Al di là: romanzo

Part 12

Chapter 123,681 wordsPublic domain

— Hai ragione; per quanto generoso, il duello questa volta è ridicolo: l'amante può trionfare del marito come della moglie. Quando un amico vi uccide bisogna ucciderlo: dente per dente, occhio per occhio — afferrarlo per la schiena e piantargli un pugnale nel cuore. È la sola soddisfazione che rende possibile ancora il matrimonio. Dumas ha torto: il grido della giustizia non è _tue-la_, ma _tue-le_; la donna è innocente e corruttibile, noi corrotti e corruttori.

A queste parole pronunciate con certa esaltazione Carlo sorrise: gli accarezzavano l'intimo corruccio e mi approvava col cuore se non colla testa.

Quindi si alzò dicendomi con accento secco:

— Vieni.

Ci chiudemmo a chiave nel suo studio.

— Sono geloso, ruggì appena sicuro di non essere inteso. Quella donna è una infame civetta.

— La marchesa di Monero?

— Sì.

— Impazzisci: te lo avevo predetto. Non sei di forza a lottare con quella donna: e poi non ti ama.

— Chi te lo dice?

— Allora ti ama e sei geloso di te stesso: per un avvocato ragioni passabilmente.

— Lasciamo gli scherzi, Giorgio: soffro come un dannato. Adesso si lascia corteggiare dal marchese Del Pino, quel biondino antipatico.

— Assurdo! Del Pino è un bel giovine, infinitamente più bello di te.

— Sia pure, ma ella è una infame civetta senza cuore. Pare quasi che odii gli uomini e voglia innamorarli per godersi le loro torture.

— Potrebbe essere: allora guai a te!

— Che cosa mi consigli?

— Niente.

— Non vi sono rimedii a certe malattie, e quei dubbiissimi non li seguiresti. Ella è forte, sii forte. Maria Stuarda amò Bothwell perchè la violò, il mio cocchiere si è lasciato bastonare da una donna e ne è stato amato: sono due sistemi che hanno fatto le loro prove: puoi provare.

Carlo era così profondamente irritato che la mia contraddizione lo spingeva nell'abisso, ma esaltandosi per la marchesa, io pensavo che dimenticherebbe Mimy. Però il nostro colloquio non fu così breve; egli ritornava sempre sulla propria gelosia e sulla leggerezza della marchesa, rompendo in lamentazioni quasi eloquenti.

Finalmente mi liberai e tornammo nel prato; Mimy vi era ancora nella stessa attitudine.

— Stai a cena con noi? mi chiese Carlo.

— Per questa sera ne ho avuto abbastanza di te; e poi guarda: tua moglie non m'invita.

— Ve ne andate? ella rispondeva con cert'aria di sfida.

— E mi dispiace di lasciarvi in cattiva compagnia; Carlo è idrofobo.

— Ho perduto una causa importantissima: darei dieci anni di vita per vendicarmi di qualcuno.

— Dunque addio.

Uscii dal cancello, ma invece di avviarmi a casa feci il giro del piccolo bosco, fermandomi al cancello aperto quella sera fatale. Era chiuso a catenaccio, colle sbarre vestite di spini: lo tentai inutilmente col piede. Nullameno avevo a passare. Con una pazienza da martire e valendomi del temperino, che ruppi ad un legaccio di ferro, scostai uno ad uno gli spini dalle sbarre tanto da cacciarvi la mano, poi il piede, ma gli spini, stretti da frequenti nodi, appena respinti tornavo a baciare le sbarre baciandomi invece le mani, che mi sanguinavano — però vi feci qualche vano e giovandomene con destrezza inforcai il cancello: davvero che avrei preferito il puledro più ombroso! Se Mimy mi avesse visto in quella posizione ero perduto! Gli spini mi si avviticchiavano alle gambe; posavo sulla punta dei piedi tentando invano di levarne uno senza perdere l'equilibrio: ad ogni momento mille trafitture col pericolo di lacerar i calzoni: pensavo anche ai calzoni. Mi cimentai, levai un piede, traballai, stetti quasi per cadere, mi stracciai le mani; fu un momento di angoscia, cadendo potevo far rumore, e sebbene il bosco fosse deserto... ma non cascare era difficile... lo era troppo, perchè caddi con un ramo di spini nel collo.

