Al di là: romanzo

Part 11

Chapter 113,901 wordsPublic domain

Non comprendo la differenza: per me la virtù sta nella bellezza, e una cortigiana può essere bella di corpo e di anima quanto una gran signora. Del resto, se la voluttà è un vino singolare che invecchiando peggiora, per la forma del vaso Agnese rassomiglia fino all'equivoco ad una antica boraccia di Faenza e Mimy ad un giglio. Bere in un fiore, ecco la psicologia e la storia dell'amore!

Voler bere in un fiore perchè fatto a calice e tutto umido di rugiada, quando la sete della felicità ci tormenta, bella e dolorosa follia! Certo le labbra del calice sorridono e quelle gocce, forse lagrime cadute dagli occhi d'oro delle stelle, parlano una infinità di cose nel loro linguaggio di iridi, ma la sete non può spegnersi con così poco. Ad un'altra coppa ci bisognerebbe sospenderci; all'anfora, dalla quale trabocca eternamente l'onda della vita, e sulla quale Dio riposa il gomito dal giorno della creazione!

8 settembre.

Non è tornata. Se non fosse un errore di strategia, anderei a Bologna. Forse mi aspetta laggiù e ridendo del mio dispetto e ascoltando anticipatamente il canzoniere de' miei lamenti: si sarà ingannata: sto in campagna, e quando ritornerà, sarò freddo come ne' miei giorni migliori.

Non conosci la donna, o tu che stimi Vincerne il cuore coi sospir, col pianto.

Canta Aroldo il selvaggio e profondo libertino. Non piangete mai davanti ad una donna, se non volete che si faccia una collana delle vostre lagrime, e del vostro dolore un cappellino alla propria vanità.

Che cosa farà a Bologna? Non vi ha amanti; Mimy è una vergine, che ha forse sognato quanto Messalina ha compito, ma serbandosi vergine. Quali chimere sognano dietro quella sua fronte unita ed opaca? Quali desideri hanno fatto il nido in quella testolina e colle ali sfolgoranti ne sollevano a quando a quando i capelli d'oro? Non lo so: non s'indovina il suono per vedere l'istrumento.

Ho bisogno di tutta quella donna, del suo corpo e della sua anima: il suo corpo è uno splendido palazzo, ma la sua anima ne è la fata che deve offrirmi, per me solo, un festino degno di Balthasar: voglio un giorno e una notte con lei come il sole e la luna non ne hanno ancora illuminato.

Intanto il palazzo è chiuso e la fata invisibile...

Senti: Mimy è pazza del suo canerino: se lo imitassi nella mia corte, poichè la maschera dell'aquila sembra mediocremente gustata? Non saranno quindi che gorgheggi, quintessenze di pensierini, seduzioni delicate come le carezze del sole invernale all'alicanto; la mia passione dovrà svolazzarle intorno per comunicarle col tremito delle ali la sua atroce e dolorosa trepidazione, lambirle tutti i sensi ad ogni vampa di calore, tutti i pensieri ad ogni sussulto di poesia, tutto il cuore ad ogni ribrezzo di solitudine.

— Che ne dici? mi faccio onesto.

_PS._ Ti mando questo pensiero.

«Baciare una mano è caro, una fronte è puro, una idea è sublime ed è bacio di uomo; baciare una bocca è voluttuoso, ma è bacio d'animale.»

Che te ne pare per un principiante di onestà? Se non mi rispondi subito, dichiaro che di onestà non sei nemmeno principiante.

13 settembre.

Esco in questo punto da Mimy, tornata sola.

Carlo è rimasto a Bologna colla marchesa.

— Non siete gelosa? le ho chiesto.

— Perchè?

— Badate: la bruttezza inspira amori più della bellezza: i romanzi di Hugo sono lì per provarlo. La marchesa, che è donna superiore, non s'innamorerà forse di Carlo, ma chi vi garantisce che non lo prenda come una rarità per compiere la collezione dei proprii amanti?

— Che cosa ne sapete, ribatteva con calore di amica, se la marchesa abbia avuto degli amanti? Tutti eguali voialtri: perchè una povera donna in un momento di debolezza vi avrà invocato e ne sarà stata pagata come voi soli sapete pagare, tutte le donne hanno una collezione di amanti... Parola di spirito e sopratutto generosa!

