Part 20
Sebbene giovane, doveva aver molto vissuto. Una indefinibile esperienza della vita le si leggeva quindi nella gracilità quasi affaticata dei lineamenti, e a ogni reticenza del sorriso, a ogni guizzo dello sguardo si rivelavano mille misteriosità della sua anima, come in mare al gonfiarsi o allo sfasciarsi di un'onda variano e si centuplicano i fluttuanti paesaggi.
La principessa, che comprese la posizione di Mimy, volse appena un'occhiata al gruppo delle borghesi, che si sforzavano titanicamente di assumere un nobile contegno, e colla adorabile scortesia delle persone perfettamente aristocratiche si strinse con Mimy, quasi fossero sole, parlandole vivamente in inglese. Mimy si spaurì dell'audacia, le borghesi fremettero, ma nessuna si trovò tanto spirito da accettare la battaglia: susurrarono fra loro e decisero la ritirata in corpo.
In quella la principessa levavasi per prendere il mazzo di Giorgio e si rimetteva al fianco di Mimy, lodando i fiori e il disegno.
Fu il segnale della partenza. La principessa in piedi, una mano sul tavolino e la fronte alta ricevette i loro saluti piuttosto goffi, rispondendovi appena e seguendole collo sguardo fin sotto il cortinaggio della porta, e quando Mimy accommiatata l'ultima signora si rivolse, le mosse incontro, le strinse affettuosamente la mano e si riassisero senza un commento.
Chiacchierarono. Il vespero oramai imbruniva e l'ora del ricevimento passava. Mimy non temè di altre visite. La San Marciano molto gaia parlava di tutto: Mimy ascoltava a volta a volta sorridendo e ammirava l'amica: ma era deciso che quello fosse un giorno sciagurato e capitò la mamma a guastarle il colloquio.
La San Marciano si levò; aveva quella donna in antipatia forse pel suo carattere, forse anco pel naso così rosso, che sarebbesi detto vi si fosse rifugiato tutto il suo pudore e bloccato su quella punta estrema, arrossisse di vergogna.
— Quest'oggi, carina, pranzo da te, questa disse appena furono sole, slacciandosi la mantiglia e dandole un bacio.
Mimy, pensierosa, non glielo rese.
— Che bei fiori! chi te li ha mandati? Scommetto che sono della marchesa: quella donna è ben impudente.
— Impudente!
— Ma chi è questa signora da fare tanto chiasso a Bologna e che trova tutto brutto e ridicolo? La se ne vada e ci farà un gran piacere. Povera Mimy! tu sì buona la tratti da amica e non sai che ella ti rende la favola di Bologna.
Mimy la guardò strabiliando.
— Vieni qui, fanciulla mia; e sempre accarezzandola proseguì a spiegarle l'obbrobrioso contegno della marchesa, la quale le seduceva il marito mostrandosi tenerissima di lei; e tutta la città ne rideva. Una donna che in fondo non si sa chi sia: una avventuriera, che ostenta gli amanti e ha già guastato quel povero Del Pino, tanto bello! povero giovine... Hai parlato mai della marchesa con Giorgio? tienti a lui: quello è un uomo. Bisogna che Carlo sia ben... oramai lo dicevo, per posporti a lei, una donna che avrà quarant'anni — però, se tu non sai difenderti, c'è la mamma, sai?
— Ma...,
— Lascia fare alla tua mamma: ne ho della esperienza io. Senti: Carlo non ti merita e, se tu non lo avessi voluto, non te lo avrei dato. Ingannarti così villanamente! non sa egli che quando si è brutti a modo suo e si ha una moglie bella bisogna farle i punti d'oro? Giacchè è brutto, avesse almeno il cuore e lo spirito di Giorgio: ti piace Giorgio, Mimetta?
— Mio Dio, che cosa è? cosa intendete di fare?
— Nulla: mi sentirà; bisogna salvare la tua dignità di moglie. Quella donna non metterà più il piede in casa tua, e Carlo lascerà la tresca nella quale perde la sua e la tua riputazione.
Giulietta portò il lume ed avvisò che il signor Carlo era arrivato.
— Entri.
— Per carità, mamma...
— Arrivate solamente adesso? questa gli chiese, ch'era ancora sulla porta, coll'accento di un colonnello.
L'altro levò stupito la testa.
— Ritornerete già da casa della marchesa?
