Part 23
Il pensiero di Carlo la respinse nuovamente verso sè medesima. Vedeva la propria orribile vita, accettando di vivere una volta partita la marchesa. Era impossibile che la mamma non arrivasse ad indovinare la generosità di Elisa e a divulgarla con tutti: Carlo, che non sapeva ancora del duello di Giorgio, lo saprebbe e si stimerebbe tradito: altri scandali. Poi la mamma che entrerebbe a difenderla per inasprire la contesa, poi Giorgio innamorato e cavalleresco che guasterebbe ogni cosa; nel miglior caso, inevitabile una separazione, e allora la società la respingerebbe. Non un mezzo per liberarsi dall'amante come dal marito. Giorgio l'assedierebbe, si batterebbe per lei, la costringerebbe a riceverlo; quindi bisognerebbe fuggire da Bologna dietro un uomo innamorato, ma capace di morire oggi per lei come di piantarla domani... Poi l'abbandono, la solitudine, la degradazione dopo la vergogna... A che rattenersi sopra una tale china di ghiaccio? Così la fanciulla che aveva amato una stella, che aveva pianto sulla propria verginità, che era rimasta pura nell'adulterio, veniva mano mano infangandosi e finiva come tante sciagurate del popolo. Allora non era meglio morire?
Lo credette: ma bisognava pure risolversi, perchè la marchesa partiva domani e il domani era già arrivato. Stava per decidere di tutta la vita. Come incalzava furioso il tempo!
Sentì mancarsi il respiro, così la colse inavvertita la necessità di risolversi subito: guardò l'orologio. Le tre e mezzo; fra tre ore il giorno imbiancherebbe.
— Mio Dio! mio Dio! esclamò nascondendosi il volto nelle palme, e cadde sulle ginocchia. Nelle circostanze scabrose i fanciulli piangono, le donne pregano, gli uomini bestemmiano — tre partiti ugualmente naturali e vani. Mimy pregò, forse non sapendo chi, per qual cosa: ma la preghiera è un trionfo del sentimento sulla ragione, e si levò più calma. Aveva risoluto: tornò al tavolo e scrisse con mano febbrile:
«_Signore_,
«Questo stato mi opprime: non posso più lungamente durarlo. La marchesa è innocente, è una donna sublime, che avete ragione di amare. Io era in quel gabinetto, io che vi inganno da tre mesi, ma che non vi ingannerò più. Non vi racconto la mia caduta, perchè mia madre ve l'ha raccontata; non cerco scusarmi. Io medesima non mi comprendo e scrivendovi non so bene quello che mi dica.
«Siate più felice di me: dimenticatemi. Amandone un'altra non vi sarà difficile; così non avrò almeno il dispiacere di affliggervi allontanandomi per sempre.
«Vi raccomando Giulietta.
«Non mi cercate; fra noi tutto deve essere finito. Forse il mio avvenire è più fosco del vostro, ma avrò il coraggio di compierlo sola; voi sarete sempre un uomo illustre, io sarò un'infelice di più fra i colpevoli, e sia! La vita non può essere eterna.
«Addio, signore. Se le mie ultime parole potessero non dispiacervi, vi auguro tutta la felicità che non avrei mai potuto darvi e non vi chieggo che l'oblio. Oh! gettatelo sulla mia memoria questo mantello dei morti e, seppellendomi in un angolo del vostro passato, proseguite sicuro ed avventurato. Io dormirò nella mia tomba: vi prometto di non uscirne mai più, mai più!
«Addio.
«MIMY.»
Piegata e suggellata la lettera, mise un gran sospiro.
Un nuovo pensiero la turbò? scriverebbe anche a Giorgio? Il suo buon cuore lo avrebbe voluto, ma la ragione si rifiutò. Perchè scrivergli? Che cosa dirgli? Sospirò.
