Part 5
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«Questa mane era tuttavia a letto sognando ad occhi aperti quando è entrata mammà. Mi pareva di essere ancora fanciulla e di entrare in un antico salone gremito di splendide dame e di più splendidi cavalieri: tutti mi guardavano domandandosi in bisbigli chi ero, così bionda e così pensierosa. Solamente in un angolo un paggio dai capelli d'oro, gracile al pari di me, non mi guardava, non udiva il mormorio destato dalla mia presenza. Io lo fissavo singolarmente, mi sentivo attratta verso lui fra la folla che mi si apriva dinanzi... Dio! il suo sguardo... Mi veniva incontro, mi offriva il braccio senza parlare, io accettava, e ci smarrivamo inosservati fra la folla che tornava alle proprie galanterie: ma noi discorrevamo d'amore tanto bene, che non me ne ricordo più nulla. Nel più bello è entrata mammà; vedendomi sentoni sul letto, forse all'aspetto troppo meditabonda, mi ha chiesto col suo sorriso cattivo
« — Che cosa hai, Mimy?
« — Niente.
« — Sei abbattuta; bisognerà che gliene parli a Carlo.
« — Per carità, mamma.
« — Non spaventarti, piccina; quindi chinandomisi all'orecchio sempre con quel sorriso: Guardati... diventerai brutta, e allora poi...
«Fortunatamente è sopraggiunta la cameriera e si sono messe a chiacchierare.
«Ma guardarsi da che, mio Dio! Quale trista manìa di leggervi sul viso i dispacci della notte e di volere che l'incomodo di dormire con un uomo vi renda assolutamente felice... Non incontro per strada due signore che non mi guardino; se vado a trovarle o vengono da me si occupano ancora più della mia faccia, specialmente degli occhi, che del colore e della guarnizione de' miei abiti. Non so se le mie amiche mi amino molto, ma s'interessano troppo della mia vita di sposa e mi interrogano come tanti medici sopra mio marito — io che lo dimenticherei tanto volentieri! Le mie compagne di convento poi sono insopportabili: talora mi pare quasi che m'odiino per essere uscita dalla loro classe tanto mi esaminano minutamente per scoprirmi senza dubbio qualche ruga. Bisogna che amino ben furiosamente gli uomini, se il mio matrimonio le angustia tanto. Poverette! E pure tanto bella quando, fanciulle, si va a letto ritornando dal teatro, ancora commosse dal _Faust_ o dalle splendide fantasmagorie del ballo, quello spogliarsi lentamente la graziosa toeletta, quel togliersi ad uno ad uno i fiori, lasciandosi cadere liberamente i capelli sulle spalle: poi si va e si viene per la camera: vi fermate a mettere a posto un sopramobile: aprite un cassetto o lo chiudete, odorate un profumo o vi ponete allo specchio e vi ci vedete quale poco fa in teatro, ma libera di sognare e senza paura di uno che entri e vi disturbi, mentre la vita e il mondo stanno come due palazzi di esposizione coi portoni aperti e le sale zeppe di meraviglie: e si può entrare, si può ancora comprar tutto. Allora slacciando il busto si pensa inorgogliendo a tante occhiate: si alza la gonna per ammirarsi il piedino, poi si trascina la poltrona allo specchio, e civettando col vostro bel visino si fanno mille sogni di trionfi e di piaceri. Allora gli uomini ci si possono mescere perchè non li conosciamo; e se ne abbiamo veduto uno delicato, femmineo, coi baffi appena nati, ce lo immaginiamo supplichevole ai piedi con un silenzio e un anelito... Gli uomini — veramente ci pensiamo troppo; però ce li creiamo come dovrebbero essere e non come sono, triviali, brutti, opprimenti. Essere fanciulla... sentirsi vergine, destinata ai piaceri divini inimaginabili, che poi non arrivano mai, e che accadranno forse domani, posdomani; prepararvisi, non avere in sè stesse nulla che vi dispiaccia, voi belle, amabili, adorabili, adorate forse; accarezzare i vostri tesori che appartengono a voi, a voi sole. In questa parola sta il segreto della felicità di fanciulla «appartenersi,» nessuno può stendere una mano sulle mie treccie, chiedermi ignobili carezze, a me fredda, mesta