— Quale? ebbe lo spirito o l'ingenuità di rispondere.
Ella quietò Mimy con un sorriso di superiorità, ed avanzandosi verso di lui con passo solenne:
— Ho bisogno di parlarvi seriamente: concedetemi un quarto d'ora.
Carlo guardava la moglie, questa, per disimpacciarsi, i fiori.
La mamma lo trascinò nella stanza attigua chiudendone accuratamente ogni uscio.
— Che c'è?
— C'è... Oh l'affare è grave per me e per voi, per la madre e per il marito.
— Ma infine...
— La mia Mimy è infelice per colpa vostra: perchè innamorarvi della marchesa di Monero così che tutta Bologna lo sa? Mimy è più giovane, più bella, lo dico con orgoglio di madre, e l'abbandonate in un angolo. — Che cosa dovrà farsi della sua gioventù?
— La si diverta, è ricca: chi glielo impedisce? egli rispondeva scontento della piega del dialogo.
— Si diverta? bella! con chi? col marito no: il signor marito, è inutile! replicò ad un suo gesto di diniego, è innamorato della signora marchesa. La povera Mimy non voleva dirmelo, ma gliela ho strappata questa amara confessione, e ha pianto. Sapete che ci vuole un bel cuore a far piangere così una fanciulla! Mi ha confessato tutto: la trattate perfino male. So tutte le visite che fate alla marchesa, le ore che passate sotto le sue finestre, mentre gli altri sono dentro.
— Gli altri? chi!?
— Gli altri. Siete innamorato come un giovanetto: non sapete conquistare l'amante e perdete la moglie.
L'avvocato fremeva.
— So tutto io...
— Allora che cosa volete da me? Andatevene.
— Voglio darvi un consiglio, replicò quasi non avvertendo l'asprezza dell'ultima parola. Calmatevi: mio Dio! fate certi occhi che spaventano; come mai la marchesa vi resiste? e un maligno sorriso commentava l'insulto. Ascoltatemi. Io conosco Mimy meglio di voi: ha un'anima romantica, ha bisogno di amare, e voi la trascurate. Potreste ingannarvi; adesso non parlo al marito, perchè so che è geloso, ma all'avvocato: ho paura di Giorgio; si sono voluti bene fino da fanciulli. Giorgio è bello, è un elegante, ha tutte le qualità per piacere. Non vi siete ancora accorto che fa la corte a Mimy?... Oh non vi spaventate. Mimy è tuttora innocente, ma seguitate a tradirla palesemente ogni giorno, e poi lagnatevi dopo. Se voi non amate Mimy, l'amo io, e vi dico: guardatela, altrimenti ci guarderò io. Non voglio che si dica male di mia figlia. Non vi siete proprio mai accorto di nulla? ripeteva squadrandolo con aria di compassione.
— In nome di Dio, che cosa è? difendete vostra figlia o l'accusate?
— Eh?
— C'è da impazzire: e Giorgio...?
— Basta, basta.
Carlo si agitava a mano a mano che l'altra sembrava disposta a non andare oltre.
— Ditemi dunque qualche cosa. Si veggono? dove?
— Qui, in casa vostra; ma non vi scaldate: Mimy è una moglie onesta che non vi tradirà.
— Già!
— Dubitereste! voi suo marito: andiamo, venite di qua, Mimy potrebbe insospettirsi, e non è bene. Non venite?
— Certo si scriveranno... adesso ci penso. Giorgio veniva bene spesso al casino, per Dio!
— E voi andavate dalla marchesa: la partita sarebbe pari, ma non lo è.
Così dicendo sorrideva.
Egli l'avrebbe schiaffeggiata volentieri: sentiva tutta l'infamia del suo procedere, ma temeva che avesse ragione.
— Via andiamo.
— No.
— Ma ho promesso a Mimy di pranzare con lei.
— Andate pure, non ho fame, e le volse le spalle.
Ella rientrò nel salottino.
— La signora, le disse Giulietta, si è ritirata nella sua camera e mi ha lasciata a pregarla di pranzare col signor Carlo, perchè ella non si sente bene e vuole stare sola.
La baronessa fissò un momento la fanciulla, e un ghigno rabbioso le contrasse la bocca. S'avvide di essere giocata, ma troppo vecchia e cattiva per mancare di abilità, dissimulò l'ira: si fe' aiutare da Giulietta a rimettersi la mantiglia e partì raccomandandole ogni cura per Mimy e di correre subito ad avvertirla se il male peggiorasse.
