Al di là: romanzo

Part 6

Chapter 63,835 wordsPublic domain

« — Ma via, Mimetta: non istà bene adesso questa afflizione. Carlo ti vuol molto bene, tu l'ami e sei bella; egli è ricco e bravo e sarete felici. Poverina, ti rincresce: va là che la è più paura che altro: fa conto che t'abbiano a levare un dente, e davvero Carlo ha un bricciolo di cavadenti nell'aspetto: via non ti offendere dello scherzo, che non sei ancora sua moglie. Vuoi che ti conti io?... purchè ti quieti, la zia Matilde ti confessa quello che le accadde, perchè la scena su per giù è sempre la stessa. Siccome voi altri non seguite la a moda, del resto commoda, di partir subito, usciti di casa gli invitati e la mamma, resteremo io e la zia Agnese per condurti nella camera nuziale; se la vedessi! è una cosa da principe; un letto di mogano colle cortine di damasco in lana. Ti spoglieremo e allora, solo allora, signorina, vi daremo gli ultimi consigli. Poi ti lascieremo e passerai i cinque minuti più lunghi della tua vita, Carlo entrerà: vuoi sapere in qual costume? forse le mutande sotto e la veste da camera sopra. Eh! bimba mia, non è un costume seducente come quello di Salvini nell'_Otello_ alla scena del Senato (la zia ha sempre avuto per il grande attore un culto segreto ed appassionato) però bisogna adattarsi: se meno splendido è però comodo a gettarsi per entrare sotto le lenzuola... ti par mille anni di esserci? Una volta sotto egli tacerà: gli uomini sono tutti imbarazzati a questo punto per quanto facciano gli audaci: poi ti domanderà qualche cosa inutile, cui penerai molto a rispondere; lo sentirai guardarti, perchè allora certe occhiate si sentono proprio... ma vuoi proprio saper tutto? Bene, bisognerà appagarti. Dunque ti accarezzerà, e le carezze cominceranno naturalmente dall'alto; tu fin qui contentati di arrossire, e fremerai involontariamente: è quanto basta. Quindi le sue mani scenderanno nel medesimo tempo che la sua faccia e i suoi piedi si accosteranno alla tua faccia e a' tuoi piedi: lo sentirai allungarsi; non aver paura ancora: la balestra non scatta sebbene sia tesa.

«A questa frase risi involontariamente e la zia scoppiò più forte, così che aprendo la porta, mamma, e la cameriera ci sorpresero in ilarità.

« — Ma bene! mamma esclamò: ecco la morale della predica: il predicatore che ride più del pubblico.

«Fu deciso che mi alzassi subito.

«Presi un bagno e volli essere sola. Per l'ultima volta mi guardai vergine allo specchio e baciai la mia immagine come per salutare una compagna adorata: salutavo la Mimy fanciulla e la salutavo mestamente, perchè non l'avrei trovata mai più, mai più!

«Povero ermellino, cacciato nell'antro della volpe come diventerà la tua candida pelliccia?

«Giunse Carlo in abito nero: il mio era di un pallido color lilla; sotto il velo mi sfuggivano le treccie, annodate da due nastrini con queste parole: _Amor, Fides_ — il motto del blasone matrimoniale, e l'idea era di lui.

«Suor Maria, questo racconto m'irrita, e vi risparmio la descrizione delle formalità.

«Alle sette della sera lasciai davvero la mia casa. Sul primo pianerottolo pretestando non so quale cosa, ma certo bizzarra perchè tutti risero, riscappai dentro, corsi nella mia camera; sebbene ne avessi portato gli oggettini più cari, la volevo rivedere. Mi affacciai alla finestra, scopersi il letto, mi guardai nello specchio: mi si stringeva il cuore. Quante idee! mi vennero le lagrime agli occhi, ma fu un lampo: intesi che mi venivano a cercare, e con uno sforzo fuggii.

«Il pranzo era annunziato per le otto e mezzo, non vi trovammo che alcuni parenti dei più stretti. Mi pareva un sogno di essere in un'altra casa mia: mi osservavo attorno, e niente mi conosceva: ero un'estranea anch'io. Gran faccenda per la tavola; io medesima dovetti intervenire gustando prima della tavola un antipasto di economia famigliare — queste due parole sono sue.

