Al di là: romanzo

Part 25

Chapter 253,855 wordsPublic domain

«Non amavate vostro marito, non amavate vostro cugino, a chi dunque mi avete posposta? Che io lo sappia almeno il nome del mio rivale per dirgli di condensare la sua vita nel vostro amore e di morire per voi... Sarà pur bello, se vi piacque, e io cadrò ai suoi piedi, adorando questo maschio Iddio della bellezza, che passa la prima volta sulla terra! Ma allora vi converrà fuggire con lui: dove andrete? Da quando l'amate? Prima di conoscermi, o dopo? La testa mi si perde in queste congetture e sento che la ragione è sfinita di questa lotta di argomenti.

«Addio, signora. Comunque sia, mi avete respinto e la mia ultima prova di amore sarà di non importunarvi mai più. Napoleone perdendo l'impero del mondo conservò ancora uno scoglio, da cui guardare l'immane ruina ed essere dal mondo contemplato immane ruina egli stesso... Di lui più infelice avrò maggiormente perduto e non potrò più vedervi, nè essere veduta da voi. Non avevo che voi nella vita; per voi che non conoscevo ancora avevo reso bello collo studio il mio spirito; per voi educata la mia bellezza a tutti i vezzi della voluttà; per voi aveva cresciuto un amore, quale nessuna donna aveva mai offerto e nessun uomo goduto... voi sola, e mi fuggite! avrò invano vissuto. L'altare era coperto di fiori, splendevano i ceri, l'organo mormorava le sue commosse armonie e la fidanzata ha fuggito la fidanzata davanti all'altare... che il genio del male s'inebbrii dunque del suo trionfo e rovesci lo splendido tempio sul capo dei credenti. Tutto è finito; parola più amara di tutta l'amarezza dell'oceano condensata in una goccia... Ho vissuto e vivrò ancora, sia pure per poco... e perchè? Offro me stessa in premio a quel filosofo, che sappia dirmi adesso il perchè della mia vita.

«Ascoltatemi ancora qualche momento. Questa è la mia ultima lettera, la corda che mi tiene sospesa sull'abisso; non vi lagnate dunque se l'allungo di un palmo e ritardo così la caduta. Affacciatevi piuttosto una ultima volta sul mio abisso, così che guardandovi io non senta più il vuoto sotto i piedi e non vegga più finire la corda nelle mani della morte... Oh! io casco dal cielo, ma il sole mi splende indifferente sul capo e l'azzurro sorride, la natura esulta: io sola infelice, io sola colpevole... ah no, signora, credetelo, colpevole lo siete anche voi. Mi avete pure crudelmente trattata! Respingere il naufrago che aveva afferrata la riva, rinchiudere la cassa sul sepolto che l'aveva scoperchiata!

«Ascoltatemi.

«Poichè dovrò allontanarmi, non negate il tozzo di pane al povero, cui rifiutaste l'ospitalità, e ditemi: allorchè mi amaste, quale era il vostro sogno di vita? Ecco il problema che da sola non risolvo e nel quale si dibattono spasmodicamente il mio cuore e la mia ragione.

«Quando ero fanciulla, come voi, sognavo l'amore di una bella che bella solamente per me non patisse alcun lordo contatto, non avesse altro pensiero che d'essere bella e di amarmi. Nobile, bella, ricca io medesima, immaginavo che nulla potesse impedirmi di vivere per tale sogno e di ottenerlo. M'ingannavo: dovetti essere moglie, umiliare il mio ideale, prostituire i miei sensi sotto un uomo; senonchè la violenza non potè degradarmi, mi ribellai, riebbi l'indipendenza e fui vedova, doppiamente ricca di danaro, d'esperienza e di passione. Quindi cercai il mio sogno e non lo trovai.

«Intanto, nella speranza mi era preparato una specie di serraglio, compiacendomi a chiamare col nome di schiave le cameriere che mi idolatravano. Viaggiai mezza Europa, approdai in Oriente, rimontai l'Egitto e conobbi donne di rara bellezza, d'ingegno vivace, ma nessuna che rispondesse al mio cuore. Ero dunque pazza se cercavo la felicità in un'altra zona fuori della natura? Ma una voce segreta mi susurrava che esisteva, e mi sentivo troppo nobile di anima per stimare la mia passione una bestialità. Proseguii i vagabondi viaggi e finalmente stanca tornai in Sicilia, spendendovi un anno a adornare la villa per la mia incognita. Poi mi rimisi in cammino, e v'incontrai. Ma se meco aveste comuni le giovanili aspirazioni ed i sogni, e al pari di me non potevate amare che una donna, perchè il pensiero di vivere meco lungi dal mondo, al di sopra del mondo, non fu il primo della vostra mente, per non dire del vostro cuore?

