Al di là: romanzo

Part 19

Chapter 193,723 wordsPublic domain

S'appoggiava a una bica di cuscini, nudo un braccio sotto il capo scoprendo un po' di spalla, ma il manto avvoltolato strettamente le disegnava tutto il corpo. Era appena colorata in viso, gli occhi le splendevano e le splendevano le labbra e i capelli ancora più neri dei cuscini. Da un lato del letto luccicavano la sua grande arpa d'oro e uno specchio; la mandôla era sul letto, e sulla sua cimasa sopra una mensola di malachite olezzava un altro canestrino di fiori. A piedi del letto nuda sopra una pelle d'orso bianco, stava Zisa la mora. Vedendo entrare l'avvocato Zisa si alzò e le sue catene d'argento, come aveva cantato, tintinnirono. Infatti un collare sfolgorantemente brunito le serrava il collo, un altro in forma di cinto le reni e due altri gli stinchi e due i polsi e due le braccia, ma congiunti fra loro con catene di un bianco appannato. I capelli sciolti e cresputi erano costretti sulla fronte da un diadema di coralli meno rossi delle sue labbra, come l'argento era meno candido dei suoi denti. Più alta e più svelta della marchesa, Zisa era ancora più robusta: le sue forme erano di una forza e di una delicatezza inesprimibili; l'anche e le spalle superbe; ineffabile il seno, più rotondo che nella Venere; il ventre piccolo e lustrato come di onice, le giunture stupendamente fini.

Una bella levriera le stava sdraiata ai piedi.

— Siete proprio voi? esclamò la marchesa senza scomporsi: avanzatevi dunque, si direbbe che vi faccio paura.

— Quasi! balbettò inoltrandosi e guardandosi intorno colla meraviglia del villano che entra la prima volta in un tempio.

— Sulema, disse la marchesa alla cameriera, ravvoltola il tuo manto e fanne un sedile: qui. Sulema, scostati. Sedete dunque; davvero che se durate ancora in questo stupore, mi farete pentire di avervi ricevuto nel mio gabinetto.

— Perchè non piuttosto nel vostro paradiso?

— Sentiamo: perchè venite con tanta premura a sorprendermi nell'ora del bagno? Avete qualche notizia importante o qualche nuovo rimprovero? A proposito, e la vostra bella rea?

— Condannata.

— Nel capo?

— Nel capo.

— Avete dunque perduto?

— E lo debbo a voi: voi mi avete insegnato a perdere le mie cause.

— Cosichè mi odierete ferocemente; e la bella donna volgendosi sul fianco veniva quasi a porgli il seno sul capo. Eppure non avete trovato finora una donna di me più generosa. Sono bella: vi permetto di dirmelo, di amarmi; mi lascio corteggiare, vi lascio essere geloso, vi ricevo come non ho mai ricevuto nessuno...

— Nemmeno Del Pino?

— Avvocato! ribattè con un ghigno adorabile a questa indiscreta interruzione: vi ricevo nel mio _Sancta Sanctorum_ ed osate lagnarvi? E se vi dicessi che siete voi l'ingeneroso, che amandomi furiosamente da due o tre mesi non mi avete ancora offerto un piacere o un dolore per i tanti che vi ho prodigati?... Ma perdono, adesso vi umilio e dimentico che siete già un uomo illustre e che non vi manca forse se non una grande passione per divenire un grand'uomo.

L'avvocato non si riscosse nemmeno all'accento civettuolo di queste ultime parole. Quella scena lo stordiva ancora più che non l'ammaliasse. Che cosa era quel gabinetto per la marchesa? Quella donna nuda ed incatenata? Perchè riceverlo così? La mente gli si aggirava rapidissima per mille supposizioni. che svanivano, appena toccate, come bolle di sapone; intanto l'odore dei fiori e quelle nude bellezze gli pungevano i sensi lanciandoli sfrenati come i cavalli di una biga. Una fiamma gli ardeva così cuore e volto, che se la marchesa non gli avesse imposto rispetto, avrebbe nitrito come un cavallo. Ma l'ebbrezza soffocata gli si condensava sempre più nell'anima, scuotendogliela con tremoti di vulcano, e acciecandogliela col fumo.

Elisa, che lo guardava, vedendogli fare come un gesto sonnambulo:

— A che pensate? gli chiese.

