù, le passioni, l'incognito, la febbre, questa vita della vita?... Compiango le mogli, ma non posso sopportarle felici: mi sembra una rinnegazione della nostra aristocrazia questa loro plebea beatitudine nel matrimonio...
« — Ma il mondo...
« — Il mondo, mi ha interrotto riscaldandosi, lo so, finirebbe: anzi tutto dubito se fosse un gran male — e che m'importa del mondo? che cosa è? La moltitudine è il mondo? Ebbene, abbia le sue leggi e i suoi matrimoni; però tutti non sono moltitudine, e coloro che hanno un altro mondo nell'anima, le donne che sentono sè medesime perchè accettano o peggio ancora godono di questa degradazione: la subiscano almeno, abbiano la poesia del dolore se non quella della felicità. Una volta vidi una tigre domata lambire la mano a un facchino e ne patii: ecco la donna e il marito. Ci battano, ma non ne siamo innamorate. La tigre non deve amare che la tigre; la tigre è più bella dell'uomo.
«Così parlando gli occhi le lanciavano fiamme e il viso le si era colorato. Bella e superba! Ma che discorsi! eppure ha ragione.
«Io tacevo non sapendo che fare o dire: la sua audacia mi spaventava.
« — È vostra questa rosa? proseguiva mutando discorso e tono con incredibile facilità; e m'indicava un ricamo sul seggiolino.
« — Sì.
« — Allora accettate anche questa: ha soggiunto traendosi e presentandomi una magnifica rosa bianca.
«Poi abbiamo ancora parlato non so come di cose malinconiche. Mi sono venute le lagrime agli occhi.
«Ella si è alzata vivamente guardando l'oriuolo:
« — Ho tuttavia una mezz'ora: la passo con voi: ma usciamo, scendiamo in giardino.
« — Come siete pallida, triste: siete sempre così?
« — Carattere...
« — O sciagura.
« — Forse anco.
« — Però siete giovanissima.
« — Venti anni.
« — L'età del primo amore.
« — E del matrimonio.
« — Dimentichiamo, dimentichiamo ha mormorato mormorando gli ammirabili versi del Carducci:
«Odi le cetere tinnir, montiamo; «Fuggiam le occidue macchiate rive, «Dimentichiamo.»
« — Vi ricordate?
«Non volevo rispondere, e poi non potevo.
« — Consentite?
« — Consentite? insisteva ancora con voce più sommessa.
« — Sì...
«Il suo volto si è avventato sul mio e le sue labbra mi hanno tanto baciato le labbra da suggermi il respiro. Oh, il suo bacio! Siamo rimaste così: quando l'ho guardata aveva le labbra bianche.
« — Ho fatto male a chiedervi un bacio: avrei dovuto darvelo quando siete entrata, così sarebbe stato meno terribile.
«E mi ha trascinato correndo giù per le scale. Erano le quattro dopo mezzogiorno: fra le piccole aiuole l'aria scottava, sebbene il sole fosse nascosto da un gran nuvolone turchiniccio: laonde abbiamo girato dietro il casino internandoci fra i pochi alberi, che Carlo decora col nome di bosco quando parla coi vicini: ci siamo sedute all'ombra della vecchia quercia: mi sentivo in una atmosfera tropicale.
« — Che ne pensate de' miei discorsi? mi ha chiesto.
« — Belli...
« — Null'altro? confessatelo, sono stravaganti come io stessa, come tutto e tutti che abbassandosi o sollevandosi escono dalla zona comune. Mostrate al vostro giardiniere la rosa delle Alpi e vi risponderà: Strana! Mostrategli la rosa Gulsad-berk dalle cento foglie e vi risponderà egualmente: e se io dicessi a vostro marito, che è pure un gran giureconsulto: una donna ama una donna con maggior passione dell'uomo più sensibile, di Byron o di Heine, mi risponderebbe: stravaganza — e avrebbe torto come il vostro giardiniere. Ma se io ripeto a voi intelligente quanto bella: il matrimonio è il peggiore fra i contratti ammessi e proibiti dal codice, la famiglia un ergastolo per la passione, la gioventù senza amore il delitto più insensato contro noi stessi e la natura: se vi ripeto che noi donne siamo la poesia e dobbiamo essere i nostri poeti, che Eva amò gli angeli perchè soli la somigliavano ed Eva era sola, mentre Adamo era il cane che veniva a lambirle la mano abbandonata nel languore dell'amplesso celeste... mi ribatterete: stravaganza?
« — Oh! no_ — Gli amori degli angeli — _il mio poema favorito... Ma la passione, e tremavo dolente di contraddirla e curiosa della risposta, è davvero la vita? Noi facciamo sogni stupendi... non sono che sogni...