— Siete veramente bella quando vi stizzite.

— Andate là che i vostri complimenti non m'illudono.

— Chi tenta d'illudervi? però mi avete compreso a rovescio. Non sono di coloro che negano ad una donna il diritto di avere un amante, mentre poi vorrebbero diventarlo: ammetto anzi che possa ingannarsi più volte nella scelta: che ami non solo il bello ma il brutto, il grande ma l'ignobile, perchè entro un boccale di maiolica vi può essere un vino migliore che in una bottiglia di cristallo. Non disprezzo se non due sorta di donne: quelle che non sentono amore, o sentendolo non ne hanno il coraggio.

— Disprezzate le martiri?!

— V'ingannate ancora, Mimy: non è una martire colei che soffoca il proprio amore per non soffrirne i pericoli, piucchè non sia una buona madre colei che abbandona il bambino per nascondere la propria maternità. Quando si ama si osa. Che cosa importano le calunnie e le minacce? Lasciatela imperversare la tempesta, lasciate che il fulmine voli attorno al vostro palazzo come il leone di cui parla San Pietro; l'anima assopita nel proprio gabinetto di madreperla sopra una amaca d'argento non sentirà quei ruggiti, li sentisse tutto il mondo. Mi capite, Mimy? Sapete un nome per la donna che rinnega il proprio amore, e mentre il cuore le si allarga generosamente nel petto chiama la paura a soffocarla colle sue mani di spettro, o mentre l'anima apre le ali chiama ancora la paura a mozzicargliele coi suoi denti corrosi di scheletro? Se lo sapete ditemelo, perchè deve essere un nome tremendo.

Così parlando me le era appressato e le avevo preso un capo della sciarpa: ad un suo gesto ne sciolsi il nodo.

— Ve la pigliate col mio nastro adesso?

Mi alzai con violenza e apersi la finestra: non una stella o una nuvola; un fosco color di piombo, un cielo tetro come la mia anima.

— Perchè non mi avete risposto? Non mi dite che a certe lettere non si risponde: è una frase vecchia ed imbecille: quando un uomo vi offre la propria vita bisogna accettare o rifiutare: il silenzio non sarebbe che stupida superbia o brutale insensibilità, scegliete.

— Non scelgo.

— Dunque tutt'e due.

— Insolente! e mi guardò con aria di sfida.

Mi esaltai.

— Mimy! esclamai afferrandola per un braccio.

— Minacciate...

— Sì.

— Chiamo Giulietta.

— È inutile: badate, Mimy: abusate singolarmente della vostra posizione di donna: badate, la vittima non è sempre paziente nè ben legata, e anche il carnefice può passare un tristo quarto d'ora. Oh! non sorridete... il sorriso è uno sprone di cui non ho bisogno per far perdere le staffe alla vostra virtù. Volete la guerra: tanto meglio... Quando ritorna Carlo?

— Sarebbe il giorno della battaglia?

— Sarò un romano antico: ebbene, sì.

— Sabato.

— A sabato.

— E fino allora tregua....

— Delle visite volete dire. Non v'importunerò prima di sabato, ma sabato mi riceverete alla presenza di vostro marito: sono gentiluomo, non farò scene.

— Addio, Mimy: le stesi la mano, ma ella, mettendovi la sua, mi mise pure negli occhi uno sguardo melanconico e meravigliato: gliela strinsi e uscii precipitosamente.

Ti ho scritto una lettera o una scena?

15 settembre.

Indovina come mi sono distratto. Due anni fa ti mostrai Namouna, la mia mendicante del Cairo — non ti ho ancora scritto, che si è innamorata di me e che non le bado?

L'altra notte sono andato nella sua camera: dormiva colla testa penzoloni dai cuscini e col gattino favorito sul tappeto presso una sua lunga treccia mezzo disciolta. Il lume da notte rischiarava misteriosamente la camera.

La ho destata.

— Vieni con me.

— Debbo vestirmi?

— No: mettiti questo scialle invece della camicia.

Poi sono tornato nel gabinetto azzurro, le ho fatto accendere tutte le candele e l'ho mandata per una bottiglia di Falerno. L'attendevo sdraiato sul divano in una posa eccessivamente sultanica. Ella rientrava poco dopo colla bottiglia stappata e un bicchiere, seminuda entro quello scialle nero, orlato di tenui ricami rossi...

