Al di là: romanzo

Part 2

Chapter 23,792 wordsPublic domain

Da quel praticello, l'occhio poteva spaziare davanti sulla distesa dei campi confusi lontanamente coll'orizzonte, o ai fianchi seguendo le ondulazioni dei poggi, che addossati, sinuosi, brevi, stupendi cingono e difendono Bologna a settentrione e a ponente. I quali, se dalla città appaiono belli nella ineguaglianza delle eminenze, nello scorcio degli aspetti, nella rottura delle facili balze ora nascoste dagli alberi, ora patenti per una villa sedutavi su, molto più belli si rivelano da una qualche loro cima. Infatti la loro duplice e triplice cinta non può essere vista che dal mezzo in tutta la poetica deformità della sua ossatura, e allora i colli sembrano prorompere da ogni lato, gareggiare e sformarsi nel medesimo sforzo. Qualcuno si appoggia al vicino che impedisce il libero dispiegarsi dell'altro; e dove uno domina esile, acuminato accanto ad un altro più forte che abbassata la testa mostra solo la schiena rotonda e verdeggiante: quale si piega addietro quasi respinto duramente nella lotta e rimane un pendio comodo e continuo; quale soffocato si discerne appena, e tutti insieme rivali ed amici si intrecciano, si serrano, si sostengono, si parano della bellezza di tutti. Certo nel passato l'acqua dovè farvi un gran lavorío, perchè s'incontrano fenditure profonde e tortuose, quasi corsi rasciutti di ruscelli, e declivi così ripidi e lisci che altrimenti non si capirebbero. Dalle falde che arrivano ai piedi della città cominciano le ville distendendosi in arco: alcune si adagiano confusamente sulla prima erta dove è spezzata, circondandosi d'alte piante o si affacciano curiose guardando sulla strada: o montano e dove incoronano le cime più basse, dove superata mezza costa si sparpagliano; molte scompaiono fra colle e colle e si nascondono in una conca, si rizzano giulive sopra una vetta, o allontanandosi a gruppi si fermano in un fantastico bacino, alla svolta di una strada, sopra un verde pendice; e misurandosi l'una l'altra si salutano, si parlano, s'invidiano, animano la campagna vestendone il terreno piuttosto ingrato di floridi vigneti e di giardini. Però se in folla piacciono, isolate male soddisfano la ragione e la fantasia dell'arte, generalmente case quadrate, di rosso dipinte, a tegole rosse e finestre verdi, borghesi, volgari; rarissima qualcuna che senta veramente di villa; nè serietà nè bizzarria nel disegno, nè originalità nè differenza nel tipo, anzi tipo nessuno, nè italiano, nè svizzero, nè inglese, nè francese, nè orientale, nè antico: pettegola l'eleganza, il lusso falso ed ignorante. Certo i colli sono magnifici, non per potenza di vegetazione ma per struttura; e se in maggior numero terrebbero testa agli Euganei, se più grandi e col mare, Napoli non sarebbe più il paradiso terrestre o i paradisi sarebbero due.

E da quel praticello spingendo innanzi lo sguardo si vedevano campi, poi campi, e di essi per buon tratto le divisioni tracciate dai filari: qua una riga di pioppi, là fulgenti al sole le acque di un macero, e le case coi muri biancheggianti e i tetti neri: poi le cime degli alberi si abbassano e accostandosi si livellano. Solo a grandi intervalli nel verde lontano la macchia biancastra di una borgata o di una città, pare una vela sul mare; più lungi ancora il verde si fa scuro, più scuro, indefinibile: la terra si eleva, il cielo si abbassa; ambedue come due amanti al primo abboccamento mutano colore, si sfiorano... si baciano, e il sole curvo sull'orizzonte illumina dall'alto quel bacio e sorride. E in quel mare ancorata ai piedi del colle Bologna, simile ad un grosso vascello con la gran torre per albero maestro, sottile ma robusto, a quando a quando pel tremolìo dell'atmosfera quasi pieghevole.

L'ora era deliziosa, la natura in tutta la pompa della sua estiva opulenza.