« — Perchè disperare? Credere ai sogni della mente, sogni di volgari interessi, seguirli, dar loro una forma più consistente del marmo e considerare quelli del cuore come nebbie che il vento debba dissipare ancora prima che il sole le illumini... È un triste piacere quello di lanciare un sasso contro un vaso di porcellana per riconoscerlo fragile. Io accarezzo i miei sogni, e se Sardanapalo offriva un premio per un nuovo piacere, ne offro un altro, fosse un bacio ad un uomo, per un nuovo sogno. Sognare è godere, quindi vivere, ed io voglio sognare...
«Così dicendo la sua testa mi si è languidamente appoggiata sulla spalla, come la testa di Zaraph sulla spalla di Nama.
«Una ciocca de' miei ricci le era rimasta sotto la gota: l'aria bruciava, le foglie ci guardavano immobili, noi pure stavamo immobili.
« — Mio Dio!
« — Le cinque! ho esclamato ascoltando l'orologio.
« — Sognavo...
«Ah!
« — Perchè non mi chiedete del sogno?... Ve lo lascio ad immaginare.
«Poi levandosi e tenendomi per mano siamo andate verso il cancello: la sua mora l'attendeva colla carrozza.
«Mi ha stretto la mano e raccolte febbrilmente le redini è partita di gran carriera. Speravo che alla svolta della strada si rivolgerebbe: mi sono ingannata.
«Mia cara signora.
«Così dolci mi rendi, o creatura «Bella, i riposi, che la veglia è morte «E vita il sonno dilettosa e pura. «Ma perchè mi t'involi e, quando assorte «Fiso in te le pupille ebbre d'amore, «Ratto mi chiudi del tuo ciel le porte?
«Ricorderete questi versi: sono la preghiera di Lille, sublime come ella ed il suo amore.
«Lille muore in amplesso di luce, e il bacio della sua voluttà moribonda divora la bocca del serafino piucchè il bacio di una saetta: cercate in tutti i poemi ma non ve ne troverete un altro di maggiore potenza: è il bacio di una donna. Noi siamo eccelse: stiamo dunque in alto, _excelsior, excelsior!_ Se i fiori spuntano nel fango il loro profumo sale al cielo; se la donna è depressa nella società deve sollevare in alto il pensiero, perchè la poesia come la gloria non si posano che sugli alti monumenti — le cornacchie che gracchiano non giungono alle vette delle aquile, e se il poeta disse che le vette sono battute dai fulmini per distorci dal salirle gli risponderemo: menti, non sei un poeta — la passione può incontrarsi colle folgori come la tigre colle iene — in alto l'aria è più pura, più limpida l'anima; e non sarà impossibile intenderci.
«L'infelice posizione della donna mi ha sempre, dacchè appresi a pensare, addolorata. La vita è voluttà, mi dicevo, e queste donne non godono: non godono le vergini fra le pareti assiderate dei conventi; non godono le spose che la legge consegna ammanettate al marito del quale la vita, attività di officina, non somiglia tampoco alla loro, fantasticheria di poeta; non godono le madri ridotte allo stato di balie... e la vita o è voluttà o è dolore. Io non intendo nulla alle parole di missione o di cielo da guadagnare: non ho che un sole, che una luna, che una vita, che una giovinezza, che una passione l'amore. Colgo il fiore che olezza senza pensiero che la morte possa cogliermi nello stesso momento. Voglio godere, sempre godere, null'altro che godere: la voluttà è bellezza e splendore, gioventù di sensi e di anima, poesia di arte, di natura. Ahimè! bisogna dunque esser belli e ricchi per godere, mentre l'immensa maggioranza dei viventi è brutta e povera. Una bella statua non istà bene in un granaio, un amore in una soffitta: occorre un altare per la statua, un tempio per l'amore.
«Vedete, il mio problema si rinserra: abbandoniamo alla misericordia di Dio e alla fatica dei filosofi la felicità delle masse affamate, e piangendo su esse una ultima lagrima occupiamoci della felicità delle eccezioni. Io ne sono una, voi un'altra; incontrandovi fui subito tratta verso di voi. Ho quindi sognato come ieri sulla vostra spalla.
«Siete sempre malinconica. La vostra fronte bianca come l'ala della più bianca colomba è avvolta nella benda di un pensiero doloroso, la quale ne lascia vedere il candore ma lo ammorza: i vostri occhi hanno la fissazione penosamente estatica delle lunghe meditazioni — e badate, mia bella amica, quando una donna medita così sè medesima, ella è gravemente infelice, poichè il dolore si concentra e si raggomitola quasi a farsi più piccolo, mentre la gioia sprizza dall'anima come una fontana di luce, ricadendo in fiocchi, che si sciolgono in una atmosfera d'irresistibile espansione. Perchè tanta pallidezza sulla vostra fronte? Il pallore è la tinta della morte; una fronte così pallida può ben sospettarsi il sarcofago di un morto ideale. Perchè l'azzurro dei vostri occhi è sovente smorto come quello di una turchese? Vedete: vi ho osservata. Siete divinamente bella nella vostra tristezza, bella come una di quelle statue nude e velate, colle quali gli scultori si compiacciono da qualche anno a popolare le esposizioni: perdonate dunque all'affettuosa curiosità della donna che vorrebbe alzarvi il velo.
