Part 13
Adesso quell'ora è passata: quanto conforto e quanta amarezza in questa parola! Conforto di aver vissuto, amarezza di sopravvivere alla propria vita. È passata, Anselmo, come tutte le altre ore noiose, come sul letto di tanti infermi, sul sepolcro di tanti morti! Il pensiero si rivolge, quasi un pellegrino, a guardare la sua traccia nel passato e distingue appena nel paesaggio una vetta illuminata dal sole. Là discese quell'ora nel suo transito fatale... Avanti, pellegrino: hai avuto il tuo raggio di sole, il tuo pellegrinaggio non fu vano e puoi perderti senza lamenti nel buio della maremma. Se Dio esistesse, egli medesimo nella sua onnipotenza, non potrebbe farti risalire quella vetta — la tua ora di vita è trascorsa: avanti, pellegrino, nel buio della maremma!
Addio, Anselmo, la tristezza mi si addensa nello spirito, e invece di un inno sto per chiedere al genio del poeta un'elegia.
Quale miserabile creatura l'uomo! Certo la nostra vita fu un errore e nel mito del peccato originale si nasconde un'idea profondamente vera — se non si espia si soffre, se il peccato non fu della creatura fu del creatore. Sempre infelici appena ci raccogliamo in noi stessi!
«Ti diverti: dunque soffri.» Pascal, hai ragione. Ma il tuo Dio ha torto di averci trattato così.
_PS._ Ci penso ora: e se Mimy fosse entrata con Giulietta?! Adesso sono orgoglioso della mia sventatezza.
La vita è più bella attraverso il prisma di una lagrima, dicono; e la voluttà? Mimy piangeva col volto talora sorridente sotto quel velo di dolore. Vedesti mai sorridere un fiore nell'acqua al raggio della luna? Pare che i colori destandosi sussultino, ma a quel raggio morto che l'acqua scuote appena perchè appaia più morto, il loro sorriso diviene incerto, s'abbruna quasi: una trepidazione lo fa a quando a quando trasalire come un vivente ai baci di un cadavere. Ella era così! Oh mia pallida e dolorosa fanciulla, mi coglierò tutti i fiori e tutte le gemme dell'anima per fartene un serto, ti offrirò come un incenso i sentimenti più delicati e magnanimi del mio cuore: e tu mi amerai, o dolorosa, come la viola ama l'erba e la gazzella ama il prato.
29 settembre 1871.
Sono otto giorni che non ti scrivo — il mio romanzo sarebbe finito? Certo se fosse una opera d'arte bisognerebbe interromperlo a questo punto, poichè seguire due amanti fuori della loro vita d'amore per vederli decadere e sparire, sia ben triste: ma il mio romanzo è vero e adesso diviene più vivo e discusso. Ho fatto una scorreria in una bella provincia che ora debbo conquistarla; debbo alzarmi un palazzo dove ho piantato la tenda. Impadronirsi di una donna non è possederla, giacchè per possederla bisogna averla penetrata dal senso al sentimento, dalla fantasia alla ragione. Come viaggiatori per una strada, gli amanti si appaiano, camminano cinquanta passi colle braccia intrecciate, e a una svolta si separano; e se chiedeste all'una chi era l'altro: non so, risponderebbe, mi pare che si chiamasse Giorgio! Mimy è la mia amante... e poi? Lagrime e baci mi si inaridirono sulle guance, ma la sete da essi accesa mi riarde più atroce. Se debbo sempre precipitare dalla torre, con qual cuore salirla? Se ogni volta che monto la barca, la prima ondata deve trascinarmi impetuosamente dal lido e la seconda più impetuosamente rigettarmivi, non sarebbe meglio star seduti sulla sabbia affogando nella contemplazione del mare illimitato il desiderio di correrlo?
Talora mi assale quasi un rimorso.