forse in chi sa quale pensiero. Oh! quando si è fanciulla vi cogliete a meditare una scena letta o veduta, e a poco a poco una calda nuvola vi avvolge; ma invece essere sposa, lì a letto con un uomo che ha bevuto abbondantemente a cena e depone, prima di spogliarsi, la pipa sul tavolino: non poter stendere una gamba senza il timore di urtarne un'altra, non stirare un braccio senza far nascere il sospetto di un desiderio che non avete... e aspettare tremando che un gran corpo angoloso e peloso vi si accosti trascinandosi, quale orrore! E una testa si affonda sul vostro cuscino, un grosso naso vi entra in una guancia, un fiato vi passa sulla bocca intanto che due zampe vi schiacciano i vostri piedini Meglio essere fanciulla nel vostro lettuccio bianco, odoroso: le cortine mezzo stirate, il lume chiuso nell'alabastro, un romanzo sotto le coperte, e voi fuori col petto, coi capelli in disordine, bellina! — quante volte mettevo lo specchio sotto il guanciale per guardarmi! poi sognare, inebbriarsi magari di un amore solitario contemplando a occhi chiusi qualcuno che non si conosce ed è tanto caro.
«Pazienza se il marito fosse un amante e vi istupidisse a forza di moine: niente! Carlo viene a coricarsi come va a sedersi sulla poltrona del suo studio e stende la mano al mio volto come ad uno di quei grossi volumi, che mi pregò ieri di porgergli — fortuna che mi consulta di rado. Ma come mai questa gente, la quale pretende a un grande ingegno e a un gran cuore, tratta così una povera fanciulla, attaccandola e staccandola dalla carretta del loro amore (intesi questo paragone da una contadina di mammà), battendola quando è sotto, dimenticandola affatto quando non vi è più? Come rimango io poi?... Questa è la voluttà, questo l'amore del talamo tanto vantato ne' miei sonetti di nozze? Ci credevo poco, ma non mi aspettavo a questa atrocità.
«Ho letto in un libro, non ricordo più quale, che gli Indiani vivono essenzialmente di legumi e hanno un alito, un odorato talmente finì, che la vicinanza di un europeo carnivoro e ubbriacone li ributta: matrimonialmente Carlo è un europeo, io un'indiana.
«Che cosa ne penserà? egli è sempre solo nel giardino delle sue voluttà: io sono una pellegrina che perde il tempo per via fermandosi ad osservare i fiori fra le siepi, sui margini dei fossi; che amerebbe sedersi all'ombra di un albero, che le carezze del vento distraggono e le esalazioni olezzanti del terreno snervano. — Arrivo sempre troppo tardi, quando il cancello del giardino è chiuso, e mi sveglio dal vaneggiamento urtandovi dolorosamente col capo: almeno non vedessi lui sdraiato da ubbriaco sulla soglia. Ho sempre letto che l'amore ha bisogno di mistero e la voluttà di veli, però il loro maggior bisogno è quando spirano. — Cesare si ravvolse nella toga. La commedia finita cala il sipario: perchè non in tutte? Nel nostro teatro no, e per compenso la musica del suo russo. Povera Mimy!
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«Non lo si direbbe, eppure bisogna che Carlo sia uno sciocco per mostrarmisi addormentato così brutto e in una attitudine, che il più spiritoso caricaturista non gli consiglierebbe per perderlo. Intanto che lo guardavo inorridita si è svegliato, e mi sono prontamente rivolta perchè non prenda, come un'altra volta, la mia attonitaggine per un'estasi e me la retribuisca. Basterebbe un equivoco simile a rendere il matrimonio insopportabile. Guai se spiando vostro marito in tal momento una romantica figura vi traversa l'immaginazione! Che sarebbe più la colpa dell'adulterio? Non lo commetterò mai, perchè non mi innamorerò mai di un uomo, io già vecchia a venti anni e che morirò di una malattia che i medici non capiranno, la mancanza di aria e di amore — passerò bella e triste pel mondo come una bella nuvola pel cielo di notte. Povera Mimy, tutto è finito: sei sposa: la tua gioventù è morta: non ti resta più che la gravidanza, e avrai bevuto il calice fino alla feccia.