«Non soffrite una malattia della vita, ma avete la vita ammalata: non è il lago che sollevato dalla tempesta si frange invano nelle roccie, ma lo stagno, il quale fremente ancora sente che non si muoverà più, non risalirà la collina, non serpeggerà nella pianura; che l'immobilità sarà la morte delle sue acque, onde imputridendo perderanno l'aspetto del cielo e uccideranno i fiori sulla sponda; che ode il vento passare al di sopra e non può sorridergli, che vede le nubi addensarsi minacciando la bufera e sente che non sarà liberato.
«Oh coraggio! La malinconia è la stanchezza del desiderio inappagato, la prostrazione della speranza: sperate, chiedete. Che cosa posso fare per voi? Vi comprendo, non vi sarà spesso accaduto di essere compresa: ma non basta; mi vi offro. Conosco la vita sebbene io pure non viva, ma diventate sinceramente mia amica e vi dirò come abbia scoperto il nostro mondo: vi racconterò la mia odissea, vi mostrerò i giardini di Circe così belli che a rovescio di Ulisse, il quale ne fuggì, bramerete forse di entrarvi: allora indicandovi il sentiero vi domanderò il permesso di accompagnarvi.
«ELISA.»
«Un'altra lettera di lei.
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«Bella e gentile, vi ringrazio. Il mazzo di bianche gardenie, che mi avete mandato stamane per ciò solo che camminando ieri al vostro braccio ne lodai la grandezza e il profumo, non è stato solo un pensiero della mente, mi lusingo, ma anche del cuore. L'avete composto voi stesso il mazzo? Il mio istinto di donna me lo dice, perchè un giardiniere vi avrebbe aggiunti altri fiori e curata più la simmetria. Queste bianche gardenie strette insieme da un cerchio di verde giranio senza arte, senza pretensione sono sublimi. Le avete colte per un pensiero improvviso e appena colte mandate, non è vero?
«Vi ringrazio.
«Ogni gardenia m'inspira una idea, mentre fiutandole insieme mi sento avvolgere il viso dal loro profumo inebriante come dalle larghe maniche del vostro abito bianco, che profumate così caramente. Ho baciato le bianche gardenie come se baciassi la vostra bianca fronte. Ah! come sareste bella vestita di un semplice manto candido, meno ampio ma tagliato sul gusto della toga romana: sopra una spalla rattenuto da una fibbia e sull'altra buttato colla negligenza di persona che mediti: i piedi nudi entro sandali pallidamente rosei, i capelli inanellati e sui capelli una gracile corona di queste gardenie... sareste così bella che tutti vi guarderebbero come una pellegrina di altri mondi smarritasi sulla terra.
«Debbo dirvelo? Il mazzo che ho baciato con tanto affetto mi ha risvegliato nell'anima un senso inesprimibile di malinconia: ho pensato alla felicità di questi poveri fiori sul loro arbusto, ai loro amori odorosi, alla loro vita aerea e così breve... e noi li tronchiamo con feroce indifferenza per ornarci il seno dei loro profumati cadaveri. Forse erano felici di vivere nel vostro piccolo giardino, di vedervi, di salutarvi come una sorella maggiore... Adesso mi paiono sorpresi di essere nelle mie mani e nel loro olezzo fiuto un non so che di doloroso. Poveri fiori! Conserverò le loro ceneri in una bell'urna e possa la nostra amicizia durare quanto esse. Perdonatemi questa malinconia forse insulsamente poetica e credete pure, che regalandomi altri fiori non mi saranno meno diletti e preziosi. Tutto ciò che viene dal vostro cuore e passa per la vostra mano mi diviene caro.
«Vi mando un ramoscello di geranio: il suo sorriso cupamente verde è ancora più melanconico che quello della gardenia candida ed appannata; il suo odore è acuto come il pungolo del desiderio, acre come il vaneggiamento della passione che spera ed attende.
«Il ramoscello non ha che le foglie adesso — credete che un giorno avrà i fiori?
«Bella e gentile, addio: no a rivederci. Posdomani sarei ben felice d'incontrarvi; eviterei così di farvi sempre visita nell'assenza di vostro marito. Lasciatevi trovare nel viale coperto di acacie che sale alla parrocchia... vi passeggeremo sole: ho tante cose da dirvi, ho tanto bisogno di stringervi la mano.
«Pensate qualche volta alla vostra
«ELISA.»
Così scartabellando Mimy era giunta all'ultima pagina.
Rimase alquanto assorta colla penna fra le dita.
— Voglio scriverle, mormorò.
«Signora,
«Siete sublime, vi amo, voi pure avete detto di amarmi — datemene una prova. Amate i fiori e li respirate, il mare e vi tuffate nelle sue onde, i cavalli e li slanciate alla corsa, amate, me e...?
«MIMY.»
PARTE SECONDA
Caro Anselmo,
Di villa, 5 agosto 1871.