Giorgio guardava distrattamente. A un tratto una rondine dall'ali nerissime e la coda biforcuta guizzò sul ciglio della strada, ma scorti i due cacciatori scivolò sul pendio prima che Giorgio avesse il tempo di puntarla; ritornò al di sopra, e impaurita a un secondo movimento di lui, che la aspettava, si alzò così rapidamente da evitare il colpo. Egli la segui col fucile sino oltre il tiro da cattivo cacciatore, la vide salire con manifesta fatica, poi abbandonandosi sull'ali fuggire come un nero baleno dietro il colle, donde si udiva un garrire di compagne. Poco appresso spuntò un falco e intorno a lui uno stuolo di rondini. Giorgio rimase guardando. Non era nè un corteggio di sovrano, nè una battaglia di molti contro uno, o se pure, la battaglia era finita: i pigmei avevano vinto il titano, i fischi accompagnavano il vinto. L'ali tese e quasi immobili il falco sembrava ritirarsi, ma le rondini lo perseguitavano, come i monelli un orso per istrada, gli volteggiavano intorno, lo chiudevano in un circolo, lo insultavano, lo deridevano. Leste quanto il pensiero gli passavano sugli occhi, ed egli pareva non avvertirlo, si riunivano a gruppi, si parlavano nel loro linguaggio chi sa che propositi oltraggiosi, e sciogliendosi tornavano ad arruffargli le piume del becco col vento del loro guizzo... e il falco si librava lento, solenne. Le rondini disperate di irritarlo acquetano il garrito, si ritraggono adagio, perfide, indifferenti; qualcuna si allontana in linea retta, impicciolisce, dilegua; l'altre si sparpagliano, salgono, si abbassano, si riuniscono ancora, in crocchio congiurando a bassa voce — e il falco s'inoltra lento, solenne. D'improvviso una si spicca, batte l'ali colla prestezza di un insetto, oscilla, serpeggia, trasvola... sembra che tema di non raggiungerlo, e nullameno quando gli è presso si raffrena, s'erge... e con una inesprimibile rapidità gli scivola sotto — il falco sente, si precipita, senonchè la rondine più leggiera lo evita con uno scambietto e sollevandosi nuovamente getta alle compagne il segnale della vittoria. Allora accorrono a stuolo, lo circondano, lo sbeffeggiano; il falco esacerbato si ostina a una caccia impossibile: ne insegue or l'una or l'altra sempre superato di agilità, sempre delirante di rabbia; si dibatte, si piega su ogni lato, si disserra, finge un istante di stanchezza, ripiglia il gioco, si accanisce e nullameno è vinto, sbertato, fischiato....

— Povero falco! esclamò Giorgio; eccolo là come un uomo di genio fra la folla dei mediocri... Guarda dunque, Carlo, seguitò volgendosi al compagno e accennandogli nell'aria quella scena.

Questi alzò gli occhi.

— Ebbene? chiese Giorgio con accento nervoso.

L'altro lo fissò un momento senza rispondere e ricadde nelle proprie riflessioni.

Come dicemmo al principio, cotesti due uomini erano assai diversi d'aspetto, non belli ed entrambi notevoli. Quello in piedi, alto e gracile della persona, quello seduto col mento sulle ginocchia, grosso e mal costrutto, sebbene in quella attitudine lo apparisse meno, ma la sua testa calva dinanzi e irta nel resto di capelli rossicci risolveva quasi l'antico problema della quadratura del circolo, essendo rotonda per natura e schiacciata nullameno da ogni lato, mentre gli occhi piccoli erano verdastri e i denti sporgenti dalle labbra con una vanità esagerata, anche per una bianchezza da zanne di elefante. Però, attentamente considerata, la sua fisonomia non repugnava; vi si leggeva molta intelligenza e una serietà, che a certi momenti poteva diventare quasi nobile. Ma la differenza fra loro derivava ancora più dalla espressione che dalla diversa irregolarità dei lineamenti. Giorgio aveva sembianza di una natura privilegiata, incompiuta forse, forse anche sciagurata; nella bianca pallidezza del suo volto sarebbesi detto stemperato del lividore, mentre la vivezza delle sue grandi pupille nere rispondeva stranamente alla contrazione della bocca pochissimo tumida e atteggiata ad un penoso sarcasmo. Ciò dipendeva da natura o da abitudine? Probabilmente d'ambedue, e probabilmente ancora questa contraddizione delle labbra e degli occhi egli la portava nella testa e nel cuore. Se l'artista avesse un tipo speciale come è di un'altra razza, lo si sarebbe a primo colpo indovinato per tale. Carlo invece era un borghese grave, intelligente, triviale: la sua persona mancava di eleganza, la sua faccia non esprimeva nessuna passione; forse non ne aveva che di pacifiche, quali le predilige il Manzoni, o se a caso violente, violente d'istinto piucchè di sentimento: mentre Giorgio doveva sentire tutto intensamente; nervoso, delicato, eccessivo.

