Al di là: romanzo

Part 3

Chapter 33,806 wordsPublic domain

L'Avemaria scoccò al campanile di una parrocchia, quelli della città le risposero, e un tumulto di suoni chiocchi e villani turbò per qualche momento la tacita serenità della sera.

Egli parve risentirsene. Qua e là per l'ombra brillava un lumicino o si alzava, ombra più densa, il fumo di un camino; laggiù nel piano prorompevano le fiammelle dei lampioni, così che da lunge poveramente e fantasticamente illuminata Bologna rassomigliava un grande cimitero corso da fiaccole mortuarie.

— Che miseria quei lumi! esclamò finalmente. Ecco quanto gli uomini hanno saputo sostituire al sole; e se domani si dimenticasse di sorgere non avremmo nemmeno abbastanza luce per vederci morire.

Dopo questa bizzarra riflessione raccolse il fucile sulla spalla e si allontanò. Lasciando la strada carrozzabile che saliva in serpeggiamenti alla vetta della collina, di là prolungandosi per erte e pendii, si mise per un sentiero chiuso da alte siepi di acacie, e digradando fu in fondo ad una valletta; donde rimontò per una strada frequente di ville, in quella stagione tutte abitate. Spesso s'incontrava in coppie di villeggianti, udiva dai cancelli il riso di persone sedenti al fresco, travedeva qualche forma biancheggiante di donna o ne intendeva la voce che talvolta cantava. Dopo mezz'ora si arrestò ad un piccolo cancello.

— Come mai aperto! Lo spinse ed entrò in un recinto a quella luce incerta nè giardino nè bosco, piuttosto folto di alberi, in gran parte platani ed abeti: e si fermò al principio del viale che dava nel mezzo del casino.

Una finestra del primo piano era aperta e n'usciva lume: un'ombra a quando a quando lo intercettava.

Quindi le corde di un piano vibrarono.

— È Mimy! e internandosi fra gli alberi venne a postarsi dietro un grosso ippocastano, contro la finestra, cinto al piede da un boschetto.

Ascoltò.

L'ombra fremeva: gemè un preludio di Chopin così delicato che parve il sospiro della sera: non saliva, non insisteva: erano note come staccate che si diffondevano svanendo in una melanconia senza nome, e altre seguivano egualmente lievi, e poi altre ancora e il tono calava e il silenzio sembrava palpitare. Se quella era una musica di dolore, divina ed infelice l'anima che lo patì! E dal preludio si svolse un canto indistinto, lento, ma a volta a volta con uno slancio ineffabilmente appassionato come di una farfalla legata ad un filo: una lotta soave e crudele che non poteva esprimersi senza quelle note e abbisognava della sera bruna, piena di reminiscenze e di brividi prima che la luna versasse tutto il suo chiarore e la solitudine si popolasse coi fantasmi della notte. Sembrava un'aspirazione verso un ideale incompreso che sorgesse da un'anima chiusa in una forma gracile e stupenda, come un dolce odore esala da un bel fiore, e perdendosi inutilmente si dolesse della propria delicatezza. Le note si fecero più rare, s'abbassarono languenti, sfinite...

Il piano era muto e Giorgio commosso ascoltava ancora.

Guardò alla finestra: l'ombra non passava più innanzi al lume.

Quella musica sembrava aver desto l'anima del bosco, le frondi susurravano fra loro: qualche ramo luceva al raggio di una stella affacciatasi al suo balcone d'azzurro, mentre nell'aria udivasi come il passare di aerei fantasmi dalle lunghe vesti sibilanti che si inseguissero: la rugiada inumidiva lagrimosa le verdi pupille delle foglie.

Giorgio era solo: nella casa e nel prato era silenzio.

Attese che la musica ripigliasse fra la trepidazione della sera.

D'improvviso sprizzarono le note di un fandango ebbre di risa e di baci e la voluttà levandosi in sussulto parve gittarsi nella ridda e riempirla di un disordine fragoroso e lascivo: gli occhi neri avventavano lampi, le bocche fremevano e il respiro ingrossandosi faceva arrovesciare le teste coi capelli ondeggianti... La ridda precipitava più veloce e più nuda, perchè le note, quasi mani convulse, alzavano le vesti... Giorgio fu trascinato: non potè resistere, si girò attorno un'occhiata e abbracciandosi d'un tratto all'albero cominciò una difficile e pazza ascensione. Giunse trafelato sulla forcata che la tormenta del Fandango aveva raggiunta la foga di una tormenta di sabbie e le ultime note cadevano soffocate, stritolate.