— A voi! rispose in inglese, per evitare almeno nel dialogo la presenza della schiava.

— E ne pensate male, certamente!

— Ebbene, sì. Perchè ricevermi in questo gabinetto? Non siete una donna comune per amare lo scandalo, supponendo ch'io vada a ridire ciò che mi avete mostrato, e non volete sedurmi, perchè non mi amate. Ascoltatemi, signora marchesa: avete ragione; siete tutto ciò che io non sono, siete bella, nobile, splendida... e io non sono che un povero avvocato, un povero nulla: vi ho amato, vi amo per quanto può amare il mio cuore, ma perchè forse mi manca quella poesia di immagini e quella musica di parole del vostro discorso, stimate piccolo il mio cuore. E quando anche lo fosse? L'ovo è pieno e il fiume lascia qua e là scoperto il proprio letto. Potevate rifiutare il mio amore da gran signora, ma lacerarlo a colpi di spillo, come Fulvia la lingua di Cicerone, è vendetta di miserabile e non di potente!

E quanto erano più dure le parole, era più malinconico l'accento.

— Lo so che siete bella, continuò con crescente emozione, e non occorreva la splendida insolenza di questo manto per farmene accorto.

La marchesa corse allora sulle proprie forme collo sguardo, quasi per accertarsi di meritare il rimprovero: egli seguiva con gli occhi gli occhi di lei, e siccome la marchesa tardava a rivolgerglieli, le prese la mano libera sul letto e la strinse.

— Per carità spiegatevi.

— È troppo difficile.

— Temete che non vi comprenda? sono dunque imbecille?

— L'ingegno, chi ne dubita? ma il cuore...?

— L'ho, ve lo giuro.

Ella tacque e guardò il gruppo delle schiave, che distratte fra loro non parevano prestare alcuna attenzione a quel dialogo.

— Iela! si volse chiamando la bella levriera: dammi un bacio.

Alla voce della padrona l'animale fe' uno sbalzo e si mise tosto a lambirle la mano con tanto amore che gli si dovette imporre di cessare: poi la marchesa chiamò Zisa ripetendole lo stesso ordine e le tese un piede così impercettibilmente, che l'avvocato non accortosene, sorrise alla scelta della mora di baciare quel candido piedino: indi Sulema, e questa la baciò sulla bocca appoggiando una mano sul cuscino, così che egli sorprese fra i loro seni lo sfiorarsi delle loro labbra. Ambedue le schiave si muovevano con disinvoltura di donne perfettamente vestite.

— Adesso scegliete, gli si rivolse la marchesa: datemi un bacio.

L'avvocato strabiliò: ma ella lo fissava con tanta potenza, che si levò: non osava, ed ella fredda al pari di una statua non arrossiva, non trepidava, coll'occhio immobile del serpe attirandolo irresistibilmente. — Si curvò, si curvò lentamente, si curvò ancora su quel viso inerte, su quell'occhio luminoso, inflessibile... oh, era un bacio impossibile! Pure seguitò a curvarsi sulla bocca... non un alito, un fremito — allora chiuse gli occhi da disperato ed avventossi ad un bacio come chi si lanci nel vuoto.

Ma in tale positura gli mancò un piede e cadde quasi sulla marchesa: potè rattenersi, e volgendosi al rumore delle catene agitate si vide dietro Zisa pronta a sostenerlo o a strapparlo dal letto.

La mora aveva gli occhi fiammeggianti.

— Non avete cuore, gli disse la marchesa respingendo la schiava con un'occhiata; un bacio sulla bocca! e non avete capito che vi era infinitamente più amore nell'altro di Zisa sul piede, e che un innamorato posto così alla prova doveva preferire l'amarezza di non baciare alla volgarità di ripetere il bacio di altri? Non intendete la poesia del dolore e non sarete mai che un mediocre voluttuoso. Bisognava baciarmi cogli occhi, offrirmi una lagrima; temevate che non vi comprendessi?

Carlo spalancò gli occhi.