Scomparso il falco, Giorgio tornò a sdraiarsi, e deposto il fucile sull'erba stette considerando il compagno.

Questi si mosse.

— Ci pensi sempre?

— Dicevamo? rispose col tono di chi sprofondatosi in un'idea vuole rifarne il corso senza smarrire il punto cui è arrivato.

— Ah! esclamò Giorgio sogghignando: che sei alla vigilia di scoprire la donna. Non mi hai detto che la marchesa ti è un mistero? Saperla un mistero è già qualche cosa.

— Ma non saperne altro...

— Massime per un innamorato.

— Non lo sono, ribattè con asprezza.

— Lo diventerai; si è sempre abbastanza giovani per commettere una sciocchezza; poi a quarant'anni se l'amore è più difficile in compenso è più pericoloso.

Quegli abbassò il capo.

— Credi, domandò dopo una pausa, che ci sia qualche cosa sotto questo invito? Quella donna vorrei capirla...

— Non so se ti sarebbe un bene o un male. Sei alla vigilia, se già forse non l'hai scoperta, di scoprire la tua donna: comprenderla è un altro affare. Ti ho paragonato a Colombo, e insisto nel mio paragone. Invece che qui, a un miglio forse da San Mammolo, sovra una collina di Bologna, ti suppongo sopra una costa del nuovo mondo: bada che invento perchè non ci sono stato: il terreno arido ed ineguale non presenta ancora nulla di strano, di magnificamente lussurioso, di tropicale; nè alberi, nè fiori, nè animali. Il cielo è azzurro, il mare verde come in Europa; eppure nella terra, nel mare e nel cielo si sente una inesprimibile diversità di un altro mondo. A fronte ti si alza un poggio, sulla cima del quale il vento soffiando ribatte le rose di un _gazuma_... e al di là? ecco il mistero: l'amore. Sei alle falde, ti senti attirato e dubiti di salire: monta dunque e guarda.

— È presto detto! monta e guarda... ma bisogna essere giovane per salire la collina, o se vi mancano le forze non rimane altro tentativo che di una corsa disperata... come di un cacciatore dietro un lepre ferito. Si potrebbe forse arrivare sulla vetta...

— E una volta sulla vetta, se invece di un giardino ti si affacciasse una palude?

L'altro non rispose ed egli seguitò quasi fantasticando:

— Allora guai! perchè ridiscendere la collina sarebbe rinunciare all'orizzonte ed al sole...

Rimasero entrambi pensierosi, ma probabilmente assorti in opposti pensieri. Giorgio guardando il cielo sembrava quasi sognare, mentre Carlo colla fronte aggrottata, il labbro inferiore fra i denti, s'agitava nella soluzione impossibile di un inevitabile problema.

Il sole si chinava sulla collina e giù nella pianura l'ombre si allungavano bizzarramente.

— Ci andrò, proruppe alla fine discorrendo seco stesso: non sono già un ragazzo da avere paura, nè ella è tanto dotta da confondermi. È bella, ma se ne veggono di più belle; non è vero, tu, Giorgio?

— Che cosa?

— Sei intrattabile colle tue distrazioni.

— Lo so: dunque?

— Domani ci vado.

— Ne ero sicuro.

— Perchè?

— Ti ho veduto riflettere, e gli innamorati non sono mai più sicuri di cedere alla passione che quando vogliono assoggettarla.

— Ma se ti dico di no, che non l'amo, che non è vero! ribattè l'altro indispettito.

