Al di là: romanzo

Part 24

Chapter 243,804 wordsPublic domain

— Mimy, Mimy.... O mio Dio! che cosa hai? sono la tua Elisa, diceva sentendosela svenire fra le braccia. L'adagiò teneramente sulla poltrona e alla sua volta inginocchiandosi.... Mimy, ripeteva, sono la tua Elisa.... guardami dunque....

Quello di Mimy non era che languore, ma s'infinse alle dolci carezze e tenne chiusi gli occhi per non mutare guanciale. Le riposava il capo sul seno: ma siccome l'altra seguitava a smaniare, li aperse languidamente e sorrise.

— Mia....

— Sempre.

— E mi ami?

— Più.... Mimy cercò un paragone... più che tu non mi ami.

La marchesa abbassò gli sguardi quasi umiliata da quella parola, ma risollevandoli prontamente le chiese agitata:

— Ma a casa tua?...

— Sono fuggita.

— Che! Se ti inseguisse? è un uomo geloso, vendicativo. Gli hai detto che venivi da me?

— No.

Respirò.

— Allora forse ti inseguirà.

Mimy comprese.

Tacquero un istante.

— Sempre con te.

— Sempre; la marchesa abbracciandola nuovamente le sentì una gonfiezza in una tasca: Che cosa hai?

— Guardaci, tutte le tue lettere, tutte. Le cavò con vanità bambinesca e gettandogliele in grembo: Vuoi che te ne reciti una? le so tutte a memoria.

— No, parlami piuttosto di te. Sei proprio fuggita? non volevi dunque più ritornare a casa?

— Certo. — E se non mi avessi trovata? Se ti avessi respinta?

— Cattiva! rispose con una smorfia.... Impossibile!

— Supponilo.

— Sarei morta.

— Come?

— Non lo so.

— Dunque non ci pensi più al passato?

— E nemmeno al futuro! mi basti tu.

La marchesa pure si senti vacillare nella stretta di quell'amore.

Così durarono chiacchierando, Mimy assorta nella felicità, l'altra trepidante di perderla ancora ad ogni momento. La fanciulla non si ricordava già più delle angosce della notte, nè della lunga agonia del mattino: il passato era veramente sparito. Elisa la teneva sulle ginocchia; che cosa era più tutto il resto? Nullameno la coscienza le si destava a volta a volta da quel voluttuoso languore come da un sogno, si assicurava di non sognare e tornava ad assopirsi. Allora Mimy guardava la marchesa, socchiudeva gli occhi e posandole il capo sul capo la baciava furtivamente.

A una di quelle occhiate:

— Hai pensato, Mimy, che cosa faremo?

Ella spalancò gli occhi.

— Cara bambina, non vorrai già restare a Bologna: tuo marito ti cercherebbe, sarebbe capace di rivolerti.

— Lo sfido.

— Non ti ci provare.

— Ecco, ti rispondo come mi hai risposto: parliamo di te. Tu che hai tanto ingegno mi dovresti parlare come mi scrivevi. La tua pallida fanciulla ti si è davvero intrecciata ai capelli, e vi si insinuava le dita scomponendoli, come un ramoscello spinoso, me la ricordo questa cattiva parola, ma non oserai strapparlo. Improvvisami un inno: gli uccelli li improvvisano pure al sole! scoppiò improvvisamente a dire.

— Di gioia, ma l'aquila, che sola lo ama, stride quando s'innalza verso lui. Non ti fidare alla passione che studia il ritmo. Quando essa scoppia davvero, è molto se ci resta la forza di un gemito, ma appena il vulcano cessa dall'eruzione la fantasia ritorna, raduna qualche carbone, vi soffia e ridesta in piccolo l'incendio che l'aveva fatta fuggire. Sai dove si leggono gl'inni?

— Nei libri.

— Negli occhi: ma se quelli dei libri esaltano, quelli degli occhi abbruciano.

— Ti ritrovo dunque, mia Saffo. Come sei bella e grande! Mai inni, mai poesie scritte: tu sarai il mio poeta. Già non ho mai capito come si possa gettare alla plebe le proprie emozioni. Tu sarai il mio poeta e canterai per me sola senza accorgertene: io raccoglierò le perle de' tuoi canti nell'urna del mio cuore e le seppellirò meco.

