Al di là: romanzo

Part 16

Chapter 163,729 wordsPublic domain

— Forse...

La marchesa si rizzò allora indolentemente sul busto ed appressandogli il volto al volto lo fissò con intraducibile espressione. Carlo fremette ed ella socchiudendo gli occhi, quasi le sfuggissero le parole:

— Forse! avreste dunque altrettanto cuore che ingegno?

— Ah! e voleva prenderle una mano, ma la marchesa erasi precipitata allo sportello chiamando col dito un giovane signore, mentre coll'altra mano tirava il cordone della livrea al cocchiere.

All'avvocato sfuggì una smorfia di dispetto.

— Signor marchese, ella diceva al giovanotto, cui aveva già dato la mano senza pensare a ritirarla: a quando la nostra trottata?

— A quando vorrete, ma con questo tempo...

— Riuscirà più bella: romperemo la neve; l'avete pur rotta a piedi per venire fin qui: e osservò la sua traccia.

Il giovane sorrise colla grazia di una donna e, voltandosi egli pure, le accostò maggiormente il viso e le susurrò basso basso, che Carlo non potè intenderlo.

— Mi romperei anche la testa per voi.

— Avreste torto, è troppo bella.

Indi:

— A domani mattina!

— L'ora?

— Sulle dieci.

— Verrò al vostro palazzo.

— No: ci troveremo fuori di porta Castiglione.

Il giovane le strinse la mano visibilmente lieto e si allontanò.

La marchesa si rigettò nel fondo della carrozza e il cocchiere spinse le vigorose cavalle a un trotto serrato. Passarono sulla fronte del Pavaglione, dal quale molti eleganti, che si annoiavano elegantemente in quell'ora, salutarono con altrettanta affettazione che premura; quindi voltarono pel Mercato di Mezzo, una specie di vicolo, e sfiancando dalle due torri infilarono via San Vitale fino al palazzo Fantuzzi: un palazzo, che non ha se non la facciata e barocca. Pochi saprebbero dire a quale scuola appartenga la sua architettura, piccola e pesante: le finestre vi sono quasi maggiori delle porte; sopra le finestre spiccano rilevati varii elefanti grandi come un maiale colla solita torre sulla schiena; il muro è scannellato, a quadroni come le colonne, e un cornicione quasi leggiero e molti scudi qua e là non effigiati coronano il tetto.

Salirono lo scalone signorile nell'ampiezza e pieno di statue di gesso; quindi la marchesa fe' accompagnare l'avvocato da una cameriera nella gran sala, dicendogli che tarderebbe poco a raggiungerlo. Egli traversò due anticamere arredate con gusto molto antico e si fermò nella sala, vasto stanzone del seicento ammobiliato con un lusso e una severità, che il nostro secolo non conosce più. Il soffitto ad intagli ancora vivamente dorati e seminati di rosoni s'apriva nel mezzo a nicchia per accogliere una donna dorata, che sosteneva con braccio forse troppo esile per sì enorme fatica un grosso lampadario di Murano; molti mobili di quercia intagliati s'appoggiavano alle pareti o sorgevano nel mezzo: mobili che avevano sfidato trionfalmente più di un secolo e più di una moda — e trionfavano ancora, massime un divano, che sembrava guardare compassionevolmente due piccole poltrone moderne di velluto: sui vasti tavoli si alzavano più vasti e limpidissimi specchi riflettendo vasi e statue di bronzo, ma fra tutti quei ricchi oggetti il più stupendo era un orologio di ottone a torre fra molte copie in marmi rari delle rovine del foro romano. Molti ritratti più preziosi nella cornice che nella tela pendevano dalle pareti, e un gran camino di marmo nero si apriva di contro alla porta, fra due finestre colle tende di damasco rosso e una gran sedia da un lato più simile a un trono che a una cattedra. Il salone ricco severo doveva diventare quasi fosco quando le tende abbassate vi rabbuiavano la luce già scarsa.

Carlo, che vi era stato molte volte, non si guardò nemmeno attorno: attese sfogliando un album.

Sentì entrare la marchesa e le mosse incontro.

— Non andrete a quel convegno? le domandò con ansia.

— Quale?

— Col marchese Del Pino.