— Oh spieghiamoci, ella proseguiva animandosi: me lo avete chiesto con ragione. È impossibile, non sarete mai il mio amante: voi non siete che sensuale e io sono voluttuosa: io voglio la bellezza, le voluttà raffinate dei poeti, lo splendore del lusso, l'ebbrezza della febbre... Il mio amante dovrebbe offrirmi tutto ciò, incoronarmi di fiori e pungermi di spine, essere bello, genio, forse pazzo, forse anche cattivo, e voi non lo siete — ringraziatene il cielo. Le mie donne, guardatele; sono belle come statue greche: voi me le rimproverate: non ci intenderemo giammai. L'amore, come lo concepisco io, non ha nè oscenità nè pudore, perchè la sua voluttà purifica quanto il fuoco, e nella sua armonia si perde ogni dissonanza. Se amassi un uomo raddoppierei il numero delle mie donne e gliele offrirei come un mazzo di fiori, egualmente beata, si compiacesse egli nell'ultima ancella o nella prima sacerdotessa del tempio. Queste parole vi sembreranno pazze — e vi sembrino. Stranieri di due mondi, ci siamo incontrati a caso, abbiamo creduto di poterci accompagnare e invece ci dividiamo stranieri; però dividiamoci amici. Soffiate sui vostri sogni come sulla polvere caduta sopra un cameo e conservate netto il cameo della vostra ragione. Partirò, mi dimenticherete e tutto sarà finito.

— No.

— Illusioni!

— Vi amo.

— Parole di amore, aria ricamata!

— Addio, e gli tese la mano; perdonatemi di avervi ricevuto così.

— Questa è la freccia del Parto.

— Che non vi ucciderà.

Carlo non poteva rassegnarsi a partire. Più ella gli mostrava l'impossibilità del loro amore, più vi si ostinava colla testardaggine delle passioni, che attaccate di fronte raddoppiano le forze nella resistenza. In questa tirata sull'amore non aveva tutto capito, ma quell'idealismo della voluttà non gli era passato invano sull'anima. Solitario e robusto abete alpino sentendosi fra le frondi use ai veli ricamati della brina una folata di profumi involati ad una palma, gli sembrava di destarsi dalla propria vita gelata a non so quale altra vita.... Quei tiepidi ed incogniti olezzi erano pur deliziosi! Qual cielo sorrideva sul capo della pianta felice, che li esalava? Quali uccelli facevano il nido fra le sue foglie e vi si davano appuntamenti amorosi? L'abete palpitava, ma laggiù nel deserto la palma incoronata di sole, avvolta negli odori, non pensava che a sè stessa o ad un'altra palma....

Era oppresso, si sentiva mancare il respiro.

— Sir Charles.

— Milady.

— Mi perdonate? e la voluttuosa guardandolo languidamente stiravasi nel manto, come una leonessa al sole aspettando il leone.

— Dunque addio: egli dava la mano per invitarlo a sorgere.

Egli ubbidiva.

— Aspettate; si gittano fiori sulle tombe: voglio gettarne uno sulla fossa del vostro sogno.

Sorse seduta, cosichè il manto disciogliendosi le lasciò quasi nudo il seno: afferrò la mandola e passandosi prima una mano sulla fronte come per correggere un riccio o ghermire una idea, lo guatò con occhio corrusco e cantò:

Vola, fuggiasca rondine, Che vengo teco a vol; Tutto è qui morto, o rondine, Dove dirizzi il vol? Lontan, lontan ceruleo Sorride il ciel, sorride Più alto il sole; o rondine, Quale più ti sorride? Vola, fuggiasca rondine: Fuggiasca volerò... Tutto è qui morto, perdermi Lontan, lontano io vò!

— Lontan lontano io vò, ripetè abbandonando la mandola e coprendosi il volto leggermente arrossito.

— Dunque addio...

— Addio, mormorò stringendole la mano e contemplandole il seno, come il condannato contempla il cielo nel salire i gradini del patibolo: però non si spiccava, ed ella in atteggiamento fra il languido e il modesto non si muoveva sotto quegli occhi fiammeggianti.

L'avvocato ebbe una forte contrazione nella faccia: le si chinò improvvisamente sul volto.

— Mi provocate, brontolò sordamente: e se accettassi? Sono più forte di voi.

— Provate.

Egli non si mosse; stettero qualche secondo scontrandosi col lampo minaccioso delle pupille come colla lama di un fioretto, ma vinse la donna. Quegli occhioni avevano una luce intollerabile e dura quanto il riverbero al sole di uno scudo brunito.

