Part 14
Una signora della capitale sarà insipida se parla, una signora della provincia lo è anche se tace; e come a questa non trovate mai un abito da mattina, a quella lo spirito grettamente famigliare, che nella signora tradisce la massaia: a Roma tutte le signore hanno la carrozza, a Bologna la maggior parte vanta il comodo dei portici, che le rende assolutamente inutili per chi non può assolutamente averle: ma una signora senza carrozza è come un re senza trono, oggetto mezzo di compassione e mezzo di scherno: è peggio che senza amanti, peggio che senza spirito — è una contraddizione più dolorosa delle contraddizioni economiche studiate da Proudhon, delle antitesi critiche rivelate da Ferrari.
E per finire questo sublime parallelo, oggi sono alla moda, di due sublimità: una signora della capitale sta ad una signora di provincia come una gran signora ad una borghese, un artista ad un artigiano, un attore ad una scimmia, una donna ad una femmina, un uomo ad un prete. Domandate a quella, la gran signora, quanto si può chiedere ad una donna, la sostanza dei profumi, l'amabilità del nulla, la poesia del vuoto e l'avrete: non chiedete nulla alla seconda, la borghese, perchè avvicinandola avrete tutto, il lezzo della materia, la prosa del silenzio, la vacuità del deserto; guardate la prima come un bel ricamo di seta, di oro falso, di perle finte; la seconda come il suo rovescio di nodi e di bioccoli: amate l'una e fuggite l'altra, ecco il consiglio di tale, che si stima buon consigliere, poichè non siede in nessun consiglio comunale.
Ma gli uomini sono peggiori delle donne perchè l'uomo, generalmente meno bello, è sempre più inestetico della donna. Nullameno il loro vestito, per quanto affettato, è più vicino alla moda; un taglio più audace, colori più vivi, stoffe più appariscenti, una maggiore quantità di abiti e una massima alternanza nell'indossarli, ecco i caratteri esteriori dell'elegante di provincia; e se vi aggiungete una pettinatura impossibile, un portamento estremamente pago di sè stesso, un enorme spaccio di profumi e di francese, una insulsaggine di ballerino con una vanità di grand'uomo, avrete un ritratto abbastanza somigliante e mal fatto. Mentre i giovani serii, speranze provinciali della patria, rifanno nei giornali della provincia gli articoli dei maggiori giornali delle capitali, e commettono discorsi nelle più ritrose circostanze, superbi di capitanare una confraternita di cuochi o di barbieri, gente che vuol camminare dietro loro sulla grande via del progresso seminata di grandi monumenti e di grandi morti; questi trovano la filosofia di un corpetto liscio o a stola, le affinità elettive dei colori, la rettorica di una cravatta, la ragione della moda e quindi della loro esistenza; entrambi meschini: i primi contraffazione dell'arte, i secondi della scienza: gli uni soffiano sulla loro vita, mozzicone di sigaro, nella superba speranza che se ne sviluppi un incendio visibile a tutto il mondo: gli altri si lasciano vivere, ma non si lascerebbero abbigliare da altro senno che il loro, felici quando morranno di aver molto vestito: in coloro l'anima inacetisce, in costoro imputridisce, epperò si rassomigliano. Talora pure s'incontrano alle feste di beneficenza, nuovo e più sanguinoso insulto lanciato alla miseria ed alla pazienza dei lavoratori, nelle quali i giovani gravi rappresentano la muffa, gli eleganti le frondi, le eleganti i fiori della pianta borghesia — e i primi fanno ridere, i secondi ridono, le terze sorridono ad entrambi, mentre quelli sono ancora meno spiritosi di questi, che parlano come le altre sono vestite.
Mettete assieme uno o due presidenti di una qualunque associazione inspirata a grandi principii, come una Lega per la istruzione del popolo o una società ippica o carnevalesca, un segretario di venti comitati che furono e di più ancora che saranno, una dama delle solite collette per le inondazioni, una patronessa di opere pie, come una casa di educazione per le povere donne che pericolarono un po' troppo e vogliono ricominciare la loro santa missione di armonia e di amore: ascoltateli discutere un invito o una protesta a nome della morale e, se vi resistete, gettate in mezzo ad essi una grande idea o una abbietta insinuazione contro un grande uomo o una donna superiore, e vi prometto uno spettacolo assai più bello delle loro serate filodrammatiche e filarmoniche coi dilettanti.