Colla trepida foga della passione che si sente incalzata dalla ragione e teme di essere raggiunta precipitò i preparativi della partenza: cominciò a svestirsi, e slacciandosi l'abito arrossì di trovarsi sul seno molti bottoni aperti; lo rigettò, si sciolse le trecce e riallacciandole con febbrile prestezza le acconciò in mazzo. Aveva fretta, forse anche freddo perchè la stufa si era spenta da un pezzo. Aperse quindi lo sportello dell'armadio a specchio, e ne trasse fra molti un abito nero: se ne vesti in un batter d'occhio. Tornò ad acconciarsi i capelli. Quei ricciolini avevano l'indisciplinatezza dei ragazzi e sembravano godersi alle carezze delle sue mani delicate... poi si arresero, e benchè il loro tumulto non fosse al tutto sedato, potè coprirlo con un cappellino egualmente nero, guarnito d'un sì fitto velo da togliere ogni fisonomia al volto. Il nuovo abbigliamento era così elegante che Mimy, respingendo sui fianchi la vesta, non potè non accorgersene; ma si avvide ancora, che aveva le scarpette bianche, e le mutò.
Era smorta e patita nella faccia.
— Povera Mimy! esclamò passandosi il fazzoletto sugli occhi ancora gonfi di pianto.
Si guardò attorno: era dunque vero che fuggiva?
Non ci volle pensare.
Aveva paura di rifletterci: pensò invece a mille cose. Ah! prima di tutto il suo giornale: voleva pigliarlo seco, era una parte di se stessa, la coppa nella quale aveva raccolte tutte le sue lagrime e gittati i suoi pochi sorrisi. Andò ad uno stipetto e ne trasse un cassettino, nel quale, premendo una molla, scoprì un doppio fondo. Tutto il giornale consisteva in cinque o sei fascicoli legati ognuno con una cordicella di seta nera: perchè nera? Li prese, ne fe' un rotolo e lo mise nel manicotto. E poi?... Mille idee, mille oggetti le ritornavano alla memoria: scappò nel gabinetto, ove dalla finestra pendeva fra le tende il suo canarino.
Il grazioso animaluccio dormiva colla testa nascosa sotto un'ala. Che cosa sognava mai quella creaturina dalle penne d'oro e dal canto melodioso, adesso che la padrona veniva a salutarlo per l'ultima volta? Mimy riparò il lume colla mano, perchè la vivezza di un raggio non avesse a destarlo. Quanta calma in quel sonno! perchè noi stessi non siamo buoni come i canarini e non possiamo vivere contenti di una gabbia? Quel sonno l'affascinava... Ella dove andava? Dove?...
Le fu d'uopo di uno sforzo per sormontare la corrente dei pensieri, che minacciava trascinarla, ma vi riuscì. A passo lento e sospeso per non fare rumore, sempre colla mano riparando il lume, rientrò nella camera. Ah! s'era dimenticata: tornò allo stipo, aperse un altro cassetto e cavandone un cofano se ne cercò addosso la chiave: non l'aveva. Era d'oro e pendeva come ciondolo dalla catena dell'orologio obliato. Era il cofanetto delle gioie. Ne levò una ad una le diverse guarnizioni cercando nel fondo un pugnaletto col fodero di velluto e il manico di agata. Lo aveva comprato per un costume da ballo, ma la lama era di Lollini. Se lo mise in seno. Quando il cofano fu vuoto lo rovesciò e coll'ugna ne cavò la lastra: sotto stavano tutte le lettere della marchesa; le intascò. E allora? Quelle gemme erano troppe per portarsele via e non avevano pregio per l'anima: pensò di regalarle a Giulietta, la sola creatura che non le avesse mai recato un dolore. Quindi le rinchiuse nel cofanetto, lasciandovi la chiave, e scrisse un altro biglietto per la fanciulla.
«Buona Giulietta,
«La tua padrona ti regala queste gioie; le terrai coi coralli della mamma. Non piangere se non ci vedremo più, ed amala sempre la tua padrona.
«MIMY.»
La malinconia dell'ultima frase la vinse così che due lagrime le appannarono gli occhi. Ora che tutto era disposto per la fuga, quella piena di sentimenti e di idee svaniva per incanto: si guardò attorno. Quel disordine quasi drammatico le strinse tanto il cuore, che dovette ripetersi di non volerci pensare per soffocare l'emozione.
Interrogò l'orologio; appena le quattro e mezzo: due ore prima di giorno. Il tempo che prima incalzava, adesso sembrava andare adagio per godersi la sua tortura. Due ore lì vestita, pronta sempre a fuggire, erano troppo lunghe: doveva star seduta in quel freddo, agghiacciarsi i piedi, agghiacciarsi l'anima, riflettere ancora sulla risoluzione presa, pesarne l'audacia, scrutarne tutti i dubbi, noverarne tutti i pericoli... Non si dava forse al mondo un coraggio capace di tanto.