Nella camera non si vedeva che un doppiere sopra un tavolo.

Una bestemmia gli si frantumò fra i denti, ma indi a poco una donna, vaporosamente vestita di una lunga veste bianca, s'appressò al tavolo e si assise sulla poltrona: la sua posa era languida e la sua figura si rifletteva dietro in un alto specchio, illuminandosi più vivamente nel chiarore della lastra.

— Se Ossian la vedesse in questo punto, Giorgio pensò, la paragonerebbe a Sumalla o ad Evirallina.

La donna non si moveva dalla sua stanca posa; una treccia discesa in una piega della veste ne usciva sciolta in ciuffo; forse ella aveva cominciato a disfarla e s'era fermata prima che a mezzo.

Passarono alcuni minuti: indi colla mano libera riprese la treccia, la disciolse, la diffuse: slegò il mazzo dell'altre lasciandone intatta una sola, e stette guardando fisamente per la finestra.

La tenda era immobile, il vento era cessato; ella pure stava immobile e le candele la lumeggiavano.

Sospirò forte, poi aprendo lentamente le braccia fe' colla testa un atto inesprimibile di seduzione, quasi che un fantasma le stesse dinanzi e non intendendosi bene col linguaggio degli occhi si movesse per abbandonarla: ma le mani non le caddero abbattute, anzi si levò, andò allo specchio e vi si mirò intenta. Poi si volse alla finestra; la tenebria facevasi mano mano più densa.

Dal ramo, che stringeva colle ginocchia a guisa di una sella, Giorgio osservava comodamente nella stanza per il vano delle tende.

Mimy si slacciò al collo la veste rigettandola dalle spalle perchè scivolasse; la veste scivolando si gonfiò come una nuvola e la nascose sino ai ginocchi; ella non aveva più che la camicia, strana, attillata quanto un abito, con un ampio bavero alla marinara e una cintura alle reni che le disegnava vagamente le forme della persona. Così contemplandosi si accomodò i capelli, stirò una calza scesa borghesemente in crespe, allentò la fascia, si sbottonò il pettorale con lentezza quasi di amante, che volesse bere a sorsi le voluttà delle bellezze che scopriva; poi lo staccò, e poichè voltava il fianco alla finestra, Giorgio potè ammirare una divina forma femminea. La camicia era diventata una mantellina a maniche.

Allora si ammirò ella pure; poi fanciullescamente, a passi piccini, venne a prendere la mandola in sul tavolo, trasse la poltrona allo specchio e vi si adagiò: ma depose l'istromento sulla veste invece di toccarlo.

All'insistenza della propria contemplazione quella donna doveva essere innamorata di sè stessa, poichè la vanità non bastava a spiegare la lunga e raffinata osservazione del bel corpo. Nella sua attitudine che avrebbe entusiasmato uno scultore posava dinanzi a sè medesima. Mollemente sdraiata sulla poltrona, colla camicia gettata sul dosso come un mantello, i capelli ondeggianti, una mano sotto il seno e un piede che scherzava colla cornice dello specchio, mentre la gamba vi si rifletteva in tutta la purezza del suo profilo... ella si inebbriava, insuperbiva forse, e non aveva torto. Le sue forme erano di grandezza mezzana ma di una inesprimibile castità artistica — bianca, bionda, fanciulla, all'aria estatica del volto e al fremente errare della mano forse assorta in un sogno di amore: sola, nuda, allo specchio, la mandola ai piedi, i capelli diffusi — figura poetica ed originale di voluttà e di bellezza! Giorgio la divorava. La stravaganza della sua ascensione sull'albero era superata dalla stravaganza di quella scoperta e dall'estasi solitaria di quella donna davanti a sè stessa e in sè stessa, giacchè quella nudità così pura e insieme così impudente prestavasi alle più bizzarre e audaci divagazioni.

— Bella!... bisogna ch'io l'abbia, mormorò stendendo nell'ombra una mano verso di lei.