— Beviti quella bottiglia; ma siediti prima, qui.

— Tutta?

— Tutta.

— Mi ubbriacherò: e si versava subito un bicchiere bevendolo d'un fiato.

— Brava! un bacio per bicchiere. Namouna, mi vuoi bene?

Invece di rispondere, ella si alzò.

— Dove vai adesso?

— A prendere uno di quei bicchieri.

— Da rosolio!

— Ci sta anche il vino.

Scelse il calice più piccino e tornò ad accovacciarmisi ai piedi. Lo scialle vestivala tutta. Io la guardava pensando a una Orientale di Hugo, mentre ella non osava versarsi il Falerno, cogli occhi intenti nel mio volto come Turco il mio mastino. A poco a poco l'immobilità del suo sguardo mi attrasse, e considerai quella bella testa di tipo armeno abbruciata dal sole africano lievemente colorata da un inconscio desiderio, con ammirazione d'artista. Namouna è bella, ancora vergine nel corpo e nell'anima come nessuna ragazza della nostra vecchia Europa, poichè la raccolsi moribonda per una via del Cairo, che non conosceva nè Dio, nè vizi, nè virtù, e educandola non le ho insegnato il senso di queste parole. Veramente io non lo so, nè tu, molto maggiore filosofo, sapresti forse rispondere quando ella te lo chiedesse. Namouna ha quindici anni, una soavità di forme, che si fa ogni giorno più splendida: ma nella fisonomia non ha espressione di intelligenza; sarebbe una bestia sublime se non fosse una donna.

Giocarellando colla sua treccia, mi sono accorto che l'acconciatura di quello scialle era molto graziosa, e le ho comandato di spogliarmi: a mano a mano che perdevo gli abiti, Namouna tremava, curva su di me quasi a sfiorarmi il petto col petto; anzi nel liberarmi il bottone della camicia perdette così l'equilibrio che mi appoggiò una mano sulla bocca per non cadere — avevamo uno scialle in due.

— Dammelo: e tu infilati la mia vesta.

Ella se la gettò invece sulle spalle legandosi con civetteria i cordoni ai fianchi.

La pipa nel suo grembo, la testa appoggiata ad un cuscino io fumavo turcamente.

— Bevi dunque, esclamai, e getta via la bottiglia, come dovrei fare io colla mia vita ancora più vuota.

Mi prese in parola e vuotandone il resto di un fiato la scagliò così energicamente, che le sue gambe ne seguirono quasi l'impeto: e mi cascò sul petto. Cominciava ad essere ubbriaca.

Le soffiai una boccata di fumo nei capelli.

— M'esce il fumo dalla testa.

— Che cosa ci resta allora?

— Il fuoco.

— Namouna, mi vuoi bene?

— Io adoro... e a me chi mi vuol bene? Al Cairo morivo di fame e di caldo... qui è lo stesso.

— Adorami dunque; vediamo che cosa sai fare.

Mi fissò un momento colla faccia attonita, mise un lampo dagli occhi e si alzò barcollando. La vesta dalle spalle rovesciandosele capricciosamente sui fianchi, costretta dai cordoni finse il più bizzarro costume. Così andò in giro a tutte le poltrone, e pigliandone i cuscini me li adattava sotto il dosso in una enorme bica senza che lavorandomi intorno si accorgesse di essere seminuda; due volte la sua treccia mi sferzò il volto senza che pensassi ad afferrarla: poi ella uscì e tornò recando alcuni vasi cinesi dalla sua camera, che dispose intorno al divano, quasi intorno ad un altare o ad una aiuola della quale io fossi il fiore principale, e quando ebbe composta la sua scena, guardandola con soddisfazione d'infantile vanità, uscì ancora e rientrò con una ghirlanda di rose così bene imitate, che posandomela sul capo gliela strappai per odorarle.

— Fiori di seta, affetti di donna!

Ci guardammo.

Ella era ubbriaca: io dubitavo di esserlo.

Quella vergine mascherata da baccante e quella passione tuttavia bambinesca nella violenza mi facevano sullo spirito l'effetto della spuma dello sciampagna sul palato, mentre l'odore delle candele e dei vasi mi avvolgeva e Namouna si disponeva ad adorarmi come un Dio.