E se Mimy fosse come tutte le mie altre amanti, così che dopo averla costretta al sorriso della passione dovessi piegare tristamente il capo per nasconderle quel mio eterno sogghigno... ed ella, poveretta, lo vedesse! Se avessi aperta con dolorosa violenza la sua conchiglia per lasciarne cadere la perla? Se avessi sforzato il sarcofago della sua anima per gettarvi dentro una beffa?... Povera donna infelice! era ben meglio che non ci fossimo incontrati. Spesso baciandole la bionda testina mi assale un fremito di compassione e di rispetto: così fanciulla e così ostinatamente infelice mi sembra una predestinata, di quelle, checchè ne pensi la pettegola ragione, le quali portano il segno e il presentimento della sventura che le ucciderà — una testa, cui non manca se non la benda del sagrificio sui capelli e il lampo della pietà negli occhi, per essere quella di una santa!
5 ottobre 1871.
Preparati a strapazzarmi, grave amico.
Siamo ai tempi di Giulietta e Romeo. Ho portato a Mimy un bastone di ulivo forte quanto una spranga di ferro; a notte tarda gitto un grido di civetta, ella pone il bastone attraverso la finestra, mi butta una corda di seta: io monto; in tre secondi ho scavalcato il davanzale, cavato il bastone, chiuso l'imposta, abbracciata e baciata Mimy secondo il sistema di Hayez.
L'altra sera arrivai con un fagotto sotto il braccio.
— Che cosa è? mi chiese colla sua curiosità di fanciulla.
— Un tuo vestito, e le mostrai un costume di paggetto in casimiro nero a filetti neri; la mantellina a doppio bavero formava l'involto, gli stivali erano fatti sulla forma di una scarpetta che le avevo rubata, il caschettino era senza penna. Mimy cascò da moltissime nubi, ascoltando il mio progetto di uscire soli alla campagna fuggendo dalla finestra, ella così mascherata per non destare sospetti; ma le ripugnava ancora più d'indossare quel costume maschile che di avventurarsi fuori di casa. Fu una graziosa rivelazione di pudore — consentire agli sguardi di tutti gli oggetti le proprie forme use al mistero delle vesti o agli studiati tradimenti dei corsetti era troppo! Una donna si mostrerà semivestita, seminuda, nuda, piucchè nuda, ma solo a certi momenti e a patto di commovere: invece infilare un paio di calzoni, nascondere il seno in un corpetto, non essere più donna, non camminare più con quella grazia, non fare più quei gesti, non atteggiarsi più in quelle pose, mostrarsi come senza sesso... Ebbi una lunga lotta che si concluse con questo trattato: Mimy vestirebbe il costume purchè non assistessi alla sua prova.
— No! esclamai fortemente.
— Zitto! Giulietta potrebbe udire.
— No! Giorgio, si raccomandava, incrociando le braccia sul petto: lasciami, mi vesto da me. Ma io badava ad aprirle la veste per fare più presto.
— Ti do un bacio.
— Preferisco di infilarti i calzoni. Ehi! la camicia è troppa lunga. Aspetta.
Caddi in ginocchio e traendomi di tasca il temperino a forbice cominciai a tagliarla come si dipingono le saette. Ridevo: ella voleva indispettirsi e suo malgrado soffiò; ambedue demmo in un riso pazzo, soffocato, così che perdendo l'equilibrio rovesciammo abbracciati per terra.
Quando ci rialzammo, ella mi lasciò seguitare l'amputazione, ma i calzoni troppo stretti, malgrado tutte le mie misure di precauzione ordinandoli al sarto, presentavano difficoltà, che mi facevano scoppiare dalle risa. Pochi piaceri al mondo valgono quello di abbigliare da uomo una donna bella e pudica.
Finalmente fu vestita. Apersi la finestra: la luna sonnolenta erasi tirata sulla testa il lenzuolo di un nuvolone. Incoraggiai Mimy e, disposta la corda, scavalcai risolutamente il davanzale: ella mi seguì, ma spingendo gli occhi nel buio ebbe paura e si ritrasse; dovetti quindi cingerle con un braccio la vita, attirandola così violentemente che mi cadde sul collo: vi si aggrappò. Con quel dolce peso mi calai abbastanza bene lungo la corda per un ginnastico par mio.
La notte era calma.
Legammo il capo della corda all'inferriata.
