Part 4
Poco dopo si fermarono al cancello aperto di un casino, borghese nel disegno e peggio ancora per una specie di giardino, che gli si stendeva dinanzi rotto ad aiuole con qualche albero e due statue di gesso.
— La villa della signora Mimy?
— Sì, rispondeva Giorgio tirando indietro il cavallo per lasciarla passare.
— Mi spingete ad entrare?
— Forse che la signora marchesa non ne aveva l'intenzione?
Ella gli lanciò uno sguardo scrutatore, ma il volto di Giorgio aveva la migliore indifferenza del mondo.
— Infatti è vero.
E s'inoltrò risolutamente accennando alla mora di attendere.
Al rumore delle cavalcature sui ciottolini del viale una figura bianca apparve e si ritrasse prontissima da una finestra al primo piano, ma non tanto che la marchesa non la riconoscesse: d'un salto ella fu alla porta. Giorgio si buttò da cavallo per aiutarla, ma troppo tardi; e si avviarono a braccetto preceduti da un servo mal livreato.
Si fermarono in un salottino decente, colle pareti e la vôlta nascoste da una tenda di mussolina fiorata.
Poco stette a presentarsi l'avvocato commosso fino alla confusione.
— Lo debbo a te, senza dubbio, disse dopo esauriti i primi complimenti, questo regalo di condurmi la signora marchesa.
— Perdono, ella rispose sorridendo mordace: ma la colpa o il merito è tutto mio: il signor conte mi ha incontrata, o meglio raggiunta per strada, e scambiò seco un'occhiata, e abbiam proseguito insieme. Stamane mi sentivo uno strano bisogna di moto: il caso o, se permettete, l'amicizia mi hanno guidato verso qua e una volta sulla via... Vorrei accorgermi di riuscire importuna per farmi perdonare dalla signora Mimy.
Queste parole disinvoltamente pronunciate imbarazzarono subito Carlo.
La conversazione non si legava: l'avvocato sbirciava Giorgio invocando aiuto, ma questi non gli badava o distratto secondo il solito o volesse giudicare, come scriveva al suo amico, dello spirito della marchesa lasciandole tutto il peso di quel goffo silenzio.
Questa lo sentì; quindi andando verso un mazzo di rose sulla tavola lo prese quasi per esaminarlo: una sorgeva sull'altre col gambo rotto nello sforzo di piantarlo dentro il fusto.
— Guardate questa rosa: non pare che le dispiaccia di trovarsi in tanto crocchio di compagne? un mazzo di rose è come un circolo di signore: si mescono spine e profumi. Liberiamola: chi sa con quale piacere si sarà destata al bacio del sole sperando forse di morire, quando tramonterebbe, in un ultimo bacio... Il destino!
E se la poneva in seno.
— Allora baciatela, rispose Giorgio, quando il sole tramonta e la rosa morirà contenta: appassire a un occhiello del vostro abito è un destino ben migliore che nel vano di due pruni.
Carlo sospirò approvando: avrebbe desiderato un fine uguale, solamente alquanto più remoto.
— La signora Mimy? ella gli domandò.
— Credo che si vesta.
— Non venivate dunque dalla sua camera?
A questa domanda bizzarramente indiscreta anche per lo sguardo che l'accompagnava egli provò un sussulto.
— Io? no, ero nello studio quando il servo è venuto ad annunciarmi che la fortuna mi era piovuta a casa.
— Cioè salita.
Giorgio era andato alla finestra nel cui mezzo, fra le tende, pendeva una canestrina di fiori, opera di Mimy, stupendamente imitati.
— Mi permettete che vada a vederla? ella proseguì: ieri la pregai di mettersi l'abito bianco, non vorrei se ne dimenticasse. Quindi senza attendere la risposta facendogli col capo un intraducibile cenno di saluto, di carezza, di beffa sparve dietro la porta per la quale egli era entrato.
— Non capisco! proruppe dopo un momento con voce dispettosa.
— L'ho sempre creduto, ribattè Giorgio meravigliato di vederlo solo.
— Sei un insolente.
— Adagio: non ti ho ancora detto avvocato stamane e non hai diritto d'insultarmi. Ma che cosa hai? la marchesa t'imbarazza? Eppure sei solo.
— Appunto per ciò.