— Ci andrò: una magnifica passeggiata sulla neve ancora vergine delle vostre colline. Poi Del Pino ha spirito e, permettetemi, ciò a Bologna è abbastanza raro perchè possa interessare.

— E se vi supplicassi di non andarci?

— Voi!...

L'avvocato trasalì.

— Vi offro un altro spettacolo; domani ho una bella causa all'Assise, un mistero; una donna che adorava suo marito e che lo ha ucciso. L'accusata è giovane, quasi ancor bella: è un gran carattere, perchè ha ricusato di narrare la più piccola circostanza, e alle mie rimostranze, che il silenzio poteva perderla, si è stretta nelle spalle. Io difendo la sua testa: venite a sentirmi.

— Sperate di vincere?

— Sì, se venite.

— Fanciullo!

— Venite e vi giuro di essere eloquente. Quella donna è vittima di una grande passione; non vi è più delitto dove entra la passione. Io svilupperò questa tesi, e i giurati, che sono uomini e non giudici, mi daranno forse ragione. E si fermò quasi per afferrare i capi da svolgere nella difesa. Se venite, forse le salverete la vita.

— Potrebbe essere un triste regalo.

— Del Pino, mormorò Carlo con uno scoraggiamento, nel quale sentivasi tuttavia molto orgoglio, avrà dunque più spirito che io non abbia ingegno!

La marchesa non rispose e si accomodò un riccio sulla fronte.

Chiusa nell'abito di velluto nero, la sua persona forse un po' pingue, un difetto che avrebbe rapito di ammirazione Tiziano e Rubens, aveva in quella attitudine una sveltezza assolutamente nuova, che la ringiovaniva senza farle perdere i pregi della maturità: un collo stupendo, il seno gonfio, la forma di un braccio che si disegnava, un piccolo piede che spuntava dalla veste, e due mani così morbide e nervose, che promettevano carezze insopportabili nella voluttà — e dal volto una espressione di saffica poesia, che le pioveva sul corpo avvolgendolo come in una luce... Era impossibile guardarla, esserle vicino, toccare colle pupille l'opaco pallore di quelle carni, sfiorare il turgore di quel seno, contemplare quella faccia così nobile e così cortigiana e non amarla subito, irresistibilmente... Forse un osservatore abbastanza vecchio per mantenersi calmo avrebbe sorpreso qualche civetteria nella posa e qualche studio nella espressione, ma erano egualmente irresistibili e bisognava sentirle anche non credendovi.

Carlo invece credeva.

Le prese audacemente una mano:

— Non lo amate, no?

— Amate! ripetè quasi svegliandosi da un sogno. Chi parla di amore? siete voi!

— Sì: non lo amate?

— Amate! quale strana domanda! forse che nel mondo si vive e si muore di amore? Si coglie un fiore, si odora, si gitta — ecco tutto, e voi parlate di amore...

— Non lo amate? insisteva.

— E voi? gli rispose con un sorriso, nel quale lo scherzo non vinceva la spossatezza voluttuosa.

Si fermarono.

— Io vi amo, soggiunse timidamente.

— Lo so.

— Non mi crederete?

— Mai.

La sua voce vibrò possente pronunciando questa parola, ma gli occhi non l'imitarono.

— Sapete perchè sono venuta dalla signora Mimy? per dirle che parto a giorni e che tornerò ad abbracciarla prima di lasciarci per sempre.

— Partite...

— Ebbene: suggeritemi dunque un altro partito invece di meravigliarvene; che cosa debbo fare a Bologna? Del Pino mi ha detto: andate a Parigi, e voi? voi, lo interruppe, mi dite per antitesi: restate. Che cosa farò a Bologna, ove non vi è che un salone, quello della principessa di San Marciano, la quale partirà probabilmente ella pure per Roma? Qui sono uno scandalo: la mia bellezza, oramai me ne avete persuasa, il mio lusso, la mia mora, tutto scandalizza... poi mi annoio. Quando l'anima è vuota, bisogna distrarla: occorrono divertimenti, quando non si hanno più passioni.

— Però Del Pino vi piace.

— È bello.

— Potreste amarlo? tornò ad insistere con voce tremula per l'emozione.

— Non lo credo.

— Non ci andrete dunque domattina?

— Vi ho già detto che andrò.

— Sola!

— Sola.

— E se si dicesse che siete la sua amante?