«Se Dio esiste e la morte ci apre le porte del suo tribunale, io potrò sempre dirgli: la mia vita giusta o reproba è una, diritta, sempre fedele a sè stessa; non ho mai deviato volontariamente, non ho rallentato il passo, discussa la meta... Ma voi gli direte altrettanto? voi che avete ingannata e tradita voi stessa; voi che per paura di un urlo plebeo avete posto la mano sulla bocca dell'amore e soffocandolo gli avete detto: taci! Voi che avete stritolato un'anima grande come la vostra, perchè? ditemelo, signora; via ditemi come pensavate, come pensate adesso di vivere; ditemi, poichè la vita è un matrimonio, a che, a chi vi sposereste se non mi avete sposata?

«E noi saremmo state felici. Vi avevo già preparato un castello, un serraglio per voi la sultana. I miei milioni, perdonatemi la goffa particolarità, vi avrebbero circondata di un lusso quale solo la poesia può desiderarlo; voi sultana, regina, idolo, dio. Il mio amore si sarebbe steso ai piedi per rendervi più soffici i tappeti dei fiori o della Persia, si sarebbe addensato intorno alla vostra nudità per avvolgerla in una nube sfolgorante, o avrebbe soffiato sulle pieghe dei vostri abiti per renderle più lievi e più loquaci. Fuori alla campagna sarebbe stato il genio della solitudine e della natura, nelle sale del mio palazzo il mago dell'arte e della voluttà. Voi desta, avrebbe vegliato sulle ore che passavano perchè ognuna vi gettasse un sorriso o un piacere: voi addormentata, avrebbe composto la musica per i balli dei vostri sogni... Il mio amore sarebbe stato sempre con voi, dovunque; il mio amore avrebbe saputo uccidermi se glielo aveste ordinato...

«Che gli dirò adesso, al mio amore, adesso che lo avete abbandonato? Perchè vi ho mai rispettata nei primi convegni e debbo essere cacciata dalla fontana senza avervi pure bagnato il lembo della veste? Non vi ho dato che un bacio e non vi ho posato che una sola volta il capo sulla spalla... Ebbene, fanciulla, poichè vi sono dispiaciuta e mi rinnegate, venite a godervi la mia morte; andrò a sdraiarmi sul coperchio della mia tomba, quello sarà il letto e il veleno lo berrò alla tazza della vostra indifferenza... Ma lasciatemi amare, lasciate che vi spogli quel casto costume di Margherita, mentre spoglierò il mio tetro costume di Notte. Vi prometto di non violarvi, ma nuda vi sentirò nuda, vi bacierò solo i capelli, e così non sentirete i miei baci; ma nuda al vostro fianco, il seno presso il seno, l'anca nell'anca, il volto nel volto, la mano nella mano, così, almeno così... e quando sarò morta levatevi, signora, ma fate piano, perchè anche morta sentirò quest'ultimo abbandono e i fremiti del mio cadavere potrebbero spaventarvi...

«Oh, Mimy, ma è impossibile che ci lasciamo! Allora se ne vada il sole e seco se ne vada la terra, che non mi erano cari se non per voi!

«Ci penso e vaneggio: è impossibile che ci lasciamo. Avervi cercata cinque anni, essere cresciuta per voi, per voi divenuta una donna, e abbandonarvi, perdervi... perchè? Vi ripeto, è impossibile. Il naufrago, quando lo ha abbracciato, non lascia più il suo salvatore dovessero assieme annegare: naufragavo se non vi avessi incontrata, ed oramai dobbiamo essere unite per la vita e per la morte.

