Part 21
— Uomo! meglio nulla che poco, massime in amore: allora datemi un bacio. E gli tese la mano, che egli si recò avidamente alle labbra.
— Attendete, le disse rattenendola. Siete la donna più bella, la sola donna grande che abbia visitato il mio studio; scrivetemi un pensiero su questo album, sul quale ne ho notato io stesso molti di autori.
Il complimento era lusinghiero, fors'anche meritato, e la marchesa lo accettò senza scuse volgari. Così in piedi, senza trarsi i guanti, prese una penna e, stata un momento meditando, scrisse:
Dio fece l'uomo, poi la donna: prima l'abbozzo, poi la statua.
— Avete ragione, ma facendo la statua bella si dimenticò di farle il cuore. Voltaire diceva: «Dio fece l'uomo frivolo per farlo meno misero;» e s'ingannava, doveva dire: «Dio fece la donna frivola per fare l'uomo più misero.» Se sapeste amare come sapete innamorare!
— Amo forse di più! ma non parliamo d'amore.
Gli strinse cordialmente la mano e fuggì così ratta, che egli non ebbe il tempo di offrirle il braccio, nè di dirle che Mimy era uscita colla San Marciano: non le corse dietro, ma cadde sopra una poltrona e tese l'orecchio al rumore della carrozza che si allontanava.
Era una giornata d'inverno stupenda anche pel cielo d'Italia: l'aria era tiepida, il sole scintillava, pareva una festa. Una insolita gente popolava le vie, e quelli che non potevano escire stavano alle finestre, le ragazze povere col lavoro o il caldanino in mano, ai balconi delle case ricche le signore in veste da camera o in toelette sfoggiate. Molti vasi di fiori si riaffacciavano sulle strade come spiando il tempo, sorridendo del vederlo sì bello, e i passeri venivano a domandar loro dove si fossero nascosti tanto tempo e recavano loro notizie dalla campagna sulla vicina primavera. Nella città non un lembo di neve: fuori la verzura aveva fatti larghi strappi nel bianco lenzuolo e ghignava maliziosamente un umido e luccicante sogghigno. Gli uccelli traversavano l'aria cantando e il sole sorrideva alla natura ancora misera, come un gran signore entrando in una festa di povera gente.
Che bel giorno per amare, escire in vettura alla campagna e gridare: evviva! come gli eroi di Auerbach!
La marchesa giunse in piazza del Paviglione; i cavalli procedevano al passo. Molte signore passeggiavano sotto il portico in abito nuovo, almeno giudicando dalle occhiate della gente al loro passaggio, e molti giovinotti deposti i mantelli si mostravano con insistente cortesia in bella vita. Le porte delle botteghe erano spalancate e gremite di gente che si estasiava guardando le ultime novità — stile commerciale.
Il magnifico equipaggio e la magnifica marchesa furono subito un avvenimento.
Mimy, che veniva con Giorgio, arrossì vedendo la marchesa scendere quasi precipitosamente ad incontrarli. Questa dimandò al conte della sua ferita, la quale non era stata grave malgrado il brutto cadere della carrozza; però egli usciva quel giorno la prima volta. Egli le chiese della festa d'addio, e qui il dialogo facendosi fra loro vivo e spiritoso, Mimy guardò Giorgio con deferenza.
Elisa sorprese quell'occhiata e fremè visibilmente: quindi la invitò seco in carrozza.
— Mi perdonate se vi rubo la dama? disse a Giorgio.
— No, egli rispose mascherando con un sorriso il dispetto.
— Non importa, purchè ella mi perdoni.
Giorgio era ancora allo sportello e sopravveniva Del Pino, quando la marchesa accennò al cocchiere di partire. Traversarono la città e si erano già dilungate alquanto da porta San Felice senza barattare una parola.
— Sareste gelosa amando? domandò la marchesa.
— Sì.
— Avete ragione: un amore senza gelosia è un leone senza ruggito. Sareste gelosa... di tutti?
— Di nessuno.
— Oh!
— Sarei gelosa di lei stessa: temerei che troppo bella mi accettasse senza amarmi... ma l'amerei egualmente.
— Sublime! esclamò afferrandole con impeto la mano, poi guardando l'orologio ordinò al cocchiere di volgere alla stazione.
— Manca tuttavia un quarto d'ora.