— È andata a cercare Mimy? Questo prova che non hai saputo trattenerla e che te la preferisce: infatti ha ragione. Tua moglie è una creatura molto amabile, tu semplicemente un avvocato molto stimato, molto dotto e anche molto noioso. Ma, Carlo! la marchesa è una donna di spirito, la vuoi sedurre, e sempre che la vedi diventi impacciato, ridicolo. Queste parole sono dure, però sono la verità, niente altro che la verità. Eppure dovresti capire che mancando di galanteria bisogna imporsi coll'audacia o coll'ingegno. Ti credevo più avanzato, ma sono contento di essermi ingannato: così mi avveggo di avere ancora delle illusioni da perdere.
L'altro andò alla finestra.
— Eccole là!
Camminavano lentamente, le spalle rivolte alla casa; la marchesa le stringeva con un braccio la vita mentre coll'altra le teneva cavallerescamente il cappello sopra a ripararla dal sole come un ombrellino; Mimy aveva la testa bassa, coll'abito bianco serrato alle reni da un nastro cilestro e le lunghe treccie abbandonate. La marchesa le parlava all'orecchio come un uomo, ma così accosto che il suo alito doveva lambirle il collo.
— Andiamo a raggiungerle! disse Giorgio.
Carlo rimase alla finestra considerandole con malinconia: quel bellissimo gruppo lo avviliva. Brutto e quantunque robusto già sul declivio dell'età sentendosi inferiore disperava della propria passione, che tanto più s'accendeva quanto meglio penetrava la possente e strana bellezza della marchesa. Le forme di lei voluttuosamente rivelate dall'abito avevano tale vigore e nullameno i suoi gesti tanta grazia, l'espressione de' suoi occhi era così altera e quella del suo sorriso così procace; quella donna aveva tanto ingegno e tanta audacia che non si poteva non desiderarla, non amarla ardentemente... ma era impossibile dirglielo e più impossibile ancora conquistarla.
Si sentì piegare sotto questo pensiero siffattamente che per non cadervi sotto scese a precipizio in giardino.
Arrivò che Giorgio e la marchesa si tenevano testa.
— Così, le diceva, rimproverate agli uomini di non saper amare?
— Forse che avrei torto?
— Perdono, ma il mio sesso mi costringe a credere che sì.
— Il vostro sesso! Ecco la grande ragione degli uomini, il perchè di ciò che chiamano amore. Ma si può veramente amare ciò che non si comprende, e quale è l'uomo, per quanto fornito di genio, giacchè parlando di loro bisogna pur sempre supporlo, che comprenda il cuore di una donna o abbia una mano tanto delicata da aprirne le porte senza infrangerle, da montarne l'altare senza rovesciarlo? Sanno amare! ma intendono nemmeno il linguaggio della passione?
— Cosa dicono adunque le parole di Amleto sulla bara di Ofelia?
— Quello che il ruggito del leone, cui il cacciatore uccide la leonessa.
— Ruggito sublime!
— Selvaggio. Ma sia: ma quello è uno sforzo nel quale concorrono l'odio, l'ira, il dolore, la morte; egoismo e sensi che ruggono vedendosi sfuggire la preda. Amleto scenderebbe forse nella fossa, ma la vanità ve lo spinge, ma a questa Ofelia così cara che cosa avrebbe da offrirle se viva? Quando avesse intesa la poesia di quella creatura l'avrebbe sagrificata alla vendetta del proprio padre, un ubbriacone, all'ambizione di regnare sui Danesi, un gregge di bufali? La passione d'Amleto è sublime, voi dite: trovatemi dunque un aggettivo per l'altra di Salmaci o della Piccola Sirena di Andersen.
— Favole.
— No, simboli: gli uomini, seguiva con sdegnoso sorriso, sanno amare! Quale parte hanno fatta alla donna nella conquista del mondo? Magnanimo questo amore... Nella nostra società la donna è nulla: vergine, la si educa alla maternità del matrimonio riducendola ad un ballocco che si ammira finchè nuovo, ad una macchina da partorire, che si logora e si rompe partorendo. Di lei si preferisce il corpo all'anima e si dice al suo cuore: sii fedele al padrone — quindi un sonetto, un monile sono il premio del sagrificio.
— Ma allora, interloquì Carlo attonito, la donna...
— Gli uomini non la comprendono.
— Eppure, replicò Giorgio, deve agli uomini che pensano, agli artisti che creano la grandezza cui è giunta.