Mi fermai a respirare; il sangue mi usciva da molte lacerazioni, sentivo di avere delle spine nelle mani: ci penserà Mimy! Questa risposta mi consolò. Camminavo cautamente fra gli alberi, trepidando più di paura che di amore: se fossi scoperto! Studiavo l'ombra e il silenzio, le fisonomie degli alberi; giunsi al mio ippocastano: ristetti. La finestra del salottino di Mimy era aperta e sotto essa l'inferriata, un'altra volta salita, nereggiava nella tenebra.

— E sia! Mi accostai al muro, afferrai una sbarra e in due slanci fui sulla cimasa, ma colle braccia non arrivavo al davanzale della finestra; allora un'idea m'illuminò, mi sciolsi di cintura la sciarpa romana: la gettai e per fortuna si arrestò al ferruccio, che fissa, chiudendola, il riccio dell'imposta. Tirai e resistè; dunque su a rischio che la sciarpa sfugga... uno sforzo, uno sbalzo e cascai nel gabinetto.

Qui ti lascio.

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Ero dunque al buio nel salottino di Mimy: respirai di soddisfazione, poi fremetti. Se Giulietta fosse entrata in quel punto e travedendomi avesse gridato dallo spavento... Questa idea mi fece raccapricciare, poi mi rassicurai; il dado era tratto: _væ victis_! e movendomi con circospezione cercai di riconoscere il luogo, perchè volevo penetrare nella camera di Mimy. Camminavo tentoni col cuore così tumultuante che ne udivo i palpiti: mi fermavo a mezzo i passi: un silenzio e un'ombra di sepolcro mi avvolgevano. Lo scricchiolio elegante delle scarpe mi dava orribili punture, mi sembrava di camminare come i commedianti nelle scene notturne, quando si abbassano i lumi della ribalta, e la ridicolezza dei loro passi e dei loro atti mi colpì così vivamente, che non potei tenermi dal ridere. Afferrai brancicando una poltrona, quella di Mimy: non so perchè respirassi con più libertà adagiandomivi; arrovesciai il capo sulla spalliera ed incrociai le gambe come se fossi nel mio gabinetto.

Rimasi così qualche tempo dimenticandomi Mimy nel sognarla: poi quel bollore di sensi si abbassò e il sogno svanì nelle tenebre. Alzandomi inciampai in uno sgabello, che ebbe la gentilezza di non rovesciarsi: proseguii, giunsi all'uscio, era chiuso. Girai la smaniglia: era chiuso a chiave e sapevo la serratura a scrocco. Presi a voltarla lentamente: ogni percossa del congegno martellavami le tempia: apersi, rinchiusi colla smaniglia: ero nella sua camera.

Non ebbi più paura.

Buio assoluto, tutto chiuso: accesi uno zolfanello. Ebbene, Anselmo, nulla al mondo mi aveva ancora dato la sensazione di quella luce in quella camera dalle pareti in lilla, colle tende bianche e l'aria verginale. Stupii, mi parve strano di essere lì dentro, io un uomo in quella cameretta linda ed innocente! Corsi allo specchio, presso il letto, nascosto da un padiglione di veli: lo stupore mi rendeva più brutto.

— Osceno!

Il fiammifero era ancora a mezzo: alzai una cortina del letto.

Faust ha ragione: la mano trema scoprendo il letto dell'amata. Si potrà guardare indifferentemente la scena più lubrica, nuda la donna più bella, forse la vostra donna, ma il suo letto intatto, bianco, colle trine agli origlieri e ai lenzuoli, tutto bianco, appena odoroso; il letto nel quale ripara la propria nudità, ove si accarezza sospirando o ridendo, ove avrà passate tante ore di solitaria voluttà, godute tante estasi mai confessate, durati tanti spasimi inconfessabili... il suo letto vi commuove, vi confonde. Non ti dirò la sua poesia, tutto fasciato di candidi veli, con una coperta di merletti leggieri: non si vedeva nè legno, nè ferro: molti cuscini alla testiera, la Sacra famiglia di Muller pendente dalla parete colla sua Madonna inginocchiata, la più bella, la più divina e insieme la più umana di quante Madonne io conosca; e ai piedi un'altra gualdrappa bianca, mi esprimerò così nella mia ignoranza dei lavori femminili, pure a merletti gonfi.

Il fiammifero si spense scottandomi le dita.