La candela era meno che mezza. Se si fosse spenta prima dell'alba? Nel gabinetto se ne trovavano altre, ma bisognava cercarle, e ciò aveva mille imbarazzi; in certi momenti ogni cosa, ogni atto acquista un significato incomprensibilmente fantastico. Si sentiva venir freddo; quindi per muoversi andò all'armadio e ne trasse la pelliccia di martora. Vi si ravvoltolò e si rimise a sedere come prima sulla poltrona. Cominciò ad attendere: non erano trascorsi cinque minuti che le sembrò di avere già troppo atteso e dovette alzarsi per camminare. Una smania indefinibile l'agitava; temeva di pensare e non lo avrebbe potuto in quel convulso di ogni fibra: quasi quasi vi si provò. Passeggiò, si guardò nello specchio, studiò le pieghe dell'abito e indispettita di queste frivolezze in tanta solennità di momenti rilesse il biglietto di Giulietta, riaperse quasi il cofano e si pentì a mezzo.
— Mio Dio! attendere ancora due ore.
Rigironzolò, trovò un libro e lesse:
Ma dimmi, altro è l'amore Che lagrime e dolor?
— Altro! rispose e seguitò leggendo, senonchè la mente non teneva dietro agli occhi e gittò il libro.
Quella domanda di Japhet a Aholibama le era entrata così profondamente nell'anima che se la ripetè parecchie volte. L'amore non è che lagrime e dolore: i fiori della sua corona nascono in cielo, ma per farli vivere sulla terra un giorno bisogna inaffiarli col pianto, e forse muoiono egualmente. L'amore è un angelo allontanatosi dal paradiso per la noia della sua festa perenne, e Dio lo maledì; allora rimase sulla terra, e oggi pure tutti quelli che amano sono maledetti e piangono...
Mimy si accorse di piangere questa volta senza amarezza: pensava con malinconica confusione all'amore e piangeva. Ebbene, perchè non piangere? Ogni lagrima che stilla dagli occhi è forse un'idea dolorosa che esce dal cervello. Si avvolse più strettamente nella pelliccia, si buttò sul letto e tirandosi un lembo del lenzuolo sul volto chiuse gli occhi.
Il tempo allungava il passo.
Che cosa meditavano in quell'ora Giorgio e la marchesa?
Quali tempeste imperversavano in quelle anime più vaste dell'oceano e infinitamente più profonde?
Non cerchiamo saperlo: come tutti gli spettacoli, anche quello del dolore annoia alla lunga e non tutti i lettori avranno atteso a quello di Mimy senza provare alle ganascie il prurito dello sbadiglio... Avanti, la strada è oramai breve se triste: pochi fiori per le siepi, pochi uccelli per l'aria, poca varietà nel paesaggio... Affrettiamoci al casino, che domina quella vetta; là, in mancanza di meglio, avremo la voluttà di separarci.
CAPITOLO XIII
La vita rassomiglia ad una fuga di stanze cogli usci chiusi: ogni volta che ci tocca aprirne uno ci sentiamo rimescolare o pel timore che sia l'ultimo o per l'ansia di che cosa nasconda.
_Lettera a Conti._ — OTTONE DI BANZOLE.
La candela si spegneva che già tra le persiane s'insinuava il bianco dell'alba.
Mimy levossi sentoni: bisognava partire. Come accade sempre, anche ai caratteri forti, nel momento di eseguire una risoluzione capitale, tutte le riflessioni e i dubbi che ci lacerarono e si dispersero quando sorse, riappaiono in tumulto urtandola d'ogni parte. L'anima ricade nella agonia delle prime incertezze, ma se allora fu lunga e dolorosa, adesso è affrettata e spasmodica. Si pensa con incredibile fretta, con più fretta ancora si percorre ognuna delle vie che ci si aprono innanzi, si procede, si indietreggia come una goccia d'acqua sopra un piano mobile.
Fuggire!
Quando la tempesta si placa, il marinaio lungi dal calmarsi tiene l'occhio al mare con maggior trepidazione, poichè teme le ultime onde, sempre le più terribili forse perchè le più libere; nelle tempeste delle passioni non avviene altrimenti, e l'anima, che resistè allo imperversare della burrasca, è spesso sprofondata nelle sue estreme convulsioni.
Mimy stava immobile, poi balzò di letto: un'ultima onda la sospinse in alto mare.