«Un grande poeta ha detto: che nessun dolore è maggiore del ricordarsi del tempo felice nella miseria, ma vi è un dolore più ineffabile, quello di vedere immiserito il proprio ideale. Non importa. Io che volevo vivere unicamente per voi, e che voi viveste unicamente per me; che nel nostro amore volevo riunite tutte le perfezioni e tutta la natura, che avrei voluto vedervi sempre nell'azzurro pura come esso e colla fronte più luminosa del sole... non importa, rinuncio all'ideale di voi e mi contento della Mimy dell'avvocato e del conte. Non sono più la donna che stimavate grande, sono una povera donna, che domanda l'elemosina. Amatemi come meglio vi piacerà, dalla vostra sfera sublime seguitate a scendere fin dove scendono le donne più intrepide al fango, e vi seguirò... sarò l'ultimo, il più ridicolo dei vostri amanti; amatemi in un'ora di noia, in un'ora di rabbia, non importa! Non vi disputo più, non dico più: o tutto o nulla... no, datemi quello che vorrete, ma datemi qualche cosa e chiedetemi qualunque sacrificio. Vendetemi ognuno dei vostri baci per un bacio che darò a vostro marito, al vostro domestico; quando mi vi inginocchierò ai piedi, percotetemi col tacco la gota, ma lasciatemi toccare la vostra veste. Ho bisogno di voi e vi voglio. Starò sempre alla vedetta, e quando vi vedrò più afflitta o più superba, stenderò la mano... Avremo ancora qualche appuntamento?!

«Se verrete una volta sul mio letto sarò consolata per sempre, perchè ad ogni tempesta di rammarichi mi vi andrò a sdraiare, e baciando i cuscini, dove affondò la vostra testa, mi sembrerà di baciarvi sulle labbra.

«Mi negherete anche questo? Lo so che vi offesi, che ho osato brutalmente respingervi, che vi ho maledetta; ma vi chieggo perdono, e vorrei che quelle empie parole fossero scorpioni che mi ritornassero in bocca e quella maledizione un serpente che mi stringesse la gola. Lo so che ho avuto torto, ma Napoleone mormorò nella caduta, ma Cristo gemè sulla croce, ma nemmeno voi siete innocente... Ah! perdono: non di voi, ma di me debbo parlarvi. Perdonatemi, signora, l'offesa villana, perdonatemi subito, perdonatemi tardi, ma perdonatemi. Se debbo espiare il mio peccato, datemi qualunque penitenza: la compirò col sorriso sulle labbra e nel cuore.

«Ma se non vorrete perdonarmi? Se non mi amaste? No, no, è impossibile: eppure siamo divise e sento l'aspide dello sconforto mordermi il cuore. Mimy, sono pur terribili queste ore, che tu dormi forse nell'ombra di un sogno innocente. Dormi, divina reietta, come dormono i fiori sotto al loro raggio di luna e i raggi della luna dormono sull'onde del lago. Io vorrei piuttosto dormire teco nel fondo di un sepolcro fra lividi cadaveri e candidi scheletri, che sfolgorare onnipotente sul trono di Semiramide.

«Perchè mai Courbet in un'ora di genio dipinse Venere e Psiche...? Tu dormi, bionda, e la bruna non può entrare nella tua camera a passi di lupo.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·»

CAPITOLO III

La follia vince spesso il genio, la fortuna il merito; l'uccello il serpente; il serpente il leone, perchè la donna non vincerebbe l'uomo?

OTTONE DI BANZOLE.

L'avvocato, che attendeva nel salone, s'impazientiva e aumentava quasi volontariamente la propria impazienza per sottrarsi a una segreta emozione.

Messo sulla traccia da una imprudente parola di Giulietta, era venuto a cercar la moglie fuggita presso la donna da lui amata pazzamente. Che cosa decidere ritrovandola? Perchè cercarla? Come chiederla a quella donna, alla quale aveva offerto tante volte il proprio amore, e che adesso, dopo l'eroico scandalo del gabinetto, amava e temeva maggiormente? Chi era dunque la maschera? Era folle? No: perchè?

Inciampava da mezz'ora in questi problemi e gli toccava sempre indietreggiare.

Finalmente intese il fruscìo di una veste di seta e vide la marchesa ferma fra il cortinaggio della porta, così che il rosso dell'abito fiammeggiando sul cremisi bruno della tappezzeria le faceva quasi un'aureola fantastica. Era vestita colla più aristocratica ed insolente semplicità. L'abito non aveva che un corsetto liscio con una finta scollacciatura ad angolo, segnata da un merletto bianco, e la sottana sull'anca attillata, a lungo strascico, velata come da un altro merletto. Invece della solita grossa treccia, che le percoteva a mezzo la vita come un anellone di battitoio, una pioggia di lunghi e disordinati ricci rimbalzandole vivamente sulla fronte le grondava pel collo e per le spalle.

Ella s'innoltrava lenta, lenta.

— Mia moglie è qui? egli le domandò per non sapere che dire.