I cavalli volavano: Mimy teneva la testa bassa sentendo gli sguardi della marchesa.
— Scendiamo, questa le disse, che la carrozza non erasi ancora fermata sotto la tettoia di ferro.
— Ma chi parte?
— Noi: partite meco. Per dove? ma per dove volete, per Parigi, per l'America, per l'Oriente. Partiamo subito e, prima che ci si sospetti, abbiamo già lasciato l'Italia.
Mimy divenne pallida come un cadavere.
— Coraggio...
— Oh! mormorò rabbrividendo e colle lagrime agli occhi.
La marchesa rimontò in carrozza e non si parlarono più.
— Addio, le disse senza stringerle la mano, mentre Mimy scendeva alla propria casa e l'avvocato si affacciava ad una finestra.
— È una triste parola.
— Il saluto che si manda ai morti.
— Ma da chi spera.
— E voi sperate?
— Sempre.
— A rivederci, le gridò dietro, che fuggiva. Mimy si rivolse raggiante, fece un gesto inesprimibile e sparì.
CAPITOLO X
La speranza è come una barca; quando la fortuna o la passione la portano in alto ogni riga sul mare si fa un sorriso, e crediamo che potremo sempre spingerla fino al porto; ma se le è contrario il vento, quel sorriso diviene un sarcasmo.
_Lettera a Fifi._ — OTTONE DI BANZOLE.
La natura non ha spettacolo da paragonare con una festa da ballo: l'aurora più vezzosa non vale una signora mediocre, le più belle sinfonie dei rosignuoli sono come un rumorio di monelli a fronte di un valzer di Strauss e di Chopin. L'atmosfera di una festa da ballo non si trova che in una festa da ballo, ma occorrono polmoni giovani per respirarla: è inesplicabilmente composta di mille profumi, di carni e di fiori, di mille luci di sorrisi e di sguardi, di mille riverberi di capelli e di gemme, di mille calori di sensi e di parole: è indefinibile, è volubile — adesso calma come quella di una valle ignorata dai venti, poi agitata come sul cratere di un vulcano, ardente come sul meriggio di un sollione, soave come in una notte di primavera.
La festa era splendida quanto lo consentiva il palazzo e la città: anzi a Bologna non se ne erano mai vedute di simili. Il vasto scalone non si riconosceva quasi, vivamente illuminato da globi bianchi e con una moltitudine di vasi disposti in bell'ordine sulla balaustra e pei pianerottoli. Si entrava per un vasto stanzone dipinto goffamente di trofei antichi e col soffitto a grandi quadri di grossi travi, che punto modificato contrastava colla luce e la verzura profusa nell'atrio e nella seconda anticamera scomparsa dietro un'armatura, coperta di piante e di fiori, una immensa e fantastica capanna coi muri di frondi e il pavimento di aiuole — follia di prezzo e di gente aristocratica. Da questa si passava nel salone irriconoscibile. Spariti tutti quei mobili quasi funebri nella loro serietà, una cornice di semplici divani teneva luogo di loro tutti e lasciava nel mezzo uno spazio sufficiente per le danze di un gran numero di coppie. Il vecchio lampadario di Murano sfolgorava raddoppiando per migliaia di riverberi il lume delle candele; quattro immensi specchi riproducevano all'infinito la loro vacuità aspettando qualche scena che la riempisse. Due anticamere e un salone, una miseria di locale dissimulata dalla splendida improvvisazione degli addobbi.
Fuori nevicava, ma una gran gente di piccola borghesia e di plebe stava sotto il portico e i più intrepidi giù nella strada, fino sul portone, per riconoscere gli invitati e i loro costumi, perchè la festa era annunziata in costume — novità che aveva sollevati tutti gli animi e occupati tutti i discorsi della città nei pochi giorni che l'avevano preceduta. Ora i costumi comparivano e i reietti della festa volevano almeno vederne una volta i beati, non badando che questa invidiosa ammirazione faceva appunto i tre quarti della loro beatitudine. Gli invitati scendevano rapidamente e più rapidamente infilavano lo scalone, la notte essendo fredda e ventosa: ma giungevano infinitamente più fiaccheri che carrozze, triste augurio per la festa.