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«Ma il matrimonio è un contratto, Carlo diceva oggi a pranzo col presidente della Corte di appello: il matrimonio è un contratto e tutto sta nel consenso.
«Io tacevo ansiosa di comprendere questo mistero del matrimonio. Il presidente, che è religioso, negava il divorzio malgrado la maschile bruttezza di sua moglie. Coraggio di martire!
«Hanno discusso con veemenza e credo pure con dottrina, ma non ho inteso se non che il matrimonio o è un contratto o una istituzione; sempre affare di discussione fra gli uomini: per le donne non ci si pensa. Come negare, frattanto, o ammettere il divorzio senza consultare le donne, la metà degli interessati e i maggiormente?
«Basta: il matrimonio nel codice è un contratto? Non è vero, è una truffa.
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«Se suor Maria, che mi amava tanto e mi diceva: gli uomini? demoni! fosse qui, con lei direi tutto, tutto. Mi piaceva suor Maria colle gote più bianche del soggolo, gli occhi neri dolci, la bocca grande e il viso melanconico. Che bella donna se l'avessero vestita alla moda! Poveretta! laggiù nel convento chi sa quanto soffriva, ma adesso la invidio: nella sua cella è sola, libera; ha tutto il giorno e tutta la notte per sognare; che le manca? gli uomini — io ne ho uno e non avrei cuore di cederglielo... cara suor Maria, vi renderei disperata col mio triste regalo.»
Mimy interruppe le lettura e rimase meditando.
«Bice, che m'interroga sempre sulla mia tristezza, me ne ha mandato come spiegazione: _Petites misères de la vie conjugale_. Ho divorato il libro e non mi è piaciuto. Balzac ammette il matrimonio e ne fa la caricatura degli inconvenienti. Le sono davvero piccole miserie — e le grandi? Se il matrimonio fosse contro natura? Quando m'intendessi a scrivere e potessi dopo decidermi a gettare la mia anima al pubblico, io sì che farei un bel romanzo, per esempio — Il Romanzo di una moglie — quattordici capitoli come sono quattordici le stazioni della_ Via crucis_.
«Gli orientali hanno il serraglio, e credo ci convenga meglio delle nostre famiglie. Il serraglio è un magnifico carcere guardato da mostri: vi si vive fuori del mondo una vita d'immaginazione: si dorme sui tappeti, si respirano profumi, si sta lunghe ore nel bagno, più lunghe allo specchio; il pensiero è tutto fisso nella bellezza, la speranza nella voluttà; il padrone entra come un attore sulla scena. Ma un marito che si vede sempre, certe volte, in certi momenti: non vi è passione, nè illusione che resista.
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«Pensavo al matrimonio: ci penso spesso. Tutti predicano che li solamente è la vera felicità per noi donne; cioè, che per divertirsi molto e sempre bisogna prendere un abbonamento vitalizio a un teatro in cui gli stessi attori danno sempre la stessa commedia e gli uni sono più goffi dell'altra. La logica degli uomini, essi che scherniscono tanto la nostra!
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«Sono sua! ecco la grande parola. Sua! Egli penserà forse: il corpo di Mimy è mio. Come della scimmia il violino che s'imposta sotto il mento e non sa suonare. E l'anima? sua! il mio passato, il mio sentimento, la mia fantasia, i miei sogni, i miei castelli che fabbrico sulle nuvole e nei quali mi rifugio, proprio tutto suo?
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«Sono stata tre giorni a letto e nessuno è venuto a trovarmi.