L'avvocato dovette abbassare i suoi.

— Accompagnate il signore, gridò la marchesa a Zisa congedandolo con un gesto.

Egli uscì lentamente, macchinalmente senza comprendere, nè rivolgersi: e Zisa ritornando trovò la marchesa nella stessa attitudine, ancora torva in viso.

— Leonessa! esclamò, inginocchiandosi presso il letto: non vorrei che una tana e vivere sempre con te....

CAPITOLO VII

Le sceptique qui n'ose douter de sa mère c'est comme l'athée, qui rumine Dieu lorsque le tonnerre gronde — blague et faiblesse! Le rire de l'ironie ne convient qu'aux forts et si tout philosophe est cousin d'un athée, tout rieur est neveu d'un gladiateur.

_Reponse à Lamennais_: Paroles d'un incredule. _Opere inedite._ — OTTONE DI BANZOLE.

Innamorato al di là delle proprie forze, dopo quella scena teatrale, Carlo non pensava più che alla marchesa; non studiava, non andava al foro.

In casa triste ed accigliato non s'incontrava con Mimy che a pranzo, ma evitava perfino di doverle parlare, quasi le odiasse il privilegio di piacere alla marchesa. E Mimy, delicata quanto una sensitiva, soffriva di queste maniere, ma non osava lagnarsi, pensando ai propri torti verso il marito, perchè Mimy credeva ancora l'adulterio una colpa, malgrado l'audacia di certe massime del suo giornale: e quelle acerbità ne erano come la pena.

Quindi, ritirata nel suo roseo gabinetto, tutto il giorno meditava e piangeva sulla sua triste vita e sul più triste avvenire, spesso consolandosi con Giulietta, che soave di anima e come donna incline alla cura degli infermi, riceveva quegli sfoghi di amarezza senza l'indiscrezione di volerli scrutare. Le due donne si amavano di profonda e tacita amicizia, e sebbene differenti di natura, perchè Mimy aristocratica nel senso più elevato della parola, e Giulietta plebea, armonizzavano tra loro come un bel fiore con una bella erba.

Giulietta sapeva della tresca col cugino e la disapprovava molto vedendone soffrire Mimy, ma entratavi complice rispettosa portando più di una lettera o vegliando più di un appuntamento, non le aveva mai fatto sentire nemmeno con uno sguardo tutta l'importanza del servigio: e adesso che Giorgio era stato respinto, le lettere arrivavano più frequenti per mano di Namouna. L'egiziana, che sapeva tutto parimenti, sulle prime aveva recalcitrato a far da corriere: poi per amore o per debolezza aveva dovuto cedere al padrone.

Quella notte che Carlo passò così malamente sotto le finestre della marchesa, Giorgio ricondusse Mimy nella propria carrozza. Per strada non dissero una parola, ma giunti a casa, invece di separarsi, Giorgio salì da lei.

Erano entrambi scontenti: sedettero guardando la fiamma. Giorgio si stancò presto di quel silenzio e volle ritentare la prova del mattino: usò ogni spirito per introdurre la conversazione, fu brioso, passionato, e non ne fece nulla. Mimy non lo ascoltava nemmeno; questa noncuranza lo esasperò.

— Ve l'ho già detto, gli rispose con dolcezza: voglio vivere sola i giorni che mi avanzano.

— Invecchierete presto.

— Lo spero.

Il suo accento era così sconsolato che Giorgio ne fu commosso.

Si levò, ella gli tese la mano.

— Perdonate, disse non badando all'impeto col quale gliela stringeva, se vi sono causa di dolore: so che mi amate più di quanto mi meriti, ma non posso amarvi e non voglio ingannarvi; lasciatemi questa ultima onestà.

Un singhiozzo le tagliò la voce.

— Mimy! gridò appressandosele.

— Oh! andate, ve ne prego, e lo spingeva dolcemente.

Egli indietreggiava sempre guardandole negli occhi tremoli di lagrime.

— Ditemi almeno perchè piangete, se vi debbo perdere; darei la metà della vita perchè piangeste per me.

— Cattivo! se lo sapeste... vi pentireste di questo desiderio.