La veglia già animata andavasi mano mano gremendo. Sebbene fosse in costume, molti uomini passeggiavano però in abito nero e molte donne in abiti volgari. La marchesa faceva sola gli onori di casa in un magnifico costume di Notte. Una leggiera vesta di velo, quasi tessuta di fumo, le scendeva vaporosamente dalle spalle in strascico lungo, fluttuante, disegnandole appena la persona, che diventava quasi più alta e delicata: il voluttuoso ma troppo rubusto rilievo delle ànche scompariva nel panneggiamento, e il seno, tradendosi appena nella parte superiore s'impiccioliva. Un altro velo le avvolgeva indescrivibilmente la fronte, parte celando e parte scoprendo i capelli, e scendeva sull'alto della vesta e non finiva che allo strascico come un lembo di nuvola sopra una nuvola, che il vento respingesse con una intenzione di voluttà. Molte perle rotolate fra le pieghe dei veli imitavano la rugiada, e un grosso e unico brillante sulla fronte le brillava come stella. Nulla di bianco se non la faccia e le braccia che uscivano nude di sotto a veli bizzarramente, uniti alle spalle: non un lembo di camicia o di sottana, di trina o di merletto; il piede coperto da una calza nera e calzato da una pianella egualmente nera, trapunta di brillanti, si mostrava a quando a quando e spariva.
Quella sera la marchesa superava sè medesima, e se un difetto poteva rimproverarlesi, era un'aria di calda sensualità, temperata dal fantastico del costume; ma se ne era accorta e aveva migliorato il portamento, sempre audace, con una incertezza di moti e di gesti quasi originali.
Gli uomini l'ammiravano desiderandola, le donne tacendo.
La festa crebbe, arrivò l'aristocrazia e con essa i costumi. Abiti quasi tutti dell'ottocento negli uomini e nelle donne: qualche abate di Luigi XIV, qualche Maria Stuarda, qualche villanella romana: elegante solo la principessa di San Marciano, vestita come si dipinge la Pia de' Tolomei, e quasi somigliandole; la marchesina Del Pino, la più gracile e la più gentile, trasformata in Ofelia.
Le danze erano incominciate.
Dopo il primo valzer della marchesa con Del Pino, abbigliato graziosamente da Raffaello, giunsero Carlo, Mimy e la baronessa: il primo in abito nero, Mimy incantevolmente vestita da Margherita, la baronessa cammuffata da Aurora. Veramente l'Aurora si levava un po' tardi, ma rossa di veli, di sete e fino nel naso, che sotto una brinata di cipria arrossiva modestamente di questo ultimo trionfo della sua padrona.
— Nevica, disse all'orecchio di un'altra signora come ella senza costume, e forse senza costumi, quella Agnese già vicina di Mimy in villa e per una volta amante di Giorgio: guarda la baronessa, come le si è imbiancato il naso.
— Sarà per dare il buon esempio ai capelli che si ostinano a parer neri.
La Notte allora al braccio di Raffaello si spiccò udendo annunziare il nome di Mimy.
— Permettereste a me, o bella damigella, di darvi il braccio e di accompagnarvi?
— Non sono nè bella, nè damigella, ma accetto.
— Vedete Faust? chiese sommessamente la baronessa a Carlo: no, volevo dir Giorgio; quel costume di Margherita m'imbroglia.
Carlo si morse le labbra cercando Giorgio cogli occhi: non lo vide e per vendicarsi la piantò villanamente in mezzo della sala.
Del Pino passeggiava colla San Marciano, Ofelia era sospesa al braccio di un bel paggio del quattrocento, al secolo figlio di un droghiere, il quale viveva di rendite incognite e s'era infiltrato misteriosamente nell'aristocrazia comparendovi uno dei più belli e dei più imbecilli.
— Che graziosa capanna! diceva Mimy sempre al braccio della marchesa.
— Troppe frondi e troppo pochi fiori: ma il nostro amore...
Quella chinò il capo.
— Mimy, soggiungeva la marchesa abbassando la voce ma calcando sull'accento, una sola parola. Credete che due donne si possono amare almeno quanto un uomo e una donna? rispondete. Questa è forse l'ultima notte che ci parliamo. Io parto, ma prima di lasciarvi voglio sapere se mi sono ingannata su voi. Lo credete questo amore di due donne?
— Sì, balbettò impaurita dall'energia di quella voce sommessa.