— Gli artisti menano questo vanto ma è una vanità come tante altre. La donna misconosciuta nella società non esiste nell'arte. La Grecia ne ebbe un cadavere nella Venere, il mondo moderno non ha nulla, perchè le vergini e le madonne cristiane, limite estremo della bellezza, sono un tipo umanamente falso. La nostra forma è bella, possiamo dirlo con orgoglio, ma sotto i vostri scalpelli si fa inanime, sotto i pennelli si altera, e perchè? perchè non conoscete la donna. I nostri sensi sono infinitamente più fini, la nostra anima sarebbe inferiore? Gli uomini, amandoci, userò questo verbo, passano vicino alle nostre siepi e non s'accorgono che dietro sta un giardino: pirati, approdano ad un'isola, si fermano un'ora in un seno e ripartono non solo pretendendo di averla conosciuta, ma di essersene impadroniti.
— Stupendamente espresso! proruppe Carlo.
— Ripiego d'avvocato per non darmi ragione: ma non importa: sono le donne che debbono approvarmi.
E gettò uno sguardo a Mimy, che abbassò gli occhi.
— Siete dunque pentita? ella riprese dopo brevissima pausa.
Mimy spalancò due occhi del più bel ceruleo.
— Il mio amorino?
— Eccolo, disse Giorgio: ho pensato che Mimy lo gradirebbe assai più dalla mano che lo offriva, e l'ho conservato.
— Confessa piuttosto, intervenne Carlo, che la è stata una delle tue solite distrazioni.
— Mai.
— Non è vero, Mimy, che ho avuto un buon pensiero?
— Ebbene? insistè la marchesa.
Mimy le alzò gli occhi nel viso, e guardandola con aria di dolce rimprovero mormorò un sì fievolissimo. La marchesa le prese allora il capo con dolcezza, e chinandoglielo quasi all'altezza della propria bocca le mise l'amorino in un riccio, così che pareva caduto dal cielo.
Si riprese la conversazione: poco dopo, una carrozza si fermò al cancello e la mora entrò ad avvisare la marchesa.
— In viaggio, signori, ella disse gaiamente.
L'avvocato fe' qualche osservazione, perchè aveva egli pure la carrozza, ma dovette arrendersi.
Quella della marchesa era un magnifico calesse ad otto molle, tappezzato di un damasco azzurro a fiorami più cupi: due cuscini ricamati distinguevano i posti delle signore. Giorgio cavalcava allo sportello: ultima veniva la mora.
Si udì un nitrito: era Bothaina che rimasta libera pel prato aveva girato dietro la casa, senza che niuno le badasse nei preparativi della partenza, e accorreva colle orecchie tese.
— Bothaina! gridò la marchesa; l'intelligente animale accostandosi alla carrozza dal lato di Mimy mise dentro la testa per ricevere una carezza.
— Come si fa adesso? domandò l'avvocato.
— Bothaina può seguirci così.
Partirono; una nuvola di polvere densa e leggiera li accompagnò lungo la strada.
CAPITOLO V
Et veritablement je ne sache rien de plus hideux a voir pour quelqu'un de sang froid que... et ce visage enflammé de la plus brutale concupiscense: mais si nous sommes ainsi près des femmes il faut qu'elles aient les yeux bien fascinés pour ne nous prendre en horreur.
_Les Confessions._ — ROUSSEAU.
La sera dello stesso giorno Giorgio, Mimy e l'avvocato si trovarono assieme nel salottino, per chiacchierare dopo cena, ma non parlavano che a monosillabi. I due uomini erano pensierosi, nei movimenti quasi irrequieti.
Carlo si alzò come chi prenda una risoluzione.
— Te ne vai? gli chiese Giorgio con uno sguardo.
— Ho una causa che mi preme: poi sono stanco. Tu resti con Mimy.
— Buona notte, ella ripetè senza levare il capo dal ricamo.
Rimasero soli: egli sdraiato sulla poltrona fumando lo sigaro; ella china sopra un fazzoletto ricamando.
La luna, che illuminava lenemente la camera, si nascose dietro una nuvola; e Giorgio rimase nell'ombra, mentre sul volto di Mimy la luce della fiamma a petrolio velata da un cappello di rose tremava lievemente. Era ancora più pallida, quindi più bella del consueto, coll'abito bianco e sui capelli l'amorino appassito della marchesa; solamente la pettinatura cominciava a scomporsi per l'indocilità dei ricci, alcuni dei quali le coprivano le orecchie e avanzandosi sulla fronte unita e liscia le cadevano sulla radice del naso come il fiocco di un cavallo.
