Al di là: romanzo

Part 15

Chapter 153,697 wordsPublic domain

— Avete ragione, e accentuava singolarmente le sillabe: è una follia pretendere di fare sopra un'anima, per quanto grande, tale impressione che solo la morte la cancelli... eppure è una ingiustizia! Che siamo passeggiere sulla terra, poco importa; il mondo non è abbastanza bello per inspirare il desiderio della immortalità, ma che le passioni siano in noi passeggiere, che nella vita non possiamo attaccarci solidamente a un amore, a una speranza...; ma allora spiegatemelo voi, — insisteva con una esaltazione crescente, — voi, signora marchesa, che siete una donna superiore, perchè il cuore crede alle passioni che sente e adora quelle che desta, se queste morranno assai prima di quelle?

— Non so.

Poi si levò lentamente andando al tavolo sul quale era rimasto il manoscritto, lo prese senza che l'altra assorta se ne avvedesse: e leggendo ove prima le caddero gli occhi, pronunciò ad alta voce:

«Se un angelo venisse in una delle mie notti insonni a dirmi: Vuoi tu amare sulla terra, e il tuo amore lo vuoi felice o infelice? Credo che esiterei lungo tempo prima di rispondere, e forse non mi deciderei nè per l'uno, nè per l'altro: vorrei che il mio amore fosse molto la felicità della persona amata e quasi altrettanto la mia infelicità, perchè nessuna passione deve essere più voluttuosa di soffrire e sentirsi morire inebbriando l'amante.»

— È vostro questo pensiero? è pur delicato! e proseguì:

«Vorrei morire di questa passione, morire giovane, morire lentamente, ma sopratutto morire bella, perchè l'amore dell'amante non si affievolisse colla mia vita e consolasse il mio tramonto primaverile col voluttuoso tepore del suo meriggio — vorrei morire innamorata per non sopravvivere al mio amore e per farmi del suo il lenzuolo da riposarvi mollemente tutta l'eternità. Moribonda, sorriderei fissandomi nel suo volto, come un fiore s'incanta nel sole che lo ha ucciso a forza di baci. Bianca sopra un letto tutto bianco, un po' scarna, i capelli un po' in disordine, la mano secca e nervosa serrata nella sua: morire un vespero senza nessun altro nella camera, nè rumori al di fuori, nè raggi di sole che insultassero colla pompa del loro splendore alla calma di quel silenzio e di quella ombria: morire per avere troppo amato, per aver fatto troppo godere, per avere troppo goduto, non trovando modo di espanderla la voluttà del vostro cuore: morire per seppellire seco tutti i tesori di bellezza e di passione, per assaporare nella stanca impotenza del senso la voluttà della morte dallo strazio dissimulato dell'amante....»

Durante la lettura Mimy aveva più volte mutato di aspetto: il pallore più spento, il rossore più vivo le si erano avvicendati fuggevolmente sul viso; più d'una volta aveva dovuto mettersi una mano sul cuore per frenarne i battiti troppo violenti ed impedire alla vita di smarrirsi: anelante, esterrefatta seguiva cogli occhi gli occhi della marchesa, tremando sempre che all'incontro di una parola si rivolgessero verso di lei e l'interrogassero. Avrebbe sofferto non so cosa per distruggere quel manoscritto, incauto confidente de' suoi dolori, ma la commozione troppo violenta non le lasciava forza di strapparlo di mano alla marchesa, nè tampoco di chiederglielo.

In quell'ansia Mimy perdeva la ragione, e ciò era tanto più spaventoso, che nella faccia pareva calma, attonita nella marchesa.

Questa si rivolse, e abbassando il manoscritto con atto di scoraggiamento:

— E dire, mormorò, chè un uomo avrà inspirato tanta poesia e tanta passione ad un cuore di donna!

— Un uomo! ripetè scattando dal divano e accostandosele con passo quasi di belva senza perdere di vista il manoscritto.

— Mi sarei ingannata, o sarei troppo indiscreta chiedendovi il suo nome? Deve essere un uomo molto bello, perchè questa morte vagheggiata tenendolo per mano non somigli ridicolmente a una morte volgare con un marito o un prete al capezzale. Vorrei essere la vostra migliore amica per sapere il suo nome.