— Che cosa m'importa quello che dici? Tu ci pensi a questa donna, ci pensi come non pensasti mai a nessuna delle cause che ti hanno fruttato maggiormente riputazione e danaro. Che vale dissimularlo? Ti comprendo: il tuo carattere freddo, positivo si rivolta all'idea dell'amore alla tua età, nella tua posizione, ammogliato da poco, con una bella moglie e una suocera assidua (qui Giorgio sogghignò e Carlo sorrise), dell'amore con una straniera stravagante, alla quale basterà forse di fermarsi due mesi a Bologna per essere gridata un mostro da tutte le signore oneste senza virtù, disoneste senza spirito. Tu hai paura dell'amore come dell'ignoto... e vuoi sapere perchè domani andrai a pranzo dalla marchesa di Monero? per provare a te stesso che non l'ami, che la puoi sedurre a sangue freddo, e che giovandoti della tua superiorità di dotto la sedurrai — e sai ancora come si chiama questa maniera di attacco? una fuga in avanti. Ebbene, vai, Carlo: provati a lottare; una gentildonna e un avvocato, ecco un duello interessante... e poi ascoltami: se non vai domani a pranzo, ti converrà andarci posdomani a presentare le tue scuse dell'invito ricusato e a riceverne un altro.

— Tu approvi dunque?

— Io? no, non faccio che constatare un fatto. E tu pure, proseguì animandosi, non sfuggirai all'amore: ti si è svegliato tardi, ma pure si è svegliato. Eterna malattia della vita! amare una donna senza saperne la ragione e senza riuscire a farsi amare, perchè fra questi due mondi non vi è ponte e nessuno è stato, nè sarà mai così forte da gittarlo... Che cosa ami tu in quella donna, che ti confessi un mistero? La bellezza delle sue forme, la voluttà di tale bellezza, ma la sua anima, la sua vita no, perchè questo è appunto il mistero. Non amare di più; amala come la nave corre sul mare sempre sulla superficie, e quando la stringerai fra le braccia e la vedrai sorridere, non ti chiedere per chi sia quel sorriso: tu sarai forse per lei uno strumento, ella per te — non vi è ponte. L'amore è un solitario che abita in noi stessi, e di cui la poesia è un soliloquio: non la conosciamo, e tutti gli sforzi per indurlo a parlare o per gettarlo nelle braccia di chi chiamiamo amante costano a noi e a lui una inutile tortura. Non chiedere alle donne che ti amino e non amarle, ma sii poeta ed ama l'amore. L'arpa non sente la musica, e non ti parrebbe pazzo chi, innamorato della musica, stringesse l'arpa sul cuore? Quelli che amano una donna sono appunto così, e sono ancora più infelici che pazzi... Musica, odori, voluttà: un'arpa che ha suoni migliori, un fiore che ubbriaca col profumo, una voluttà che accarezzando il corpo solleva l'anima e addormenta l'amore in un sogno inenarrabile, ecco tutto... ma bada a non innamorarti, per Dio! innamorarsi mai.

E rafforzò questa ultima parola con un colpo di fucile addosso ad un povero passero che passava assai fuori di tiro.

Carlo, che vide l'uccello così lontano, non potè frenare un atto d'impazienza.

CAPITOLO II

E avvenne una sera che Davide, levatosi in sul suo letto e passeggiando sopra il tetto della casa reale vide d'in sul tetto una donna che si lavava, la quale era bellissima di aspetto. Ed egli mandò a dimandare di quella donna.

_L. II. Samuele_, C. XI.

Un levriero dal pelo bianco e arruffato che spuntò correndo alla svolta della strada attrasse l'attenzione dei due cacciatori.

— Bello! esclamò subito Giorgio, e lo chiamava; ma il cane, cui forse la fucilata aveva messo in orgasmo, scorrazzava guatando e cercando da ogni lato, e a un tratto s'accostò a Carlo, dimenando la coda quasi all'incontro di una vecchia conoscenza, non però tanto vicino che sembrasse stretta: e lo fissava con due occhi sfolgoranti di curiosità.

Questi impallidì e si levò.

Poco stante s'intese il calpestio di due cavalli al passo: il levriero scomparve d'un balzo latrando festosamente: indi ritornò, ma una donna lo seguiva tenendo un cavallo per le redini; ella si arrestò, fe' un gesto di stupore: l'avvocato impallidì, e mentre Giorgio meravigliato li guardava, comparve, una figura nera sopra un cavallo bianchissimo.