— Ciò potrebbe accadere; Del Pino è molto bello.

L'avvocato fe' un gesto violento.

— Non vi capisco, ruggì soffocatamente stringendosi la fronte nelle mani come per impedire alla propria ragione di rovesciarsi.

Quella donna gli dava le vertigini. Chi amava dunque questa bella che coglieva un uomo come un fiore? Mal dotto nello studio del cuore, l'avvocato si chinava su quell'anima come sopra una voragine dal fondo della quale saliva misto ad un fracasso di torrente un acre profumo di fiori. Quella donna partirebbe dunque per sempre! Il mistero dileguerebbe misteriosamente...

E Del Pino l'avrebbe forse posseduta: che importa se innamorata o fredda, quando la possedesse? Questo pensiero era anche più terribile dell'altro.

— Perchè non mi amate? le domandò colla ingenuità delle grandi passioni.

— Ma perchè voi medesimo non mi amate, sebbene crediate sinceramente il contrario. Volete che vi riveli a voi stesso? Vi servirà di consolazione nei primi giorni della mia assenza; dopo non ne avrete più bisogno. Oh! non protestate, non interrompete: l'eloquenza a domani. Voi credete di amarmi perchè non avete mai amato, perchè nato con uno spirito pratico e positivo, con minore fantasia di un aritmetico, avete sempre vissuto di studio e di sensi: perchè la vostra vita fino ad oggi era come il corso di un gran fiume per una grande pianura, calmo e maestoso... e io sono venuta a turbarlo. Io sono tutto quello che voi non siete: sono pallida, sono aristocratica, sono splendida: ho più cuore che voi non abbiate ingegno, più ingegno che non abbiate mai supposto in una testa femminile. Voi mi amate perchè vi siete detto: con questa donna la sazietà è impossibile — amore di uomo, amore di egoista. Siate sincero: nei vostri sogni, nei vostri progetti sulla marchesa di Monero avete mai pensato a ciò, che potreste offrirle in cambio di ciò che ella vi darebbe.

Carlo era attonito.

— Ho dunque ragione, ella proseguì melodiando la voce: credete adesso che io possa amarvi conoscendovi? La vostra passione è una illusione, che vi ho prodotto; forse conoscendomi meglio chi sa se non si dissiperebbe... Siete già un uomo illustre, fra un anno potete essere un grand'uomo: il Parlamento vi aspetta. La donna, che fosse vostra amante, avrebbe cento ragioni d'insuperbire: conterebbe i vostri trionfi, si farebbe della vostra gloria una toeletta più splendida delle più splendide, che arrivano da Parigi... Sperate: siete ancora giovane; le donne amano ancora gli uomini.

— No: poichè non mi amate.

— Siete sicuro se io sia una donna come tutte le altre? Se la vostra qualità di marito non sia un ostacolo, e non ricusi di amarvi per non deporre i miei baci sui baci di un'altra donna.

— Sareste gelosa di Mimy?... Non mi ha mai amato.

La marchesa raggiò.

— E voi siete in grado di dire altrettanto?

— Io... e si sconcertava sotto il suo sguardo. È impossibile, ella seguitò rammollendosi della persona, che l'abbiate compresa, ma la gracile delicatezza di quella donna deve avervi commosso a qualche ora; l'avrete amata: l'amereste ancora?

Questa domanda indiscreta era mossa con una curiosità così aristocratica, che l'avvocato arrossiva come un fanciullo.

— Non arrossite ancora, perchè v'inseguirò più avanti nel vostro segreto: dal giorno che mi amaste mi avete mai tradita? Non vi provate a mentire: vi leggerei la verità negli occhi e nella voce.

Egli fe' un gesto meravigliato e la marchesa, coprendosi il volto come dalla gioia, lasciò sfuggirsi:

— Mai?!

Carlo respirò.

— Partite, gli disse alzandosi tuttavia turbata: così che illudendosi come tutti gli innamorati, egli suppose che lo scacciasse pel timore di cedergli.

— Promettetemi di non andare con Del Pino, e me ne vado.

— Sono dunque bloccata, che mi si dettino le condizioni? Andate, andate: il vostro amore ha avuto oggi un bel giorno; siate una volta poeta, contentatevene; vorreste chiedere il meriggio al mattino?

— Perchè no? Partirete da Bologna?