— Mimy...
Ella lo guardò interrogando.
— Non dici nulla? penserai forse: anch'io penso a te in questo punto.
Ella si strinse famigliarmente nelle spalle ripiegandosi sul ricamo.
— Sai che cosa mi figuravo? Che questa tua placidezza copre molta rassegnazione e il tuo pallore molta malinconia.
— A proposito di che tutto questo?
— Di tutto e di nulla: un'idea che mi ha traversato la mente e, se non fossi con te, aggiungerei, che mi ha fatto battere il cuore. Mimy, mi fai un piacere?
— Sentiamo.
— Fai o non fai?
— Cugino, peggiori tutti i giorni: sei stravagante, diventerai pazzo, rispose con un sorriso di carezzevole compiacenza.
— Forse per colpa tua. Levati e va alla finestra.
— E poi?
— Niente altro.
Ella comprese, e levandosi con mollezza andò lentamente ad appoggiarsi sul davanzale.
— Sei bella così! esclamò Giorgio, che l'aveva seguita con un gesto di ammirazione.
Ella non rispose.
Col capo chino sulla spalla stava addossata a uno sportello in una attitudine di fantasticaggine: l'abito, le treccie, la finestra, la luna che omai riappariva, l'oblio forse in un pensiero d'amore, nulla mancava per comporre una romanza; se Giorgio non fosse stato poeta nell'animo, forse ne avrebbe provato il solletico. Invece le si venne al fianco, posando i gomiti sul davanzale e voltandole il viso nel viso. Ella non se ne commosse; la luna scaturì con poetica compiacenza dalla sua nuvola come un brindisi alla fine del banchetto e li avvolse nel suo sguardo luminoso.
— «Povera Emilia, l'idolo dilegua e il cavalier,» mormorò fra i denti.
— Che cosa canti?
— Niente: un notturno che canto spesso; è molto malinconico.
— Come la tua vita.
— Chi te lo ha detto?
— Forse è necessario che ci si dicano certe cose? Il fiore del loto, dice un gran poeta, non può sopportare il raggio del sole e amoreggia la luna. Credi che sia felice quest'amore? Luce e calore, amore e voluttà: ecco l'atmosfera della vita. Sai, Mimy, come passi pel mondo? Pallido fantasma traversi la terra come in processione accanto al marito trovata per via, coperta di un gran velo nero: la tua gioventù è una salmodia monotona, la tua bellezza una statua nel fondo di uno studio, che pochi conoscono e nessuno ha sentita ancora, tuo marito pel primo.
— Ebbene? chiese punto meravigliata di quelle comparazioni e quasi approvandole.
— Ebbene: non so quello che mi dica; ma pensando di te, e mi accade spesso, provo un senso di pena. Mi pare che tu debba aver bisogno di uno che animandoti col suo spirito ti cangi la processione in una scorreria fantastica di un mattino di primavera, e dalla monotona salmodìa tragga una musica come il terzo atto del _Faust._
Mimy appoggiò la testa allo sportello e rimase pensierosa.
Era una notte stupenda. In fondo al cielo sereno oscillavano nuvole turchine che la luna salendo imbiancava della propria luce; un immobile splendore dormiva sui campi lontani, mentre qualche raggio penetrando tra gli alberi del bosco sembrava volervisi nascondere; ogni cosa taceva. Una molle stanchezza pesava sulla natura. Nessuna stella brillava: solo quelle nuvole oscillavano lentamente aspettando un soffio di vento per proseguire il loro misterioso viaggio.
Giorgio si scosse: fe' qualche passo per la stanza, poi fermandosele innanzi,
— Vuoi scendere in giardino?
— A che?
— A passeggiare.
— Se non ti dispiace preferisco di restar qui.
— Allora suonami il tuo notturno favorito.
— Per carità...
— Dunque... parliamo se non vuoi far nulla.
— Ascolto.