— Vostra moglie! ripetè con accento di ironica meraviglia. Ah! siete venuto per lei? E proseguì verso il camino, che avvampava scoppiettando.

Sedè sull'altra poltrona.

— Potrei, disse Carlo, che avvicinatosi goffamente appoggiava i gomiti sulla spalliera di una sedia, aspettando che ella gli rivolgesse la parola, osservare senza indiscrezione alla signora marchesa, che non mi ha ancora risposto?

— Mi pareva, fece rivolgendosi con un moto pigro.

— Mi avete detto: non siete venuto che per lei!

— Avete ragione: questa non è una risposta. Ma sedete dunque, non sono una regina per avere diritto che mi si parli in piedi.

— Se la bellezza avesse troni...

La marchesa gli troncò con un sorriso indulgente il complimento, e l'avvocato arrossì.

Tacquero: il duello stava per cominciare.

— Mimy è qui?

— Ebbene?

— Voglio vederla.

— È impossibile.

— Perchè?

— Non lo so: ma è impossibile.

— Ma sapete voi tutto?

— So qualche cosa.

— Dunque?...

— Aspetto che mi diciate, poichè si tratta della signora Mimy, che cosa vi conduce qui.

A questa franca interrogazione, egli si fermò.

— La difendete ancora?

— Ancora, soggiunse con amarezza, e voi perchè la perseguitate ancora? Comprendo: Mimy vi fugge, l'inseguite. Istinto di cacciatore che insegue una lepre, ma istinto pure di lupo che insegue un'agnella.

— Così, sono io che ho torto!

— Infallibilmente, poichè siete voi il fuggito.

— Logica bizzarra! mormorò.

E dopo un istante:

— Dunque mi vi opponete: capisco... vorreste salvarla nuovamente.... So tutto. E le presentò la lettera di Mimy.

La marchesa s'illuminò in volto dalla gioia.

— Siete una nobile amica, ma badate, l'amicizia, essa pure, ha le sue frontiere. Ieri sera l'avete salvata con una generosità da romanzo, e adesso vi domando scusa del mio impeto villano e vi ammiro. Ma la scena è cambiata. Malgrado la vostra bella azione io so e il mondo sa tutto. Quella donna non può aver mancato impunemente a' suoi doveri... la reclamo.

— Come un giudice in tribunale, rispose stridulamente la marchesa.

— E sia pure, ribattè irritato dalla ridicolezza della sua posizione.

La marchesa si levò:

— Ebbene, no. Cedetemi vostra moglie: credo che in diritto romano si possa. Catone la dette pure ad Ortensio.

Questa scappata detta con inesprimibile grazia lo fece sorridere.

— Non importa: la mia citazione vi esilara, e così? insistè infilandogli il braccio.

— No, egli fe' resistendo: qualunque siano le vostre opinioni sul matrimonio, io ho le mie e il mondo ha le sue. Siete libera di ridere che Giorgio mi abbia miserabilmente ingannato, di offrire ricovero alla sua amante; siete libera in questo come nel trovarmi brutto, senza spirito, senza pregio, ma non senza onore. Non scherzo, signora. Mia moglie è qui e deve ritornare meco: voglio impedirle altri scandali. Se avete voluto trattenermi finchè mi calmi, parmi ormai d'essere abbastanza tranquillo per non destare seri timori.

— Che cosa farete di vostra moglie, che vi fugge?

— La legge mi lascia più di una strada.

— V'ingannate, per un gentiluomo non ve n'è che una sola: la separazione.

— Può essere.

— Separatevi. Che cosa può accordarvi il tribunale di più che ella non abbia perduto fuggendovi? Conosco il codice anche io. Mimy non vi disputa nulla, poichè vi abbandona tutto.

Non rispose, e l'altra stimando d'averlo scosso:

— Dimenticatevi quella donna: non vi eravate mai uniti, adesso vi separate. Lasciatela al suo destino. Ella perde più di voi, giacchè perde ciò che il mondo chiama onore, e scende dalla sfera della legalità per finire chi sa dove; mentre voi sarete sempre un grande avvocato, dovunque ricevuto, dovunque applaudito. Mimy era infelice con voi e lo sarà più senza di voi. Se desiderate la vendetta: tranquillatevi, l'avrete. È venuta da me, so tutto e l'ho raccolta giurando di proteggerla.

— Anche da Giorgio?