— Chi sa.

— Prima d'amarmi?...

— Chi sa.

Si levarono.

— Come siete bella! mormorò quasi pallido quanto lei, ma di un brutto pallore.

Ella gli tese la mano, che afferrò con impeto: si mossero verso la porta. Tacevano. Egli le sbirciava il seno agitato dalla tempesta.

Passando dinanzi ad uno specchio vi si guardarono insieme e sorrisero di questa muta e significativa intelligenza da innamorati: la marchesa arrossì leggermente come sorpresa.

Si strinsero la mano.

— Ci andrete?

— Sì.

— Vi aspetto egualmente all'Assise: la seduta comincerà alle undici.

— Superbo!

— Sia: voglio costringervi ad applaudirmi; sarò meno brutto allora, aggiunse con malinconia.

E, saettandole un ultimo sguardo, fuggì.

— Zisa! chiamò la marchesa aprendo un usciuolo invisibile nella tappezzeria.

Comparve la mora.

— Fa preparare il bagno: quest'oggi è festa.

La schiava le cadde davanti in ginocchio.

— Dì? sono bella?

— Troppo...

— Oh! voglio essere amata: voglio ubbriacarmi d'amore. Tu pure sei bella... vuoi amarmi?

La voce le si affievolì, mentre ella cadeva sopra una sedia. Pareva sfinita, gli occhi le nuotavano in un umidore iridato, le labbra sempre rosse sembravano asperse di rugiada. La schiava le si trascinò ai piedi come un cane ed abbracciandole le ginocchia colle pupille fiammanti come due carbonchi:

— Io... io... sola! susurrò.

La marchesa volle chinarsi a baciare quella fronte più nera della sedia di quercia, ma Zisa l'afferrò a mezzo la vita e sollevandola con singolare robustezza fuggì per l'usciolo della sala.

CAPITOLO V

Se la lagrima della innocenza moribonda sulla gota della vergine esalta meglio del vino più generoso, il sudore che la febbre del peccato trae sulla fronte della adultera esalta ancora più di quella lagrima.

_L'Amore,_ Opere inedite — OTTONE DI BANZOLE.

L'avvocato era uscito ebbro di quella prima speranza e di quel primo insulto alla sua gelosia. Sino allora aveva sperato e taciuto come tutti gli innamorati: la marchesa era bella, grande, forse anche facile: pensava a lei tutto il giorno, ma ogni qualvolta l'incontrava tutto lo spirito gli svaniva a un tratto. Quel giorno invece aveva osato ripetere la semplice ed eterna dichiarazione: vi amo; s'era mostrato geloso e la gelosia era passata senza contrasti: aveva quindi riconquistato la propria superiorità di uomo, e con quell'invito alle Assisie forse anche decisa la vittoria. Quella causa bella e grave aveva l'interesse di un romanzo e si prestava a tutte le dichiarazioni filosofiche e sentimentali; una causa fatta a posta per sedurre una donna, poichè una donna n'era l'eroina e l'amore la ragione: egli contava di brillarvi insolitamente, di vincere sè stesso, e qualunque ne fosse l'esito, strappasse o no quella testa al carnefice, tutti i cuori sarebbero dalla sua parte. L'accusata era una di quelle romantiche figure, che paiono nate solamente per tessere un dramma e perirvi.

Domani era dunque il giorno più importante della sua vita, ma poichè la vittoria dipendeva dall'ingegno e dalla dottrina, era superbo di battersi con tali armi: così venti anni di solitudine studiosa, rimpianti nelle ore di malinconia, passati quasi fuori del mondo in un ambiente luminoso ma freddo, produrrebbero un giorno di vera apoteosi; alla luce della gloria si mescerebbe il calore della passione, mentre le porte di quel mondo epicureo, che aveva sempre condannato senza conoscerlo nemmeno nelle irruenze giovanili, si aprirebbero d'improvviso scoprendo la marchesa sulla soglia.

Esisteva dunque un'altra vita, un altro amore, un altro vizio diversi da quelli che aveva fino allora creduti?