«Che sciocca idea di non partire subito da Bologna! Oh tutte quelle premure, quei sorrisi, quelle occhiate della gente che vi analizza, quei complimenti sciocchi! e non sapere dove fissare gli occhi temendo che se vi scappano anche per ribrezzo sul marito subito venti bocche sogghignino e venti teste gustino un pensiero insolente: e dover rispondere a tutto e a tutti, mostrarsi disinvolta e fino a un certo segno innamorata... quel rumore, quella gioia volgare, spietata...

«Si pranzò: io fui il bersaglio di tutti gli sguardi, di tutti i motti spiritosi: inspirai tutti i brindisi. Chi sa quanti ci lodavano ridendo in cuor loro. Fra i parenti sedevano alcuni amici di lui, giudici, consiglieri della corte, che parevano tante faccie staccate dalle bomboniere di Rovinazzi; parlavano gravemente fra il romorio degli altri avendo l'aria di essere qualche cosa di più... Infatti erano anche più brutti.

«Poi finì il martirio dei complimenti, degli sguardi che mi volevano svelare tutti i misteri. Non rimasero nelle sale che alcune signore.

«Suor Maria, non vi dirò quello che mi dissero.

«Quando la mia buona santa volle se ne andarono esse pure lasciandomi nelle mani delle due zie. Fui condotta nel gabinetto attiguo alla camera nuziale, che egli stesso aveva arredato; proprio il capolavoro di un uomo.

«Lì cominciarono a spogliarmi senza che potessi nè consentire nè resistere, come un fantoccio.

«Rimasi colla camicia, gli stivalini e la corona di rose bianche, quindi mi offersero un paio di pantofole in lana di un orribile disegno: chinandomi per calzarle mi si slacciò il seno.

« — Piccino! disse la zia Agnese, e nella sua voce c'era quasi del rimprovero. Ella certo lo aveva decuplo del mio.

«Arrossii.

« — Non ti levi le calze? seguitò.

« — È meglio che le tenga, rispose la zia Matilde.

« — Sono di seta, delicate.

« — Meglio: sarà bene che le tenga per le prime ore: poi, Mimetta, mi si rivolse, te le trarrai. Gli uomini, proseguì colla zia Agnese, ne vanno pazzi e molti spingono l'esigenza fino agli stivalini; bisogna pure contentarli questi tiranni.

«Io ascoltavo attonita questa grave discussione.

«Fu deciso che andassi a letto colle calze.

« — Zia, disse la Matilde, tocca a voi accomodare il letto per la piccina: andate a fargli la piega e a dispor tutto: non vogliamo che Mimetta si fermi nella camera; se vorrà poi uscire di letto se la intenderà con Carlo.

«Ridevano.

«Cominciavo ad avere la febbre: quei preparativi m'irritavano dolorosamente, e mi sarebbe quasi parso di essere alla commedia se la coscienza non mi avesse avvertita che la protagonista era io.

« — Mimetta, mi si voltò la zia: siamo all'ultimo, coraggio! Non bisogna piangere; no, piccina mia, bisogna ritirare quelle lagrime dai begli occhioni cilestri. Adesso voltati addietro: il passato di fanciulla è passato davvero e incomincia una vita nuova — incominciala dunque bene. Non gli vuoi ancora troppo bene, e abbassava la voce per non essere udita dall'altra camera; me ne sono accorta, silenzio! Anch'io quando sposai il mio Giuseppe ero come te: ma questa di non amarlo non è una buona ragione, per mostrarti fredda con lui: anzi al contrario, perchè guai se ti sospettasse! la pace della tua vita ne sarebbe distrutta per sempre. Gli uomini tengono molto all'amore della moglie sul principio, poi si rallentano. Lascialo farti bella, lascialo fare, e se soffrirai, mostralo per averne il merito: sarà il maggiore —. Sapendo condursi si può nella prima notte conquistare la propria supremazia. Ti voglio bene io, e ti consiglio più da amica che da zia: abbi giudizio adesso se vorrai averne poco in appresso... ma no, tu sarai sempre buona, angelo mio.

«Mi baciò davvero commossa.

« — Piano con quei baci, che non senta Carlo: sarebbe capace d'ingelosirsi! interruppe la zia Agnese. Siamo pronti, sposina.

«Mi presero ognuna per un braccio. Chiusi gli occhi: sentii che entravamo nella camera, travidi un gran letto colle cortine rosse.

«Ci fermammo: eravamo sulla sponda del talamo tanto vantato nei sonetti di nozze. A sinistra, dal mio canto era già fatta la piega.