— Il signor conte De-Vinci, rispose Giulietta affacciandosi dopo aver bussato inutilmente alla porta.

Le due donne si scambiarono un'occhiata luminosa: la marchesa di rimprovero, Mimy di disperazione.

— Non sono in casa per nessuno: mi pare che ve ne avevo avvisata.

E mentiva ingenuamente: quel giorno era di ricevimento.

— Scusi, signora, si scusò impaurita all'insolita maniera la fanciulla, ma il signor conte è arrivato col signor Carlo, e mi hanno ordinato di annunziarli.

Mimy abbassò il capo.

CAPITOLO III

Josè, repondit-elle, tu me demandes l'impossible: je ne t'aime plus, tu m'aimes encore... Je pourrais bien encore te faire quelque mensonge, mais je ne veux pas m'en donner la peine.

_Carmen._ — MERIMÉE.

— Il mio giornale! esclamò udendo rumore nell'anticamera.

— Il vostro giornale... ripetè la marchesa, fissandola con occhio scrutatore.

— Datemelo, datemelo! insisteva torcendosi le mani con aria di sì pietosa desolazione, che lo ottenne; ma quasi troppo tardi, che potè appena insinuarlo nel cassetto, mentre Carlo e Giorgio scostavano il cortinaggio della porta.

Si avanzarono sorridenti, Giorgio verso Mimy e Carlo verso la marchesa.

— V'ingannate, questa gli rispose ad un complimento susurratole a bassa voce: ero venuta dalla signora Mimy, e la guardò che rimaneva seria al saluto allegro e leggermente trionfale di Giorgio.

Vi fu d'ambo le parti uno scambio di insipidezze, e finalmente Elisa si levò.

— Mi lasciate? le disse Mimy, accostandosele cogli occhi sbarrati.

— Sì: debbo provare una romanza giuntami stamane da Parigi: ritorno a casa; d'altronde, sono stanca.

— Di me?

— Oh! non sono vostro marito, nè un avvocato io per stancarmi di una persona così bella quando la possedessi.

E così parlando si riadattava il cappellino elegantissimo con una orlatura di martora su velluto nero.

— Mi permettete di accompagnarvi? le chiese Carlo intanto che Mimy andava a prenderle il manicotto da una poltroncina: ve ne prego, aggiungeva sommessamente.

— Quando la signora Mimy lo permetta, e la fissò; ma la povera fanciulla non sostenne l'occhiata e abbassò gli occhi accarezzando il manicotto.

Carlo e la marchesa si mossero.

— Ringraziatemi, le disse questa sorridendole un ultimo addio: non vi lascio sola.

Mimy rimase colla tenda in mano e seguitò a guardare per la porta, che l'altra era già scomparsa. Allora Giorgio, rimasto estraneo a questa scena così indifferente d'aspetto e viva d'interesse, le si avvicinò sulle punte dei piedi e abbracciandola strettamente per la cintura:

— Sola! ripetè, come l'eco dell'ultima parola della marchesa, della quale s'intese la carrozza rotolare sordamente sulla strada nevosa.

Ella lo guardò senza rispondere.

Giorgio e Mimy erano dunque due amanti, poichè si avevano l'uno e l'altra, e il mondo che incredibilmente vecchio è da lungo tempo positivo, li avrebbe, conoscendoli, giudicati per tali — li conosceva e così li giudicava: amanti non importa se di anima o solamente di corpo. Ma in fatto Mimy non amava Giorgio, almeno come credeva che avrebbe amato amando: ed egli invece l'amava meglio che non lo pensasse e dicesse malgrado l'esaltazione di certe lettere ad Anselmo, che sentivano la smania di autore. Quella donna era troppo delicata per abbandonarsi con voluttà all'uragano di un amore maschile: la quercia si rialza con sibilo beffardo sotto il soffio dell'aquilone, mentre la rosa invece vi si sfoglia: la cavalla di razza s'inpenna superba sotto lo sprone del cavaliere, ma l'agnella si accascierebbe se il pastore volesse montarla: Giorgio in questo caso era il pastore.

Ella soffriva ancora più di questo secondo amore di Giorgio, che del primo amore con Carlo.