Invece di parlare tacquero: la conversazione era impossibile, ma intanto che Giorgio vi si sforzava Mimy rimaneva insensibile. Allora la prese famigliarmente per le mani e sollevandosele al volto come per osservare il ricamo al lume di luna la staccò piano piano dalla finestra, senza che opponesse resistenza — si trovarono quasi nel mezzo della camera, Giorgio al buio, Mimy sull'orlo della striscia luminosa segnata sul pavimento; avevano i volti accanto, così che allungandosi egli dubitava di baciarle la fronte o le mani, Mimy rinvenne: in quel punto un bacio ardente le cadde sulle dita e violentemente attirata barcollò sul petto di lui.
— Giorgio! balbettò resistendo.
— Non ti muovere: ho bisogno di guardarti, di toccarti, d'altronde non hai nulla a temere! aggiunse con voce più dolce. Senti, sei ancora fanciulla, sei bella, se ti vedessi ora potresti darmi ragione senza vanità, ma sei infelice. Qualche cosa ti manca al cuore, forse pure allo spirito: ma amerai.
— Io!
— Ti pare stravagante?! Carlo non poteva comprenderti; tu ti consumi alla sua ombra come un povero gelsomino soffocato da un'ellera: divori per nutrirti il tuo profumo, ma questo profumo che respirato da un altro sarebbe essenza di vita per te è di morte. Qualche volta ti ho sorpresa a guardare Carlo e nel tuo sguardo ho notato tutta la penosa meraviglia della tua anima pensando di essergli moglie. Nega se puoi. Io lo capisco, Mimy il tuo notturno...
— Il mio notturno!
— Il tuo notturno, la tua malinconia, quello che non dici a nessuno, che confessi forse appena a te medesima quando sei ben sola. Oh, ascoltami! ho bisogno di parlarti.
Quindi tenendosi sempre le sue mani al petto la traeva al divano e le sedeva di contro.
— Anch'io sono infelice: ti stupisce? fanciulla! se non distingui il sorriso dalla smorfia del sogghigno che tenta occultarsi! Se il tuo occhio azzurro così placido potesse scandagliare gli abissi della mia anima, affacciarsi un momento alle desolate solitudini del mio cuore si sbarrerebbe per raccapriccio o si velerebbe dallo spavento. Se dovessi dirti le mie disgrazie, i miei dolori non vi riuscirei: saranno bazzecole, scempiaggini, pazzie, forse tutto ciò riunito, forse nulla di tutto ciò; ma sono infelice e mi è d'uopo di una donna che mi apra le braccia e mi chiuda gli occhi col suo petto quando lo spasimo segreto infierisce. Vedi, così... e tentava di mettersi al collo le braccia di lei.
— Ma sei pazzo stasera! rispondeva divincolandosi.
— Pazzo! ecco la donna! ma non capisci... sono pazzo? ebbene ai pazzi è tutto permesso. Sì, ti voglio rivelare a te stessa, poi ti aprirò la mia anima; chi sa se potrai rifiutarla. Hai ventun anno: non so se il tuo spirito fu mai vergine, ma se sposa significa la donna che ha saputo l'amore, tu non la sei. Il matrimonio era stata la porta dell'avvenire, di un mondo di sogni e di piaceri, di luce e di profumi, ma appena varcata hai dovuto guardarti attorno stupita; invece che sovra un giardino dava in un cortile umido e buio. Ti sei, ti hanno ingannata. Credi adesso che quel bel mondo non sia? No; esiste, Mimy, e bisogna entrarvi, ma la passione ne tiene le chiavi. Le vuoi? io te le offro, ti offro la mia anima con tutti i suoi entusiasmi e le sue piaghe: la mia anima di poeta che sente tutti gli odii e tutti gli amori, che ha ancora la primavera della speranza fra le rovine della fede. Ah! io ho bisogno d'essere amato... da te.
Successero alcuni istanti di silenzio: erano entrambi commossi, specialmente Mimy alle mille miglia dall'attendersi questa scena. Giorgio vi aveva trasceso: non poteva ragionevolmente sperare di sedurla subito, mentre spintosi troppo oltre, se gli resisteva, piucchè la battaglia perdeva forse la guerra: però quella passione malgrado il discorso a Carlo e la lettera ad Anselmo la sentiva.
Mimy teneva gli occhi bassi, egli la divorava. Insensibilmente le appressò la poltroncina e coi ginocchi le toccò i ginocchi. Tacevano in un silenzio che era l'ultimo sforzo della eloquenza. A poco a poco i volti si attrassero: egli allungò il collo e vedendo Mimy socchiudere gli occhi, stimò giunto il momento: le cadde ai piedi passandole le braccia alla cintura.