A quest'ultima parola di morte che conchiudeva un dialogo così fulgido di vita, la marchesa considerò con tristezza la bella testa di Mimy resa affascinante dalla gioia.

— Perchè parli di morte, fanciulla?

— Non lo so; tutte le volte che sono felice penso di morire.

Ed ella pure si fe' grave.

Stavano sempre nella stessa attitudine, Mimy sulle ginocchia di Elisa, entrambe con un braccio intorno alla cintura: quella vestita di nero colla luce dell'ebbrezza nel volto ancora macilento dalle passioni della notte e, in tale contrasto, stupendo; questa chiusa in una ricca vesta da camera bruna a bruni ricami, pallida, mal pettinata, con un cerchio turchino sotto gli occhi così terribilmente più vivi. Però quella carissima attitudine alla lunga doveva stancarle; Mimy, che se ne accorse la prima, si lasciò scivolare per terra e, sdraiandosele ai piedi, appoggiò la testa sui ginocchi dell'amica. Era accaduto un gran cambiamento nello spirito di Mimy, dianzi così timida e riservata e adesso così espansiva e folleggiante. Forse la vispa educanda di suor Maria, morta da qualche anno, risorgeva senza ricordi del tempo della morte e, mutata l'amante, sempre collo stesso spirito delicato e leggiero. Invano si sarebbe voluto riconoscere in quella donnina bizzarramente allungata sul tappeto la stessa, che poche ore prima stava attonita in un atroce abbattimento sulla sponda del proprio letto o si trascinava vacillante in chiesa. Ma la sua natura eccezionale, col cuore di un poeta e la fantasia di una vergine, costretta a svilupparsi inarmonicamente nella prima famiglia della madre e nella seconda del marito, aveva presa l'abitudine di una vita ideale, immaginosa. Così dopo essersi dibattuta angosciosamente nella tempesta, adesso gettata sulla riva s'incantava guardando le farfalle e i fiori senza più pensiero del mare: la donna dalle violenti passioni si era addormentata e la fanciulla dalle fantasie idilliache, quasi ne fosse il sogno, sorrideva e gioiva.

Forse la marchesa faceva queste riflessioni assaporando quel suo pazzo e bambinesco atteggiamento.

Mimy cessò dalle carezze.

— È proprio vero! se sapessi... quella maledizione. Me la sento ancora passare sulla testa e mi si rizzano i capelli: mi pare un sogno di essere in paradiso! Come ho pianto! Però ne sono contenta..». Soffrire per te, per starti sempre sulle ginocchia.

— Credi di essere stata sola a soffrire?

— Ti avrò afflitta... non me lo perdonerò mai, ma se Dio ha veduto il mio dolore, egli pure deve: essersene impietosito.

Una lagrima le sorrise fra le palpebre.

— Piangi ancora?

— No, no, rispose nascondendole la faccia fra le ginocchia.

— Mimy, le disse dopo una pausa e con tono quasi solenne la marchesa, il volto soffuso di rossore e gli occhi scintillanti: hai una religione? Ebbene, giurami pel tuo Dio che non mi tradirai e che se un giorno non ti piacerò più me lo dirai: ti renderò la tua libertà.

Si abbracciarono.

— E tu non mi fai promettere nulla?

— Io! non ne ho il diritto, non sono come te, sono una mendicante, che raccogli, e vuoi che patteggi? Guarda. Se adesso quella porta si aprisse e entrasse una donna infinitamente più bella di me e tu mi lasciassi per cadere ai suoi piedi... non mormorerei: mi avresti amata e basta. Se adesso mi trovassi brutta e dovessi cacciarmi.... uscirei, andrei a cercarmi un angolo isolato, nel quale raccogliermi a pensare che mi hai amata... Tu, proseguiva, obbligarti meco! Non voglio esser una tua pari, mi basta di essere l'ultima serva, ma la più innamorata. Ho pensato spesso, vedendo una farfalla sopra un fiore, a chi godeva più se la farfalla o il fiore, e ho sempre tenuto pel fiore. Sentirsi finalmente premere dalla farfalla, sentire che il seno si apre e che questa farfalla, per la quale si è tanto palpitato può d'istante in istante involarsi, deve essere la più intensa e la più delicata delle voluttà.

— Ma la farfalla morrà sul fiore prima di spiccarsene.