In una grande città gli scandali, in una mezzana i pettegolezzi: tutto è pettegolo nel capoluogo, perfino quelli che tacciono, perchè non possono a meno di ascoltare: ognuno vive dei fatti altrui, spia le altrui disgrazie, le novera, ne fa un poema; tutti conoscono quelle di tutti e ne godono, sviluppando così il divino principio della fratellanza.
Entrate in un villaggio, e non si parla che di caccia o di pesca; in una capitale, e una corrente di idee vi solleva; entrate in un capoluogo, e non si fanno che pettegolezzi; ogni cosa vi si impicciolisce, perfino la politica, che diviene lotta di ministri piuttosto che di idee e di nazioni. Invano le case chiudono porte e finestre contro tutti gli sguardi, che le penetrano egualmente e più invano i provinciali lo sanno, giacchè non possono guardarsi l'uno dall'altro: si conosce il ricolto dei vostri campi, delle vostre scappate e più ancora di quelle di vostra moglie se ne fa: si ha la topografia del vostro appartamento, l'inventario dei vostri debiti e dei vostri progetti; la vostra rovina, se siete dissestato, è calcolata infallibilmente ad ogni ora; se la vostra fortuna invece è in rialzo potete studiarne la scala sulla faccia dei vostri concittadini, come si guarda il termometro per sapere i gradi del calore; la cacciata di un impiegato preoccupa quanto la caduta di una dinastia, il matrimonio di un conte piucchè la scoperta di una seconda America.
Una indefinibile astiosità regna in tutte le relazioni, giacchè quegli uomini senza concetti e senza orizzonti pare si litighino una meta stessa tanto studiano d'incepparsi. Le grandi idee passano sulle città come le nubi, e forse uno appena fra tutti, astronomo solitario e deriso, le avvertirà. Che se il vapore ha stretto con una catena di ferro tutte le città in una sola, come cantano i poeti nei giornali, rasenta nullameno invano la città di provincia; vi deposita la merce, non lo spirito della civiltà, o se qualche poco ve ne lascia, è una fondiglia che evaporerà in un fermento mal odoroso. Veramente sarebbe difficile dire di che cosa viva una città di provincia spesso senza industria nè commercio nè università; possidenti oziosi per elezione, operai troppo spesso oziosi per necessità, merciai che si nutrono dei bisogni di questi e dei prodotti di altri paesi: in nessuno nemmeno il dubbio che la vita debba essere una marcia ascensionale, che fuori della città si viva e si cammini davvero; ma se odono la musica della marcia, si mettono spiritosamente alla finestra, attendendo qualcuno cui accodarsi; mentre poi, se passa, non se ne avveggono.
La città di provincia ha pure la sua morale, diversa che nel villaggio e nella capitale. In questi, poichè gli estremi si toccano, uno dei pochi proverbi non sbagliati, evvi una rilassatezza ingenua o una tolleranza filosofica per i peccati della carne, che lascia alle peccatrici godersi in pace la vita, e se non aumenta, non scema loro le simpatie del pubblico: le vergini vi sono più rare che altrove, ma i matrimoni non meno frequenti per questo; invece nelle città di provincia guai alla donna che non sa farsi perdonare l'amante a forza di ipocrisie! Tutti si rivoltano disgustati alla immoralità: persone coll'anima così fangosa da convincere della sua materialità il più esaltato spiritualista, si velano come Timante la fronte all'osceno spettacolo e maledicono: poi coll'istinto olfattivamente feroce della iena fiutano le peste degli amanti, li seguono in istrada, in casa: li guardano in tutte le pose, contano i baci, le carezze, le ire, le paci e vanno al caffè per farne la somma, che trovano sempre modo di mostrare al padre o al marito. Nè per essere ipocrita quanto un gesuita, nessuna donna speri salvarsi, giacchè l'oziosità provinciale sempre sollecitata dal pungolo della maldicenza, e costretta ad esercitarsi su piccole cose, crea quotidianamente capolavori giapponesi di cattiveria e di pazienza.