— Sì? ripetetelo; affermate una gran cosa e udendovi tutte queste persone vi riderebbero in faccia. Ebbene, se lo credete, crederete anche a me. Io parto: voi restate?
Mimy non rispose.
— Pensate di restare? mi lascerete partire sola e passerete il resto della vostra vita come se non ci fossimo mai incontrate? Oh! vi amo, Mimy: non aspettate che vi dipinga il mio amore, voi stessa che mi amate sapete che non è possibile. Se nella testa mi nascesse un pensiero, che pretendesse descrivere uno dei fiori che mi avete fatto nascere nell'anima, vorrei aprirmi la testa per strapparmi quel brutto pensiero. Non vi parlerò del mio amore: i fiori li coglierete voi stessa, voi sola che li conoscete e sapete che non hanno nome. Venite meco; sarete mia moglie, la mia amante, la mia padrona; per voi sono pronta a rinunciare a tutte le mie donne, a tutti quei piaceri nei quali mi stordivo per dimenticarmi di non essere amata. Vivremo sempre insieme, non vivrò che per voi e quel giorno che mi accorgerò di non essere più abbastanza bella per appagare il vostro amore... lo giuro su voi medesima, che siete il mio Dio — quel giorno sarò morta.
Una specie di singulto le tagliò la voce.
Mimy si sentiva piegare sotto il vento di quelle infuocate parole.
— Aspettate, l'altra proseguiva quasi Mimy volesse parlare: non mi rispondete, voglio prima spiegarvi a voi stessa. Voi avete sognato l'amore femminile che adesso vi offro, me ne sono avveduta ai primi discorsi di Rimini. Non amate vostro marito, non amate un amante, Mimy alzò il capo, ma lo sguardo della marchesa era senza rimproveri, non amate che me, non potete essere felice che con me. Ma oltre l'amore v'inspiro anche ammirazione: mi avete discussa cento volte nel silenzio del vostro cuore e la sentenza mi fu sempre favorevole. Voi non credete agli amanti, che mi si attribuiscono...
Ella le strinse il braccio per risposta.
In quel punto s'udì il preludio di una polka.
L'avvocato e Del Pino si presentarono nel medesimo tempo, così che il marchesino dovette invitare Mimy, perchè il marito non ballasse colla moglie; ma la marchesa seppe tanto gentilmente schermirsi, che rimase con Mimy, e i due innamorati ritornarono nel salone.
L'anticamera era quasi deserta.
Le due donne tacquero qualche minuto senza guardarsi. Si sentivano sopra una china: in fondo s'apriva un burrone e sovra vi era gettato uno stretto ponte; ma scendendo a precipizio si poteva non fermarvi il piede, e allora si precipitava nell'abisso — miseranda caduta! Chiunque le avesse osservate si sarebbe stupito alla trepidazione dei loro volti; ma la marchesa, forse di carattere più violento, sembrava ancora più convulsa.
— Perchè rifiutate di fuggire? Avete paura?
— Fuggire, mormorò;... e il mondo...?
— Condanni; che importa? Badate, sono le mie ultime parole: domani parto da Bologna per sempre. Vi amo troppo per sopportarvi sotto i miei occhi moglie di Carlo, poichè se ho potuto fin qui per forza di civetteria distrarlo, si stancherà dello zimbello e ritornerà vostro marito. Cercherò di dimenticarvi sicura di non riuscirvi: porterò meco il mio dolore; lontana da voi potrò almeno idealizzarvi sognando. Questa festa l'ho data unicamente per voi; aspetterò la vostra risposta prima che usciate e, se mi ricuserete, vi dico addio adesso intanto che ne ho la forza... Siate tanto felice quanto io vivrò miserabile.
E stringendole convulsivamente la mano si allontanò. Mimy la seguì collo sguardo, la vide scomparire tra la folla: il ballo era finito.
— Sempre pensierosa! le disse sorprendendola la San Marciano.
— E voi sempre sorridente.
— È un rimprovero? avete torto di mostrarvi così: vi si supporrà infelice e se ne riderà. Nella dissimulazione vi è più virtù che non si pensi.
E la trascinò seco in sala.