Se avessi sorpresa a dormire Mimy... ma il lettino era vuoto, era freddo. Decisi di sdraiarmivi sopra, e spolverati accuratamente gli stivali in quel buio mi vi allungai, affondando la testa nei cuscini. Chiusi gli occhi.

Il letto a molle cedeva troppo sotto il mio peso troppo grave: da tutti i drappi si sprigionava un odore sottile, le trine mi entravano nei capelli, mi pareva che il cortinaggio si chinasse per riconoscermi, l'ombra mi accarezzava... Ero ubbriaco.

Aspettai: voleva aspettare Mimy.

Il pensiero le correva dietro, poi divagava come accade sempre nelle situazioni troppo violente e prolungate; le idee più strane, le immagini più bizzarre mi passavano pel capo distraendomi tanto da tormi la coscienza della mia posizione: poi la riacquistavo, e il sangue mi ribolliva improvviso al cuore e alle tempia.

Aspettando mi feci malinconico.

— Povera Mimy! Che cosa mi aveva fatto per trattarla a quel modo, entrarle in camera, entrarle nel letto come un ladro, e chi sa quale spavento proverebbe scoprendomi? Povera donna!... Una statuetta di opale, un raggio di luna gettato da un genio fantastico in una forma femminile: giovane, fragile, chi sa quali fantasmi accarezza nel pensiero, quali passioni nel cuore, ed io infinitamente più brutto vengo ad assalirla, sfondo la siepe del suo giardino e ne calpesto i fiori... Che cosa mi ha fatto perchè io sia giustificato e la mia ombra abbia diritto di offuscare il suo raggio, perchè la mia bruttezza offenda di un bacio osceno la sua beltà; perchè il mio cuore prostituito insucidi il suo cuore poetico, e il mio spirito scettico inaridisca il suo spirito credente? Povera donna! mi diceva con tristezza: ecco il vostro destino; siete bella, confidente, e un bel giorno un uomo vi si accosta inavvertito, vi investe, vi possiede, — piangete, palpitate, v'inebbriate un momento di un senso misterioso, divino; poi l'uomo si leva lento, ributtante, e voi? macchiata, decaduta per sempre dal vostro cielo, inconsolabile. Guai a chi sorge, a chi brilla! Povera Mimy... Il pensiero del dolore, che le avrei dato, m'inteneriva; il mio amore le sarebbe passato sul cuore come un bracco inzaccherato sopra un cuscino di seta bianca... Povera Mimy, povero e tristo Giorgio!

Anche questa malinconia venne meno.

Ero sempre sdraiato sul letto, Mimy tardava: m'impazientivo. Che cosa faceva dunque? dov'era? una idea mi traversò lo spirito infangandomelo; che Carlo voglia rifarsi con lei della marchesa? Il dispetto è così stravagante! non mi ci volli fermare, e mi volsi al muro quasi per addormentarmi. Stavo così da poco quando udii muoversi la smaniglia dell'uscio: mi voltai convulsamente: Mimy entrava col candeliere in una mano e la mandola nell'altra.

Finalmente!

Posò candeliere e mandola sul tavolino e sedette. La vedevo benissimo fra le tende sforacchiate dai ricami; si era già slacciato il nastro della cintura, scomposto sul capo il mazzo delle treccie; sedeva pensierosa nella sua posa abituale. Sospirò: io stentavo a non tradirmi con qualche movimento rumoroso; poi scosse la testa e seguitò a spogliarsi. Finì di sbottonare la veste, di slacciarsi il busto che gettò sopra una sedia: la camicia allentandosi mi rubò i contorni del corpicino delicato; sciolse le altre treccie, che caddero pesantemente sulla veste, e rimase un altro momento meditabonda — a che pensava? a me? Volevo quasi crederlo, ma v'era troppa languidezza nel suo atteggiamento, e allora m'avrebbe adorato! La ragione negava alla mia vanità questa divina compiacenza. Quindi alzandosi andò a sedersi dietro il canterano, così che le vedevo solo un piedino, mentre mutava gli stivalini nelle pantofole; un piedino di fanciulla, grazioso come il complimento di una fanciulla e che avrebbe capito nel cavo della mia mano. Furono pochi secondi: mosse al letto.

Non ti dirò nulla: era amore, rammarico, orgoglio? non so se il cuore mi battesse: non so nulla.

Si avanzava in camicia, sciolti i capelli, bianca, bionda, indifferente...