— Anche dal conte, replicò senza scomporsi: da tutti. Sono sola al mondo e rimarrò sempre sola. Mimy mi terrà compagnia e ci aiuteremo a vivere. Quella colpa, che a voi pare infame per ragioni di egoismo, non irrita me donna. Mimy è sempre per me la bella fanciulla di Rimini dal cuore delicato e dalla fantasia poetica, e ora, che mi chiede ospitalità fuggendo disgraziatamente dal mondo, sarei peggiore delle sue amiche, che domani la insulteranno, troppo vili per l'energia dello scandalo, se la rifiutassi. Mimy è pentita, addolorata, starà meco fuori del mondo: io veglierò su lei. Andate avanti per la vostra strada voi, che l'avete gloriosa, e non rivolgetevi a guardare a quale svolta si è perduta vostra moglie...

— Andrò innanzi solo...

— Non eravate solo anche prima, non lo sareste egualmente quando ella consentisse a ritornare con voi. Un abisso vi divide. La vostra vanità di uomo, i vostri progetti di marito soffriranno, ne convengo: ma ogni vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice.

Egli aveva chinato il capo. Quelle osservazioni erano troppo sensate per rispondervi prontamente, e per di più pronunciate con un accento, che molto ne leniva la durezza. Stava cogli occhi fissi sopra un fiore del tappeto e pensava, intanto che la marchesa, calma nella voce, l'osservava con mortale trepidazione.

— Signor Carlo, riprese ad un suo moto: siccome contavo di partire, partirò domani portando meco Mimy. Ve lo giuro sulla tomba di mia madre, finchè Mimy sarà meco non sarà di alcun uomo. Nessuno sa ancora della sua fuga e non se ne saprà, anche sospettandola, perchè il conte non sarebbe meno fuggito di voi. Direte che è partita meco per un viaggio, e se la baronessa vorrà saper quale, penserò io ad ingannarla. Accettate?

— Di perdere a un tempo una donna che amo ed una donna che odio: l'offerta è splendida.

— Di chi la colpa?

— Di voi. Ma perchè da quattro mesi vi trovo in ogni luogo della mia vita? Giorgio, uno dei pochi che amavo, mi tradisce; mia moglie mi vilipende e poi mi fugge lasciandomi solo e ridicolo in faccia al mondo e alla vecchiaia e, quasi la bevanda non fosse abbastanza amara, venite voi e vi gettate dentro il vostro amore. Così, quando penserò a voi, mi ricorderò di essere un marito come tutti; quando penserò a lei, mi ricorderò che avevo incontrato una donna ben più bella e che mi ha egualmente fuggito. Bisogna che ci sia un destino contro di noi, perchè i dispiaceri non saprebbero ordinarsi di per sè tanto atrocemente!

— Coraggio, non bisogna poi avvilirsi...

— Chi si avvilisce? Credete che rimpianga quella civetta? Ma è triste sentire a quarant'anni di non avere più nè famiglia, nè una passione di cui vivere. Voi partirete, andrete lontano, a Parigi, a Pietroburgo, a New-York, non lo so. Là sarete felici. Giovani, belle, ricche, tutto il mondo ai vostri piedi, mentre io starò in uno studio a distrigare dalla legge o da un altro avvocato qualche imbecille incappatovi. Per me tutto è finito. A Bologna non c'è un'altra donna come voi: non ho dove rivolgermi. Rimontando il passato, soffrirò ancora più, e voi ne riderete, e forse ritornando da una festa o preparandola vi domanderete: che cosa farà adesso quell'imbecille di Carlo? Mi pare di sentirvi.

— V'ingannate.

— No, non m'inganno, proruppe violentemente; i brutti sono ridicoli per i belli, i vecchi pei giovani, gl'ingannati per gl'ingannatori. A voi tutto e a me niente; è impossibile, non mi rassegno. Avete detto: ogni vita ha il suo dolore, come ogni lago il suo vortice. Bella frase e vera: ma ogni vita deve avere una felicità, come ogni lago ha un incanto. Io non l'ebbi ancora e la voglio, e se mia moglie non potè darmela, mi rivolgerò a qualche altra: se l'avrà, è mia. Vi pare che abbia ragione, signora marchesa?

Ella, che si aspettava da un pezzo questo colpo, non ne fu sbigottita.

— Veramente non mi pare. Avvicinatevi, soggiunse tendendogli amabilmente la mano, e ragioniamo.

— Sarà difficile: e gliela afferrava appassionatamente appressando una specie di sgabello alla poltrona.

Vi fu un altro silenzio: ella si colorò in volto.