Il sentimento dell'onore, ha detto Montesquieu giustamente, è proprio delle monarchie e quindi delle grandi città: in provincia nessun carattere veramente aristocratico; nè alterezza, nè fragilità: o arroganza o abbiezione: molte ingiurie e pochi duelli — la ricchezza unica causa di stima, perciò molti ricchi e nessun signore: l'amore, nè galanteria nè passione: l'ambizione, una invidia malevola: il lusso una pomposità: la virtù un galantomismo passivo o uno studio cristiano: mai uno slancio o un baleno: tutto deforme, meschino, meno la terra e il sole che durano a sorridersi, forse per dimenticare di sostenere e d'illuminare tali disgustosi formicai.
Ma la moralità provinciale scoppia specialmente in teatro ogni qualvolta si rappresenti una commedia francese: i padri temono per le figlie il fascino di quello spirito, che nè essi, nè elleno intendono se non colle orecchie: quelle scene potenti di vita sollevano di casto orrore il cuore delle mogli, che non seppero avere o conservare gli amanti, e Mio Dio! esclamano: le parigine... che immoralità! trasportare sulla scena donne come Margherita, Bianca, Fernanda, queste vergogne del nostro sesso, vergogna! E la platea, intelligente quanto le signore, fischia quasi sempre e un uragano di insolenti recriminazioni investe quei tipi di passione e di dolore.
Immoralità l'amore che ama il sole invece delle tenebre, che sorvola all'interesse, che accetta il sacrificio: immoralità ogni grandezza, ogni sincerità, ogni audacia! Le lumache che sbavano anatema alle rondini perchè invece di strisciare per terra strisciano pel cielo; le civette che stridono anatema alle aquile, perchè si posano sulle rupi vergini di orme plebee invece di appollaiarsi sui camini delle case: le mule che ragliano anatema alle zebre, perchè preferiscono i pericoli del deserto alle sante voluttà della greppia e della soma! Anatema all'artista, che non è borghese e non mutila i suoi tipi e le sue verità nella forma della borghesia e non tratta amori noiosamente ignobili come Goldoni, insipidamente immacolati come Marenco, predicatoriamente falsi come Ferrari — anatema a colui che lo approva fra la disapprovazione di tutti gli onesti, anatema agli scrittori francesi che hanno tutto quanto manca agli italiani, incominciando dal pubblico. Quindi in provincia Aleardi è un genio e Carducci solamente un ubbriacone: povero il poeta di quelle donne e gli siano lievi quegli applausi onestamente imbecilli!
Quante belle educande uscite di convento coll'anima calda d'entusiasmo e di grandezza hanno dovuto assiderarsi, imbruttirsi nell'umido freddo di una città di provincia! Quanti studenti ritornati dall'Università colla testa tumultuante di idee si putrefecero come vino generoso in una padulosa cantina! Quanti depressi fra quei piccoli, quanti deformati fra quei deformi! Nè un grand'uomo, nè una gran signora, nè una grande idea possono vivere in provincia: o un villaggio o una capitale; i fiori crescono al sole o nelle serre, non in cucina. Negli ospedali anche gli infermieri, generalmente così robusti, diventano gialli quanto i malati a cagione dell'aria impura; ma in provincia l'aria è anche più infetta dalle esalazioni di tante passioni limacciose, di tanti cuori incarogniti, di tanti cervelli evaporati, di tante rivalità velenose, di tante putride vanità, di tanti cadaveri insepolti.
Ecco la città di provincia: però queste pagine anzichè pretendere di esserne il quadro, sono appena un fondo scuro, sul quale l'autore muoverà i suoi burattini, che gli altri chiamano per ironia o per vanità i loro personaggi.
CAPITOLO II
Ohimè! neppure il mio specchio mi riconosce più!
_Scene della Boemia._ — MURGER.
«Al fiore che muore sul mattino la rugiada; all'anima, che muore sul mattino, l'arsura divorante del meriggio!