«Mi scossi come se fino allora fosse stato un sogno, quindi ciò che avevo imparato della notte mi apparve in tutta la sua grossolana realtà, così che mi sembrò quasi d'aver tutto sopportato. Egli poteva essere nel letto ad aspettarmi che la sensazione non sarebbe stata più violenta.

« — Su! esclamarono ridendo, e prima di avvedermene mi trovai seduta con una gamba lungo la sponda e l'altra penzoloni: le pantofole troppo grandi m'erano cadute.

« — Guardate quanto è fatta bene questa bricconcella! disse la zia Matilde.

«Quelle mani mi agghiacciarono dove si posarono. Non era una profanazione? Mi riparai prestamente sotto le coperte tirandomele sul collo.

«Indi:

« — Buona notte; noi ce ne andiamo, mi dissero.

«Le guardai impaurita: tremavo di restar sola in quella camera ignota, in quel letto non mio, troppo grande.

«La zia Matilde s'incamminava verso l'uscio: l'altra fingendo di accomodare le coperte:

« — Siate buona.

« — Agnese...

« — Vengo. Dunque vi lasciamo. Datemi un bacio.

« — Anche a me, e la zia Matilde ritornò al letto.

«Dovetti levarmi per contentarle. In quella che davo l'ultimo bacio scorsi una figura fra la porta e gettai uno strido nascondendomi.

«Uscirono.

«Suor Maria non saprò mai esprimervi ciò che provai in quei momenti. Avevo la testa in subbuglio: mi fischiavano gli orecchi. Stavo rannicchiata sotto le coperte e sudavo ritirandomi in me stessa come una sensitiva: se avessi potuto impicciolirmi tanto che non mi avesse più trovata! Ma cosa parlano all'uscio? Ebbi la tentazione per un istante, di scendere ad origliare. E i famosi consigli delle zie? Ecco che viene! balbettavo nel pensiero. Ah! è questa la voluttà di un primo appuntamento con un uomo, che vantano i romanzi! Adesso dimenticavo tutte le spiegazioni della cameriera e ritornavo ingenua, ignorante, fingendomi mille cose, storpiando quelle che ancora ritenevo. Come sarà vestito? Lo vedrò, mi vorrà vedere? come mi conterrò? lasciar far tutto secondo le raccomandazioni della zia Matilde: capisco... anzi non capisco nulla. Ma come, noi che ci siamo trattati tanto freddamente per due mesi, così all'improvviso passare a una confidenza... Gli parrò bella con tutti questi ricciolini giù pel collo e col mio petto piccino? La zia Agnese, che cattiveria! Ma se mi ripetesse quella sprezzante parola: piccino!

«Udii muoversi la maniglia dell'uscio. Mio Dio! mi raccomandai.

«Non entrava alcuno; respirai.

«Che si cacci subito a letto o me ne domandi il permesso? mi pare che dovrebbe chiederlo. Povera Mimy! Ah! se fosse qui suor Maria e mi proteggesse — se dovesse entrare lei invece.

«Era lui: aveva la veste da camera: scalzo colle pantofole.

« — Hai freddo? mi disse con un mezzo sorriso vedendomi rattrapita.

«Mi stesi subito senza rispondere.

«Egli si premè contro la sponda del letto: era quasi pallido. Dio! che goffaggine...

« — Se mi domanda di venire a letto gli dico di no, pensai.

«Taceva sempre: d'improvviso, non sapendo forse cosa fare, si chinò per baciarmi; le sue labbra mi toccarono la fronte mentre la ritraevo.

«Soffocai un grido: era già a letto.

«Avevamo le faccie in iscorcio che si toccavano quasi: avrei sofferto qualunque tortura per muovermi e non mi arrischiavo.

«Stemmo così in silenzio. Riandavo il discorso della zia Matilde attendendo che si verificasse e fremevo. La vicinanza di lui mi destava un indefinibile ribrezzo. Ero così lungi da ogni pensiero d'amore, come dal trovare lui bello; ma debbo confessarvelo? non desideravo neppure di uscire da quel letto: capitemi, perchè non mi so spiegare. Dipendeva dalla curiosità, dalla stanchezza di meditare un male inevitabile? Non lo so, immaginate tutto fuorchè una simpatia per lui.

«Che cosa parlano mai i romanzi della fragilità del nostro sesso? Menzogne! Coloro i quali scrivono di queste cose non hanno conosciute le donne... Giorgio mi ha raccontato che il papa ha dovuto ordinare una camicia di bronzo al bel genio di Canova sul monumento di Clemente XIV, perchè le inglesi si fermavano troppo ad ammirarlo, e può essere; ma esaltarsi, soccombere di concupiscenza, come diceva la badessa che mi strapazzava tanto, presso un uomo brutto come generalmente gli amanti e i mariti, questa è una infame calunnia inspirata dalla vanità ai nostri padroni o una malattia nervosa di qualche povera donna. Siamo troppo belle per essere così brutali.