— Mi amate?

— Sì.

— Se vi dicessi, e lo fissava audacemente negli occhi: offritemi un dono e sono vostra?

— Accetterei, dovessi restare sulla paglia.

— Siete più generoso di Assuero: egli non offriva che una provincia... Cercate.

Egli le baciò convulsivamente la mano, ma cercò inutilmente.

— Lo sapevo: se io l'avessi trovato?

— Voi!

— Rinunciatemi Mimy.

— Ah! e di seduto le scivolò in ginocchio.

— Non partirete?

— Partirò.

— Quando?

— Posdomani.

— Per sempre?

— Chi può dire questa parola superba? partirò.

Egli la contemplava istupidito. Gli pareva di sognare, mentre venuto a cercare sua moglie per vendicarsi, era adesso lungi dal primo disegno; ma la marchesa calda nel volto di un voluttuoso rossore e col seno ineffabilmente commosso lo abbagliava e l'incendiava. Si stavano tanto presso e in tale atteggiamento, che l'amplesso era quasi incominciato e scoppiando un bacio si compiva.

La marchesa sfinita si rigettò sulla spalliera della poltrona.

Carlo le passò un braccio alla cintura.

— E sia!

Ma ella balzò in piedi, e respingendolo, sembrò voler fuggire.

— Marchesa! gridò inseguendola: ma è una...

Non disse di più, perchè ella gli aveva chiusa la bocca con una mano.

— Adesso andate e stringiamoci la mano: io salvo una donna e voi ne perdete un'altra.

— Ma...

— A domani.

— Troppo tardi.

— Eppure sarà domani.

— E se non mi piegassi? Domani! Gittate un tizzone in un pagliaio e poi ditegli: ardi solo domani: non vi ubbidirà.

— Sì, altrimenti lo spegnerò.

Gli tese la mano, che l'altro strinse.

— Chi mi assicura che manterrete la promessa? scoppiò improvvisamente a dire.

Una nube passò sulla fronte della donna.

— Dubitate? e, accennandogli di attendere, sfuggì per la porta e ne ritornò subito con un astuccio in mano.

— È il diadema di mia madre. Regalandomelo, mi fece promettere che non me ne priverei per cosa al mondo. Prendetelo in pegno, e se domani mattina non mi troverete, andate e gettatelo nel Reno.

— Ma vale centomila franchi!

— Molto di più, corresse sorridendo ironicamente: andate.

L'accento di quest'ultima parola fu così imperioso che indietreggiò come un servo. Teneva l'astuccio aperto nelle mani, ritraendosi metà rivolto alla porta, metà a lei, immota nell'altero atteggiamento.

— Domani mattina a quest'ora! disse guardando l'orologio sul tavolo.

— A quest'ora.

Si avanzò di un passo e correndole incontro:

— Non lo posso credere: è una felicità troppo grande. Le prese un lembo della veste e fuori di sè dalla gioia glielo baciò.

— Lasciatemi, signore: se la fortezza ha abbassato la bandiera, non ha ancora aperto le porte. A voi il domani, ma l'oggi è ancora mio; però queste parole furono pronunciate con tale malinconia, che finì di persuaderlo.

Si ritrassero entrambi ad un tempo: l'avvocato andando verso la porta; la marchesa verso l'usciuolo del gabinetto. Vi giunse la prima, si fermò sulla soglia. Di rossa era divenuta pallida: ogni passo di lui sarebbesi detto le calpestasse il cuore. Egli camminava vivacemente e arrivando alla porta ne scostò in fretta il cortinaggio, fe' girare la maniglia, il cortinaggio ricadde quasi coprendolo. In quel punto intese un:

— Ah! che lo gelò.

Mise fuori il capo, non vide che lo strascico rosso della veste scomparire per la fessura dell'usciuolo.

Stette pensoso; si mirò attorno, fece due passi nel salone, gli occhi fissi sull'usciuolo fremendo incomprensibilmente: ma il domani gli rifiammeggiò così vivamente nel pensiero che stringendosi con un'occhiata suprema tutto quel salone sul petto, uscì sospirando un altro ah! diverso ma egualmente passionato.

Chi aveva vinto?

Chi aveva vinto alla battaglia di Mantinea? I Tebani che avevano sconfitto l'ala sinistra dei nemici rimanendo padroni del campo, o gli Spartani che avevano tagliato a pezzi lo squadrone sacro e ucciso Epaminonda?

CAPITOLO IV