«Il mio cuore era come una vallata alpina, bella di rupi e di abeti; adesso è un campo deserto, pel quale il cacciatore erra tormentando con feroce ingordigia i pochi virgulti e le messi malaticcie. Perchè l'uragano non avvalla dalle cime azzurrine della montagna a sperdervi questo ultimo aspetto di vita?
«Oggi pure ho pianto.
«==La palma, dice un proverbio arabo, deve avere il piede nell'acqua e la testa nel sole==così la palma fiorisce: anch'io ho i piedi nel pantano e il fuoco nella testa, ma invece avvizzisco: non ho più odori pel vento, non ho più rugiade, non ho più un uccello che mi addormenti col suo canto... non ho più nulla, perchè ho un amante!
«Dove andarono i miei sogni di fanciulla, i miei dolori di sposa? Una volta ero una vergine dall'anima ancora più candida del corpo, dalle innocenti fantasie, dagli affetti ingenui e delicati: suor Maria era il vento che scherzava col mio bottone di rosa; era l'angelo custode che mi ratteneva un istante sulla soglia del mondo col fascino del suo sguardo... E io l'amai, prima senza sapere il perchè, dopo non volendolo sapere: era bella, era buona!
«Sola nella mia celletta, la notte pensavo a lei ravvolgendomi nel suo amore, come in una coperta bianca senza ricami e senza frangia — le nostre non erano che carezze, cicalecci sommessi e prolungati: la sua mano che mi errava sul petto, la mia che se le insinuava fra le bende a scherzare coi capelli, uno sguardo che si spegneva in un sorriso, un sospiro che finiva in un soffio scherzoso... e lì abbracciate sopra una sedia, io sulle sue ginocchia, colla fronte calma appoggiata al suo seno tumultuante, un braccio intorno alla sua cintura; lì abbracciate finchè non mi addormentassi... Che cosa sarà adesso di suor Maria? Forse la santa infelice mi ama tuttavia e pensa alla sua infedele Mimetta! Dio mi ha giustamente punita di avervi obliato, suor Maria! Non sono più la vostra bella ed immacolata Mimy: se i miei capelli sono ancora biondi, la mia fronte ha un pallore più spento, le mie labbra sono impallidite più della mia fronte e il sorriso le ha abbandonate, come un'amica fastosa abbandona l'amica caduta nella a povertà.
«Gettatemi addosso una coperta di fango, voi che mi avete uccisa, e lasciatemi dimenticare nel sonno della morte i dolori della vita...
«Perchè vivere ancora quando non si crede più a sè stessi? Non credo più a me medesima, non sono più degna di amare: il matrimonio mi aveva macchiato il corpo, l'adulterio mi ha infangata l'anima. Dopo la brutalità di Carlo, la frenesia di Giorgio! Se le sue labbra fossero di fuoco e mi imprimessero sulle guance lo stigma di una tanaglia sarei meno repugnante ai suoi baci; ma sentire che fremo, che palpito malgrado il ribrezzo dell'anima, che le mie labbra si tendono per rendere il bacio... è un martirio troppo crudele. Mi dibatto come un naufrago nell'onda di quella impura voluttà e mi vi annego: prostituta! Perchè egli, così stravagante, non pensò mai a gettarmi uno scudo nel grembiale? eppure me lo sono guadagnato! Se quella notte fatale avessi pensato di cadere tanto basso, avrei chiamato Carlo arrischiando piuttosto di morire. La vita è più spaventosa della morte in certi casi. Oh! ella mi amava, ne sono certa: ella una donna più grande di tanti grandi che hanno monumenti per le piazze, si compiaceva in me povera fanciulla (come mi chiamerebbe adesso?) e voleva forse educarmi per sollevarmi fino a lei...
«Povera e ingrata Mimy, hai preferito l'ostricone alla perla, un cardo a una rosa!
«Mi è impossibile pensare a lei: penso meglio a suor Maria.»
E appoggiando i gomiti sul tavolo stette col viso nelle palme: piangeva sommessamente, difficilmente, quasi avesse già esaurito il tesoro delle lagrime.
Poi risollevò il capo e, senza tergersi gli occhi imperlati come una viola dalla rugiada, rilesse un foglio.