La vivacità era cresciuta dopo le prime danze; ognuno trovato il proprio centro vi si moveva con libertà: i vecchi, i borghesi, l'aristocrazia si mescevano in gruppi e si divertivano canzonandosi scambievolmente: le donne sorridevano ai giovanotti: si discutevano i costumi; complimenti e sangue cominciavano ad infiammarsi, spiriti e lingue si scioglievano. Le più belle avevano naturalmente più folla, le più brutte lanciavano per compenso più frizzi, ma i più acuti scattavano dalle donne che troppo mature per essere amate smaniavano d'intorbidare la fontana, che anche curvandosi non potevano più toccare.
Finalmente entrò Giorgio, cupo nel cupo costume di Amleto: scoppiò un hurrà di applausi.
— Perchè questo lutto? gli domandò con un sorriso la principessa.
— Per me.
— Imitate Carlo V: vi anticipate il lutto invece del funerale.
— V'ingannate, principessa: ho un ucciso in me stesso, e lanciò un'occhiata a Mimy.
— Perchè non lo seppellite?
— Perchè spero che risusciti.
— Un miracolo!
— Forse che le donne avrebbero cessato di farne?
E volgendosi, dovè salutare tutti gli accorsi, ma quel trionfo di eleganza e di spirito non valse a rasserenarlo.
— Siete troppo tetro, mio principe, arrischiò la marchesina del Pino.
— Non vi dolga: Ofelia è troppo bella.
La delicata fanciulla fremè al complimento e si rivolse per nascondere il rossore, che le colorava le smorte guance.
Giorgio passò oltre, gironzolò pel salone, poi andò a sedersi in un angolo.
L'orchestra suonò una contraddanza e i gruppi dei ballerini si disposero con vivace disordine.
— Non ballate con noi, signor conte? l'interrogò passandogli innanzi quella tale Agnese al braccio del droghiere.
— Perchè non vestirti da Faust piuttosto? disse questi. L'epigramma della baronessa era sulle labbra di tutti.
— Da Faust? ripetè l'altra.
— E perchè? rispose Giorgio cogli occhi sfolgoranti d'ira.
— Ma per conservare il carattere di amante di Margherita.
E contento della facezia sorrise alla dama.
— Allora perchè non ti sei vestito da droghiere del quattrocento piuttosto che da paggio?
— Giorgio! esclamò impallidendo.
— Signore.
— Signor conte! spero che ritirerete questa parola o...
— Sentiamo l'alternativa.
— Ma via! s'intromise la signora.
— O ci batteremo.
Giorgio s'inchinò con freddo sorriso.
— Ed io spero, aggiunse, che risparmierete alla signora queste volgari particolarità; quindi salutando la dama si allontanò.
Qualcuno aveva ascoltato il diverbio e si seppe subito del duello. D'altronde il volto accigliato del paggio e lo sbigottito di Agnese lo lasciavano facilmente indovinare. Successe un bisbiglio, tutti vollero esserne informati: i cavalieri piantavano le dame e si stringevano intorno al droghiere premendolo d'interrogazioni, ma egli fingeva schermirsene pur confessandolo coi più intimi, onde in pochi secondi il segreto fu divulgato. Egli ed il conte si battevano alla pistola, a venti passi, a dieci, a cinque. Le versioni erano già molteplici: Giorgio si batteva per provare di non essere l'amante di Mimy, della quale andava pazzo: qui mille circostanze, mille aneddoti e tutti a guardare il paggio umile in tanta gloria, mentre il conte era passato nel salottino, ove i vecchi giuocavano il faraone.
Mimy intese e si fe' pallida: la marchesa si annuvolò.
La contraddanza parve lunghissima, tutti provavano il bisogno di serrarsi coi più amici sull'accaduto e di parlarne coi protagonisti: le signore osservavano Mimy che ballava nel gruppo della marchesa, gli uomini si ammiccavano fra loro. Finalmente la musica cessò e la folla potè sparpagliarsi. Mimy rimase colla San Marciano.
Ofelia entrò con una compagna nel salottino del giuoco; Carlo teneva il banco ignaro di tutto e Giorgio puntava cogli altri, così infelicemente che tutti ne facevano le meraviglie.
— Decisamente sono sfortunato! esclamò arrischiando l'ultima carta.
— Fortunato in amore non giuochi a carte, gli rispose un vecchietto.
— Fortunato! e si ritirò che la posta era perduta.
— Signor conte! lo fermò la marchesina tagliandogli la strada.
— Perchè non mi chiamate più mio principe?