Giorgio, essa lo ammetteva, era bello per un uomo: ingegno di filosofo, cuore di poeta, eleganza di artista, una scioperataggine di epicureo, una vita tempestosa sibbene vuota di avvenimenti: una agitazione febbrile in tutte le azioni, una superiorità aristocratica su tutte le persone, una disperazione latente che si scopriva tratto tratto in uno slancio lirico: tutte queste qualità e questi difetti lo rendevano un amante ideale e quasi da romanzo, molto più che a Bologna era il re della moda e tutte le signore dell'alta società si disputavano la sua corte o almeno un suo elogio — era bello nell'anima e anche nel corpo, nonostante la mediocre purezza delle sue forme vaghe di quella inesprimibile eleganza, che l'arte non ha saputo ancora rendere ed è la più irresistibile di tutte le seduzioni: era bello e non lo amava: anzi si dibatteva nel suo amore senza la forza di liberarsene.

Quella passione egualmente sfrenata nella voluttà che eccelsa nel sentimento la commoveva a suo dispetto: il vento la investiva sollevandola in alto in alto, ma appena quietava, ella ridiscendeva in sè medesima e la coscienza la rimordeva di essere lo zimbello e il carnefice di una passione non contraccambiata, dopo di aver tradito un uomo per un altro uomo. Allora la bella infelice scoppiava in pianto, o aprendo il giornale, di cui già leggemmo qualche pagina, cedeva al prestigio del suo eterno pensiero di amore, e scriveva.

Nè a Giorgio, poeta e uomo di spirito, era sfuggita quella inquieta preoccupazione.

— Mimy, le disse un giorno, che la sorprese in lagrime, Carlo ti rende infelice: vuoi abbandonarlo? Andremo in Svizzera, starai sempre meco.

Senonchè Mimy per risposta si era sforzata a rattenere le lagrime e non si era più mostrata piangendo.

Ma Giorgio non si appagò; stranamente infelice egli medesimo, ovunque sospettasse un dolore nascosto lo perseguiva forse per una misteriosa affinità, forse per l'egoismo di non essere solo a patire: e questa volta la lusinga era tanto maggiore che, per servirci di una sua espressione, quel dolore era un velo, dietro il quale si celava la parte migliore di Mimy. Quindi le era sempre intorno per indovinarla, ma ella se ne accorgeva, si schermiva, e come donna vinceva. Tutto era vano; generalmente Mimy finiva col sorridere mestamente al suo armeggio, e quando lo vedeva stanco, gli stringeva la mano per compenso e si lasciava baciare.

Una volta egli toccò della marchesa, dicendole che ne era innamorata: Mimy vi convenne troppo facilmente, ed egli non vi pensò altro.

In questa guisa durava da qualche tempo; il carnevale era vicino. La marchesa veniva raramente da Mimy; Giorgio quasi ogni giorno e più di una volta; Carlo non si accorgeva di nulla come marito e come innamorato di Elisa, che lo teneva al guinzaglio come un orso, facendolo ballare con un complimento o un epigramma. Ma già cominciava a susurrarsi di questa simpatia dei due cugini, e poichè Mimy era molto bella e Giorgio il re della moda, signore ed eleganti vi si interessavano mordendo così, che con tutto il suo spirito egli stentava non poco a fronteggiare quell'armata di calunnie e di pettegolezzi.

Ella non usciva più dal suo appartamento. Lo aveva tutto rinnovato con gusto abbastanza artistico per la modica somma e una città come Bologna: le pareti erano in mussoline persiane, le tende in lana, i mobili di acajou e in seta, gli intagli non dorati; aveva un gabinetto color di rosa, soffice, femminilmente soave, e una camera da letto di un azzurro cupo e severo — ecco tutto: passava spesso le intere giornate nella camera da letto seduta sopra una lunga poltrona ricamando, leggendo o meditando.

Ogni giorno si faceva più pallida e più bella: molle della persona come una Ondina, dimagrando insensibilmente perdeva in mollezza e guadagnava in sentimento: e poichè l'istinto del bello e della civetteria è inestinguibile nella donna, aveva cangiata pettinatura accomodandosi i capelli lisci sulla fronte come le madonne e lasciandone cadere sulla spalla un riccio mal inanellato o una treccia incompiuta.