— Mi sfidano: la vedremo.
Perchè?
La baronessa Clelia Carretti era la madre di Mimy, ma non sarebbesi potuto giurare che Mimy fosse figlia del marito di lei. Nata in una nobile famiglia decadente, un giorno la baronessa Clelia aveva sposato un ricco borghese; e quell'altro giorno lo aveva rovinato grazie a un lusso smodato e poco intelligente: quindi la moglie, che aveva accettato il marito ricco, lo trovò insopportabile povero: questi che l'aveva amata per la carne e per la vanità, la scoperse una donna molto imperfetta. Le liti scoppiarono prima rare e sommesse, poi violenti, solite, quotidiane seguendo l'aire dei debiti e delle ipoteche.
Mimy capitò in quella burrasca e nascendo non trovò più il padre andato alla Certosa prima di andare alla malora; ma uccise quasi la madre. Povera fanciullina! per punizione fu messa in campagna: nessuno andava a trovarla. La mamma aveva toccato a tempo una grossa eredità e di prodiga s'era fatta avara mantenendosi dissoluta. Quando Mimy fu grandicella la misero in convento, quando fu grande le fecero sposare Carlo senza dote: ma uno zio impietositosi ebbe la gentilezza di morire nominandola erede universale: un mezzo milione, e di colpo la figlia si trovò più ricca della madre. Allora scoppiò la rivolta. Mimy, che aveva sempre sopportato e taciuto nella casa materna, non volle più oltre il giogo della madre nella casa coniugale e mutò modi; la trattò freddamente, le disobbedì, non la ricevette, la costrinse ad indietreggiare senza dar luogo a scene malgrado il carattere della baronessa, un miscuglio di volgarità e di ferocia. Questa resistette tentando di appoggiarsi al marito, ma contento della eredità di Mimy quanto scontento della dote negata e di quell'intervento in casa propria, che Mimy con abilità donnesca faceva irritantemente risaltare, egli non le badò e la baronessa dovette ritirarsi.
Poco dopo uscita la baronessa dalla famiglia vi entrò la marchesa — perchè adesso colei voleva rientrarvi e a quella maniera? Perchè la mamma odiava la figlia? Il problema è difficile e non ardiremo darne la soluzione; solamente Mimy era bella, aveva il cuore buono, l'intelligenza lucente e la baronessa non era mai stata che plebeamente appetitosa e ora non lo era più: l'una brillava nel meriggio, l'altra si oscurava nel tramonto. Mimy aveva il dono di attrarre: la baronessa repelleva, del che accorgendosi peggiorava. Mentre Mimy era buona perchè amabile, l'altra era cattiva perchè scontenta di sè medesima: un raggio ed un'ombra, un sorriso e un sogghigno. La mamma aveva voluto sacrificare la figlia, e, non riuscitavi che a mezzo, l'offesa ritorcevasi adesso contro l'offensore. Mimy borghese fu accolta amabilmente dalle poche vere dame di Bologna, l'altra nobile era appena tollerata, e se voleva un amante doveva noleggiarlo; così l'agonia della vanità le si incrudeliva nell'agonia del sesso. Ma se la mamma odiava la figlia, questa analizzando sè stessa non aveva mai osato analizzare tale dolorosa avversione: la sentiva, l'evitava, se la nascondeva alle volte come camminando lungo un dirupo ove altri già pericolò, si rifiuta di guardare il ciglio fatale e si allunga il passo.
CAPITOLO VIII
Si la mer n'eût des tempêtes sa beauté diminuerait énormément: le doute est la tempête des passions, qui doublant leur force double aussi leurs attraits. Rien n'est si enivrant que la lutte de la lumière et de l'ombre, de l'espérance et du désespoir, du génie et de la folie. Le doute tant des fois calomnié vaut bien la foi, et son vertige micidial l'extase stupide.
_Lettres à Barié_. — OTTONE DI BANZOLE.
Mimy era da due ore nel suo gabinetto quando Giulietta introdusse Sulema, l'araba della marchesa, vestita con eleganza di grande signora.
Mimy diventò rossa, le tese la mano, quasi l'altra non fosse una cameriera; ella invece di stringerla se la portò rispettosamente alle labbra e:
— Permettete, signora: bacio per la signora marchesa, le disse dolcemente.