«Ero ancora più triste che malata: la penombra, il silenzio della camera, la cameriera che entrava sulla punta dei piedi e mi parlava bassamente... essere sola — un raccoglimento quasi voluttuoso se i nervi delle tempia non mi si fossero a quando a quando dolorosamente stirati. Carlo, non lo immaginavo, malgrado un accrescimento di lavoro mi veniva spesso al letto, si sedeva al capezzale, mentre l'osservavo fingendo di sonnecchiare. Carlo è incapace di amare, ma non manca proprio di cuore — è buono come un uomo.
«Se avessi una persona amata che mi si ammalasse, mi ammalerei anch'io; mi crederei cattiva diversamente.
«Mi sono sentita inclinare verso di lui: non era più mio marito, ma un amico, un medico disinteressato, e se mi avesse aiutata forse mi entrava in cuore — meglio per lui e per me: ma no, sempre così... i mariti, anche i più intelligenti, non capiscono nulla.
«Se al momento di coricarsi m'avesse detto: — Mimy, mi permetti di stare con te? altrimenti dormo nel gabinetto: correrò pel primo se chiami; — credo che gli sarei saltata al collo, però chiedendogli di lasciarmi sola.
«Invece a mezzanotte m'entra in camera: mi domanda come sto, si spoglia e giù placidamente in faccia alla cameriera:
« — Va pur là: ci penso.
«Ci pensava russando!
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«Giorgio è ritornato più secco e meno brutto dalla Spagna. Come mai gli uomini sono le nostre metà se non ci somigliano punto?
«Il sorriso che rende così grazioso il nostro volto deforma il loro, forse per l'angolosità dei lineamenti, che al più piccolo moto si urtano come le faccette dei giocattoli da bimbi. Qualche volta mi sono messa ad esaminare un uomo: meditabondo, via! ma in azione: ogni cinque minuti un'espressione triviale, un gesto villano: hanno i movimenti ancora più pesanti delle forme (per esempio ballando nessuno di loro si regge sul pollice, come sanno fare tutte le ballerine); il loro viso è talmente grossolano che nessun sentimento delicato vi può sfumare; se vi dicono un bel complimento, gli è come se vi offrissero un diamante montato in ottone. Comprendo che la cavalla ami il cavallo; la loro bellezza è uguale: ma la donna l'uomo?
«Ecco come da fanciulla mi figuravo l'amore: una tiepida pelliccia di ermellino, nella quale mi avviluppavo nuda, morbida, candida, intatta. Invece mi hanno affagottata in una pelle di asino.
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«Suor Maria aveva per me una ben'altra tenerezza che la mamma. Quando eravamo in camera per la meditazione veniva spesso a trovarmi: mi domandava tante cose! Benchè fossi sul quindici anni mi pigliava ancora sulle ginocchia: qualche volta mi scomponeva quella orribile pettinatura, mi sbottonava dalle spalle la pellegrina e acconciandomi i capelli come la Maddalena dell'altar maggiore mi baciava sulla fronte.
« — Sei bellina, Mimetta; non insuperbire, veh!
«Arrossivo.
«Un giorno mi chiese se aspettavo ansiosamente di lasciare il convento.
« — Non lo so io: se tutte le suore fossero come lei, madre! ma la badessa mi strapazza sempre...
« — Poverina!
« — Venga con me anche lei: le vorrò bene anche fuori: non dimentico io.
«Suor Maria mi guardò con due grandi lagrime negli occhi grandi.
«Mi venne da piangere e pensando di averla afflitta le gettai le braccia al collo: la baciai, la ribaciai senza badare al rispetto...
«Mi lasciava fare.
« — Le vuol bene, madre, alla sua Mimetta?
« — Tanto!
«Io le tenevo il viso fra le palme.
«Si levò bruscamente.
«Rimasi impaurita per la mia audacia di averla baciata.
«Il mattino la rividi, e poichè teneva gli occhi bassi venne a me con dolcezza.
« — Hai detto le tue orazioni, Mimetta?