Prese il manicotto, si assicurò che non vi mancasse il giornale, guardò la lettera per Carlo, il biglietto per Giulietta, li pose sopra il cofano delle gioie, girò attorno un ultimo sguardo e soffocando un sospiro, come il marinaio soffocherebbe volentieri il vento della tempesta che vuole soffiare ancora quando questa è ormai quietata, si mosse davvero fuggendo; ma nel gabinetto frenò il passo. L'uscio aveva fatto rumore: proseguì. Il canarino le gittò uno dei soliti gorgheggi senza finirlo; poveretto! la padrona non udì nemmeno quel saluto. Aprì cautamente la porta della sala, sempre sulla punta dei piedi e col cuore che palpitava da scoppiarle giunse all'altra dell'appartamento. Tirandone il catenaccio, che non stridè, le parve di cadere... C'era ancor tempo per retrocedere: dove andava? Fece un ultimo sforzo, il più faticoso in quella sfinitezza, oltrepassò la soglia e giù per le scale a furia. Per fortuna la casa non aveva portinaio, uno dei pochi comodi delle case di Bologna, e così non ebbe a fingere una andatura più calma dinanzi a questo personaggio inventato dai borghesi. Al medio evo la sentinella, adesso il portinaio.
Per strada girava ancora poca gente, niuno le badò; ma col moto l'interna agitazione le si venne calmando. S'avvide di camminare con soverchia bizzarria: si abbassò il velo sul volto e, componendo la persona alla solita eleganza, proseguì come se invece di fuggire passeggiasse.
Mimy abitava in via San Felice, onde nel passare dinanzi all'Hôtel Brun vide uscirne una folla chiassosa, e tremò. Aveva riconosciuto la principessa di San Marciano con tre altre signore e molti giovani tutti ancora in costume da ballo. Bisognava che avessero fatta baldoria tutta la notte e fossero alquanto avvinazzati per permettersi in provincia una simile scappata.
Mimy allungò il passo, ma s'intese dietro chiamare da una voce.
Si fermò.
— Come mai a quest'ora e con questo abito? esclamò gaiamente la principessa sollevandole il velo e accomodandoglielo sul cappellino.
— Mi pare che dovrei farla io questa domanda.
— Mi annoiavo, non sgridarmi, e ho pregata questi signori di divertirmi.
— Spero che ci saremo riusciti, interloquì spiritosamente uno di loro.
— V'ingannate. Vuoi venire con me? dopo aver cenato all'Hôtel Brun, andiamo a far colazione dal mio giardiniere in campagna: lo metteremo alla disperazione.
La risposta fu accolta con un hurrà.
— Grazie, balbettò.
— Non vieni! ma sentiamo, dove vai? l'abito nero... andresti in chiesa a pregare per qualcuno?
— Che fosse in pericolo, aggiunse cortesemente una signora.
Tutti risero, ma la principessa si dolse della domanda indiscreta; senonchè era già troppo tardi per respingere la cattiveria sguinzagliata da quella allusione.
Mimy si sentì raccapricciare fra quel riso e per disgrazia arrossì abbassando il capo come il condannato sul ceppo: attese. Quell'abbattimento le giovò più del migliore spirito, perchè la gente ne fu tocca e la principessa profittando del momento fe' cenno ad un signore di chiamare i fiaccheri.
— Addio, Mimy; e accompagnandosele per pochi passi tanto per liberarla dal gruppo: Dio ti salvi da incontri peggiori.
Ella non rispose, proseguì senza rivoltarsi, e fu bene, perchè avrebbe veduto quegli allegri, che ridevano guardandole dietro.
La via non era lunga dall'Hôtel Brun a San Vitale, ma non ne poteva più; le mancavano le ginocchia.
Cominciava a patire gli inconvenienti della sua risoluzione. Che cosa avrebbe detto il mondo sapendo che si recava dalla marchesa, invece che da Giorgio? La stravaganza della propria passione le apparve allora in una luce così abbagliante che la acciecò. Non vide, non capì più: era fra tenebre lacerate da baleni.
Fece tuttavia qualche passo vacillando. Per buona sorte si trovò presso una chiesa; vi entrò.
Era deserta e piccina. Una lampada ardeva dinanzi all'altar maggiore, un'altra più piccola sotto a una Madonna addolorata dalla rotella di argento in capo, un manto d'argento addosso e sette spade nel petto dai pomi luccicanti tratto tratto. Due vecchie pregavano inginocchiate presso la panca, sulla quale s'assise; lo scaccino spazzava nell'ombra. Nella chiesa durava un denso crepuscolo. Mimy aveva le vertigini.