La scena durava da quasi un'ora e la donna sembrava essersi assopita, quando un colpo piuttosto violento all'uscio la scosse.

Stette in ascolto.

Fu bussato nuovamente.

— Chi è? ella chiese indossando lestamente la veste e respingendo d'un piede il pettorale sotto lo specchio.

Giorgio non intese risposta, ma probabilmente fu un io, e questo era Carlo.

— Che cosa facevi? domandò colla sua grossa voce fermandosi sulla soglia.

— Nulla, rispose con un cenno.

Le si accostò e fissandola talmente negli occhi, che dovette abbassarli, spinse la mano a una carezza: Mimy volle ritrarsi, egli le si chinò all'orecchio; ella fe' un gesto supplichevole, ma l'altro la trasse verso la finestra con un braccio alla cintura.

Così Giorgio perdeva la vista dei loro volti: la notte era bruna e il doppiere rimaneva nel mezzo della camera dietro di loro.

S'intese un grosso bacio.

— Maledizione! ruggì Giorgio agitandosi sul suo ramo; ma è un'insolenza! almeno rispettassero la sensibilità dei vicini.

Ma la scena peggiorava.

— No, no, proruppe vedendoli abbandonare la finestra: bada, Carlo, che lo avrai voluto! E lasciandosi cadere penzoloni dal ramo, da quello su di un altro, senza badar al fruscio delle foglie sensibile mentre taceva il vento, scese dalla forcata e scivolò lungo il tronco. A terra si fermò, incerto di presentarsi coll'amorino o di uscire pel cancello; si decise per questo. In due salti lo toccò: era chiuso; tese l'orecchio, nessuno. Allora si mise a scavalcarlo, e come lo inforcava, si arrestò colpito da un'idea.

— Ah! la marchesa di Monero! la rivincita di Carlo!: balzò dall'altro lato e sparve nell'ombra.

Il lume brillava sempre alla finestra e il lettore può, se gli piace, risalire sull'ippocastano.

CAPITOLO III

«Caro amico,

«Ti scrivo: perchè? veramente non lo so, ma giungendo alla fine della lettera forse non lo saprai tu pure e ripetendoti questa domanda non avrai più ragione di me adesso. La testa mi gorgoglia, i miei sensi fremono ancora.

«Che penseresti tu, superiore anche nella virtù alla plebaglia borghese e che scherzi talvolta colla tua fantasia come Pericle con Aspasia, di una visione notturna, di una donna, la quale ti apparisse solamente vestita di luce e bianca, bionda, sublime si ammirasse nello specchio con tacita e solitaria voluttà; se la sua voluttà si fosse prima alzata in lamento e il lamento fosse poi scoppiato in un inno? Che penseresti, vedendola allungarsi sopra una poltrona bruna, cogli occhi socchiusi come nell'abbarbaglio di una visione fuggente e le mani tese per dirle: cedo allo splendore della tua divinità, abbasso le palpebre e schiudo le braccia, scendi e dammi un bacio? Se il petto le si sollevasse mollemente e i capelli corsi da brividi luminosi le ripiegassero la testa quasi nello spasimo di una ebbrezza insufficiente ed eccessiva?

«Questa donna mi è apparsa: mi sapresti dire che cosa ne penso, perchè l'ignoro ancora e mi è d'uopo saperlo? Stavo a cavalcioni sopra un ramo, ella in una stanza chiusa a chiave. Contemplandola ho sentito ridestarmisi nell'animo la gioventù addormentata da tanti anni.

«Una donna giovane e bella, che viene a rinchiudersi nella sua stanza solo per vagheggiarsi nuda allo specchio, prodigandosi carezze mestamente e timidamente lascive; così raffinata nella voluttà da compiacersi a coglierne le più fuggevoli espressioni sulla propria immagine e così innamorata della bellezza da adorarla per ore in sè stessa; una donna che assetata d'amore s'ubbriaca bevendo al proprio calice... ecco davvero una donna e una prepotente seduzione. Ella è innamorata di sè stessa: però questa passione deve aver deviato. Verso chi spingevasi prorompendo la prima volta dall'anima? Quale ideale conteneva, giacchè ogni passione deve avere il proprio ideale, il proprio germe di felicità, che non si svela o non scoppia se non nel suo cielo, nella sua regione?