Si fermò allo specchio: mi volgeva le spalle e la vedevo nella lastra: se avessi spinto un braccio dalle tende l'afferravo. Mi venne questa idea.

Ella si considerava melanconicamente, almeno mi parve. Si lisciò i capelli, si guardò i denti e sorrise come per provare la grazia del sorriso: stette sospesa mirandosi, si salutò, nota questo verbo esattissimo... e si rivolse.

Questa volta ero calmo: ancora due secondi, due passi e la bomba scoppiava: guai se fosse scoppiato un grido: due secondi, due secoli, due eternità...

In faccia alla catastrofe avevo riacquistato il mio sangue freddo: il libertino dominava l'artista, lo scettico il poeta. Ella si accostò: la sua bianca figura si mesceva al bianco del cortinaggio: tutto era bianco: alzò un braccio, toccò una cortina — un movimento e tutto è fatto, o meglio tutto comincia.

— Ah! gridò soffocatamente indietreggiando, mentre io mi spingevo dal letto perchè mi riconoscesse.

— Un momento! esclamò supplichevole cercando di nascondermisi, e la sua voce era tanto commossa, il suo gesto così eloquente che ubbidii: ritrassi il capo abbassando gli occhi, e quando li rialzai ella si era diggià infilato l'abito.

— Uscite, mi disse tremando.

— È impossibile.

— Allora esco io.

— Impossibile ancora.

— Lo vedremo, e si moveva.

Afferrai la mandola e traendone un forte accordo mi sedetti. Si voltò meravigliata.

— Che cosa faccio? suono, vi risparmio l'incomodo di suonare il campanello, perchè canterò e sveglierò forse Carlo, che accorrerà, non v'impazientite! abbastanza presto per fare una scena. Chi sa che questo non dissipi il suo cattivo umore: io in camera vostra, il letto disfatto, voi quasi in camicia... se non si contenta ha il gusto difficile: e sarà colpa vostra, glielo avrete affinato.

Mimy si era fermata.

— Oh! ma è impossibile! riprese dopo una pausa convulsa.

— Lo penso anch'io.

— Giorgio, uscite per carità: ma donde siete entrato?

— Dalla finestra.

— È impossibile!

— Avete torto nuovamente: ho scavalcato il cancello del bosco — guardate come mi sono guastato le mani — anzi vi ho ancora alcuni spini che, più calma, spero mi estrarrete fra poco. Mi sono arrampicato sull'inferriata, poi gettando questa sciarpa, sul ferruccio del davanzale ho dato la scalata: vi confesso, non senza pena. Adesso vi ho spiegato tutto.

Ella tremava come una canna al vento: impallidiva ed arrossiva; voleva guardarmi e se ne vergognava, indicibilmente più bella in quel disordine di vesti e di vita.

Ci fu un istante di silenzio.

— Sedete, le dissi: abbiamo da parlare a lungo.

— No: non importa! e fece un passo verso l'uscio.

— «Bella figlia dell'amore, — » cominciai sull'aria del _Rigoletto_.

— Zitto! mi accennava impaurita colla mano.

Allora mi alzai e pigliando il largo per non spaventarla andai alla porta, ne trassi la chiave, chiusi e gliela presentai.

— Siete libera: dunque sediamo ed ascoltatemi. Vi sorprendo o meglio mi sorprendete nella vostra camera e vi agitate: avete ragione, lo avevo preveduto, ma avete troppo spirito per esagerare questo convulso.

— È una indegnità.

— Non esageriamo, vi ripeto. Ho giurato d'amarvi e mantengo la parola. Se mi odiate: ebbene volete uscire? io mi metto a cantare e Carlo arriva: conoscete i suoi principii cavallereschi. Voi sarete salva e noi ci batteremo forse qui: mi farò ammazzare o lo ammazzerò, più probabile il primo che il secondo. Non lo dico per intenerirvi, perchè preferisco ancora la vostra indifferenza sprezzante a un amore di compassione. Potete forse rimproverarmi di scegliere ineducatamente il terreno e di esporvi nel caso di una scena alle atroci calunnie del pubblico, ma vi giuro sul mio onore, e allora, Anselmo, pensavo a te, che la vostra innocenza sarà provata — del resto non pretendo di essere inappuntabile: però l'uomo, che giuoca la vita, merita qualche scusa se nella commozione dimentichi le esigenze della etichetta.