« — Sì, madre.
« — Ti sei ricordata di me?
«La guardai incantata.
« — Prega il Signore, mia cara innocente, anche per la tua suor Maria, che ne ha tanto a bisogno.
«Povera suor Maria: ci penso spesso.»
Mimy saltò qualche pagina.
«Uno de' miei roseti è stato ucciso da un bruco: ho seppellito l'ultimo fiore in uno scatolino d'oro dove tengo i capelli di suor Maria.
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«Invece che a Giannina voglio raccontarlo a suor Maria.
«Faccio conto che siate qui nella mia camera, stasera che Carlo è a Ravenna per un processo: voi sedete sulla poltrona, io vi avvicino lo sgabello e nascondendovi la testa sulla spalla vi dico tutto. Ella è una triste istoria e io sarò una narratrice ancora più triste.
«Da sei mesi ero uscita di convento: suonavo e leggevo. Nessun uomo mi aveva parlato d'amore e nessuna donna dopo di voi. Ero quieta e malinconica: campavo di musica e di fantasie, consolandomi delle frequenti asprezze della mamma coi fiori della mia finestra.
«Una mattina che copiavo una rosa, mammà mi entrò in camera gravemente ed esaminato prima il disegno mi tolse di mano la matita: ascolta, mi disse, e seguitò dicendo che avrei sposato Carlo, il quale mi conveniva sotto ogni rapporto. Questi lo avevo poco veduto e meno osservato, perchè non mi piaceva.
«Spalancai gli occhi meravigliata, ed ella aggiunse che il matrimonio si farebbe fra due mesi.
«Mamma non mi ha mai voluto bene: ma allora non avevo altra dote che la speranza dello zio Giovanni: ero più povera della mia cameriera, e non mi venne nemmeno il pensiero di resistere: poi due mesi erano tanto lunghi. Rimasi dunque stupita, poi mi calmai.
«Egli veniva ogni due sere: era meco gentile e serio: annoiava anche più che non parlasse: copiai tutto un album di fiori alla sua presenza.
« — È mio marito: pensavo qualche volta guardandolo, ma non pensavo oltre.
«Mamma aveva una vecchia cameriera pettegola, plebea — poveretta, adesso è morta! Mentre prima mi trascurava, dopo l'annunzio del mio matrimonio, per cavarmi forse un regalo, diventò meco graziosa, e un mattino a letto, che stavo col busto fuori delle coperte:
« — Come si divertirà il signor avvocato! mi disse guardandomi leziosamente il seno: e io a coprirmi.
«Ella m'irritò, io fui curiosa e mi raccontò, anzi e mi descrisse tutto.
«Scoppiai in pianto mentre ella se ne andava ridendo. Dunque era vero?
«Il matrimonio, cui non aveva riflettuto ancora, divenne la prigione de' miei pensieri: non ne uscivo, o se pure, tutto mi vi riconduceva: intristivo; mamma non se ne accorgeva. Ebbi la debolezza d'interrogare un'altra volta la cameriera, che mi punì con molti frizzi.
«Adesso osservavo Carlo con ispavento e non ardivo più dirmi in faccia sua: è mio marito.
«La mia vita peggiorava ogni dì, perchè non potevo incontrarmi colle mie compagne che non mi salutassero ironicamente col nome di sposina, o se in parecchie non mi tempestassero di maligne allusioni, di scherzi insolenti: trovavano brutto il marito e me lo litigavano: mi compiangevano piaggiandomi, ma se piegavo abbattuta la testa, esasperavo ancora la loro cattiveria di aguzzine. Le ragazze sono senza pietà quando invidiano. E le mamme erano anche peggiori coi loro gravi complimenti sulla mia buona ventura.
«In que' giorni lessi l'_Amour_ di Stendhal; il suo ingegnoso paragone dell'amore col bastone gettato nelle miniere e dopo tre mesi ritrattone coperto di brillanti cristallizzazioni non mi soddisfece; lo raccontai alla cameriera di mamma: mi rispose ghignando che l'immagine del bastone era giusta, perchè suo marito, fortunatamente morto, l'aveva sempre bastonata durante i loro amori.