A. MIMY.
Hier couché à tes pieds je reposais la tête sur le doux coussin de tes genoux, et savourant ton beau sein mes yeux se baignaient de volupté et de douleur.
· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·
Les tresses blondes des cheveux se tenaient immobiles sur ton cou, et l'envie me rongeait le cœur. J'aurait payé leur place avec des jours de jeunesse pour enfouir mes regardes dans les bouffes de ton collet, blanc comme ta peau et aussi parfumé.
· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·
Mimy, tu es belle, mais les statues des tombeaux sont aussi belles et sans cœur: ta froideur me glace la vie dans le veines, et ma pauvre ame se meurt dans l'atroce delice de tes baisers sans amour.
· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·
Mimy, tu es belle, mais la jeunesse galoppe et la poussiere de la route retombe blanche sur ses cheveux: aimons jeunes et vivons d'amour comme la fleur de soleil et l'abeille des fleurs.
· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·
— Galoppi, galoppi, mormorò con accento di profonda tristezza: quando sarò vecchia avrò cessato di amare e di soffrire.
E seguitò leggendo.
«Ieri notte mi parve di incontrare il raggio di quella stella, che amai bambina. Oh! la brillante amica aveva ancora il suo fulgido sorriso, ma la povera Mimy non potrebbe più ricambiarglielo. Bella nel suo azzurro, fra il suo popolo di stelle, eternamente, immutabilmente bella, il suo pallido viso, mi pareva proprio che avesse un viso, mi cercava con affetto di amica: i suoi capelli di una luce pallidamente bionda tremavano come agitati dal vento... Oh! la mia stella, non guardarmi neppur tu, perchè tu pure non mi riconosceresti... «Ciò che potrei dirti adesso è troppo diverso da quanto altre volte ti dissi nelle mie notti verginali, la tua luce è troppo pura per i pensieri che mi affaticano la mente; il tuo sorriso non può riposarsi sulla fronte di un'adultera. Solo quando sarò morta e il mio corpo ridiverrà puro divenendo cadavere, quando chiusa nella cassa di abete non potrò più rivederti... allora ripensa alla fanciulla, che un giorno ti amava e vieni a visitare la sua tomba — non sentirò più la pietà del tuo raggio, non importa! vieni egualmente, riposati sul mio sasso e compiangimi.
«Dio, perdonami l'audacia del lamento, ma fu errore farmi nascere donna! Perchè creare un giglio e riempirne il calice di profumi e di rugiade per satollarne il grifo dei porci? Perchè macchiare di tinte così belle il dosso della mosca e darle un'anima così allegra per perderla poi nella rete del ragno?
«Povera la mia bellezza, il solo amore che mi consolava! Talora vorrei quasi avvolgermi le treccie al collo e strangolarmi... rendermi almeno orribile, schiacciandomi il viso, e invece il dolore, spietato come un uomo, mi fa più bella. Se domani mi levassi brutta come Carlo, la marchesa proverebbe un fiero dolore, ma si consolerebbe perchè nulla più della bruttezza toglie la poesia al dolore e non si può essere più fedele a un mostro che ad un cadavere; si consolerebbe con un'altra fanciulla più bella, e nel fondo della mia miseria potrei confortarmi della sua felicità. Invece se apprenderà che l'ho tradita per Giorgio, posponendo lei bella come deve esserlo Dio per contentare i propri angeli, ad un uomo il quale malgrado ogni orgoglio le si confessa inferiore: che la ho tradita dopo essermele tacitamente promessa... nella giusta amarezza del suo amore dovrà maledirmi... e le avrò aperto nel cuore una piaga insanabile.»
Si arrestò pensierosa: sulla fronte contratta le passò una nuvola bruna.
Era sola nel suo gabinetto, vestita di un'ampia vesta azzurra, coi cordoni pendenti sui fianchi, senza nè orlature, nè ricami: così la pallidezza del suo viso e il biondo de' suoi capelli parevano più vivi. Sembrava molto più bella ed afflitta che al tempo della villeggiatura.
Entrò Giulietta annunciando la marchesa di Monero.
— Non è possibile!
— Ma oggi è giorno di ricevimento! rispose la cameriera meravigliata di quella meraviglia e del rossore, che le aveva colorate improvvisamente le smorte guance.