Camminavamo in silenzio: il paggetto mi dava di braccio. Eppure era una imprudenza la mia! Se Carlo fosse salito allora nella camera di Mimy... Povera donna, come si cimenta per un mio capriccio! Un impeto di tenerezza m'irruppe così furiosamente nel cuore che stringendo improvvisamente Mimy con ambo le braccia mi posi a correre a correre, finchè caddi sfinito sul margine di un fosso.
Allora parlammo. Mimy ha più ingegno di Carlo e più cuore della marchesa di Monero — ti basti questo per giudicarla. Non è facile a parlare, ma se commovendosi alla poesia di una parola vi acconsenta, la sua conversazione ha tutta la voluttà di un amplesso.
— Di tutti i misteri dell'amore il più tenebroso non pare anche a te la sua nascita?
— Non nasce: allora morrebbe. Un amore che può dire: nacqui il tal giorno, mente come una donna che dicesse: sono diventata poetessa nella tale settimana. L'amore si sviluppa nell'anima come la bellezza nel corpo; ma quando si fu veramente belli, si è belli anche vecchi. Ho sempre amato, fino da bambinella, le farfalle, i fiori... ho amato una stella, della quale non ho mai saputo il nome. Mi ricordo di averla guardata lunghe notti dalla finestra e di essermi coricata triste, se un qualche nuvolone me la nascondeva e la brillante amica mancava al convegno — La mia stella! E neppure essa mi amava! Sogni, lusinghe... una parola che si anela di pronunciare e che si trema di udire, che spesso non si comprende dicendola, che non è mai compresa se la dite... ecco l'amore.
E il paggetto mi appoggiò languidamente il capo sulla spalla: gli passai una mano sugli occhi per accarezzarlo e sentii che piangeva silenziosamente.
12 ottobre.
Ecco la prima lettera di Mimy: le avevo scritto imponendole di rispondermi.
Te la mando; giudicala, io ne sono desolato.
Rispondervi? Una volta mi paragonaste a una gardenia: che cosa potrebbe mai rispondervi una gardenia? Essa non ha altra parola che il suo profumo: io non ho altro profumo che la mia malinconia; respiratela, non l'interrogate. Perdono! Forse non ci avete pensato, ma chiedere a una povera donna come me di scrivervi è stata da parte vostra una grande crudeltà. E che cosa potrebbe ella mai dire a voi, che avete tanto spirito, se non avete poi abbastanza cuore per capire il suo silenzio? Lasciatemi nella mia taciturna tristezza, non rapite l'ombra a coloro che non ebbero il sole; non siate più cattivo del vento che scuote le querce sulla cima dei monti e non disturba la ginestra nel fondo del burrone. Ora che siete il mio amante, e ve ne sarete vantato con voi stesso più di una volta, dovreste usare più dolcezza — la violenza sarà forse una virtù con quelli che resistono, ma non con quelli che dovettero cedere... Rispettate i caduti voi che avete vinto, lasciate tacere voi, artista, coloro che non possono parlare.
Non volevo rimproverarvene, ma poichè debbo rispondervi, mi vi costringete. Nella vostra lettera mi rinfacciate amaramente di non invitarvi a scalare di notte la mia finestra — la frase è velata, però il pensiero traspare. Vi siete dunque dimenticato che scrivevate ad una donna, la quale sebbene caduta ha ancora un avanzo di dignità, e che anche l'adulterio ha il suo pudore?... Non lo avrei mai creduto!
Ho letto il vostro Heine: oh! egli è un grande! rileggete l'ultima strofa del suo Negriero; i vostri ordini per l'interesse de' miei piaceri rassomigliano molto agli ordini del suo capitano Van Koek.
Mi firmo
MIMY.
PARTE TERZA
CAPITOLO PRIMO
E per rendersi ben orribili questi provinciali non parlano che della corruzione delle grandi città.
STENDHAL.
