Part 18
Che cosa non avrebbe dato per essere in quel gabinetto o almeno per vedervi dentro? Invece lì fuori, tremante di freddo, di gelosia, di vergogna, lì come una farfalla sorpresa dal gelo nelle ali cogli occhi fisi nel lume. Suonò un'ora, suonarono le due. Forsechè la marchesa e il marchesino si andrebbero a letto o il marchesino uscirebbe? Non vi erano ragioni per credere che uscisse a quell'ora, se fino a quell'ora aveva potuto rimanere. Ma le finestre si erano oscurate. Carlo saltò dal portico nella strada e si mise presso l'usciolo tagliato nel portone... A che scopo? Neppure egli lo sapeva, ma guai per l'altro, se fosse davvero uscito, colla smania di lotta che in quel punto agitava l'avvocato. Incollò l'orecchio ad una fessura e stette ascoltando; nulla: nemmeno un rumore di passi nell'appartamento superiore, nemmeno il martellare dello scrocco di un uscio: nulla, se non un'arietta che zufolando per la fessura gli indoloriva l'orecchio. Dunque non usciva? Si percosse violentemente la fronte e tornò sotto il portico. Le due finestre non si distinguevano più, tutte erano egualmente buie, indifferenti, impossibile fissarne una per cinque minuti ora che non avevano più espressione; il pensiero brancicandole scivolava come un caduto per la camicia di un pozzo. Bruno il palazzo, buie le finestre, e la strada bianca, fredda, deserta: la tramontana soffiava intirizzente; e non potersi distrarre, scaldare quasi al lume di quella finestra.
La notte era limpida, il freddo tagliente: che fare a quell'ora, sotto quel portico in faccia a quel palazzo muto?
— Resterò fino a domattina, masticò rabbiosamente fra i denti, e tornò a ripararsi sotto la porta.
Suonarono le due e tre quarti.
La strada era sempre bianca, fredda, deserta: le finestre non parlavano, ma invece i piedi gli spasimavano atrocemente e il fiato gli si congelava sulla barba: sentì mancarsi la risoluzione. Perchè quella guardia? O Del Pino era dalla marchesa e non ne uscirebbe che a giorno alto, ed era impossibile restare sotto il portico così abbigliato, quando la gente ricomincerebbe a circolare; ma quel lume non luceva più! A che pensare? In che divagarsi? A che rattenersi?
— Sono pur sciagurato! e si spiccò dalla porta per andarsene, ma la gelosia lo rimorse più acuta. E se Del Pino era là dentro?
Due grosse lagrime gli gocciolarono dagli occhi.
Erano le prime lagrime della sua vita, ma non gli furono un refrigerio alla maledetta arsura dell'anima: guardò ancora le finestre; poi finalmente se ne distolse imprecando. Povero Carlo! quelle poche ore gli avevano devastata la vita come un uragano devasta una bella pianura di orti e di vigneti, ma se la pianura ridiventa bella alla nuova stagione, egli forse non avrebbe mai più potuto dopo quella tempesta ritornare l'uomo calmo e forte di prima.
CAPITOLO VI
Quale influenza avrà un mazzo di fiori in un gabinetto, massimamente d'inverno, sopra una signora che respirandone il profumo senta l'uomo da lungo tempo simpatico parlarle d'amore? Certo queste due voluttà si mesceranno rinvigorendosi, e il linguaggio odoroso dei fiori servirà d'interprete al linguaggio dell'amore. Per me credo che la tappezzeria, i mobili, la luce, il lusso, la fisonomia di una stanza, un libro aperto, un periodo letto a metà, una immagine traveduta spiando lo specchio, un'eco raccolta in una parola, un'aria che si risveglia guardando il pianoforte entrino per assai nella seduzione di una donna. La pianta dell'amore non ispunta in terreno incolto, e perchè il cuore della donna sia fecondato bisogna che la rugiada lo bagni prima che soffi il vento e s'alzi il sole.
Ha ancora meno spirito di un marito l'amante che non conosce la propria insufficienza.