— Se il fiore non muoia prima di dolore, sentendosi avvizzire sotto il bacio della farfalla celeste...

CAPITOLO II

T'amo, Fernanda, t'amo come l'uccello ama l'aurora, il marinaio il mare, il poeta la gloria, come tu ami il denaro, come non potresti mai nè meritare, nè comprendere: e, se non mi amerai, comprerò la tua avarizia, e sarai mia come il cavallo che monto e la pipa nella quale fumo.

OTTONE DI BANZOLE.

Forse era trascorsa un'ora in quelle carezze, quando fu bussato alla porta e Sulema entrò sbigottita nel volto.

— Il signor avvocato! disse prevenendo l'interrogazione della marchesa e gettando un'occhiata a Mimy.

— Il signor avvocato, ripetè severamente la marchesa, e perchè l'avete introdotto?

— È entrato per forza; e le spiegò come si fosse cacciato quasi a furia nell'anticamera ordinandole imperiosamente di annunziarlo.

La marchesa taceva, ma nella calma del suo volto si sentiva la tempesta.

— Coraggio! è l'ultima burrasca, ma la supereremo, si volse a Mimy stringendole in fretta la mano.

Questa le corse dietro.

— E io?

— Tu aspettami qui.

Sembrava che Mimy volesse aggiungere qualche cosa, ma o si pentì o non ne ebbe la forza: però l'altra preoccupata non se ne accorse. Uscì, e rientrando subito con un foglio in mano:

— Leggi: ti passerà meglio il tempo. È una lettera che ti ho scritto stanotte.

Mimy era abbattuta, Elisa collo sguardo corruscante; al sito del cacciatore la leonessa si alzava squassando la criniera.

Mimy si riassise sulla poltrona e l'ansia di conoscere che cosa le scrivesse nella medesima ora d'agonia la vinse sull'ansia della caccia che Carlo le dava. Si strinse i fogli contro le labbra e lesse:

«Signora,

«Non so che cosa vi dirà il cuore quando questa lettera vi sarà presentata, non so nemmeno se l'aprirete o se gettandola da lato chiuderete la porta ai pensieri, che volessero parlarvi di me: ma il destino m'impone di scrivervi, e scrivo. Nella vita non ho traversato ora più terribile di questa, nè mai la penna mi ha tremato più convulsamente fra le dita. L'uragano m'imperversa con tale violenza nel cuore, che parmi quasi intendere d'istante in istante spalancarsi la finestra ed entrare la bufera. Di dove incominciare? Che cosa vi dirò adesso che il torrente è precipitato in mezzo a noi e ci separa? La sua piena, che svelle i massi e sradica i faggi, non può arrestarsi al cenno supplichevole o altero della mia mano, essa rugge più del leone, come il leone squassa a volta a volta la spumante criniera, pronta come il leone a divorare l'audace o lo sciagurato che vi cada... Non importa, mi vi debbo lanciare... e voi, che veggo bella e tenebrosa sull'altra sponda, se non avreste ascoltato le parole che vi avrei detto dalla mia, ascoltate il grido che vi mando travolta fra l'impeto e la minaccia delle acque.

«Adesso, lo so, siete nella vostra camera, sola e piangete... Oh, ve ne prego per la pietà di quanto nel mondo è bello e sventurato, non piangete. Le vostre lagrime sono come macigni che avvallino dalle cime delle Alpi e mi piombino addosso e mi sfracellino. Non piangete, ascoltatemi. Se nel passato venni mai a passeggiare pei boschi odorosi della vostra immaginazione; se il vostro pensiero ha mai seguito la traccia de' miei passi; se il vostro desiderio ha mai confuso il suo alito coll'alito del vento nei veli della mia fronte; se fra il sorriso dell'azzurro celeste e il sorriso più bello di migliaia di fiori vi apparvi mai bella; se qualcuno de' miei canti è passato mai sul vostro cuore e ne ha destato gli echi del cielo che dormivano; se mai vi piacqui un istante e scomparendo fra la folla degli altri fantasmi mi rammaricaste perduta — ascoltatemi adesso, e ordinando all'orgoglio, come ad un cane troppo ringhioso, di accovacciarvisi ai piedi, ascoltate il mio racconto come ascoltereste il racconto della fanciulla che Heine, il vostro grande poeta, osservava affascinato in fondo all'oceano, seduta alla finestruola della casuccia neerlandese.