«Ecco quanto non so.

«Tu conosci, amico, la mia opinione sulle donne; bisogna dunque che sia bella colei sulla quale deve posarsi il mio pensiero, e che brilli, perchè simile alla farfalla esso non s'innamora che della fiamma. Byron non ammetteva le donne a tavola; io le voglio solo ad istanti e che dileguino appena tramonta il sole ond'erano belle, o la stanchezza mi si appesantisce sugli occhi e sul cuore. Davvero non comprendo come si possa, nonchè la vita, trascorrere tutta una giornata con una di loro; come dopo essere salito sopra una barca soffice di fiori, abbandonandosi alla corrente di un fiume incantato, stringendosi fra le braccia un fantasma divino, per mezzo ad isole paradisiache, con dietro un palazzo di nuvole, con un vento di profumi nei capelli e un vento di poesia nell'anima: come si possa, ritornando da quelle regioni del sogno e trovandosi sopra un divano non sempre di seta, in una camera spesso plebea, in faccia ad una donna imbecille, non sentirsi tentato di fuggire e fuggire dalla finestra se chiusa la porta: non capisco come libato il vino si possa annusare la tazza, strappati i fiori odorare il fusto del mazzo. E non intendo nemmeno come bruciando dall'amore si possa andare marito in camera della moglie, amante a casa dell'amante, disoccupato nel mezzanino della cortigiana alla stessa maniera che al caffè per un gelato o alla tabaccheria per un sigaro, così accettando un'altra forma da quella che vi ha commosso e transigendo coll'ideale quando nell'ideale solamente sta il piacere, patteggiando col tempo nell'aspettare che la moglie abbia finito di pettinarsi, l'amante siasi liberata da una visita importuna e la cortigiana vi dichiari che è arrivato il vostro turno. Quando il fumo della voluttà mi sale al cervello e la febbre mi gitta addosso il suo caldo mantello, se per disgrazia sono solo corro a serrarmi nel gabinetto, socchiudo le finestre, abbasso le tende così che si faccia una tenebria indecisa, e stendendomi sul divano mi avviluppo nella mia passione, e sogno. Allora mi sento intorno un aereo fruscìo di vesti, un sibilar di capelli: e le forme stupende dei sogni mi passano davanti coprendomi di lunghi sguardi, gettandomi ineffabili sorrisi, salutandomi con gesti intraducibili. Non mi muovo: mi circondano, mi si aggirano a cerchio, mi passeggiano sul capo, s'intrecciano, compongono quadri che mai genio di artista compose più belli; si atteggiano, m'inebbriano, mi straziano. E vorrei che una forma reale fra quelle vacue s'insinuasse; vorrei udire un rumore più distinto; discernere la voluttuosa pesantezza delle carni, e mentre un alito infiammato mi lambirebbe la fronte e due braccia rotonde mi cingerebbero il collo, adagiare il capo sul guanciale di un seno. Oh! il piacere è una religione e pochi gli iniziati a' suoi santi misteri! Colui che prostituisce il momento dell'amore con una donna fredda o sconosciuta, che se la stringe fra le braccia prima che il petto minacci scoppiargli, è un infame come il poeta che vende la propria inspirazione, come la bella che discute il salario delle sue compiacenze. Siate innamorati amando; aspettate che la marea monti, il vento si levi, irrompa la tempesta e il sole la illumini, se volete godere le angoscie divine della passione. Il mio amore è un oceano, e io sono come quell'audace che salpava solo quando lo vedeva burrascoso...

«Ogni piacere deve essere in noi essenzialmente d'immaginazione: gli orientali fumano l'oppio.

«Che una donna mi commuova e la voglio subito, lei con quell'abito, con quella espressione, atteggiata di quella gioia, di quel dolore: non si schermisca, non dilazioni: via le oscenità del pudore, le goffaggini della capitolazione; o mi lasci prenderle la vita o prenda i guanti e se ne vada, o si esalti meco o si irrigidisca come il marmo, sicchè debba fuggirla come Pigmalione la statua, se Giove non si fosse per lui intenerito al miracolo. Perchè sillabare grottescamente la pagina più bella della vita invece di declamarla con entusiasmo? Perchè affibbiarsi il piviale della religione o il lucco della legge, mentre l'amore l'invoca nuda, e il pensiero le si insinua sotto le vesti e glie le slaccia, glie le strappa?