La donna è essenzialmente religiosa: tutto ciò che non è divino è nulla per lei — bisogna quindi crearle un mondo nel mondo ed esserne il Dio per imporle l'enorme sacrificio di amarvi.
_Contro Isocrate. Avvertimenti morali a Demonio._ OTTONE DI BANZOLE.
La mattinata era bella.
La neve caduta come un immenso mantello, che si fosse rotto fra gli alberi e sulle siepi, dava alla campagna un aspetto di desolata uniformità. Le sue case più distanti in quell'abbandono e senza verde intorno diventavano come incomprensibili — perchè abitare in quel paesaggio senza vita? Appena qualche esile colonna di fumo uscendo dai camini tremolava lievemente sui tetti, mentre un altro vapore più denso e più grasso alitava dai concimi, e i pagliai di un giallo dorato, più vivo, tra tutto quel candore sembravano cedere sotto il peso del loro elmo d'argento. Nessun rumore, nessuna attività: tratto tratto un ramo aiutato dal sole invisibile si rialzava scrollando la neve, come un cane che esca dall'acqua, o un uccello passava pigolando per la fame, spaventato dallo scoppio di un archibugio lontano.
Tutto era bianco nella stretta pianura, all'infuori di un abete o di una spalliera di mortella intorno a qualche casino abbandonato; ma sulla collina di San Michele, antico e vasto convento, una folla d'alberi brulli e frondosi rompeva per largo tratto il niveo tappeto, facendovi come una macchia. Non un sentiero era scoperto sui monti.
Avvolto in un ampio mantello, che cadeva in bei panneggiamenti, e calzando grossi stivali, Carlo usciva da Porta Castiglione, che suonavano le nove: sulla soglia della porta la neve s'era disciolta in una limacciosa pozzanghera impressa di orme e rigata da rotaia, ma al di là della strada di circonvallazione, l'altra della collina non era aperta se non da una stretta pista che smarrivasi dopo un centinaio di passi in un solco sudicio su quel candore — l'orma degli uomini nella natura!
Perchè venire a piedi non invitato a quel convegno? Che cosa ne penserebbero gli altri due?
Non vi aveva riflettuto.
Levatosi di buon mattino, s'era vestito da campagna dimenticando la seduta dell'Assisie, e avvoltosi nel mantello, quasi per uscire immediatamente, aveva invece egli stesso acceso il caminetto. Si sentiva stanco.
Non osò presentarsi a Mimy, temendo egualmente le sue domande e il suo silenzio; colpevole in faccia a sè stesso ed a lei, gli parve gran cosa di evitarla per meglio dimenticare. Adesso andava ripensando la scena della notte.
Giunse presto ove la strada si biforcava, da una parte svoltando verso San Michele e dall'altra proseguendo in serpeggiamenti su per la collina. Si fermò: avevano a passare di lì.
Attese un pezzo, poi guardò l'orologio: le nove e tre quarti.
Cominciava quasi a pentirsi di essere venuto, ma per cansare possibilmente il ridicolo di aspettarli, si disse che vedendoli muoverebbe loro incontro, come di ritorno in città da una passeggiata — forse da questo buco non l'avrebbe scappata, ma una scappatoia c'era. Stava immobile guardando, ascoltando. L'anima gli tremava, mentre il pensiero ritornando, malgrado tutti gli sforzi della volontà, ai dolori della notte li ridestava uno ad uno. Aspettare, sempre aspettare, e aspettare forse inutilmente!
Aspettava da venti anni.
Un rumore di passi e di voci al di sopra lo fece voltare. Due contadini venivano sghignazzando.
Quando gli furono presso, uno esclamò:
— E quel zuccone innamorarsi a quarant'anni! va là, che con un'altra donna in casa si deve star bene...
— Le case vorrebbero essere rotonde con una donna per cantone.
— E a quelli che s'innamorano aguzzargli i pali sulla schiena e piantarglieli... — ma si arrestò per rispetto dell'avvocato; senonchè il dado era ormai tratto e scoppiò a ridere volgendosi al compagno.
Carlo, che aveva inteso, li guardò allontanarsi così allegri, e mormorò tristamente:
— Hanno ragione.