Ella taceva cogli occhi bassi.

— Se vi ho offesa, seguitai, ne sono pentito e triste, Mimy; ma sono innamorato: voi, una statua tagliata nel ghiaccio polare, voi non sapete l'infinito di ragioni che sta in questa parola. Vi sorprendo come un assassino — e sia, per voi sono pronto a diventarlo. Mimy: sentitemi bene: sono qui, e non ne uscirò e non ne uscirete, per questa notte, se non provocando una scena. Però siete libera: vi lascio la mia vita fra le mani — scegliete: un deposito o un giocattolo: vi ripeto, siete libera fino al dispotismo, fino alla tirannia.

— Giorgio, Giorgio! mormorava giungendo le mani: siete pazzo.

— Me lo avete detto altre volte, mia bella, e oramai ne sono persuaso. Sarò pazzo, sarò tutto quello che vorrete, ma voi siete...

— Ascoltatemi, m'interruppi a un suo movimento nervoso. Siete bella, ma alla vostra perfezione manca una corona, l'amore. Lasciate che io povero poeta, che non potrò mai cingerne alla mia, la cinga alla vostra fronte: sarete contenta. Lasciate che vi ami, perchè ne sono degno, lo dico con orgoglio, per quanto possiate stimare voi stessa. Avete ceduto a Carlo, perchè dovreste resistermi? Vi comporrò una ghirlanda colle rose, che ancora mi fioriscono nell'anima, le poche che il dolore ha salvato colle sue rugiade di sangue dal torrido sole della vita. La vita passa — tu credi forse che un giorno senza amore sia un giorno passato? t'inganni, questo giorno ti riviverà funestamente all'anima, come dura la cicatrice nel corpo quando la piaga è guarita — oh! mia bella, quando non sarai più fanciulla e sarai ancora bella sentirai che cosa sia un giorno passato senza amore. Le tue guance sono pallide, la tua fronte opaca, il tuo cuore melanconico; vuoi che le guance si colorino, che la fronte splenda, che il cuore sorrida — sali la nave del mio amore, la poesia soffierà come il vento nelle vele, e salpiamo per l'infinito...

Parlavo mano mano più commosso; l'entusiasmo m'infiammava. Trasfigurato alla mia coscienza, m'inebbriavo di me e di lei, alla quale dovevo questa trasformazione momentanea.

Caddi in ginocchio.

— Oh, Mimy, come t'amo!

— Proprio?

— Sì, risposi cogli occhi ardenti.

— Allora uscite, Giorgio: andatevene, non abusate di una povera donna. Lasciatemi, ve ne prego, e tentava di staccarmi le mani, che l'avevano afferrata. Se mi amaste davvero non mi trattereste così.

Due grosse lagrime le spuntarono dagli occhi cilestri.

— Non piangere, per tutti i santi delle tue orazioni! Non mi perdonerei mai di averti costato una lagrima. Ma dunque mi odii molto!... Che cosa ti ho fatto per esserti più odioso di Carlo, che ti comprò per assassinarti? Fidati al mio amore: ti amerò con tutta la mia potenza di uomo, il mio entusiasmo di artista. Non mi ami? un pochino!

Mi premevo le sue mani al petto appressandole il volto al seno tumultuante. Ella mi guardava sempre più pallida ed agitata, e le lagrime le rigavano argenteamente le gote.

Anselmo, la bellezza che piange!

Stavo in ginocchioni col petto nei suoi ginocchi; l'odoroso tepore del suo corpo passando nel mio e raddoppiandosi formava intorno a noi un'ardente atmosfera. Febbricitante, inconscio mi ubbriacavo colla sua angoscia, assaporavo i suoi fremiti, libavo i suoi brividi — povera e stupenda fanciulla! Il suo dolore m'inspirava una indefinibile voluttà d'inasprirlo, di svegliarle la voluttà; le sue mani umide ed inanimi mi comunicavano una indomabile irrequietezza di vita; l'agitazione del suo seno mi agitava come il mare agita una barca abbandonata sul lido... mentre l'onnipotente lusinga del silenzio dava all'aurora della tempesta tutto il suo incanto.

Improvvisamente la strinsi, forzando le sue braccia a cingermi il collo.

— Ah!

— Tardi.

— No: Giorgio, rispettami: non mi vuoi bene!...