«Greco in ciò, come nel resto, voglio la bellezza nuda, ma più spiritualista del paganesimo greco, voglio nuda la nudità — vi è sempre un velo sulle carni quando tutti gli altri sono tolti: vi è un pudore che non ha d'uopo che di sè stesso per coprirsi e non arrossire più; e colei, che ho sorpresa allo specchio, era più nuda che fra le braccia di un amante, nuda come si può esserlo davanti a sè stesso in un'ora di voluttà delirante. Se ella fosse mia, io, tanto superbo, me le butterei alle ginocchia colle mani in croce, perchè mi si mostrasse un'altra volta così, e, se nol volesse, la ucciderei, e, se nol potesse, credo che la prostituirei per renderglielo più facile. No, Anselmo: finchè quel velo è fra loro, i corpi non si combaciano e le anime non si fondono: strappatelo e la passione, come Mefistofele, ve ne farà un mantello, sul quale posando i piedi veleggerete nell'infinito...

«E, profondamente scettico, quando ti scrivo non so parlarti che di donne e di amore! Tutto è inutile, filosofia, religione, incredulità: finchè la gioventù tresca col cuore e civetta colla fantasia, non cessiamo di compiacerci nelle meschinità sensuali della donna. Che giova se la ragione, appartandosi dal tumulto dei sensi e dei sogni, ripari sopra un dirupo e di là sogghignando sulle figure folleggianti pel prato dichiari la musica piazzaiola, la baldoria villana, le forme inestetiche, gli ornamenti triviali, i fiori selvatici? Non le badiamo, e slanciandoci nella ridda turbinosa ci pare assai di stordirci, mentre dovremmo sublimarci. Poche ore fa mi stimavo di molto superiore a Carlo, il povero innamorato della marchesa di Monero, nel battermi con una donna, e avere volentieri sfidato il sole per osservare i suoi raggi rimbalzare in frantumi sulla mia corazza di diamante — non era diamante ma ghiaccio.

«Ti ho detto, la testa mi gorgoglia di idee e i sensi mi fremono ancora.

«Sono stato dissoluto, lo sono e lo sarò. Nato coll'animo di un grande artista, quantunque non abbia prodotto cosa alcuna, nè la produrrò per un difetto organico, una inadeguazione fra il sentimento e il linguaggio, fra la concezione e la forza di estrinsecazione; e divorato miseramente da tutte le passioni ho dovuto spossare l'ingegno cogli sbalzi della giovinezza, stordire l'anima coi piaceri del corpo; perchè incapace di mostrarmi grande non ho voluto e non voglio parere mediocre; perchè non potendo avere un Dio da adorare, e quello sarei io medesimo, mi occorrono degli idoli da infrangere, e sono le donne, che mi amano. Sono dissoluto, perchè vi è un'amara voluttà nel sentirsi al di sopra della vita che si conduce, nel porre, dilapidando le proprie ricchezze, sul capo ignobile di una cortigiana una corona, che più accuratamente brunita farebbe levare superba la fronte di una regina: sono un dissoluto che si ubbriaca per non piangere, un mendico che nasconde sotto i cenci un enorme diamante mal faccettato. E adesso, io che delle donne preferisco la qualità alla quantità, ero senza amanti se costei non mi appariva; ma dovrò battermi per conquistarla e la guerra sarà terribile e fuori del mio mondo maschile, con una forma diversa, più bella, che si difenderà con tutto il vantaggio di armi meglio temprate e di conoscere perfettamente il terreno.

«Il cimento è eroico.

«Ti confesso che scrivendoti mi sento battagliero; vorrai tu tradurre innamorato? Forse ne avrai la malignità, forse anco avrai abbastanza spirito per non ingannarti. Comunque sia, debba o no innamorarmi di quella donna, e innamorandomene sedurla o essere respinto, questa lettera è soverchiamente lunga, e sebbene la mia calligrafia mi faccia supporre che ne salterai almeno la metà, mi rassegno a troncarla.