I due contadini erano scomparsi; Carlo rimase ancora solo. Come tutto era bianco e freddo! Attendeva sempre, ma l'anima in quella aspettazione gli si prostrava invece d'impazientirsi. Tutta la sua energia l'aveva consumata nella notte. Oramai si rassegnava ad essere venuto inutilmente: i contadini avevano proprio ragione: egli era stato un imbecille innamorandosi a quarant'anni la prima volta!
Vennero le dieci, e stanco di quell'immobilità ritornò sui propri passi alla curva della strada, dalla quale si vedeva fino quasi alle mura, e nessuno! Sospirò, risalì, si spinse per la strada di San Michele, tese l'orecchio, acuì lo sguardo. Allora fantasticò, disse che la marchesa mancherebbe all'appuntamento, che non amava Del Pino, che aveva negato di venire all'Assisie per metterlo alla prova; ma nel più bello di questa argomentazione trionfante una voce sorse dal fondo della coscienza e gridò: no. Si smarrì, divagò, suppose un'altra passeggiata a San Luca, alla Certosa: quei due erano così stravaganti! Suppose che non la facessero, che fossero tuttora a letto, languidi della notte... Fu una idea micidiale, che volle invano respingere e che gli ravvivò tutti i dolori sofferti... Intanto il tempo passava.
Le dieci ed un quarto, poi le dieci e mezzo: la seduta doveva cominciare alle undici.
Bisognava risolversi; a che?
L'anima gli si frantumava nella tempesta con quella natura intorno bianca ed inerte: l'opposizione di tale calma esteriore rese più violenta la tempesta e lo decise.
Si ravvolse nel mantello dandosi rabbiosamente un pugno nel petto, e ritornò a gran passi verso la città: alla porta s'imbattè nei due contadini, che lo guardarono guardandosi fra loro.
— Strada San Vitale, palazzo Fantuzzi! gridò ad un vetturino che passava, cacciandosi nel fiacre.
Il cavallo, che era una rozza, seguitò il suo passo, mentre il cocchiere si alitava sulle mani intirizzite. Non ci volle altro.
— E frusta, mascalzone! ruggì abbassando lo sportello: paga doppia, ma frusta.
E lo incitò tanto che, offeso da quella prima parola nel suo sacro orgoglio di cittadino, il mascalzone si decise a frustare, ma non così il cavallo a correre, impedito dalla neve che scemavagli le poche forze lasciategli dalla fame. L'avvocato, che quelle piccole contrarietà facevano infine prorompere, scagliò bestemmie su bestemmie. Tutto gli si opponeva, persino le strade in molti canti barricate così che bisognava prendere delle giravolte: egli sbuffava dal caldo cacciando ogni tanto la testa fuori dello sportello. Finalmente infilarono via San Vitale: suonavano le undici.
— Tardi! bestemmiò saltando dal predellino, che la carrozza si muoveva ancora.
— La marchesa? domandò precipitosamente al portinaio, che spazzava l'atrio.
— Che cosa?
— È in casa?
— Chi?
— La signora marchesa, imbecille!
— No, rispose più alla seconda che alla prima parte della domanda.
Gli cadde il cuore.
— È uscita a cavallo?
— Un'ora fa.
— Sola?
— Sola.
Quando entrò nella sala dell'Assisie la Corte era diggià seduta: il suo compagno della difesa cominciava a spaventarsi.
L'accusata, chiusa nella gabbia di ferro, sembrava non accorgersi del pubblico e sedeva sull'ignobile panca, la fronte nella mano. Il suo viso, ancora giovane ma patito, aveva una malinconica espressione, resa quasi fosca dai capelli nerissimi, che mal pettinati, in treccie e in riccioli l'incorniciavano: era scarno, livido. La veste ampia e smollata non consentiva le forme della persona: ma la testa era di un bel carattere, vigorosa, cogli occhi affossati e nerissimi, le labbra sottili: la mano era secca e nervosa, il piede che spuntava dalla veste assai piccolo.
Siccome all'entrare di Carlo sorse un mormorio negli spettatori, ella si rivolse, incontrò il suo sguardo e riabbassò indifferente gli occhi.