In quella camera riceveva Giorgio. Aveva fermamente rifiutato i convegni in un'altra casina, come sogliono usare gli amanti, perchè mettere all'amore l'orario e il domicilio, le sarebbe parsa l'ultima degradazione.

— Perchè non tieni qualche vaso di fiori? li ami tanto e ti somigliano tanto! le aveva dimandato un giorno, che ella era più triste.

— Forse per vederli appassire con me?

— Sei troppa afflitta: non mi ami più.

— Avete pur detto che amo i fiori, e lo guarda con un sorriso, di cui lo scherzo nascondeva male l'ironia.

— Non mi ami, aveva ripetuto, ed era uscito.

Quel giorno invece Giorgio era più allegro e innamorato del solito: la teneva abbracciata sul divano e, coprendola di carezze palpitanti, si fermava di quando in quando a guardarla come un artista: ma ella inquieta non gli badava, anzi, ritraendosi troppo bruscamente ad un suo atto, gli fe' battere la testa sul dosso del divano.

— Mimy! esclamò stupito.

Poi, lasciandosi scivolare, le si accovacciò a' piedi.

— Vediamo se hai cuore di respingermi; ti converrà farlo col piede, e prendendogliene uno nel pugno, le trasse la pantofola di velluto cremisi cogli orli di seta rossa e se la mise al di sopra della spalla sul cuore. Non mi vuoi bene? non importa: ti amo per me e per te, e se il tuo cuore è più piccolo del tuo piede, il tuo piede è così bello che mi compenserà del tuo cuore. Cattiva! te lo leggo negli occhi — adesso, se non mi odii, mi disprezzi: vuoi provare una voluttà veramente femminile? calpestami. Sei abbastanza bella, così pettinata, per sembrare una madonna: io farò da dragone. Calpestami: ti giuro che non proverò minore voluttà di te: anche l'abbiezione, sai, ha la sua ebbrezza...

— Ma, Giorgio! mormorava cercando di ritrarre il piede.

— No.

— Sii ragionevole.

— O il piede o tutto.

— Il piede dunque, e le sfuggì un gesto di dispetto.

Giorgio si levò sulle ginocchia.

— Ma è proprio vero che non mi ami?

Mimy rivolse lo sguardo.

Giorgio si era fatto cupo, Mimy grave: le sedette a fianco, e con sforzo visibile per parlare cominciò lentamente:

— Non mi avete dunque mai amato... è dunque vero? Qualche volta ne ho dubitato, ma era un dubbio troppo atroce per potermivi fermare. Siate almeno generosa... ditemi qual è il vostro ideale e vi prometto di raggiungerlo. Ma queste parole sono stupide: voi, che non mi amate, ne ignorate voi stessa il perchè. Lo so che sono brutto, senza gloria, che non posso offrire nessuna corona alla vostra vanità — che siete troppo bella per me... Mi amate! esclamò improvvisamente; non è vero che mi amate?

E prendendole le mani la forzava a rispondere.

— Giorgio....

— Io voglio essere amato: lo esigo. Badate: mi attaccherò al vostro amore come un naufrago: vi farò affondare meco se non mi amate.

— Questa la credete una minaccia?

Giorgio indietreggiò: lo sguardo di Mimy aveva una strana limpidezza.

— Spieghiamoci, disse dopo una pausa. Non mi amate?

— È vero.

— Che! e si cacciò le mani nei capelli spingendole il volto sotto il volto.

Mimy resistette. Allora si levò e mosse qualche passo su e giù per la stanza tutto sconvolto. La donna lo seguiva cogli occhi nè spaventata, nè intenerita da quella esaltazione vicina alla follia. Poi egli si calmò, almeno in apparenza, ed arrestandosele innanzi:

— Tutto sarà finito?

— Tutto.

— Impossibile!

— Questa volta vi sfido.

— E se mostrassi le vostre lettere a Carlo? è un'infamia, ma ne sarò capace per conservarvi: mi siete indispensabile più della vita, più dell'onore.

— Le ho firmate appositamente.

— Non mi sferzate: sarò capace di tutto se mi abbandonate.

— Minacciate?... riprese Mimy pigliando forza dalla resistenza. Tanto meglio! mostrategliele quelle lettere, proseguiva con voce sibilante, e aspettate a mostrargliele in un giorno di cattivo umore: egli non avrà il coraggio di uccidermi, nè voi quello del suicidio, quando non sarete più il mio amante.