Ella volle levarsi.
— No: e la ratteneva coprendola di uno sguardo umido di voluttà; non mi lasciare. Non è vero che mi ami? confessalo! sei troppo bella per deturparti colla maschera della modestia... Adesso! balbettò appena, intelligibilmente premendole il volto nel grembo.
Mimy tentava sempre di svincolarsi fissandolo in modo che pareva esaminarlo; nel suo sguardo c'era ancora più curiosità che sbigottimento.
Egli tacque un altro minuto supplicandola coll'atteggiamento.
— M'ami? ridomandò... Oh! ne sono degno, sono tanto infelice, ti amo tanto! Se sentissi la mia ebbrezza e il mio spasimo in questo punto m'ameresti per vanità o per compassione. Come sei bella! un'ora sola... e morire... vivere per te, per animare il deserto della tua vita, per occupare le tue malinconie... sei pur bella così! Non temere, Mimy, ti amo troppo per perderti; voglio che la tua felicità sia il mio monumento di artista; così sarà più nobile di un quadro o di un poema.
La posizione di Mimy facevasi sempre più difficile, era diggià nelle sue braccia. Lo sentì, quindi colle manine bianche tentò risolutamente di rompere il laccio, ma Giorgio la ricinse più stretta.
— Impossibile! ella mormorò rivolgendo la faccia per non vederlo.
— No, no!
— Ma Carlo!... ripetè guardando istintivamente verso la porta.
— Tu non l'ami; che importa ora? Carlo è lontano, poi non è che tuo marito; provati ad avere un amante e vedrai. Fammi solo un segno colle palpebre e rimango qui inginocchiato sino a domani, a posdomani, finchè vorrai. Sai: per me in questo momento intrecciarti le mani sulla cintura, appoggiarti il capo... è una gioia inesprimibile, eppure non sei che una statua — animati dunque; vorrei trasfonderti metà della mia vita, ne dovessi subito morire...
Pronunciando con voce rotta queste parole le si aggrappava mentre ella indietreggiava, così che per seguirla trascinavasi sulle ginocchia. L'infelice si contorceva. Le guance gli si erano accese, teneva gli occhi sbarrati, luccicanti, con un sorriso villanamente lascivo. Codesta trasfigurazione che un'altra donna o non avrebbe osservato o avrebbe ammirato, ributtò Mimy.
— No! proruppe con tale accento e tale sguardo che a Giorgio caddero le mani.
Si scostò imbarazzata e allora solamente arrossì vedendolo ginocchioni colla fronte contro la spalliera del divano. Stette sospesa in osservarlo e o temesse qualche nuova stranezza o non trovasse nessun finale per quella scena, sparì tacitamente dietro alla porta.
Quando Giorgio si risollevò non parve punto stupito di essere solo; si passò due o tre volte le mani sulla fronte.
— Imbecille! proruppe nell'andarsene.
Per chi quest'ultima parola? per lui o per Mimy?
CAPITOLO VI
Il faut se rappeler cet admirable cri de Sapho, par le quel une nouvelle mariée s'adresse à Diane, la deesse virginale «deesse, deesse tu me fuis! pour combien de temps? — Je ne viendrai plus vers toi, jamais plus.»
_Portrait de Teocrite._ — SAINTE BEUVE.
Mentre Giorgio usciva dalla casa, Mimy entrava in quel gabinetto, ove la vedemmo la prima volta, chiudendosi dietro la porta: posava la bugia sul tavolino, e ne traeva dal cassetto un album piuttosto grande legato in marocchino rosso con un grosso _M_ dorata sulla coperta. Lo aperse; quindi si mise a sfogliare un quaderno racchiusovi, fermandosi qua e là a leggere un periodo, a guardare una pagina senza leggerla.
Era nell'aspetto insieme distratta e commossa: al primo foglio bianco, poichè il quaderno era scritto appena per metà, sembrò voler aggiungere qualche cosa, ma rimase colla penna levata, la fronte pensierosa: non scrisse; seguitò a sfogliare, questa volta leggendo una pagina invece di un periodo.
Poteva mancare un'ora a mezzanotte; lo sguardo pallidamente curioso della luna entrava col vento notturno fra le tende abbassate, l'aria era tiepida; fuori tratto tratto alzavasi un romorio di frondi.