Che cosa è una città di provincia? Ecco un problema non meno difficile dell'altro: che cosa è una donna? e che aspetta ancora da un grand'uomo la propria soluzione; ma l'autore incredibilmente modesto di questo romanzo lo ha qui posto invano per non essere oggi in tanta folla di grandi scambiato per tale. Come il vento sfoglia la rosa e si sforza inutilmente di aprire la pigna, gli spiriti del filosofo e del poeta si sono affaticati intorno alla donna, poco più fortunati del vento: seppero assai cose meravigliose e più assai ne ignorarono, seppero i mari ed i cieli, svelarono la creatura e il creatore, scrutarono la vita e la morte, ma quando il pensiero stanco di tante sconfitte e di tante vittorie volle riposarsi sopra una fronte femminile, come un insetto si riposa dal volo fra i petali di un fiore — il fiore era odoroso ma chiuso, offriva il riposo non l'ospitalità. Indarno il pensiero incalzato dal sole tentò colle fini zampe di schiudere la tenue corolla — i delicati tessuti resisterono a tutti gli sforzi, mentre l'olezzo che li eccitava gli rammolliva pure l'energia: il fiore rimase chiuso, l'insetto sulla sua cima, e così dura tuttora, ed è probabile che duri per un pezzo. Nel fondo del vaso di Pandora rimase la speranza, e fu bene, giacchè i mali involatisene sarebbero in breve cessati per mancanza di uomini; sulla fronte della donna sta il mistero, ed è meglio, altrimenti il nostro pensiero nell'ora della stanchezza non saprebbe ove raccogliere il volo: così la provvidenza è davvero piena di buon senso e occorre tutta la sfacciataggine del genio per osare di negarlo.
La donna è un problema, che ogni giorno si ritenta; e una città di provincia, mi disse un amico passabilmente spiritoso, è una donna borghese. Rabbrividii: il paragone poteva essere oscuro per chi non intendesse la parola borghese, ma lo trovai spaventoso di esattezza. In amendue la medesima disgustosa difettosità, una piccolezza di forma rattrapita dalla rachitide, una vita inanime, una maschera d'impertinente vanità sopra un'anima schizzinosamente imbecille. Un illustre scrittore si è provato ad indicare spicciolatamente i caratteri della donna onesta non virtuosa, e malgrado l'acume profondo e lo spirito vivace vi è appena riuscito: ma sarebbe infinitamente più difficile dire che cosa sia una donna borghese. Nessuna fantasia, per quanto atrocemente buffona, da Aristofane il padre ad Heine il figlio, avrebbe creato simile tipo diventato il trionfale aborto della nostra civiltà, il capolavoro del nostro buon senso cristiano e della nostra saggezza economica, del filosofismo liberale e delle rivoluzioni medioevali e francesi.
Fuori di Europa, e l'America è europea di spirito, la donna è o un bruto o una poesia; in Europa invece è una prosa e, se invece di Europa avessi detto Italia, aggiungerei, una prosa di pedante moderno imitata sopra una mediocrità trecentista.
A questo corpo spesso bello tempi cattivi comunicarono uno spirito peggiore, una composizione d'inconscie pieghevolezze e di assennate abbiezioni, di fetide velenosità e d'insofferenti inettitudini. Quando una donna è abbastanza ricca per essere oziosa e colta per non essere più brutale; quando la sua grazia arriva a contraffare l'eleganza e il suo pensiero a camuffarsi da idea; quando la sua mente parla di ideali e il suo cuore di sentimenti, come un sordo di musica o un giornalista di arte; quando si estasia con paradisiaca facilità in contemplazioni morali spesso colorate di tinte romantiche, o nega senza comprenderle tutte le aristocrazie d'intelletto e di cuore, o ammettendole le dileggia; quando insudicia colla bava del suo buon senso tutte le bellezze della poesia; quando i suoi vizi e le sue virtù rassomigliano a vizi e a virtù come la carogna di un leone a un leone; quando la sua anima vibra sotto le dita dell'amore come una corda da bucato ai colpi di uno dei pali che la sostengono; quando il suo intelletto è generoso quanto la bilancia di un mercante... questa donna è una borghese. Se Dante l'avesse conosciuta, certo se ne sarebbe servito contro i dannati del suo inferno; se il padre Kircher, che nella propria credulità scientifica trovava ieri 6561 prove della esistenza di Dio l'avesse sospettata avrebbe potuto da essa cavarne un'altra e la più irresistibile della sapienza divina, nell'aver dato alla società moderna, la più incredula, la donna borghese, affinchè l'uomo si staccasse noiato dalla terra e pensasse al cielo.