— E chi lo sarà in vece mia?

— Nessuno.

— Non amate?

— Amo.

— Chi? il suo nome? parola di gentiluomo giuro di rispettare il segreto.

— Amo una donna, e scoppiò a ridere nervosamente, abbandonandosi sul divano col viso nelle palme.

A questa scappata, che suppose una beffa, così il riso l'accompagnava, Giorgio fe' un atto di disperazione.

— Non insultate, Mimy; perchè mi uccidete.

— Senza farvi morire. Voi parlate sempre di morire e siccome avete ingegno ne parlate bene, ma avete più senno e non ne fate nulla. Andate là che non mi avete mai amata e non soffrirete molto: vi lamentate troppo per essere infelice: il dolore è muto.

Mimy era sfinita da questa scena, la più violenta della sua vita, e si accasciò sopra sè stessa.

Era meravigliata della propria energia.

— Ah! non vi amo, ruggì Giorgio: datemi un bacio.

— No.

— Datemelo... ebbene, aspettate: corse alla stufa, ne apri lo sportello, vi mise dentro la mano guantata, e afferrando un carbone acceso se lo pose sull'altra palma: poi ritornando a lei, spaventata da quella nuova pazzia:

— Il bacio! esclamò pallido di passione e forse anche di spasimo: vi prometto di lasciarmi spegnere questo carbone sulla mano: e il guanto riarso lasciava già scoperta la pelle.

Mimy si levò per farglielo gittare, ma egli cingendola col braccio libero ed allontanando l'altro le impresse un bacio sulla bocca, lungo, disperato; le carni fumavano senza che vi badasse, e Mimy commossa da quella prova di amore s'imbiancava in volto, socchiudendo gli occhi.

— Mi amerai?

— No.

— Lo voglio,

— No.

— Guarda: e riafferrando il carbone, che ardeva tuttora sul tappeto: guarda, ripetè, e se lo insinuò nel corpetto: adesso vienimi sul petto e schiacciamelo nelle carni: ti lascerò quando sarà spento: e accompagnando le parole col fatto le gittò improvvisamente le braccia alla cintura e strappando robustamente la rovesciò sul tappeto.

— Cavati quel carbone.

— No: se non cedi.

— Giorgio!

— T'amo.

— Giorgio!

Senonchè il dolore fu più forte della volontà, e pigliando il carbone al di sopra del corpetto dovette soffocarlo, mentre Mimy anelante, vinta, cessava di resistere.

Dieci minuti dopo ella gli prestava il fazzoletto di battista finamente ricamato per fasciare una piaga nerastra al costato sinistro e apriva le finestre, perchè esalasse il puzzo di bruciato.

Giorgio pareva un cadavere.

— Addio, le disse tendendole la mano in un abbattimento mortale.

— Addio...

Egli uscì tenendosi una mano sulla ferita: ella rimase in mezzo al gabinetto.

— Partirà, mormorò cacciandosi le mani nei capelli; poi abbassando la voce quasi per non udirla essa medesima:

— Vile! un altro spergiuro.

CAPITOLO IV

Perchè le vedove sono più belle delle fanciulle? Si è detto: l'amor vi passò: Michelet corregge: l'amore vi è rimasto — ne l'uno, nè l'altro. La superiorità della vedova sulla fanciulla è la stessa che del libertino sul collegiale, giacchè l'ingenuità per quanto vezzosa non vale lo spirito: e la vedova conosce sè medesima e il mondo: è dotta nella galanteria, artista nella voluttà. Passando per tutti gli stadii della vita, la sua personalità si fece perfetta e adesso lusinga maggiormente l'orgoglio della conquista. Una fanciulla si prenderà forse per sorpresa, una vedova bisogna pigliarla di assalto: onde se la battaglia è per l'uomo una necessità e una passione, val meglio conquistare nella vedova una città opulenta, che nella vergine un villaggio alpestre e primitivo.

_La Donna_, Opere inedite. OTTONE DI BANZOLE.