La gente entrava nella chiesa e colla gente anche la luce. Due altre vecchie vennero ad inginocchiarsi dietro la sua panca; poco dopo ne arrivò una terza.
— Don Ignazio è uscito?
— Non ancora.
— Sapete la nuova? La Tuda è morta.
— Che! esclamarono ad un tempo le altre due.
— Sì: stamattina l'hanno trovata morta avvelenata nel letto: si è ammazzata per quel bel mobile.
In quel punto suonò il campanello della messa.
— Beppe! colui che aveva comprato l'oratorio per farci una stalla?
— Ah! don Ignazio.
— Eh?
— Ah! dicevo: ammazzarsi perchè l'aveva piantata... invece di ringraziare la Madonna della grazia. Figuratevi quella poveretta di sua madre: i pianti stamattina. Voleva gettarsi dalla finestra. Già alla Tuda ci voleva bene, perchè ti ricordi, Teresa? la Tuda non era mica figlia del marito. Basta, povera Tuda! bisognerà dire tre paternostri per la sua anima. Dicono che fosse gravida; sarà stato forse per la vergogna che si è uccisa.
— Sì! bisognava vergognarsi prima: adesso si è dannata.
— Chi sa!
— Sfido io; andava sempre a spasso con lui. Una sera li trovai da San Rocco: sua madre non ci badava. Già anche lei sempre alla finestra a guardare l'oste.
Mimy ascoltava fremendo. Un'altra infelice che s'era uccisa per amore; dunque non era lei sola ad arrischiare la vita... Tutto il mondo avrebbe riso o parlato di lei come quelle tre vecchie, ma importavano ben poco quelle risa e quelle mormorazioni nell'ora del sagrificio, mentre l'abisso chiamava la vittima e la vittima chinandosi coraggiosamente a guardare nell'abisso vi si precipitava...
Forse quella fanciulla, uccisasi per l'uomo che l'aveva ingannata, era bella e pura. Calda l'anima di amore aveva aperto le braccia al primo che passava e se lo era stretto sul cuore per comprimerne i battiti troppo violenti, ma il brutale aveva odorati i fiori, poi rotto la ghirlanda che lo legava... ed ella invece di raccoglierla di terra aveva chiuso per sempre gli occhi. La morte non era dunque così brutta, se quella fanciulla aveva osato darle il suo ultimo bacio! Adesso era morta; era sul povero lettuccio e la folla passava sghignazzando sotto le finestre; ma i pochi cuori sensibili, che l'avevano conosciuta, pensavano forse con mesto rammarico al suo infelice destino e la seguivano peregrinando collo spirito per le fantastiche regioni della immortalità...
Le batteva il cuore; il suo coraggio si era finalmente desto. Se la vita era un retaggio di sventura e bisognava trascinarla nel fango per lasciarla ad un momento segnato cadere entro una fossa fiatosa, non era meglio prenderla a due mani e arderla come un incenso al Dio del proprio cuore? Che coloro, i quali nati nel pantano non potè scordarsene, camminino sempre colla testa bassa, raccogliendovi ad uno ad uno i loro giorni, come ciottoli... e sta bene. Ma gli altri usi a camminare colla fronte levata non possono distorsi da una stella per raccogliere un sasso, nè rammaricarsi quando la strada non prosegua oltre l'ultima orma che v'impressero cadendo... Che cosa era mai morire per la marchesa se Tuda, una fanciulla volgare, era morta per Beppe?
Intanto che si esaltava in questi pensieri, don Ignazio era uscito colla messa, e le vecchie erano andate ad inginocchiarsi alla piccola balaustra dell'altare. La gente cresceva: qualcuno cominciava ad osservare quella signora seduta indivotamente, mentre tutti stavano in ginocchio. Ella se ne accorse e già infastidita dal monotono borbottio del prete, e dallo stridente rispondere del chierico, uscì. Profondamente commossa, aveva bisogno di moto e più ancora di fretta. La mattinata era splendida, il cielo azzurro, l'aria tepida dallo scirocco: poca gente girava ancora.
Mimy si affrettò. A quest'ora Carlo poteva essere alzato e Giulietta discesa ad origliare alla camera della padrona... Se Carlo la raggiungesse tuttavia per strada!