Mimy sempre più confusa voleva farla sedere, ma l'araba rimase in piedi e presentandole una lettera faceva atto di ritirarsi.
— Mi lasciate?
— La signora marchesa mi attende: verrà ella stessa per la risposta, però se ve ne fossero due potrei portarne una.
Mimy pensò un momento, poi andando ad aprire un piccolo scrigno sotto lo specchio ne trasse fra molte bazzecole e gioielli un medaglione, il suo ritratto da fanciullina, magnifica miniatura di Gordigiani montata in oro. Glielo diede. Sulema considerò meravigliata il ritratto poi l'originale, entrambi stupendi.
Però la fanciullina vinceva la donna: e poichè Mimy non le diceva altro, le offerse salutando un mazzetto di gelsomini.
— Ancora da parte della marchesa?
— No: da parte mia. Le arabe preferiscono il gelsomino a tutti i fiori... eppure vi sono fiori più belli, seguitò contemplandola con uno sguardo di ammirazione.
Mimy comprese.
Sorrisero.
La lettera della marchesa diceva:
«Perchè non ci scriviamo più? Crescendo in noi l'amicizia si è forse agghiacciato l'amore? Sarebbe troppo triste il crederlo, mentre lo è già fin troppo il domandarlo: questa sera rompo il velo del silenzio e vi appaio colla fede di essere ancora riconosciuta, perchè ho veramente bisogno di voi, e voi sola potete comprendermi.
«A giorni partirò da Bologna, forse per sempre, forse per fuggire da me stessa sulle traccie del mio sogno d'amore. Voi avete, fanciulla, il pallore dei sogni sulla fronte, come me ne soffrite e, credendoli solamente sogni, ve ne disperate — Eden terribile questo dei sogni, ove le serpi si nascondono tra i fiori e vi mordono quando allungate la mano per coglierli: ove l'ombra attira ed uccide, ove il sole accende sorrisi sopra tutte le cose mentendole, ove la musica delle piante ubbriaca e le farfalle seguendole guidano a perdizione... Eppure dover vivere di un sogno e doverne morire, perchè sempre un sogno, quale destino!
«Quale è il vostro sogno, fanciulla? Quale larva ha gittato la sua pallidezza sul vostro viso, quali baci hanno ammorzato il rosso delle vostre labbra, in quali abbracciamenti la vostra persona si fe' così gracile pur rimanendo così plastica?... Ditemi, fanciulla, di quale dolore vi siete innamorata, perchè l'ami io pure, lui che vi rese così bella.
«Se la sventura è una catena, forse lo stesso anello chiude i nostri polsi.... ma ecco che sogno ancora e dimentico che dovrò partire da Bologna e che voi non vorrete seguirmi! Che cosa farete quando io non sarò più per voi? Sempre bella, sempre moglie, sempre sola, sempre infelice: brillare come un diamante in una grotta, tacere come la cetra di un poeta sulla sua tomba di marmo.... Sarà questa la vostra sorte e la compirete rassegnata: lasciatemi quindi piangere con voi una lagrima sul vostro destino.
«Il sogno della vita non può essere che un sogno di amore; il mio era forse il sogno di un sogno. Sognavo l'amore di una bella più bella delle più belle fantasime dei pittori e dei poeti; al pari di me aveva sognato e patito: ci rivelavamo incontrandoci con uno sguardo; io rompevo la sua catena e c'involavamo lungi lungi, in un'immensa città o in una fiorita solitudine. Là ci amavamo. Il nostro palazzo era costruito come un tempio, alcune schiave belle come le muse degli antichi ci servivano; nessun triste spettacolo; arte e natura, musica e fiori, gemme e sete, giovinezza e voluttà, tutto ai nostri piedi, un mondo nel mondo e in esso noi due sole.
«Sognavo un amore divino e solitario, un corpo più gracile, un'anima più delicata della mia... Era una figura pallida e mesta coi capelli svolazzanti sulle spalle, una tunica bianca a ricami d'oro, un seno piccolo, forme vaporose... Leggiera come una nube la vedevo passarmi sul capo e viaggiare lontanamente pel cielo: mi compariva nel mio gabinetto, spesso entrando nella mia camera la trovavo seduta sulla sponda del letto, ma scorgendomi se ne andava... Sogni!