«Ma la ballata alla Luna di Alfredo de Musset capitatami in una strenna mi fece proprio male: mi ricordo tuttavia le ultime terribili strofe. Dio! essere ridicola in quel momento. Quella luna che spia i due sposi e li impedisce col suo sguardo derisorio non la potevo sopportare; chiuderò, pensavo, le finestre: ma qualcuno mi vedrà pur sempre, e questo qualcuno era a Fognano nella vostra cella, suor Maria. Musset deve essere stato un uomo cattivo, e la sua Lucia, se lo amò, fece male. Ma pensare che se potessero vedervi in quel momento scoppierebbero risa così forti e sguaiate che nemmeno egli le sopporterebbe.... Gli uomini sono mostri, suor Maria; se vi avessero veduta quella sera, che dopo piangeste e toccò a me a consolarvi, oh il nostro doveva essere un gruppo molto bello!
«Arrivò la vigilia.
« — È la mia ultima notte, pensai facendo la piega al letto. Non avevo voluto la cameriera per star sola. Girai luogo tempo per la camera, esaminai i miei sopramobili, consultai il mio specchio e lo raccomodai: tutto mi parlava forse con più commozione che non quando lasciai il convento. Era di primavera. Il letto bianco mi pareva più soffice, più misteriose le cortine; volli leggere e non vi riuscii, perdermi in qualche fantasia delle dilette e nemmeno. Egli mi era sempre agli occhi: lo vedevo entrare in manica di camicia, cacciar dentro la testa a guardarmi... io raccapricciavo immobile e desolata: egli stendeva una mano sulle coperte... È orribile. Mi rifugiai nel vostro pensiero, suor Maria, penetrai nella vostra cella e vi scorsi sul giaciglio il capo libero dalle bende, l'abito slacciato. Avevate il volto pallido ed estatico: pensa a me! come è buona! E mi chinavo sul guanciale ad accarezzarvi insensibilmente una ciocca vagabonda — non mi sentivate. Il mio alito vi lambiva le tempia: vi rivolgevate, vi rivolgevate senza un segno di meraviglia... vi ero vicina e il vostro sogno continuava.
«Quella notte fu un'eternità: talora correvo incontro al pericolo e lo affrontavo istupidendomivi — era ancora meglio che vederlo appressare lento, inesorabile: talora lo fuggivo senza persuadermi di fuggirlo ed era uno spasimo inesprimibile.
«Si fe' giorno — la funzione sarebbe alle dieci della mattina.
«Attraverso i vetri vidi un bel garofano sbocciato nella notte: scesi a coglierlo, mi ricoricai.
«Lo ammirai: poi montommi la stizza e lo stracciai.
« — Mi faranno lo stesso, proruppi piangendo.
« — Cosa farà egli in questo momento? Sempre lui e non poterlo dimenticare...
«Poco dopo, entrarono la cameriera e la zia, ambedue guardandomi con un sorriso di mistero. Volevano conoscere se avevo dormito, perchè non dormirei la notte veniente.
« — Sollecita stamane, Mimetta: intanto la cameriera usciva: ti preme dunque molto di lasciare il tuo lettino di fanciulla?
«Non risposi.
«Ella sedette sulla sponda, e prendendomi la fronte colle mani mi baciò: poi facendosi grave:
« — Dunque è per oggi! Già, tu lo sai meglio di me, e chi sa che cosa ti figuri nella tua testolina. Non bisogna spaventarsi, sai: gli uomini sono un po' ruvidi: vedi, il pudore va usato con civetteria; tu poi, civettuola, te ne intendi, e la tua riserbatezza è di una seduzione irresistibile. Bene! che cosa hai adesso che diventi seria? non ti dispiacerà già di maritarti, Mimetta?
«Mentre mi andava consigliando colla sua esperienza gli occhi mi si empivano di lagrime.