L'indomani, nell'ora che Carlo entrava alle Assisie, egli ritornava da Mimy, ma Giulietta gli disse che la padrona era a letto indisposta e non riceveva visite: il volto della buona fanciulla era così triste che Giorgio non dubitò un momento della sua sincerità. Però insistette per essere ammesso, promettendo che si fermerebbe nel gabinetto a guardare nella camera dal buco della serratura, e le offerse per prezzo del favore un ricco anello che portava in dito — tutto fu inutile. La fanciulla, sebbene scossa un momento dallo splendore del dono, trovò nel suo affetto per la padrona abbastanza forza contro l'avarizia.

Giorgio dovette andarsene dopo avere scritto sopra una carta da visita questi due versi dell'Aroldo:

Ei che ama Delira. Amore è frenesia. Peggiore Però del male il risanare estimo.

Ritornò la sera e scelse l'ora del pranzo per eludere la consegna di Giulietta: infatti li trovò a tavola. Mimy lo salutò freddamente, Carlo gli fece appena un cenno col capo. Era burbero, l'altra languida e sofferente. Scambiarono qualche parola con fatica.

Appena finito il pranzo ella si ritirò.

Rimasti soli, Giorgio che sapeva di dominarlo malgrado la grande sproporzione di dottrina, affrontò risolutamente Carlo parlandogli della marchesa: ma questi esacerbato dalla scena poco prima subíta e inadatto a una guerricciuola di motti esplose, felice di avere qualcuno contro cui sfogare l'amarezza concepita contro sè stesso. Era come una rivolta di plebeo contro un nobile, e quindi senza misura. Carlo giunse fino alle insolenze. Se Giorgio non fosse stato buon gentiluomo e uomo di spirito chi sa come finiva; ma potè a stento troncare la scena e coprirsi la ritirata con un motto brillante come un razzo. Partì in modo che ritornare non era punto facile.

Così passarono più giorni. Il secondo era stato per Mimy giorno di ricevimento. Molte signore della ricca borghesia le si erano recate in visita. Già nella città vociferavasi degli amori di Carlo per la marchesa di Monero e di Giorgio per Mimy, cosichè il pettegolume vi ricamava sopra le più minute e false storielle, e siccome gli amanti erano tutte persone di levatura, si faceva loro l'onore di un più cieco accanimento, di una più acerba maldicenza.

Tutti gli oziosi, dei quali la vanità soffriva a contatto di ogni notorietà, si godevano alle calunnie propalate, come gente assiderata al sole: oramai nei club e nelle case non si parlava che delle stranezze del conte De Vinci, il quale già dissestato finiva di rovinarsi nei più pazzi capricci; e di Carlo, che geloso di Del Pino, il favorito della marchesa, non compariva più in tribunale o comparendovi vi commetteva, mal preparato o distratto spropositi da principiante.

Dal barbiere alla modista, dal pizzicagnolo al patrizio tutti erano occupati dello stesso soggetto, tutte le fantasie sbrigliate nel medesimo campo, tutte le malignità sguazzanti nel medesimo pantano — alcuni lioncelli della moda passavano dieci volte al giorno sotto le finestre dei nostri personaggi, quasi nella speranza di sorprendere una scena; e delusi la inventavano, conchiudendo forse per crederla a forza di ripeterla. I vicini del palazzo Fantuzzi e della casa Mimy stavano alle finestre colla costanza delle sentinelle: le borghesi s'invelenivano contro questi amori così forti da attirare tutti gli sguardi della città, le patrizie ingelosivano che Mimy, una borghese, fosse la principessa reale di Bologna e il più splendido degli eleganti ne andasse pazzo; gli avvocati e la gente seria dicevano cose orrende di Carlo, fingendo di compiangere il suo amore disgraziato per una donna, forse una avventuriera, di costumi insopportabili, che aveva ancora più amanti che cameriere. Si parlava di tutti loro come di un gruppo di soli discesi ad appollaiarsi sui merli della torre Asinelli.