Il processo era grave: trattavasi della testa.
Arrivando al banco, Carlo cadde così abbattuto sulla sedia, che il compagno gli chiese sbigottito se si sentiva male.
— Peggio, rispose con scherno doloroso.
L'altro l'osservò stupito e non osò interrogarlo di più.
Incominciarono le formalità: Carlo si volse al pubblico osservando le signore in prima fila, convenute in gran numero pel nome dell'avvocato e l'importanza della causa e il sesso dell'accusata — una donna che ha ucciso il marito a sangue freddo e senza un motivo apparente, bella, che può essere condannata nel capo, eccitava anche troppo la curiosità femminile: bisognava venire all'Assisie per penetrare quella fisonomia e leggere meglio del giudice nelle risposte, cogliere a volo la passione. L'accusata avrebbe paura? Svenirebbe se condannata nel capo? Problemi divertenti per gli sfaccendati, ed era il caso. Poi vi è sempre una certa voluttà a sentirsi libero e sano in faccia ad un altro prigioniero e moribondo.
Carlo corse rapidamente tutte le signore collo sguardo senza fermarsi ad alcuna, sebbene più di due begli occhi cercassero di incontrarsi ne' suoi per vanità.
L'interrogatorio proseguiva: l'accusata rispondeva con voce franca ma velata, senza iattanza e senza paura: si era passata una mano sui capelli e composte le pieghe della veste. Confessò l'omicidio, ma quando il presidente volle spingersi oltre colle domande, gli lanciò un'occhiata breve breve e si chiuse nel silenzio.
Le circostanze erano atroci.
— Badate, egli le disse commosso da quella ostinazione: tacendo potete pregiudicarvi ed essere condannata nel capo.
— E poi?
Carlo la guardò: in quel punto era bella.
— Somiglia quasi alla marchesa, e si volse udendo aprirsi la porta delle signore: entrava la principessa di San Marciano: nuovo rumore nella sala.
Il còmpito del Pubblico Ministero questa volta era assai facile, giacchè la rea si era accusata di per sè quanto lo si potesse: però il coscienzioso magistrato non volle venir meno al suo carattere di sicario della legge e si scagliò contro la donna colla maggior collera artificiale. Il suo discorso, breve ma noioso, fu un continuo scoppiettio di razzi rettorici, di sentenze morali: a sentirlo, la società aveva bisogno di quella testa per reggersi sui cardini, o tutto era perduto, la morale, il matrimonio, la famiglia, il mondo, Dio e probabilmente ancora qualcunaltro.
L'accusata non si scosse, o avesse un cuore molto duro o una mente molto distratta.
Rispose primo e vantando la irresistibile eloquenza dell'accusa il compagno di Carlo, ma la sua difesa, basata unicamente sul fatto, somigliò all'altro discorso, come si rassomigliano quelle coppie di fantocci che ornano i caminetti, e avrebbe potuto passare inosservata anche con vantaggio dell'oratore. Venne la volta di Carlo.
Vi fu un leggero bisbiglio, poi un silenzio di statua.
Carlo si levò.
L'accusata lo guardò curiosamente: il difensore era più pallido della rea.
Stette un momento colle mani appoggiate sul banco e la testa china, poi l'alzò alteramente e con voce prima lenta, poi mano mano più sonora e concitata proruppe nel mezzo della questione. Il delitto era un delitto di amore, l'ostinazione della pallida accusata nel rifiutare ogni spiegazione il pudore della passione; e qui ebbe movimenti di vera eloquenza. S'indirizzò ai giurati, e cacciandosi nei laberinti di quell'anima, che non conosceva, li trasse seco frementi, li aggirò a lungo negli umidi sotterranei ove germinano le idee e i sentimenti: mostrò loro quelli che insinuandosi per i crepacci delle volte arrivavano all'aria aperta ed al sole, gli altri meno fortunati che strisciavano al suolo o si abbarbicavano alle pareti, talora giungendo ad abbracciare le radici delle piante felici e a soffocarle colla dolorosa vendetta del vinto. L'analisi era viva, colorata, sensibile a tutti malgrado la sua finezza; commosso commoveva, onde accorgendosene ad una pausa si spinse oltre all'attacco, e negò quella testa al carnefice, negò alla società il diritto di morte, negò infine la colpa alla passione: fu oratore, fu quasi poeta, fu potente. Come fosse la cima di un monte vi salse prima correndo, poi ridiscese e risalì indicando alla gente ove mettere il piede negli scoscendimenti delle roccie: la salita era terribile, massime per gente borghese, ma l'avvocato ascendeva colla fronte luminosa: la sua voce toccava, blandiva, sferzava — bisognava buono o malgrado seguirlo, senonchè riguadagnando per la terza volta l'aerea cima cadde stanco egli stesso e dovette chiedere al presidente qualche minuto di riposo fra uno scoppio spontaneo, irresistibile di applausi.