Corse diffilato a casa per lavorare sino al domani, ma come si allontanava dal palazzo Fantuzzi l'esaltazione sensuale gli si mutava in una febbre di gelosia. Quell'ostinato appuntamento col marchese Del Pino era un nuvolone, che gli copriva il sole delle ultime parole e degli ultimi sorrisi della marchesa. Carlo raccapricciava al pensiero di essere amato e tradito nel medesimo giorno. Come la marchesa gli aveva detto con tanta audacia, egli era un uomo vergine e sensuale, di molto ingegno e di poco cuore. Impetuoso di carattere e di istinti, aveva domato collo studio e colle cure della professione la forza leonina della propria natura, arrivando a quarant'anni per una vita vuota di affetti e di avvenimenti, uniforme di luce e di calore.

Delle donne fino dal primo palpito virile non aveva amato che il sesso col trasporto del bevitore pel vino, dimenticandolo appena assaporato: purchè la forma fosse appariscente, poco importa se corretta, il contrario di Giorgio; molta carne, molta salute, molta lascivia — le qualità del vino: la polpa, l'odore, la spuma, — ecco la donna. Il cuore non era mai stato invitato ai banchetti rumorosi di quelle voluttà, la fantasia non aveva mai offerto per essi le sue sale meravigliose; solo il senso v'interveniva, potente, ubbriacone, spensierato; poi si addormentava, e la mente, vecchia e severa quanto una badessa, ripigliava la matassa difficile dei processi. Così a vent'anni, così a trenta, così ancora a quaranta.

Non aveva mai letto una donna o un romanzo; d'altronde non li avrebbe capiti: aveva inteso parlare d'amore come dell'Africa senza invogliarsene, o lo aveva studiato sugli innamorati delle Assisie come un caso di medicina legale. Le sue passioni erano lavorare, guadagnare, bere: quella la più carezzata, questa la più intensa, l'ultima la sola che dovesse frenare, e la frenava; forte quanto un Ercole, brutto come un Fauno, felice al pari del borghese, che dopo cinque lustri di drogheria arriva a comprarsi una villa o a sedere in un consiglio comunale — intelligente come pochi avvocati, ma nulla più di un avvocato. Però con tale tempra d'ingegno da simulare all'occasione molto sentimento nell'esame di una passione con osservazioni fini o distinzioni profonde; ma simile ai grandi casuisti del Rinascimento, che ci hanno lasciato i più stupendi e i più aridi trattati di psicologia, la comprendeva solamente colla testa.

Viveva borghesemente, se non che tratto tratto, forse per fisica influenza, si faceva tristo e pensava che la sua felicità non era poi gran cosa: mediocri le ricchezze, mediocre la fama, mediocri i piaceri: che era solo ed invecchierebbe con un domani eguale all'ieri; ma questi insulti di malinconia erano poco più efficaci degli schiaffi del vento sul granito: l'avvocato ripigliava il sopravvento sull'uomo alle prime migliaia di lire da guadagnare o al primo onore provinciale da cogliere.

Finalmente incontrò la marchesa, conobbe la donna e quel giorno si perdette. La filosofica uniformità della sua vita gli parve una monotonia insopportabile, la sua magnifica posizione borghese una miserabilità di fronte all'alterezza di quella donna aristocratica. Quindi apprese di non essere stato fino allora che un servitore del pubblico, mentre gli scandali della marchesa sempre al di sopra degli applausi e dei fischi, gli davano le prime vertigini della grandezza: e forte si appassionò di quella forza, s'innamorò di quella bellezza, fu preso da quella eleganza ed amò. Alla prima coscienza dell'amore temè di sè stesso, tanto si conobbe trasfigurato; poi temè della marchesa sentendosele inferiore: ma l'orgoglio arse sull'altare dell'amore, la gelosia soffiò e l'avvocato bruciò tutto come il mistico roveto di Mosè.

L'azalea fa prima il fiore poi le foglie: egli fu prima adultero che amante e marito. Infatti, i due coniugi non avevano famiglia. Carlo viveva nel suo studio, Mimy nel suo appartamento; amabili e rispettosi come due stranieri accomunatisi per qualche giorno; però in pubblico egli faceva le viste di marito e parlava acremente dell'adulterio, giurando seco stesso di punirlo se la moglie v'incappasse, meno ancora per sentimento di marito che di conservatore. Carlo era a Bologna un capo di questo partito.