«Da lungo tempo giro il mondo sull'orme di quel fantasma col terrore di averlo incontrato e che non mi abbia riconosciuto... Oh! se la mia vita dovrà passare senza amore e dovrò cadere nella tomba cogli occhi fisi disperatamente dietro la sua tunica bianca... maledetta l'ora che nacqui, che la mente ebbe il primo pensiero e il cuore il primo palpito: maledetta la bellezza che mi aveva resa degna dell'amore e l'ingegno che me ne aveva rivelata la divinità! Avete un farmaco per questa piaga? Avete un origliere per riposarvi una testa morente di questo dolore?
«Mia pallida fanciulla, perchè ci siamo mai incontrate? Perchè i vostri capelli eran così biondi e il vostro abito così bianco come la tunica della mia Peri? Lontana da voi, il mio cuore verrà spesso a palpitare sul vostro abito bianco: sempre che la voluttà mi bisbigli all'orecchio le sue poesie, il vostro nome mi salirà alle labbra come guizza sulla bruna onda del mare un triglio gemmato; vi sentirò dappertutto, intorno a me, intrecciata ne' miei capelli come un ramoscello fiorito e spinoso. E voi che cosa farete? Dove andrete? A chi penserete? Chi amerete? Ah! misteriosa fanciulla, che mi comprendete e non potete amarmi, che legata al mio polso collo stesso anello non potete col braccio libero stringervi al mio braccio, voi tanto bella e infelice, addio! Addio, povera rosa, che le gramigne hanno soffocato nelle loro spire: addio, magnifica opale, che una lumaca ha chiusa nella propria casa... Addio!»
Mimy si strinse la lettera al cuore e si arrovesciò soffocata sul divano.
— M'ama, lei! mormorava baciando e ribaciando la carta... Mia... solamente... mia, e tendeva le labbra quasi per baciare la stessa parola, che pronunziava.
Tutti i suoi pensieri eran note di un inno, ma occorrerebbe una cetra intrecciata di raggi di stelle e di pistilli di fiori al poeta, che volesse ripeterlo. Certo sarebbe una gentile voluttà seguire il volo di questa bianca colomba per l'azzurro del nuovo cielo, mentre il sole ci tenderebbe sotto un raggio per impedirci di cadere, e là in alto qualche stella non ancora scomparsa ci getterebbe forse un saluto.... Ma la natura non concesse nè ai poeti nè ai falchi tali voli e li costrinse entrambi a volteggiare sulle rupi stridendone fisi il sole troppo alto.
Mimy ebbe l'ebbrezza, poi l'estasi, poi l'assopimento della felicità — la parola, la musica, l'eco: il sorriso, la danza, l'amplesso. Amava, era riamata, aveva tutto. In quei momenti inenarrabili Raffaello le avrebbe invano offerto per un bacio tutte le proprie vergini, invano Napoleone le avrebbe fatto una cintura della sua spada di conquistatore, invano Dio le avrebbe gettato un pugno di stelle come un pugno di brillanti.... Che le importava di tutto ciò? Amava, era riamata, aveva tutto!
Tornò ancora a rileggere la lettera, e penetrandone sempre più la profonda poesia si sentì scoppiare il cuore dalla gioia! Si ricordava bensì del marchese Del Pino, ma non aveva la forza di esserne gelosa, tanto nel suo amore era timida e grande. Poi la marchesa non lo amava, ne era sicura. A poco a poco le si aggravarono gli occhi e le parve di vaneggiare; un'aura blanda la molcea come agitata dall'ali di un sogno, incogniti profumi le esalavano intorno al capo, mentre il torpore, avvolgendola come in una tiepida coltrice, la rovesciava languidamente sul divano... Mimy era assopita.
Carlo entrando a caso nel gabinetto si fermò maravigliato sulla porta. Non aveva mai veduto la moglie così bella, ma le parole della baronessa lo rimorsero improvviso e, vedendole quella lettera sulle ginocchia, la suppose di Giorgio.
Un brivido d'ira gli corse al cuore: si avvicinò col passo del ladro.
— Quella lettera! esclamò, mentre lo scricchiolio delle scarpe aveva risvegliata Mimy, che tentò subito di nasconderla.
— Ma....
— Quella lettera, la voglio, datemi quella lettera!
— Che cosa volete farne? è mia: non vi è nulla che vi possa interessare.