«Avevo creduto che ci fossimo comprese senza troppe spiegazioni e mi sono ingannata; o Dio, geloso di un amore assai più grande della sua creazione, ha ingannato me e voi. Perchè un abisso si è sprofondato fra noi e, invece di camminare l'una al braccio dell'altra, stiamo nell'attitudine di due sentinelle nemiche sull'orlo dello stesso confine? Perchè i nostri cuori non battono più la stessa musica e le nostre idee fendono con volo disordinato il cielo verso punti contrari?

«Siamo solamente infelici, o siamo anche colpevoli?

«Osiamo essere franche.

«Comunque sia del nostro avvenire, l'amore è stato in mezzo a noi. Ci teneva ognuna con un braccio alla cintura e così sostenute abbiamo camminato qualche tempo colla leggerezza della nuvola. Ci siamo amate, perchè vicine i nostri cuori si intendevano sempre o nel silenzio o fra il vano cicalìo delle convenienze; perchè lontane i nostri pensieri s'incontravano sempre o volassero nel cielo della speranza come due colombe o nuotassero nell'oceano del dubbio siccome due naufraghi; ci siamo amate in ogni sentimento dell'anima, in ogni fibra del corpo, amate dappertutto, là negli splendidi paesaggi della fantasia, nelle calde oasi dei sensi, nelle valli poetiche del cuore.

«Se i nostri occhi cadevano sopra un quadro o sopra un fiore, trasalivano della stessa emozione: la musica ci rapiva sempre unite in un'onda, la poesia ci parlava il medesimo linguaggio e le rispondevano le medesime parole. Forse mai, dacchè il soffio di Dio accese il fuoco nel sole, due raggi se ne spiccarono e piovendo per lo spazio si riconfusero, come i nostri due spiriti nelle loro passeggiate pei giardini della passione...

«Vi ricordate il nostro primo incontro a Rimini, alla porta dello stabilimento, che dava sul mare? Voi arrossiste come una fanciulla al primo sguardo di un uomo, io palpitai come non avevo mai palpitato. Vi cercavo da cinque anni; vi avevo trovata. Come mi sembraste bella nell'ebbrezza del mio trionfo!

«Io che mi ero affannosamente costruita una diga intorno al cuore, perchè nessuno venisse a specchiarsi nel suo lago e a pescarvi; che avevo dovuto ogni giorno alzarne ed ingrossarne le muraglie, che avevo vissuto tanto tempo nello spasimo d'imprigionarvi le onde della vita temendo pur sempre che ne sfuggissero... allora colle mani tremanti di gioia rovesciai la diga, l'acque dilagarono trascinandomi e nessun naufragio fu più voluttuoso del mio, ma, ahimè! avrei dovuto morirvi. Vi amai e vi volli.

«Cercai di conoscervi. Anelavo di scoprire il vostro spirito, non perchè dubitassi di trovarlo meno bello della vostra persona, ma anelavo di conoscerlo come si anela di baciare la bocca che ci ha confessato l'amore. Ci parlammo... Una sera che la luna era limpida come lo splendore dei vostri occhi e che il mare si era addormentato in quel lume vi trascinai lungo il lido: vostro marito ci seguiva con un altro signore in distanza, potevamo quasi credere di essere sole. Vi feci sedere sulla mia mantellina e vi dipinsi col linguaggio indolente della fantasticaggine una fuga. Mi credetti compresa poichè vi vidi tremare: esultai. Una donna plebea avrebbe giudicato ridicolo il mio sogno: voi lo rammaricaste impossibile. Non avevo quindi che a procurarne le circostanze.

«Badate, signora, al racconto che vi faccio: non vi nascondo nulla, e se, leggendolo, immaginerete solo quanto soffro a scriverlo, avrete pietà di me.

«Vi feci quindi la corte, e vostro marito la fece a me. Ebbi torto di accettarla per servirmene a spronare il vostro affetto: donna, dovevo astenermi da una manovra resa oramai grottesca dall'abuso immemorabile che gli uomini ne hanno fatto; non dovevo io, che vi disputavo loro, usare le stesse maniere, e poichè il mio amore era più nobile e più delicato coprirlo di così abbiette apparenze. Ebbi torto e forse adesso ne sconto la pena. Ma se innamorata come donna non lo fu mai e capace delle audacie più perigliose come dei sagrifici più difficili, invece di circuirvi ignobilmente fossi un giorno venuta a dirvi: Mimy, siate la mia amante; che cosa mi avreste risposto? Non anticipiamo sulla fine. Vi ho offeso e vi domando perdono colla fronte, che non si era ancora piegata, stesa nella polvere.