Dappertutto l'amore è sempre l'amore: voce o eco, fiore o fronda, fiamma o bracia, voluttà di sensi o voluttà di fantasia, passione di testa o passione di cuore; dappertutto l'amore è sempre amore. Se la vita è un sentiero, vi batte come ombra o come sole; e seduti o in cammino, distratti o attenti, l'amore ci avviluppa e ci penetra — le sue vampe saranno più o meno ardenti, la sua frescura più o meno viva, ma finchè la nostra fronte può alzarsi verso il cielo non le evita, e nullameno quelle non hanno fecondità, nè queste ristoro. I suoi raggi accendono la febbre e offuscano gli occhi; le sue ombre addormentano la ragione e intirizziscono la volontà: e l'amore diffuso intorno a noi come l'aria e la noia, è necessario quanto l'una a mantenere la vita, quanto l'altra ad irritarla.

Nulla al mondo, dacchè la intelligenza vi apparve e la parola vi suonò, è stato più lodato dell'amore; la fantasia che prima lo adorava nel senso lo prestò alle adorazioni della ragione; questa più matura lo respinse e allora l'altra fattasi arte lo reimpose e vinse.

E dovunque l'amore, sempre l'amore — ieri come oggi, oggi come domani.

Statua di cristallo, che il sole fa luccicare, poichè luccica pare più preziosa che di marmo, ma col tramonto del sole perde ogni seduzione: eterna antinomia dell'amore, che non esiste se non stimandosi divino e non è più nulla se cessi di essere voluttuoso! Togliete l'amore all'anima, e le spegnete ogni luce; abbandonate l'anima all'amore, e la sua vita invece di essere un cammino di conquista sulla terra, diviene una gita inutile entro una gondola sulla corrente di un fiume — giovani, amate coll'entusiasmo confidente del mattino; maturi, col torrido ardore del meriggio: vecchi, colla tremula mestizia del vespero... e poi? Le braccia che strinsero trepidanti lo stupendo fantasma si stringeranno vuote al petto: avrete amato invano, invano goduto, invano sofferto, e sedendovi sul margine della fossa che vi aspetta, mormorerete un'altra parola egualmente vuota ed incomprensibile dell'amore — nulla! Povero ed immutabile destino...

Ebbene, non importa — amate, amate tutto ciò che brilla, che sorride, che canta: amate l'idea che s'invola, il fiore che odora, il vino che freme, la donna che mente: amate il sole che vi matura per la tomba, amate la natura che vi si ringiovanisce dintorno mentre invecchiate, amate la bellezza che vi inebbria e non vi soddisfa, amate la vita che vi fugge, amate la morte che vi cerca. Ah! amate, perchè l'amore è oblio, e quando la tempesta imperversa e la nave scricchiola prossima a scompaginarsi, piucchè una tavola cui rattenersi, sarebbe il sonno un dono inestimabile.

Forse l'amore non sarà che illusione, ma l'orizzonte esso pure non è bello se non perchè una illusione — e l'illusione si deve contemplare, non studiare! Non per nulla il poeta ci disse: che Dio ci vegliava dietro le cortine del cielo: tutto che seduce è mistero, tutto che veramente sublime è invisibile... — Perchè l'inno che incominciò col singulto della beffa finisce adesso coi fremiti dell'entusiasmo? poeta, poeta, la tua lira è più incostante della donna, e invece di tormentarla colle dita convulse ti converrebbe assai meglio farne un guanciale alla testa pazza e dormire...

La carrozza della marchesa era tappezzata di seta azzurra; la sua atmosfera e il suo colore contrastavano così voluttuosamente col bianco e col freddo della neve che l'avvocato assorto nel piacere di essere vicino a quella donna non pensava quasi più. E siccome la neve consigliava al passo le cavalle meklemburghesi, la lentezza del procedere sembrava aumentare il significato di quel silenzio: la marchesa stava rannicchiata in un angolo con una mano nel manicotto e coll'altra sguantata accarezzandone il pelo.

— Ma signor Carlo, esclamò, m'impazientite!

Egli si scosse dalla sua posa volgare.

— Non sapete che tacere; forse per un avvocato sarà un merito singolare, ma con una donna è noioso.

Carlo la guardò negli occhi per meglio comprendere, ma la luce fosforescente di quelle pupille nella penombra lo abbagliò.

— È vero: vicino a voi, signora marchesa, mi riesce più facile tacere che parlare.

— Forse tacendo mi sentireste meglio?