«Una ultima parola — sono stato invitato per oggi dalla marchesa di Monero, quella signora che scandalizzò a Rimini tutte le nostre eleganti col bizzarro buon gusto delle sue acconciature e colla sua cameriera mora — me lo disse la contessina S***. Non è assolutamente bella, ma può essere affascinante. Carlo ne è una prova, sempre più ridicolmente imbarazzato dall'altera disinvoltura de' suoi modi. Ieri, incontrandoci, ella m'incaricò di portare un mazzo a Mimy; ecco come accadde l'invito e il resto. Andrò a pranzo da lei, giacchè mi preme verificare un motto della S***, la quale, poveretta, non può perdonarle di averla affatto ecclissata; un giorno che parlavamo di lei, veggendola passare a cavallo, mi disse: «Si regge meglio in sella che in conversazione.» Guai se mi ha ingannato! come temo; glie ne scriverò tante da farla inverdire per la stizza. _Vanitas vanitatum,_ mio caro. Un poeta latino domanda: Che cosa è più leggiero del vento? la polvere; della polvere? la piuma; della piuma? la donna; della donna? _Nihil._

«Che s'inganni? che della donna sia più leggiero chi se ne innamora?

«Ti lascio questo problema per obbligarti a rispondere.»

Così scriveva, ritornando a casa dalla scoperta di Mimy, il conte Giorgio De Vinci.

CAPITOLO IV

Studio i ricci che porta sulla fronte, i fiori che mette negli abiti, la maniera onde mi porge la mano, la prima parola che mi dice, il primo silenzio che mi serba. Non le ho ancora detto: Vi amo, ma forse lo sa; ho interrogato troppe cose su lei perchè nessuna mi abbia tradito.

_Lettere_ — OTTONE DI BANZOLE.

L'indomani all'undici, Giorgio, montato su Allah, magnifico cavallo andaluso, balzano da tre e tutto nero con una stella bianca in fronte, partiva dal suo casino alla volta di quello di Mimy: era vestito con eleganza cittadina, che goffa per sè lo pareva maggiormente in campagna; ma contro i decreti del destino e della moda ogni recriminazione è vana. E davvero quel tubo lucido sulla testa, quei calzoni fino sul piede uniformemente larghi, quell'abito senza nome nella lingua e che, aperto dinanzi, terminava in coda di rondine, spaccato nel mezzo, onde ne usciva ridicolmente il grugno della sella, contribuivano mediocremente a rendere bella la persona e romantico il cavaliere; però, all'espressione del volto, pareva contento di sè e ratteneva Allah accompagnando del corpo con grazia perfetta gli ondeggiamenti del suo passo lungo e nervoso. Era giunto sulla strada maestra, che da porta San Mammolo si prolunga in serpeggiamenti per una stretta valle, e aveva rivolto il dosso a Bologna con un trotto vigoroso, quando ad una svolta distinguendo fra una nuvola di polvere come due donne a cavallo, si spinse al galoppo. In un attimo fu loro presso e ormai le pareggiava, ma esse si slanciarono a tutta carriera o prendessero la sua corsa accelerata per una sfida o glie ne gettassero un'altra. La raccolse e schioccando la lingua fe' spiccare tre balzi ad Allah, che lo portarono oltre la seconda donna, ma la prima lo avanzava e il suo cavallo baio correva come il vento.

— La marchesa! esclamò superando la mora: via, Allah: Allah si avventò disperatamente: la strada faceva un gomito: spronò, ma svoltando la vide che, frenata la cavalla, si moveva tuttavia a piccolo trotto.

La raggiunse: ella china sulla criniera di Bothaina ad accarezzarla non lo avvertiva.

— Siete voi, signor conte! disse finalmente voltandosi allo scalpito dell'altra che arrivava.

Indi con vivacità:

— Ci volevate proprio inseguire? credete che mi avreste raggiunta?

— Chi è quell'uomo che possa rattenere una donna se voglia fuggirlo o raggiungerla se fugga? Ma chi fugge o teme od abborre!

— In questi due casi mi avreste inseguita?

— Forse... per sapere il perchè.

— Sperando di raggiungermi?

— Facendo almeno scoppiare il mio cavallo.

— Ecco un complimento che un'altra potrebbe prendere per una dichiarazione.

E un superbo sorriso le contrasse le labbra.

Proseguirono senza chiedersi per dove.