Un singhiozzo mi arrestò: la guardai, sembrava vicina a svenire, scolorita, come senza respiro: infatti mi mancò fra le braccia. La sollevai come una bambina adagiandola sul letto.

— Mimy, mormoravo coprendole di baci gli occhi socchiusi: guardami, andrò via: non ti posso vedere così; e pure dicendo queste parole le mie mani spietate le smentivano. Il sangue mi si accendeva; i baci si moltiplicavano più lunghi ed ardenti. Un fatale prestigio spirava da quel corpo quasi morto, da quelle labbra bianche, da quelle palpebre abbassate, mentre le stracciavo l'ultimo velo, tenendole gli occhi alla faccia: inebbriante e dolorosa profanazione! feroce e spirituale brutalità! Mimy era bella come una statua, santa come un cadavere, delicata come un angelo: la bianca ombria del cortinaggio dava alla sua nudità un pallore anche più spento, una sacra nebulosità; la voluttà sembrava essersi celata nel suo corpo come una bella donna entro un fitto velo scoprendosi senza mostrarsi — io provavo mille sensazioni insopportabili, palpitavo di mille sentimenti micidiali: ebbro, pazzo salivo e scendevo vertiginosamente per tutta la scala dell'essere, dal bruto all'ideale; tremavo, fremevo: quella bellezza e quella nudità mi parlavano, mi rispondevano, lampeggiavano confuse, onnipotenti, incomprensibili.

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L'istromento dovrebbe spezzarsi quando non può accompagnare il canto troppo alto della passione, o la penna che ci piantiamo nel cuore per narrarne i sentimenti, cangiarsi in pugnale e restarvi quando non si può più scrivere nemmeno col sangue! Dovrei fermarmi qui e non posso. Un irresistibile bisogno mi urge di dirti quello che non riuscirò a dirti, di darti la formula impossibile della mia voluttà: bisogno lascivo e doloroso, al quale si oppongono del pari invano la logica della ragione e la logica del cuore.

La mia vita per un inno, tutta la mia vita d'imbecille per un'ora di poeta! L'entusiasmo che mi fermenta nell'anima scoppii e l'uccida, ma l'anima morendo trovi il suo grido, il suo verbo... No: l'incendio morrà soffocato: la tempesta non avrà un urlo. Atroce impotenza! Dovunque il dolore, sempre il dolore: come un insetto velenoso sul fiore del piacere, come una stuonatura nella sinfonia della voluttà, come uno spettro al banchetto dell'amore: sempre il dolore, ad ogni passo che si muta, ad ogni pensiero che nasce, ad ogni pensiero che muore: la nostra vita non può obliarlo: ne è il principio e forse anche l'immortalità, come cantava ieri un grande poeta.

Dio! se Mimy fosse morta in quel punto l'avrei amata egualmente!

Alla fine sentii mancarmi il respiro, e feci un movimento che la scosse.

— Mimy! esclamai attaccandomele alle labbra, ed ella mi appoggiò le mani sul capo per sollevarsi.

Ci guardammo: il mio sguardo la vinse e i suoi occhi cilestri si nascosero dietro le palpebre. L'abbracciai ed ella non repugnava, non consentiva, piangendo senza singhiozzi: era mia e mi sfuggiva! Questa contraddizione mi esaltò: nel delirio più ancora della angoscia che della passione l'infiammai cogli sguardi, l'arsi coi baci, e a poco a poco la calda atmosfera delle mie parole e del mio respiro parve penetrarla; sentii fremere le sue mani nelle mie e le sue labbra tremarmi sotto le labbra, mentre durava a piangere silenziosamente guatandomi a volta a volta con una sublime attonitaggine. Le sue lagrime erano il vino del nostro banchetto e mi ubbriacarono follemente... ci amammo in un'estasi atrocemente divina, in un tumulto di baci e di singhiozzi, di moine e di ripulse, di esclamazioni e di gemiti profondi soffocati, nervosi: negli occhi le scintillavano lagrime e baleni, mi baciava fuggendomi e sentivo una sorda agonia di parole incomprensibili, di tronchi singulti — un amplesso ineffabile, senza nome, forse come quello di Adamo e di Eva la prima volta dopo la cacciata dal paradiso, o dell'angelo della voluttà e del dolore la prima volta, che esuli dal cielo, s'incontrarono sulla terra.

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