Tutti guardavano verso di lui e verso la rea, che ammaliata da quella potenza lo fissava immobile.
Carlo era ricaduto colla fronte nelle mani.
Si voltò alle signore e non vide la marchesa, bensì Del Pino.
— Crudele! mormorò fra i denti.
Ritornata dalla passeggiata, perchè non veniva alle Assisie?
Questa durezza incomprensibile lo prostrò: fino allora aveva sperato e spesso nel calore della improvvisazione, udendo schiudersi la porta, sbirciava.
Se ella fosse venuta, quella testa era forse salva!
Dovette proseguire: senonchè tutto era in lui cambiato, persino il gesto e la voce; al bello e temerario oratore succedeva un floscio avvocato, che invece di negare quella testa la mercanteggiava cogli articoli del codice: e il discorso durò un'altra ora interrompendosi per ripetersi zoppicante, snervato, disgustoso; e svanita nel giurì e nella gente la prima impressione, il delitto riapparve nella sua luce sanguigna; il carnefice ridistese verso la testa della accusata la mano dianzi ritirata con ispavento. Nè a Carlo questo sfuggiva: sentivasi realmente venir meno, non aveva altra voglia che di finire, ma come accade spesso la parola gli avea rubata la mano, ed egli andava innanzi senza pensiero, quasi inseguendola...
Finalmente tacque e al suo tacere sorse un bisbiglio di disapprovazione. Che cosa gli importava della folla? Degli applausi o dei fischi di chi non poteva apprezzare il suo ingegno nè attirare il suo cuore? Fischi ed applausi della moltitudine, aria percossa! In quella sala, peggio in quella folla, gli pareva di soffocare; sarebbe fuggito, se il compagno non lo distoglieva come da un atto indecente verso l'accusata, la quale lo guardava più intensamente di prima, quasi per leggergli in volto la passione, che lo aveva reso tanto dissimile da sè stesso in così breve lasso di tempo.
Il presidente le chiese se avesse altro da aggiungere in sua difesa.
— Nulla, rispose levandosi e lanciando al Pubblico Ministero un'occhiata di disprezzo; se non che pregare i miei giudici di accordare la mia testa a quel signore, purchè ritiri almeno la metà delle insolenze che mi ha prodigate con tanto coraggio.
Questa risposta fu una folgore e tutti ne rimasero interdetti, perfino il presidente, egli stesso tanto avvezzo a strapazzare gli accusati.
Il Pubblico Ministero, lo constatiamo con grande compiacenza, pregando ognuno dei nostri innumerevoli lettori di crederlo per quanto incredibile, fu ancora abbastanza uomo per arrossire di sè stesso. Oh! il rossore di tale che non vive se non perchè si uccida ed è stimato in proporzione delle vite immolate; che per mestiere odia i caduti e li calpesta, che cuccia il dito nelle piaghe e le lacera, e più trionfa, più la vittima si contorce nello spasimo, oh! il suo rossore consola, perchè ci rassicura della nostra spiritualità sempre viva nell'ombra e nel fango di ogni opera umana...
L'avvocato era sulle spine: sapeva di aver perduto la causa; ma troppo incallito nel mestiere per provarne rimorso, e troppo orgoglioso per avvilirsi di un insuccesso, non pensava che a correre subito dalla marchesa per domandarle una spiegazione. Da due giorni aveva il cuore così gonfio di opposti sentimenti, che non versandone parte in un colloquio gli pareva di scoppiare.