— Davvero! ghignò. E così? La voglio.
— No.
Un lampo gli schizzò dagli occhi.
— Dunque è di Giorgio...: voi! e mosse un passo, ma il pericolo invece di sbigottirla rese a Mimy tutto il suo spirito.
— V'ingannate, ripetè freddamente, è della marchesa.
— Menzogna....
— V'ingannate.
— Oh! lo vedremo.
Ella gittò la lettera nel fuoco.
— Ah! ruggì slanciandosi per ritirarla, ma non trovò subito le molle e la fiamma la cingeva già di un velo intangibile.
Si guardarono: la lettera bruciò in un attimo e i fogli carbonizzati montarono per la canna del camino con un corteo di faville, come fossero le anime degli arsi pensieri.
— Perchè avete bruciata quella lettera? Se io sospettassi...?
— Avete già sospettato.
— Nè senza ragione.
— Allora decidete.
Egli fu scosso dalla risposta.
— Siete l'amante di Giorgio.
— La mamma vi ha male informato.
— Chi ve lo ha detto?
— Indovino: non mi ha ella detto che amate la marchesa, e non ha forse mentito...? Andate, proseguì con orgoglio, dalla signora marchesa e dimandatele se non mi ha mandato una lettera per Sulema mezz'ora fa. La marchesa non è un uomo per mentire, e non mentirebbe con voi. Non dico questo per giustificarmi: se mi sospettate, non aggiungo una sola parola per dissipare i vostri sospetti e ne accetto tutte le conseguenze.
Carlo era alla tortura: la franca indifferenza di Mimy gli cresceva colla gelosia i sospetti.
— Aspettate! gridò afferrandola pel braccio mentre si moveva per ritirarsi nella sua camera: giuratemi che Giorgio non è il vostro amante.
La domanda era così stravagantemente ingenua che Mimy, pur conoscendolo da un pezzo, non potè frenare un atto di sprezzante meraviglia; egli se ne avvide e la lasciò, ma quando scomparve dietro la porta, esclamò battendosi la fronte:
— Sono un imbecille! quella donna mi giuoca... come la marchesa!
CAPITOLO IX
La trepidazione della speranza è talvolta così violenta che basterebbe sola ad uccidere in pochi istanti, senonchè l'anima non la sopporta e dopo i primi fremiti prorompe fuggendo ad affermare o a negare. L'insetto si regge fermo sull'ali, non l'uomo più pesante e più debole.
_Lettere a Caldesi._ — OTTONE DI BANZOLE.
Due giorni dopo la marchesa, recandosi da Mimy, incontrava Carlo sulla porta dello studio.
— Venivate dunque da lei, egli le diceva avvertendola come non fosse in casa.
— E anche da voi: fra otto giorni dò una festa, venivo ad invitarla. Conto su lei e su voi. Ella sarà la più bella, voi il più illustre.
— Vorrei essere il più bello, rispose con malinconia.
— L'ingegno non è forse una bellezza?
— Non mi farete l'onore di entrare nel mio studio? Lo studio di un grande avvocato, e sorrideva sempre con malinconia, può essere una curiosità.
— Entriamo, altrimenti sareste capace di supporre che vi temo.
Lo studio era ricco e severo.
— Dunque la vostra festa...?
— È di addio: invito gli amici per lasciar loro, abbandonandoli, una buona impressione: dissero tanto male di me, che si meritano bene che li condanni a trovarmi amabile almeno l'ultima notte. Parto per Parigi.
— Per sempre?
— Per sempre: ma non ricominciamo, non mi parlate di amore. Sono così stanca di non poter amare, che oramai mi persuado dell'illusione dell'amore. Hanno ragione quelle donne, che mutano gli amanti come i guanti: se l'amore è un'illusione, l'amante deve essere un'ombra. Che importa il nome dell'albero quando vi protegga dal sole? Davvero non vale la pena di scegliere. Se nessuno di essi può darvi il tesoro che cercate, perchè rifiutare loro l'elemosina che domandano? Un bacio vale forse più di un soldo?
Carlo trasalì.
Ella si alzò.
— Uscirete senza avermi fatto l'elemosina? Siete una milionaria e negare un soldo ad un povero sarebbe lurida avarizia.
— Badate a non dovervene pentire — un bacio è un prologo: se vi fallisse la commedia?
— Avrei sempre il mio prologo: meglio poco che nulla.