Sarebbe stato un bel quadro: di fronte i due cacciatori col capo scoperto, ella in mezzo alta e bianca, vestita di un'amazzone nera che stringendole la vita con un corsetto dei più attillati scendeva in gonna a pieghe folte e minute da una forte ampiezza di fianchi sopra due stivali graziosi nella forma, quanto erano stupendi i piedini che calzavano: in testa invece del goffo cappello cilindrico portava un berretto indescrivibile, ornato con un largo nastro e una fibbia di bronzo dalla quale si alzava una mezza ala di fagiano. Aveva i capelli nerissimi, ai tacchi lo sperone ungherese, sull'abito nessun altro ornamento che i cordoni per allungarlo o raccorlo, a seconda camminasse o cavalcasse. Alle spalle le stava un cavallo baio di rara bellezza, bardato con finimenti bianchi, curvo del collo disegnando un arco, e la criniera e le briglie sfioravano quasi il terreno. Così libero e immobile, che sarebbesi detto pensoso, gli occhi intenti sull'orme della padrona, aveva del fantastico. Dietro a qualche passo contrastavano vivamente la mora col suo cavallo: questo bianco, arabo, colla testiera e le redini di seta, quella vestita pure di un'amazzone nera ma, invece del cappello, con un velo egualmente nero sulla testa e una larga cintura di cuoio alle reni. Era bellissima per la sua razza.

Il cane ruppe primo il silenzio, e la signora avanzandosi verso l'avvocato, che cercava degli occhi il cappello sull'erba per torsi l'imbarazzo delle mani vuote:

— Ritorno appunto dalla vostra villa, gli disse col più amabile sorriso.

— Oh!

— Ero venuta per un colloquio e la signora mi ha trattenuta così, che malgrado il mio serio bisogno, me ne sono quasi scordata.

Carlo s'inchinò per ringraziare, egli marito, di questo complimento alla moglie.

— Mi permettete, ella riprese con accento più gaio, d'invitarvi adesso da me? Debbo chiedervi consiglio per una lite che mi si minaccia. Siccome contavo di passare questo inverno a Bologna, il mio corriere mi aveva scelto in quel goffo palazzo dei Fantuzzi l'appartamento nobile e l'altro interno per ridurlo a serra. Io amo i fiori come i bambini amano i confetti. Adesso il padrone, giovandosi di qualche inesattezza di espressione corsa nella scrittura vuole togliermi quello della serra, così che dovrei cercarmi un'altra casa. Ciò è spaventoso, ed ero corsa da voi ad accaparrarmi il primo avvocato di Bologna e vincere la causa. Oh! non arrossite, proseguiva vedendolo colorarsi in volto a quella adulazione: quando si sortì ingegno nascendo e si spese la miglior parte della vita in uno studio, si ha diritto ad essere stimati; la modestia conviene a noi donne, che non abbiamo altri meriti.

E un fine sorriso le passò sulle labbra.

— Che cosa mi dite mai, signora marchesa...

— Vedete, il sole tramonta.

— E la caccia è finita, molto più che non ne abbiamo fatto.

— Coraggio, gli rispose Giorgio con una occhiata: se ne offre un'altra.

Ma la marchesa non se ne avvide, rivoltasi ad accarezzare il cavallo che le lambiva la mano sguantata.

— Ai vostri ordini, le disse quindi l'avvocato raccogliendo il cappello e adattandosi con certa galanteria il fucile sulla spalla.

— Accettate di accompagnarmi? mille grazie; ma allora aiutatemi a presentare le mie scuse al signore, cui se non guasto più la caccia, tolgo il piacere della vostra compagnia.

— Tieni, egli ribattè indirizzandosi a Giorgio con famigliarità malamente spiritosa: tu che mi trovi sempre noioso; ma non temiate di disturbarci, signora marchesa: quando sono con lui ozioso di professione, ozieggio io pure. Concedetemi pertanto di presentarvelo.

— Il conte Giorgio De Vinci.

— La signora marchesa di Monero.

Giorgio mosse un passo e le si inchinò colla grazia di un perfetto gentiluomo.

— Debbo accettare l'assicurazione del mio avvocato?

— Pur troppo: non ho motivo per trattenere Carlo, e me ne duole perchè avrei il piacere di sagrificarvelo.

— Sai, Giorgio, gli si voltò Carlo vedendo la marchesa disporsi a proseguire: tornando a casa, puoi passare da Mimy e dirle che se avessi a tardare non s'inquieti: sono dalla signora marchesa.

— Ah! il signor conte la vedrà questa sera... e si fermò.