Quindi ognuno di essi conosceva la mala parte che recitava in paese, ma nessuno ne soffriva più di Mimy: ella non comprendeva quelle velenose ed instancabili miserabilità; arrossiva, spasimava ad ogni puntura di zanzara come a una unghiata di tigre. E in quel giorno, essendo state sgombrate le strade dalla neve, si presentarono più signore del solito: Mimy riceveva nel gabinetto roseo. Cinque o sei signore e due giovanotti, belli quanto un figurino di mode, ma ancora più insipidi, la torturavano parlando di Giorgio e della marchesa di Monero. Colla ferocia delle donne, esse le chiedevano ingenuamente quale nuova passione rendesse così stravagante il conte, e la consigliavano a giovarsi di ogni mezzo per rimetterlo sulla buona via. Non si sapeva perchè quel povero giovanotto volesse stordirsi così: ieri sera aveva dato una cena mostruosa, poi scommesso col marchese Del Pino di andare e ritornare da Castelfranco in così poco tempo, che uno dei cavalli era morto ed egli s'era quasi accoppato nel cadere.

Mimy si schermiva alla meglio, ma dopo Giorgio entrava in scena la marchesa e le allusioni diventavano più fini, i morsi più atroci e gentili; si voleva offendere la donna e la moglie, mettere non solo il veleno, ma l'amaro in ogni parola e nullameno indorarla: nulla di più sorridente, un cicaleccio di squisitezza neroniana.

Giulietta entrò con un mazzo e una carta da visita. Era un dono di Giorgio.

«Mia bella cugina,

Essendo ammalato, non posso profittare del vostro giorno di ricevimento: vi mando un mazzo di fiori, che ho fatto comporre da Namouna e che vi prego di accettare. So che amate i fiori: io li invidio — nutrirsi di luce, parlare profumi, essere l'amore della gioventù, della bellezza e dell'amore... quale destino!

— Ah! il conte Giorgio De Vinci! esclamarono le signore in coro. Come sta? Guardate che bei fiori: sempre gentiluomo, sempre elegante!

E assediavano Mimy; si sarebbero lasciate strappare un occhio, e qualcuna ne aveva dei passabili, pur di strapparle quel biglietto. Leggere quel biglietto! certo v'era qualche parola di amore...

— Non sarà dunque gravemente ammalato se scrive: o ha fatto scrivere? domandava la moglie di un avvocato arricchitosi per tempo malgrado la notoria incapacità.

Mimy le tese il biglietto.

Questa lo prese con avidità mal dissimulata e lesse tanto prestamente che parve non comprendere; intanto le altre avrebbero voluto fare altrettanto o almeno leggerle al disopra delle spalle. Ella rilesse e restituì il biglietto con aria fra l'ebete e lo scontento.

Aveva sperato una dichiarazione d'amore e non l'aveva capita.

Vi fu un momento di silenzio. Mimy si sentiva sulle spine: quelle donne brutte, mal vestite, volgari, cattive le erano odiose: i loro discorsi maligni, la loro famigliarità senza abbandono e senza aristocrazia l'irritavano dolorosamente traendola alla mestizia. Le paragonò colla marchesa e il cozzo dei contrasti fu così violento che ne ebbe come le vertigini; ma a salvarla rientrò Giulietta annunziando:

— La principessa di San Marciano.

Tutte quelle borghesi scomparvero immediatamente nell'ombra e Mimy sola sostenne favorevolmente il paragone con lei, malgrado una evidente inferiorità di brio e di alterigia. Le due donne si rassomigliavano in certa guisa, entrambe pallide e gracili, ma la bellezza di Mimy era plastica e quella della San Marciano unicamente di espressione. Forse aveva la persona troppo slanciata, forse il collo sebbene flessuoso mancava di mollezza come tutte l'altre membra rivelate arditamente dall'abito: le scapole le sporgevano, la vita le si allungava soverchiamente, ma la sua figura con tutti questi difetti, e chi sa anche per questi difetti, aveva un vivace ed acre prestigio. Il viso estremamente piccolo e rotondo, appuntato nel mezzo, colpiva pel bianco spento e l'incredibile finezza della carne, quanto pel contrasto della bocca grandissima e di una soavità infantile col nasino, che spiccandosi abbastanza serio dalla fronte coperta d'una infinità di ricci, si rivolgeva gaiamente alla punta, interrompendosi come un epigramma troppo ardito. Gli occhi erano di quel colore, che laggiù in fondo all'orizzonte segna confondendoli i confini del mare e del cielo, e avevano una affascinante incertezza di espressione, mobili come il mare, sorridenti come il cielo, fulgidi colla volubilità delle onde e la trepidazione dell'azzurro.