Si chiuse dunque nello studio, ma aveva appena slegato il fascicolo del processo e disposti alcuni libri, che la smania lo vinse e dovette levarsi e camminare. La passeggiata della marchesa lo angosciava. Uso a considerare la donna nelle solite categorie di vergine, di sposa o di madre, l'anomalia della marchesa lo sconcertava — quella castità di cuore quasi straniera a ogni capriccio della carne, quell'alta concezione dell'amore, quella facile inconsideratezza e insieme quella inaccessibile superiorità gli passavano davanti al pensiero come figure di lanterna magica agli occhi di un fanciullo. Come cedere ad un uomo senza amarlo e confessarlo poi ad un altro, che vi ama ed è profondamente geloso? Chi era costei che passava sul fango senza macchiarsi la veste? Quali seduzioni usarle? Da qual parte insidiarle lo spirito o i sensi? Quella donna era capace di una grande passione e forse come Diogene la cercava colla lanterna dello scandalo. Carlo vaneggiava: povero falco innamorato di un'aquila, si smarriva nel cielo guardando lei che saliva sempre sublime, e guardando la roccia sulla quale la superba gli era passata dappresso volando.

— Del Pino! Del Pino! mormorava a denti stretti camminando su e giù per lo studio, e quel nome lo irritava come una frustata: si dirupava sul bel giovane biondo, lo frantumava, lo pestava, passava, ripassava su lui, tremendo, rabbioso... ed ecco ancora Del Pino ed Elisa, bianchi come la neve, che salivano un poggio tenendosi per mano colla distrazione degli innamorati: il vento sollevava le criniere dei cavalli e i ricci sulla fronte di lei; il vento era gelido e non lo sentivano... Come erano belli! come si sorridevano!

Non volle vedere, negò a sè stesso la verità di quell'appuntamento, li raggiunse anch'egli a cavallo, sebbene non ne avesse in tutta la sua vita inforcato un solo, e rovesciando furiosamente il bel giovine ne prese il posto: ma Elisa ve lo intirizziva con quel suo sguardo fiso, metallico... No, non ci andrà, verrà all'Assisie: venga a sentirmi in questo processo d'amore, poi mi paragoni con lui e scelga il più bello: accetto. Così parlando si rimetteva allo scrittoio tutto infervorato, ma se ne toglieva ancora: andava, veniva, bestemmiava, sorrideva; sogni e sentimenti gli si urtavano nella testa e nel cuore, si struggeva di miseria e di beatitudine, più della prima che della seconda. Invano forte di una lunga abitudine volle ostinarsi a studiare; il pensiero più indocile di un ragazzo divagava quinci e quindi: più invano volle credere quella passeggiata un appuntamento amoroso o un puro capriccio — la febbre gelosa gli impediva ambe le spiegazioni e il dolore del disinganno non gli era in quel punto meno necessario dell'entusiasmo della confidenza.

Finalmente Giulietta venne ad avvisarlo pel pranzo: oramai annottava.

Mimy era già nel tinello estremamente abbattuta nell'aspetto: sedettero e si disposero a mangiare; non ne poterono nulla.

Mimy si arrovesciò sulla sedia.

— Non mangi?

— Non ho fame.

— Nemmeno io.

Marito e moglie innamorati della stessa persona, entrambi senza appetito!

Carlo si sentiva scoppiare.

— Dunque la marchesa parte?

Mimy alzò vivamente la testa.

— Ti dispiacerà, non è vero? È tanto tua amica! Perdio! bisogna convenirne, è una gran donna; non ne ho mai incontrate di simili... Ma è un capriccio incomprensibile, prendere in affitto un palazzo per un anno, farvi mille spese e abbandonarlo dopo due mesi. Capisco che è una gran signora... E l'altra di domattina? Fuori di Castiglione col marchese Del Pino, loro due soli a rompere la neve coi cavalli — Ti stupisce? Non lo sapevi? è cosa da insensati.

E si vuotava il bicchiere: Mimy aveva sbarrati gli occhi.

— Loro due soli; confessa che di peggiori non se ne può inventare. A proposito: domani va la mia causa all'Assisie. Vuoi venirci, Mimy? L'accusata è molto simpatica e ti piacerà: avevo anche invitata la marchesa, ma pare che quella gita le stia molto a cuore, e non verrà. Dovresti andare a trovarla e condurla teco: ti prometto uno spettacolo bello.