«Vedete come divago dal racconto che vi ho promesso? Non ci posso proprio pensare a quei brutti momenti.

«Carlo sospirò — ci siamo, e ci eravamo davvero.

«Dopo il vento la gragnuola.

«Sentii il suo sospiro salirmi per la guancia e la guancia credo che arrossisse, perchè egli stendendovi la mano:

« — Come sei calda! osservò, e nel medesimo tempo un piede di un peso enorme mi affondava i miei due piedini.

«Mi avevano consigliato di lasciar fare.

«Egli principiava a smaniare. Voleva forse discorrere e non trovava che dire: mi sembrava d'intendere le parole mormorargli in bocca. Gli volsi un'occhiata di sbieco e vidi due occhi verdi, luccicanti come gli smeraldi del mio finimento di nozze, e un viso rosso quasi avesse soffiato per dieci minuti sui carboni.

« — Mimetta...

«Finsi di non intendere.

« — Mimetta...

« — Avete bisogno di qualche cosa? balbettai.

« — Sorniona! E la sua mano dalla guancia mi scivolò al seno tentando invano di aprire i piccoli bottoni del corsetto.

« — Apriti! susurrò con voce convulsa.

«Apriti! ma rompilo piuttosto: violentami e lasciami la grazia della debolezza che è vinta, il pudore della innocenza che è sagrificata!...

«Arrossii credo sino ai piedi. Vi ricordate, suor Maria, con quanta grazia pigliandomi le mani e accarezzandomi cogli occhi, coi palpiti del petto, mi costringevate a schiudermi il turpe abitino di educanda?...

« — Apriti, via.

«Dovetti ubbidire.

«Il mio povero seno, il mio solo orgoglio! io che lo amavo come un poeta può amare il proprio genio, che l'avrei voluto sempre casto per conservarlo sempre bello... il mio seno che voi amavate, suor Maria, e coprivate di baci appoggiandovi la vostra bella testa di angelo sventurato: essere costretta a profanarlo così senza potere neppur piangere, senza la poesia del dolore per consolare il sagrificio. Oh! lasciatemi piangere adesso che non sono più Mimy la fanciulla, narrando come la povera fanciulla fu ignobilmente uccisa nel triste mistero di una notte, che non tornerà mai più...

«Non potevo piangere: la mente mi si faceva di una limpidezza terribile, mentre il corpo mi si irrigidiva: nulla doveva sfuggirmi della scena sciagurata.

«Mi era sopra colla testa e io tenevo con isforzo gli occhi al muro per non vederlo, ma una curiosità dolorosa mi spingeva. Mi venne la cattiva voglia di guardarlo; giacchè non potevo allontanare il calice ne volevo la feccia. Infelice! la mia occhiata parve forse un invito; sparii soffocata.

«Non è tutto.

«Egli spiritava. Mi cercava colle labbra sorridenti e mi giunse con un bacio lungo, infernale, che non scemava, non finiva: un bacio co' suoi denti neri senza che potessi muovermi. Non respiravo — non è tutto: mi sottrassi disperatamente, ma invano, giacchè le sue labbra ancora sulle mie labbra ripetevano orribilmente la sublime carezza delle colombe intarsiate sulla cimasa del letto.

«Non è tutto, ve l'ho detto: il suo alito puzzava. E quando le lagrime gonfiandomi infine gli occhi mi caddero giù pel viso, cadeva egli pure. Aveva trionfato... aveva bevuto il vino senza badare alla tazza. Ubbriacone villano!

«Villano!

«Siamo pure infelici noi povere donne...

«Non è tutto ancora... Oh risparmiatemi il racconto di questa ignobile miseria, la più ignobile, e possiate non indovinarla nella delicata bontà del vostro cuore. — La vostra candida colomba, la vostra Mimy...»

Qui interruppe la lettura e si passò la mano sugli occhi ad asciugare una lagrima: sfogliò ancora molte pagine arrestandosi ad una scritta con un carattere, sebbene della stessa mano, assai dissimile. Forse coloro che pensano d'indovinare l'anima dalla calligrafia ne amerebbero un'analisi, ma troppo poco ingegnosi per tale impresa ci contenteremo di leggere con Mimy, guardandole negli occhi, ai passi più difficili.