L'occhio le cadde sopra un mazzetto di amorini sprofondatosele nel seno fra il vano di due bottoni: ne lo estrasse e presentandoglielo:

— Potrei pregarvi, signor conte, di portarglielo, ricordandole che lo ponga domani sull'abito bianco? Capriccio! aggiunse smorzando il tono delle parole; ho domandato alla signora Mimy di mettersi domani l'abito bianco, che finiva appunto di ricamare, e le mando questo fiore, il solo che convenga su quello. Sarà così bella in quell'abito!...

Egli prese il mazzetto, e la marchesa barattando un'occhiata con Carlo:

— Allora, signor conte, bisognerebbe che dopo accompagnato questo mazzetto dalla signora Mimy, accompagnaste lei domani a pranzo da me. Veramente è un abuso, ma dirò al mio avvocato che lo difenda come un diritto...

— Accetto, accetto: sono stato giurato e conosco Carlo.

Tutti sorrisero, meno la mora, che, immobile sul cavallo, pareva non vedere e non intendere.

Quindi la signora, facendo al conte un grazioso cenno, si mosse; l'avvocato si lanciò per prendere a mano il cavallo, ma questo fe' uno sbalzo.

— No, no, Bothaina, ella esclamò chiamando l'animale aombrato e che ubbidì subito alla sua voce: vienci dietro così: libera come lo eri nel deserto. Vedete, Bothaina non può soffrire gli uomini; io sola la monto e Zisa la cura. Vi pare strano? proseguì vedendolo tra il meravigliato e il confuso.

— Piuttosto...

— Perchè? Vi sono pure tante mogli che non sopportano i propri mariti.

E rise: egli l'imitò per non sapere di meglio. Poi le offri il braccio.

— Neppure, rispose, temperando però il rifiuto con uno sguardo lusinghiero: è tanto raro che ci possiamo muovere libere che non so rinunciarvi e mi ritiro in campagna quasi per ciò solo. Guardate i miei abiti: preferisco l'amazzone a tutte le vesti da salone: in sella, e via su Bothaina e il vento che rompendosi vi fascia la fronte come un velo... Se sapeste quanta voluttà proviamo noi donne, a battere fieramente il tallone agitando le braccia invece di appoggiarle timidamente su quelle di un cavaliere spesso più fiacco di noi! Andiamo, Bothaina.

L'intelligente animale nitrì e le si appressò quasi a lambirle il collo; ma ella lo respinse dolcemente, e fatto un ultimo saluto al conte si avviò con Carlo, del quale il portamento imbarazzato e l'ineleganza della persona apparivano adesso più vivamente.

La mora li seguiva, sempre rigida, e passando innanzi a Giorgio non salutò come avrebbe dovuto un paggetto.

Giorgio rimase ascoltando il calpestìo che s'allontanava, poi ricoricossi sull'erba e considerando gli amorini:

— È strano! e parve cadere in una fantasticaggine.

Il sole era già scomparso dietro il monte. I suoi ultimi raggi, aperti sopra l'azzurro del cielo come un immane ventaglio di fuoco, venivano mano mano smorzandosi: la luce si velava intorno e la campagna acquistava fondi più carichi e tinte più riposate. La sera montava dalla pianura allargandosi e insieme attenuandosi in alto, bella di una sommessa mestizia e di un sereno appannato. Appena qualche rumore fra le siepi e qualche voce dai campi. Gli alberi perdevano le fisionomie e laggiù l'Appennino si faceva bruno come un vecchio muraglione; pareva quasi un ammasso di nuvole trasportate da una bufera... poi si ottenebrava ancora e l'occhio si arrestava ai primi colli sui quali l'orizzonte si era abbattuto come una tenda. La pianura si era alzata e i pipistrelli usciti guardinghi dagli ignoti ripari vagolavano silenziosi ed incerti. Invano la canzone di un passeggiero in ritardo avrebbe voluto essere lieta, mentre l'ombra avvolgeva tutto fra i suoi veli, e ogni gorgheggio cessava fievole come il soffio del vento fra le piante frementi nei verdi mantelli. Epicureo moribondo, un fiore olezzava tuttavia, e una novoletta sospesa nel cielo quasi un'amaca sembrava aspettare qualcuno per andarsene. L'infinito che circondava la terra era svanito per sempre; solo la luna piccola e solitaria impallidiva nel cielo: adesso la terra era piccola.

Giorgio fantasticava.