È necessario sapere che a Bologna ogni famiglia borghese e anche qualcuna che non lo è, consacra un giorno della settimana al ricevimento, magnifica parola che odora di corte; e quindi la padrona si veste colla massima eleganza, accende la stufa nell'inverno, socchiude le imposte nell'estate e aspetta seduta nella sua poltrona coll'indolenza di un dio indiano gli omaggi e le dissertazioni degli avventori sull'ultima neve, sul caldo insopportabile, sul prezzo di un abito alla moda comprato da una signora o sopra un voto del consiglio comunale circa le scuole o la nettezza pubblica, se la signora si occupi di alta politica.
— La marchesa! ripetè Mimy levandosi; ma in quella la marchesa presentavasi sulla soglia dietro Giulietta, che si ritirò per lasciarla passare.
Si mossero incontro; Mimy sempre arrossendo s'imbarazzava sino a dimenticare i più volgari convenevoli; ma la marchesa parve non avvertire quel disordine e, sedendosi sul divano, obbligò Mimy a seguirla.
— Vi ricordate l'ultima volta che sono venuta? le chiese colla sua voce più limpida.
— Un mese oggi.
— Avete un'eccellente memoria; e la guardava fisa, ma il suo sguardo, nel quale un fino osservatore avrebbe distinto una certa durezza mal definibile, s'intenerì a quel pallore tanto spento e allo sguardo di quegli occhi cerulei, ai quali un tenue cerchio turchino accresceva il fascino melanconico.
— Forse che sareste ammalata o lo foste?
— No.
— Eppure vi trovo deperita.
— Può darsi, mormorò lentamente.
— Che cosa pensereste, riprese la marchesa, se fossi venuta a dirvi che parto?
— Quando?!
— Forse a giorni.
— Partite...
— Vi pare strano?
— Oh! a me... Impallidì ancora più e le cadde la testa sul petto, senza moto.
— E va bene, disse poi sordamente, alzandosi quasi per dissimulare l'emozione. Le tese la mano.
— Mi salutate! Avete dunque fretta che parta?
A queste parole piuttosto scherzose che ironiche Mimy accennò di svenire: una nube le passò sulla fronte, socchiuse gli occhi e sarebbe caduta se la marchesa non la reggeva per la mano: però fu un lampo: con uno sforzo violento si rimise e liberandosi la mano:
— Io sarò forse deperita, ma voi, signora marchesa, siete diventata cattiva.
La marchesa fe' un gesto di trionfo, che l'altra non vide essendosi rivolta alla finestra per nascondere una lagrima.
Un impaccio stravagante pesava sul loro dialogo, come fossero ognuna malcontenta dell'altra o temessero di passar oltre scendendo alle confidenze: parlavano ad intervalli e a stento: ogni parola era una allusione, un baleno che sfuggiva ad una nuvola carica di elettrico. La conversazione si riappiccò, o meglio la marchesa cominciò a parlare colla solita disinvoltura, ma i discorsi le venivano suo malgrado malinconici: sorrideva e non finiva il sorriso, e dopo qualche minuto ancora di sforzi le parole si fecero più rare e più scure.
— Non ritornerete mai più, le rispose Mimy a una domanda sul vicino carnevale.
— E se ciò fosse, credete che molte persone mi faranno la medesima domanda o la ripeteranno quando sarò partita? Bologna è una città ben brutta, sebbene il signor Thiers dica che è ben costruita, e le sue donne sono degne della città: vi ha certo qualche eccezione, la principessa di San Marciano, la marchesina Del Pino, ma Bologna è una città che si può lasciare senza rammarico, quando nessuno in essa vi ricordi.
— Nessuno: ne siete sicura?
— Mio Dio, no: certo si parlerà un pezzo di me, de' miei equipaggi, della mia mora: si pretenderà di conoscere la mia vita, s'inventeranno forse romanzi sul mio conto, poi un altro scandalo, perchè qui io sono uno scandalo, verrà a rubarmi l'attenzione degli oziosi: sarò una ricordanza che si richiama per un paragone, per un frizzo... poi non sarò più nulla.
Mimy si strinse la fronte.