«È bella come una eroina. Ho visto un ritratto di Goethe: la stessa fronte ampia e possente, quasi misteriosa nella sua strana bianchezza; vorrei vederla in mezzo a una tempesta dominare le onde.

«Se non avevo quel brutto signore dinanzi forse mi avrebbe scorta. Me ne dispiace davvero: le avrei offerto la mia ammirazione: vi è tanto piacere nell'ammirare una donna! Peccato che la sarta non mi sappia fare un abito simile al suo in due giorni, correrei subito allo stabilimento ed ella capirebbe che la copio; ma chi sa se capirebbe il mio complimento o non mi supporrebbe invece una ridicola provinciale, che s'affretta a scimmiottare le grandi dame della capitale. Non mi pare italiana e non so qual nazione darle, mentre è più bianca e diversamente bianca dalle belle inglesi che ammirai tanto nell'inverno a Firenze — un bianco non vivo come nel marmo, nè spento come nella camelia, tiepido, appannato, sotto al quale si travedono appena le vene azzurrine.

«Oh come è bella!

«Sarà vedova o maritata.»

Mancava il punto interrogativo: forse Mimy non aveva osato compire nel pensiero questa domanda.

«Le ho parlato.

«Era vestita come le signore di Bologna non lo sono mai: con un abito da mattina. Me ne intendo di eleganza io, sebbene moglie di Carlo che veste filosoficamente, dice lui. Quanto sarebbe brutto vicino a lei!

«Ci siamo incontrate scendendo di carrozza. Sulla porta dello stabilimento non c'erano uomini. Io precedeva e non ho osato fermarmi per passare la seconda. Il salone era deserto. Ho sentito che ella affrettava il passo e il cuore mi ha balzato con violenza, mentre il pensiero mi è subito corso alla volgare mussolina che indossavo. Avrei voluto guardarmi nello specchio perchè mi pareva mi stesse male ogni cosa: la parrucca era certo per traverso, i cannoncini sulle spalle disciolti, la veste troppo inamidata non accompagnava i movimenti del passo; ma non mi arrischiavo toccarla sentendomi dietro il suo sguardo. Ho traversato il salone certo più largo del solito, e scendevo l'ultimo gradino quando ella apriva l'uscio. Eravamo sole. Giulietta doveva raggiungermi nel camerino. Fortuna che l'ombrellino mi ha salvato dall'impiccio delle mani — la strada era proprio troppo lunga. Sarà una pazzia, ma avevo la febbre. Titubando ho rallentato il passo, poi ho pensato: se mettessi gli occhiali neri? così potrei guardarla con più coraggio... sì ma divento brutta: il mio nasino li sopporta male: e non ho di bello che gli occhi — se li copro è finita. A poco a poco mi sono fatta raggiungere, ma me ne sono subito pentita perchè ella sembrava decisa a non oltrepassarmi. L'ombra del suo ombrellino mi dava sul petto: ascoltavo il rumore de' suoi passi sulla sabbia, odoravo il suo odore di vainiglia — scriverò a Giannina che me ne mandi subito qualche boccetta. Mi sono accorta che camminavo a testa bassa come una educanda.

«Non voglio pensarci oltre: vado a suonare la canzone del moro di Gottschalk.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Eravamo otto signore nel bagno; le più belle io e Giulietta. Mi sono dimenticata la cuffia nel camerino, ma credo di averlo fatto a bella posta: però non pensavo che mi si avessero a sciorre le treccie. Ella era là sulla piattaforma respirando il vento marino che le scherzava col velo; quando mi sono caduti i capelli le è sfuggito un gesto. Il mare era mosso: io nuotavo con passione rompendo le piccole onde, mentre le altre signore strillavano di paura strette alla fune. La spuma imbiancandomi i capelli mi susurrava: ti guarda, ti guarda.

«Ne ero sicura: quando sono uscita dal camerino era lì che mi aspettava. Molti giovani, i belli di Bologna, attendevano pure sulla piattaforma, collezione di scimmiotti più grandi che nei serragli ma in compenso assai meno graziosi. Ci camminavano dietro ridendo forte per farsi notare — imbecilli! badare a loro vicino a lei.

«Siamo giunte così agli scalini: mi sono scansata per lasciarla passare; ella mi ha risposto col medesimo gesto d'invito.

« — Oh! impossibile: mi è sfuggito.