«Sapendo che partireste a giorni per ritornare da Rimini alla vostra villa, partii prima di voi improvvisamente e così potei scrivervi. Quante cose si scrivono che non si dicono! Trovai un casino non molto lontano dal vostro, e là vi attesi. Veniste, vi chiesi un abboccamento misterioso e cominciarono i nostri colloqui. Quanta poesia in quelle brevi passeggiate del vespero su pel viale, che menava alla parrocchia! Voi fanciulla io donna tremavamo ad ogni stormire di fronda, ci guardavamo dietro, consultavamo le ombre e le svolte; i baccelli delle acacie urtandosi fra loro ci comunicavano ineffabili paure: perchè? Ci stringevamo la mano, poi ad una parola improvvisa i nostri due spiriti spiccavano il volo... e lungi, lungi. Molte volte fui tentata di sedurvi, ma resistei. Benchè lasciandomi corteggiare da vostro marito mi fossi cacciata per una falsa via, non ero così pervertita da correrla tutta. Sicura del vostro amore, volevo attendere che acquistasse la coscienza di sè e si interrogasse per interrogarlo alla mia volta.

«Mi amavate, concepivate che due donne potessero amarsi più di due uomini, ma che potessero romperla colle convenienze e colle istituzioni, romperla colla natura, diciamola questa parola che fa rabbrividire i pedanti, e unirsi in una sola vita... ignoravo se arrivaste fin lì. Vi osservavo abbandonarvi fidente alla simpatia che vi inspiravo; vi vedevo fremere alle audaci parole che vi andavo lanciando sulla condizione della donna, e nulla più. In un'anima infantile come la vostra, e m'ingannavo, la coscienza di un amore come il mio doveva produrre un immenso tumulto. Non vi scopersi il tumulto, non vi supposi questa coscienza e non volli con arte affrettarne lo sviluppo.

«Dio, fu detto, è paziente perchè è eterno: io ero paziente perchè ero innamorata.

«Ma soffrivo. Le carezze dei vostri sguardi, le moine della vostra voce, il vento di un vostro sospiro mi facevano battere il cuore colla violenza di un maglio sopra un'incudine. Mentre vi parlavo mi obliavo sognandovi: studiavo la purezza della vostra anca, indovinavo la forma del vostro seno, e dal piede salendo su per lo stinco mi perdeva nel buio e nella febbre... Se sapeste quante volte avrei voluto ricevere una ferita perchè voi mi spogliaste... Quella volta che vi appoggiai il capo sulla spalla, ero quasi vinta: l'aria era troppo ardente, voi troppo bella. Ma appena ero sola mi volgevo i più acerbi rimproveri, strapazzavo la mia anima fangosa come un negriero può in un eccesso di vino strapazzare uno schiavo, e tornavo a giurarmi che non vi sedurrei. O tutta mia e sempre mia, o nulla. Eravate la vita per me; o la vita o la morte, non agonia, non possesso diviso, non amore smezzato. Voi la mia amante e la moglie dell'avvocato! Questa idea mi pareva più assurda che l'altra di potere un giorno non vi amare. Aspettavo e fidavo.

«Vostro cugino ritornò da un viaggio. Quando lo ebbi conosciuto tremai. Era una grande natura. Non so perchè, voi gli piaceste allora la prima volta e cominciò a corteggiarvi per calcolo, finendo ad innamorarsi davvero. Mi ritirai. Avrei potuto disputarvi, perchè il mio spirito e il mio ingegno non erano minori del suo, e spesso la vanità mi spingeva alla lotta, ma l'amore trionfò della vanità. Indietreggiamo, mi dissi: ella mi conosce abbastanza, lasciamole la scelta; forse, costretta a discutere l'adulterio, apprenderà la coscienza del mio amore.