Questa paura le fece ancora più studiare il passo. Sfiancando dalle due torri scorse subito il palazzo Fantuzzi. Pochi passi e sarebbe là dentro: un nuovo tumulto di fremiti e di idee la sconvolse.
Le finestre del primo piano erano tutte aperte: così presto! Forse che lì pure non avrebbero dormito?
Mimy camminava sotto il portico, ma discendendone i pochi gradini dirimpetto al palazzo ebbe quasi a cadere; v'entrò correndo; il portinaio non la vide. Allora collo stesso impeto si lanciò per lo scalone: i capi ne erano lunghi. Anelando, ansando giunse alla porta e vi si aggrappò per reggersi in piedi tirando il cordone. La porta si aperse quasi istantaneamente.
— Ah! e Sulema rimase incantata davanti a Mimy.
Questa si fe' rossa.
— La signora marchesa... E si fermò per trarre il respiro; la confusione le impediva le parole. Non sapeva più che cosa dire, nè perchè fosse venuta.
Sulema attese.
— La signora marchesa... è in casa?
— Sì.
— Potrei vederla un momento? disse a precipizio.
— Non so: ha ordinato di lasciarla sola e di non ricevere nessuno.
— Mio Dio!... e si mise una mano sul cuore.
— Ma forse per lei farà una eccezione: in ogni caso, se avrò disobbedito, spero di essere perdonata.
L'invitò ad entrare. Traversarono l'anticamera ridotta a capanna e Mimy tornò ad arrossire osservando la porta del fatale gabinetto; passarono pel salone ancora in disordine e si fermarono in un salottino assai elegante.
— Che cosa debbo dire alla signora marchesa?
Mimy si grattò il capo come un fanciullo: tremava a verga a verga.
— Aspettate, e traendosi di tasca il taccuino ne staccò un foglietto e colla matita, che le pendeva alla catenella dell'oriuolo, scrisse:
«Non sono innocente, però prima di condannarmi ascoltatemi: dirò tutto e poi farete di me quello che vi parrà... Ma se la mia colpa non è più grande del vostro cuore ascoltatemi.
«MIMY.»
Piegò il biglietto e glielo consegnò.
Sulema partiva.
— No: pigliate anche questo, e le diede dal manicotto il giornale.
L'araba uscì, ed ella cadde sospirando sopra una sedia.
PARTE QUARTA
CAPITOLO PRIMO
_Laura._ L'amo come il fulgor del creato, Come l'aura che avviva il respir, Come il sogno celeste beato, Da che venne il mio primo sospir.
_Gioconda._ Ed io l'amo siccome il leone Ama il sangue, ed il turbine il vol, E la folgor le vette, e l'alcione Le voragini, e l'aquila il vol.
_La Gioconda._ — ARRIGO BOITO.
La marchesa era seduta sopra una lunga poltrona ai piedi del letto; Sulema si ritirò immediatamente, mentre Mimy entrava cogli occhi bassi e il passo incerto, arrestandosi poco oltre la soglia.
Elisa fe' un gesto e l'altra, attirata quasi a forza, le venne innanzi alla ottomana senza nemmeno vedere che la marchesa si era sollevata sul busto attendendo ansiosamente una parola.
Mimy non parlava: pareva vacillare.
— A che debbo mai, signora, la fortuna di questa visita mattutina? disse finalmente Elisa alzandosi.
Mimy, che aveva rifiutato l'invito di sedersi, fu percossa da questa fredda e semplice domanda: A che debbo mai? Non aveva dunque voluto leggere il suo bigliettino? La fissò un istante, poi gli sguardi le si appannarono e cadendole ai piedi le abbracciò le ginocchia in piantò dirotto.
— Perdono, perdono!
— Mimy! esclamò prendendole il volto nelle mani: mi tradivate dunque quando vi sorpresi?
— No.
— Giuratemelo.
— Ve lo giuro, e se mento Dio mi uccida prima che mi abbiate perdonato.
— Ah! ruggì la marchesa rialzandola robustamente e premendosela sul cuore. Mimy non singhiozzava più, ma piangeva ancora e i baci di Elisa le cadevano sulle gote più caldi e più frequenti, anzi l'abbraccio era così violento, che le mancò il respiro e le chinò il capo sulla spalla.
Soffocava dall'emozione.