— Non mi piace la figura di Amleto, è un personaggio troppo infelice e fatale.
La fanciulla lo guardava malinconicamente pensando forse al pericolo che lo minacciava.
— Avete ragione, rispose tetro; Amleto non può essere compreso da Ofelia, perchè la tortora non può comprendere l'avoltoio.
E proseguì; aveva scorto Mimy al braccio della principessa. Ofelia lo seguì con un lungo sguardo.
Passò vicino alle due donne, si fermò indifferentemente e legarono il discorso senza parlare del duello; ma la principessa sentì che egli aveva d'uopo di restar solo con Mimy, e cogliendo il destro con disinvoltura di gran signora si ritirò.
— Ho bisogno di parlarvi, fu la prima parola di Giorgio; venite.
Si girò gli occhi attorno,
— Andiamo nella anticamera: vi è meno gente.
Infatti v'erano poche persone che rientravano nel salone alle prime note di un ballo: in breve fu deserta. Ella rabbrividì, mentre la baronessa non veduta spiava in uno specchio tutti i loro movimenti. Giorgio si vide presso la porta socchiusa, mascherata da un graticcio di ginestre, del gabinetto destinato alle dame per le raccomodature della toeletta: era illuminato, pieno di specchi; dentro nessuno.
— Venite, saremo più ritirati.
— Mai! e lo fissò in faccia rimproverandolo.
Egli sogghignò mestamente.
— Sapevo che non mi amavate, poichè me lo avete detto più volte, ed avrete forse ragione, ma avete torto di non suppormi abbastanza gentiluomo per rispettarvi in casa d'altri. Venite, ho bisogno di parlarvi: sono forse le ultime parole che vi dirò; le ultime parole di un moribondo dovrebbero essere sacre per una donna.
Mimy fu intenerita: conosceva Giorgio coraggioso, e quell'allusione al pericolo di essere ucciso domani non veniva certo da affettazione romantica o da teatrale jattanza.
La porta era a due passi, il gabinetto esso pure destinato alla festa: Giorgio instava, poteva morire domani... Mimy cedette.
Entrarono rapidamente, cautamente senza chiudere il graticcio, ma egli che voleva un colloquio assolutamente libero, vedutasi innanzi un'altra porta afferrò un candelliere, e profittando del movimento repentino di Mimy la spinse innanzi, aperse la porta, fu nell'altra stanza e prima che ella avesse tempo di riaversi aveva diggià rinchiuso a chiave.
— Mimy, le disse appressandosele, abbiamo pochi momenti: domani mi batto per te; non è un rimprovero, sono contento di battermi per te.
— Giorgio! mormorava sottraendosi ancora incerta di sè medesima e della situazione.
— Oh! ti rispetterò, non temere; Mimy, ti amo, ti amo sempre, più di quando ero il tuo amante; mi è d'uopo ridiventarlo o morire. Più volte hai riso di questa parola: ebbene, mi batto, e se non giuri adesso di amarmi... no, è troppo, di lasciarti amare, ti giuro che mi lascio ammazzare.
Il suo aspetto era così appassionato, gli tremavano così la voce e gli sguardi, che bisognava credergli questa funesta risoluzione.
— Mi amerai?
— Non lo posso, rispondeva addolcendo la voce: non lo posso, Giorgio, e voi non meritate d'essere ingannato... Ma usciamo.
— Non mi amerai? mi lascerai piuttosto morire?
— Giorgio, siate ragionevole: ma perchè vi piaccio tanto? vi sono altre donne, che valgono ben più di me!
— Taci! ruggì infiammandosi; non rendere almeno volgare il rifiuto, non mutare il pugnale in coltello. E io che ti amo tanto! Avere più fiamma nel cuore che il sole non ne abbia sulla fronte, e doverla spegnere nel sepolcro! Povera donna! se tu conoscessi il cuore che rifiuti...
Ma l'esaltazione, che pareva ammorzatasi nella tristezza, fiammeggiò ancora: si strinse violentemente il capo e con atto anche più violento scuotendolo, ne svelse un pugno di capelli. Mimy, impaurita, guardò la porta come per tentare di fuggire, ma egli che se ne accorse le sbarrò il passo.
In quel punto s'intese rumore nel gabinetto. Mimy gelò. Attesero due o tre secondi senza respiro: furono bussati due colpi alla porta.