I giurati ritornarono dalla camera: il verdetto portava la condanna del capo.
L'accusata l'accolse in piedi in attitudine modesta ma impenetrabile: non una nube le oscurò la fronte, non ebbe una contrazione alle labbra, un palpito nel petto; guardava colui che leggeva, poi girò gli occhi sul pubblico e più di una fronte legalmente pura si abbassò dinanzi alla pallida fronte della moribonda.
II Pubblico Ministero non potè frenare un sorriso di trionfo, nè Carlo la propria smania, e fuggì.
Corse diffilato al palazzo Fantuzzi.
— La signora marchesa è in casa?
— Sì.
— Sola?
La donna lo fisò meravigliata e fe' una smorfia.
Comprese di aver detto una sciocchezza ed aggiunse:
— Potrà ricevermi? bisogna che mi riceva; annunziatemi, ve ne prego, — e senza darle il tempo di rispondere si spinse nell'anticamera; la donna lo condusse al salone e ve lo lasciò.
Era ancora più agitato: cominciava a sentire la difficoltà di una spiegazione non ridicola colla marchesa. Passeggiò su e giù pel salone fermandosi davanti al ritratto di una matrona, che nuda il seno malgrado il poco calore dell'ambiente, sembrava guardarlo sorridendo.
Quel ritratto gli deviò i pensieri.
Poco dopo intese da una stanza attigua un accordo di mandôla e la voce della mora, che cantava con accento melodico e appassionato:
Oh t'amo! il sol ti sfolgora Nelle pupille, t'amo... T'amo... ogni accento spirami Sui labbri smorti... t'amo! Non mi guardar — mi palpita Troppo violento il cor... Della fanciulla è gracile L'innamorato fior! Schiava, vorrei rivendermi Sol per lambirti il piè; Farti un guancial del vergine Seno e soffrir per te.
La romanza si smorzò così voluttuosamente, che l'avvocato si sentì correre al cuore un fremito di poesia e attese palpitando che ripigliasse.
Zisa riprese:
E amar ti lascia, o pallida Sultana del piacere... Schiava di te, m'innebrio Di schiava nel pensiere. Una catena argentea Mi serra il collo e il piè: Ad ogni anello un bacio E non invidio ai re, Nè le regine splendide, Nè le corone d'or, Le Urîs al cielo; un raggio Mi basta del tuo amor.
Tremavano ancora le ultime note della mandôla, che l'uscio segreto si aperse e comparve la cameriera della marchesa accennando all'avvocato di entrare. Questi cadde da una meraviglia in un'altra maggiore, perchè la fanciulla non aveva altra veste che un ampio mantello azzurro, sotto al quale si vedevano i piedi stretti in sandali colle corregge egualmente azzurre: era accesa nel viso e le treccie nerissime le cadevano disordinate sul manto.
Egli ubbidì al suo gesto grazioso e le passò innanzi senza osare uno sguardo, ma entrando nell'altra stanza si fermò percosso sulla soglia. Era uno spettacolo degno delle _Mille ed una Notte_! Quella stanza era una tenda di damasco violetto a fiori giallognoli, la quale cadeva in ampi panneggiamenti intorno a quattro colonne di bronzo sopra un tappeto certamente orientale, tanto era bizzarro nel disegno e splendido nel colore. Un canestro di filigrana d'argento sospeso alla vôlta e colmo di gaggie esalava un odore dolce e penetrante: sotto di esso quattro tartarughe sostenenti una grossa lastra di acciaio brunito formavano un tavolino cinto da cuscini neri ricamati d'oro: sul tavolino fumava ancora una tazza di caffè presso un enorme dente di elefante bucarellato da infinite sigarette; e in un canto, sovra un magnifico letto di bronzo, coi piedi a grinfe d'aquila in gran parte nascosti da una coperta di raso violetto, stava la marchesa sdraiata in un costume simile a quello della cameriera, ma tutto bianco e senza sandali ai piedi.