«Diradai quindi le mie visite, resistei a tutti gli sforzi dell'avvocato e mi allontanai, mentre egli diveniva ogni dì più assiduo. Sola nella mia villa pensavo a voi notte e giorno, immaginando che foste sempre sul punto di cedere. Nei giorni della passione la Madonna non ha sofferto la metà delle mie torture! Volevo sempre vedervi, facevo attaccare la carrozza, sellare i cavalli, poi tornavo in camera e mi vi serravo.

«Finalmente le forze mi si logorarono e partii per Bologna sperando di affrettare la catastrofe. Vostro marito mi aveva prevenuta mi vi aspettava con voi. Non vi dirò le mie pene per evitarvi: non volevo incontrarvi per non sillabarvi lentamente sul volto la mia sconfitta o la mia vittoria; era questa una pena umanamente insopportabile. Ritornaste in campagna, io dopo: avevo perduto. Il conte era stato veduto di notte a braccetto con un suo paggio; indovinai che foste voi, ebbi ancora la bassezza di spiarvi e vi riconobbi. Venni a visitarvi. Eravate triste, e il cuore mi disse che foste stata più soggiogata che sedotta. Ciò calmò la mia disperazione.

«Venimmo in città e mi confermai nel sospetto. Ogni dì vi facevate più pallida e più bella; eravate meco vergognosa, fra noi nessun ricordo di Rimini, dei primi convegni, delle passeggiate segrete. Non ridevate più: la vostra toeletta era trascurata, ancora più triste del vostro volto.

«Allora decisi di disputarvi; il resto lo sapete.

«Eppure, v'insisto, ci siamo amate. Benchè m'ingannassi non stimando nella vostra anima la profondità, che poi vi scopersi, non posso non credere al nostro amore: ci siamo amate, e se anche l'odio accendesse ora fra noi la sua fiaccola fosca non ci abbaglierebbe tanto da farci perdere lo splendore dei nostri sorrisi di un dì.

«Il passato è passato, asilo di conforto contro la collera di Dio e delle passioni! Come vi veggo, bella nella memoria! Perchè non posso ripetere la vostra immagine sopra una tela e metterla sopra un altare? Fanciulla, fanciulla, perchè siete mai così bella! Se la voce dell'amore fosse potente, come cantano i poeti, griderei adesso con tutte le forze chiamando le stelle dalle loro danze remote, e le pregherei di venir meco in processione ai vostri piedi ad implorarmi il perdono piangendo coi loro occhi immortali, che non conobbero mai che il sorriso... Chiamerei tutti i fiori, quelli che sorgono sulle nevi immacolate e quelli che si ergono fra le sabbie dei deserti, perchè vi circondassero amorevolmente e ognuno nella sua favella di odori vi parlasse di me...

«Amatemi, amatemi se il vostro spirito è grande, perchè il mio amore è un infinito e sarà vostro.

«Ma ditemi, voi, che siete trascorsa audace per gli oceani tenebrosi della passione a gettarvi la sonda e la rete, perchè mi avete amata? L'amore per una donna avete forse creduto che potesse nutrirsi sempre delle insipide erbe dell'amicizia e che tutta la sua vita dovesse passare nello studio di nascondersi a sè medesimo per non discutere il proprio problema? Se prima di conoscere l'amore con un uomo potevate, e non era così, non comprendere che l'amore con una donna dovesse essere altrettanto pieno nel possesso; dopo non più... E allora perchè lusingarmi, rinvigorirmi con una promessa la lena moribonda per voltarmi a un tratto le spalle e sospendervi al collo di lui? Che Dio trovi, egli cui dicono sì buono, nella sua infinità abbastanza misericordia per rimettervi il male che mi avete fatto!

«Se la bruttezza della loro forma, le oscenità del loro cuore, le dissimiglianze del loro carattere e delle loro attitudini, le asperità infine della natura degli uomini vi avevano spinta verso un ideale migliore; se neppure il genio e la passione del conte, gli debbo nemica queste lodi sincere, vi avevano nascosto i suoi difetti, e l'amore di una donna bella della vostra bellezza e del vostro cuore sorrideva ai vostri sogni di fanciulla e ai vostri dolori di donna...; se la donna cercava la donna, e io vi apparvi la donna ideale, perchè rifiutaste di fuggire quando vi condussi alla stazione? Non oso dirvi questa terribile parola e mi scivola mio malgrado dalla penna: Mimy sarebbe stata più piccola del suo amore, poichè Mimy amava?