La donna si divide in tre classi: popolana, bellezza bruta; borghese, deformità sociale; aristocratica, bellezza artistica; ma queste tre classi sono confuse nell'altre, proletari, borghesi e signori. E come della donna è così delle città: vi è il villaggio, il capoluogo, mi si perdoni l'orribile parola moderna in favore della sua facile intelligenza, e la capitale — nel primo una vivacità auroreale, nel secondo un fermento paludoso, nella terza una attività di creazione: gli uomini del villaggio sono semplici, quelli del capoluogo pedanti, quelli della capitale intelligenti: abbandoniamo, direbbe Kant, la tesi e la sintesi per studiare l'antitesi — una città di provincia, per esempio come Bologna.
Guai se la donna borghese sia ricca, poichè la ricchezza è allora il sole che batte sullo stagno e ne centuplica la bruttezza e i pericoli! Guai se una città provinciale vanti un passato qualche volta storico, una ricchezza di possidenti, una coltura di università; se la sua aristocrazia voglia vivere di una vita artistica o elegante, se il suo popolo si consideri un gran popolo e il suo municipio un governo mondiale! Allora per chi vi abiti, e non vi appartenga, non rimangono che due vie, ridere o fuggire; o meglio una sola, ridere e poi fuggire. In una città di provincia tutto è, non piccolo, ma meschino: i palazzi e chi li abita, ciò che vi si dice e ciò che vi si fa: i caffè ove si annoiano sempre le stesse persone, i giardini pubblici che si annoiano sempre senza pubblico e più la domenica quando ne hanno troppo: le calessi dei ricchi sempre addietro della moda, gli abiti degli uomini oltre la moda, quelli delle donne al disotto della moda — tutto è meschino, la borsa ove si stringono i contratti e i saloni ove s'intrecciano gli amori: là una borghesia che ritorna plebe, qua una borghesia che scimmieggia l'aristocrazia: i circoli ove una partita a domino è un fatto della più alta importanza, i club dove si manipolano i regni e le repubbliche colla più sublime indifferenza.
E ogni città di provincia ha il suo centro elegante, un portico o una strada, ove nelle ore più eleganti gli eleganti di ambo i sessi convengono per ammirarsi a vicenda o lasciarsi bonariamente ammirare dalla gente brutta; vi è il barbiere dei giovanotti e la sartrice delle donne, che si ricambiano un fuoco non interrotto di storielle, di aneddoti sempre gli stessi come i _fatti diversi_ nei giornali — là un cavallo, qua una acconciatura; un marito ingannato abilmente, una ragazza che anche più abilmente si è lasciata ingannare forniscono conversazioni più lunghe e noiose di un discorso accademico: si enumerano i debiti e le fortune delle persone più in voga e per esserlo basta volerlo, perchè mai l'aforisma stoltamente vantato — volere è potere — trova più splendida conferma. Basta perder qualche centinaio di lire al gioco per sentirsi guardare come un grande epicureo, o indossare un abito nuovo non avendolo magari pagato e fare un giro nel centro elegante per impararne subito il prezzo.
La borghesia di una città di provincia è la maggiormente borghese di tutte, e sarebbe il quadro più grottesco e più bello per chi sapesse farlo, ma l'autore vi rinuncia — basti che gli uomini sentano come parlano e le donne come si abbigliano: date una mano di bianco alle rovine di un castello feudale o mettete un gibus sulla testa del primo carrattiere, cui vi imbattete, e avrete un'idea della borghesia di provincia. I Greci inventarono la città nel senso morale e politico; noi maggiori di loro abbiamo la borghesia: e così ci andiamo perfezionando e i posteri non tradiranno, speriamo, nè le nostre speranze, nè le nostre tradizioni.
Ogni grande città di provincia ha i suoi circoli, politico, elegante, artistico, dotto, che si rassomigliano tutti nella importanza come i gobbi nella schiena: e ogni circolo ha i suoi grandi, una razza che nessun naturalista ha ancora anatomizzata e che non cresce se non in provincia, come i pomidoro non spuntano che sul concime — persone quasi tutte che rifulsero al ginnasio, si appannarono al liceo, fecero alcune lustre all'università e finalmente abbagliarono, oratori e segretari di ogni comitato, che si radunava a sciogliere davvero le grandi questioni sociali.