« — Impossibile! Là gioventù e la bellezza non debbono mai cedere il passo.

«Ho arrossito senza muovermi. Che sciocca! non dovevo rispondere: Allora io passo la seconda?

«I scimmiotti ci guardavano: ella si è accorta della mia pena e mi ha offerto il braccio.

« — Sarò il vostro cavaliere.

«Ho accettato tremando. Il salone era pieno di gente che si è messa subito a guardarci.

« — Bello il mare stamane: ella mi diceva all'orecchio come un uomo.

« — Sì.

« — Del colore dei vostri occhi. È questa l'ora del vostro bagno alla mattina?

« — Sì: ci verrà pure la signora?

« — Oh! no: me ne dispiace; piglio il bagno in alto mare, lungi dalla folla: ma ci verrò egualmente; spero che c'incontreremo.

«Eravamo fuori dello stabilimento: una magnifica carrozza l'aspettava. Ci siamo barattate le carte da visita.

« — Emilia... un bel nome.

« — Comincia per E come Elisa.

« — Ah! e stringendomi vigorosamente la mano mi ha salutato.

«==Elisa di Monero==con sopra una corona di marchesa: scritto in corsivo: un biglietto piccino piccino.

«La marchesa ha una fossetta sul mento: pare un nido di baci.

Mimy scartabellò due o tre pagine.

«Il mare ondulava appena: Carlo ritto a poppa seguiva da lungi il bianco di una piccola vela, mentre io pensavo alla marchesa.

«Avevo preso meco la mandola per consiglio di lui e m'era accomodato sul capo un fazzoletto color di rosa alla graziosa maniera delle contadine, colle punte dietro svolazzanti. Il rosa mi va bene, perchè colora lievemente la mia pallidezza spesso marmorea.

«Carlo mi chiama.

« — Voltati, Mimy: quella barchetta pare che sia ferma: vi è dentro un moro: no, aspetta, mi pare una donna.

«E guardava vivamente col cannocchiale.

« — È della marchesa! mi ha subito esclamato il cuore.

«Egli ordinava di remare a quella parte. Mi sentivo agitata: il mare ondoleggiante mi pareva aumentare la nostra distanza trascinando sempre più lungi la barchetta: il tremolìo dei raggi nell'acqua mi abbarbagliava.

« — Perchè non canti qualche cosa sulla mandola? Non ho mai ascoltato musica in mare; dicono che faccia tanto effetto.

« — Ora?

« — Si leva il vento di terra, diceva il marinaio più vecchio; che alziamo la vela, signore? si va più presto e meglio.

« — Come vuoi.

«In un momento hanno piantato il bastone e spiegata la vela: era fra me e Carlo.

«Volavamo: quindi ho cantato sopra un'aria di Schubert la mia barcarola favorita:

«Soffia il vento nella vela «Ride il cielo e ride il mar...

«ma gittando l'ultimo trillo, il più acuto, ero a poca distanza dalla barca. Uno strano marinaio vestito di una camicietta bianca dentro un largo calzone egualmente bianco e rimboccato al ginocchio, con in testa un fazzoletto come il mio, stava curvo sui remi quasi aspettando un ordine. Era davvero una donna. Intorno alla barca nulla: dunque nulla? Quella mora era proprio della marchesa? non poteva appartenere a qualche capitano di vascello? frattanto vascelli non se ne vedevano. Avevo cantato quella barcarola per la mora e per Carlo — che sciocca!

«Volsi indispettita le spalle alla barca e per non vedere più nulla mi copersi la faccia col fazzoletto: mi veniva da piangere.

« — Ma no, pensai; è una scempiaggine.

«Mi scossi agitando così il fazzoletto che mi cadde nell'acqua.

« — Ah! gridò il marinaio che mi era presso: lo pigliamo subito. Difatti allungò il remo percotendolo sull'acqua, ma i cerchi che vi si formarono lo respinsero assai più lungi.

« — Come si fa adesso?

« — Diamogli dietro colla barca.

« — Contro vento?

«Un'ondicciuola lo coperse: dopo un momento riapparve più lontano.

« — Ti butti: disse Carlo al più giovane.

« — Già, se non ci fosse lei... e mi indicava.

« — Perchè?

« — Che vuole, coi calzoni si nuota male e ad asciugarseli addosso c'è da buscare un malanno. Beppe, tu non ce le hai mica?

« — Che cosa?

« — Bestia!

«Carlo scoppiò a ridere rumorosamente: il pover'uomo non aveva mutandine.