Fuori delle sacre mura della città nessuno li conosce, ma che importa? I cittadini, che lo sanno, raddoppiano la loro intelligente ammirazione, ed eglino per riconoscenza la stima di sè stessi: se non compierono grandi cose, nacquero disgraziatamente in un teatro troppo piccolo; se non scrissero grandi opere e poche ne lessero, i grandi negozi rubarono loro il tempo, però prima di morire si assicureranno la immortalità; infatti, se uno di loro muoia, ecco subito un altro di loro a dichiarare sul feretro con una seguenza di frasi rimbombanti e vuote quanto un tamburo: che il morto non è morto, perchè tali uomini non muoiono.
I grandi uomini di provincia, che hanno tanto divertito Balzac, egli veramente un grande nato in provincia, se del partito così detto progressista si riconoscono alla insipida audacia dei discorsi, se del partito conservatore alla melensa serietà dei sentimenti; superbi di sè medesimi che stimano e del paese che disprezzano, si combattono con maggiore accanimento degli Orazii e Curiazii della antica leggenda e s'incensano col rispetto dei preti cantando la messa. E ai Marat e ai Metternich del consiglio comunale fanno riscontro i grandi artisti e i grandi eleganti: poeti che hanno costruito sull'Italia più canzoni che il suo governo non abbia commesso errori, o lanciarono poemetti, i quali cadendo sul selciato della critica fecero meno rumore della neve, o scrissero una novella che i lettori provinciali guardarono inebbriati per sè, cosicchè niuno dopo di essi conobbe; critici che dicono male di tutto ciò che non intendono, quindi di tutto, specialmente se presente, forse nella idea che alcuno per reazione dica bene di loro; filosofi, che ebbero l'immenso merito, e questa volta sul serio, di non alzare sistemi e si limitano ad annoiare coloro, che già si annoiano nei club e nelle conversazioni: pittori divenuti caricaturisti senza accorgersene; scultori generalmente da chiese, che scolpiscono brutti santi, forse per insegnarci che la virtù sola guadagna il paradiso o qualche brutta Venere per toglierci l'amore della bellezza, che si dice, lo faccia perdere.
Ma gli eleganti sono ancora in maggior numero e tutti uguali malgrado le differenze di fortuna, anzi i più ricchi peggiori. Alla capitale si è eleganti, in provincia si fa l'elegante, distinzione suprema che tutti i satrapi della moda mi ammetteranno, e nella quale sta il segreto dell'amabile magnificenza dei saloni di Roma e della opulenza sgrammaticata dei saloni, per esempio, di Bologna. Là l'eleganza è una originalità e un'abitudine, qui una imitazione e uno sforzo: una signora di Roma è sempre elegante sebbene le sue vesti non lo gridino mai, una signora di Bologna non lo è mai benchè la sua acconciatura lo strilli sempre: quella odorerà come un mazzo di fiori, questa come una bottega da profumiere; la prima farà della ricchezza una graziosa cornice a un quadro spesso mediocre, la seconda una chiassosa insegna a una osteria spesso infrequentata: l'una sarà divinamente incantevole nella propria leggerezza come le fantasime che si formano in cielo coi vapori, l'altra faticosamente leggera come la polvere che il vento alza sulla strada.
Per una signora della capitale un abito è una novità, per una signora di provincia è un avvenimento commentato spesso non senza frutto e spesso consegnato nelle mani della tradizione. A Roma una festa, nella quale si spende la rendita di un milionario provinciale e convengono centinaia di bellezze e di grandezze, è una guarnizione di brillanti lavorata da un grande orefice: a Bologna una festa, che costa meno di una scatola di sigari avanesi e ove brillano fra pochi nobili di data così vecchia, che il loro nome non brilla piucchè nel passato, i deputati di giovani botteghe e di più giovani ed apocrife fortune, per l'artistico dell'aspetto rassomiglia a una di quelle guarnizioni di reliquari di cuori d'argento e di coralli, che attirano l'attenzione dei devoti e degli increduli sul petto delle madonne miracolose.