Infatti mi accomodò la ghirlanda sulla testa, distese una piega dello scialle e s'inginocchiò. Non fumavo più: la pipa si era spenta quasi per non tradire la mia parte di divinità. Tacevo; ella parlava in silenzio cogli occhi supplicandomi senza sapere forse di che cosa: le sue pupille sorridevano languenti ed ingenue, mentre la sua bocca tremante in un ansia di confetto e insieme di bacio non poteva più muoversi. Il suo linguaggio si accentuava in un palpito, si smorzava in un sospiro, svaniva in un pallore: aveva tutta l'eloquenza delle parole e il fascino del silenzio. Come lo comprendevo!... Al di sopra della giustizia vi è l'equità, al di sopra della forza la bellezza, al di sopra della bellezza la voluttà, al di sopra della voluttà la gloria, al di sopra della gloria l'amore, al di sopra dell'amare l'essere amato: lasciarsi amare, ecco il divino dei piaceri, che i grandi bugiardi inventori dei paradisi hanno scordato.

Mi lasciavo adorare: l'orgoglio, come una serpe ai primi raggi del sole, mi cresceva dentro al petto per cento lubriche spire: un calore mi saliva per tutte le vene, mi sentivo la corona sul capo, mi vedevo una donna ai piedi; non era il mio sogno? Se le foglie delle rose si fossero convertite in foglie di alloro, se Namouna si fosse mutata in una regina, quel gabinetto moderno in una sala antica, quel divano di palissandro in un divano di corallo, quello scialle di Milano in una clamide greca, il mio corpo secco e peloso in quello bianco e levigato di una statua... il sogno si compiva per sempre! Nullameno, una donna mi adorava ginocchioni, e potevo così sfogare su lei il senso doloroso di questa manchevolezza. Ad un tratto questo senso mi si acuì, una rigidezza indefinibile mi stirò le membra e fissai la fanciulla con uno sguardo così duro che non lo sostenne: si velò gli occhi colle palpebre, e lasciandosi andare come una Maddalena sulla gamba che mi penzolava dal divano, se la strinse convulsivamente contro la fronte infiammata.

A proposito, il gabinetto non era eccessivamente caldo.

Avrei voluto calpestarla, ma non osai chiederglielo: posare il piede sulla bocca fremente di una vergine, ecco quello che tu filosofo non potrai mai capire, nè io più disgraziato ottenere!

Poi sollevò il capo e sospendendosi colle treccie la mia gamba al collo, me la mangiava dai baci.

— Namouna, qui. Se ti amassi, che cosa mi daresti?

— Sono povera io.

— Sei donna... Vuoi amarmi, povera ubbriaca, vuoi?

— Sì.

— Da quando mi ami?

— Sempre.

— Molto?

— Così! e apriva le braccia.

— Allora alzati e vattene.

Mi guardò trasognata.

— Debbo ripeterlo?

La poveretta si alzò veramente ubbriaca barcollando. La lunga vesta le strisciava dietro sul tappeto sotto la magnifica nudità del suo torso.

Era affranta: la grazia del suo passo scomposto mi rendeva più acre il piacere della ripulsa e la lascivia degli sguardi coi quali lambivo la sua nudità verginale. Alla porta ella rivolse la testa con atto disperato e scoppiò in singhiozzi.

— Namouna, prima di andartene spegni le candele e porta via i fiori.

Era l'ultima sferzata, non la sostenne.

Domani dovrò ricordarmi di comperarle un abito per questa sua prima disobbedienza.

Forse nel domare la carne vi è più epicureismo che mortificazione, giacchè la violenza nella castità genera quasi sempre un misticismo più voluttuoso di tutti i libertinaggi. Le ballerine di Sibari inaffiavano le rose dei loro vasi col Falerno; le monache inaffiano quelle della loro anima colle lagrime, e le ottengono di un odore più acuto e delicato. — Se le pareti delle celle avessero ritenute le parole sfuggite al petto dei santi nelle loro estasi, quanti inni leggeremmo adesso più belli dei più belli di Hugo, e come dovremmo impallidire di vergogna, noi che ci vantiamo di saper vivere davanti all'orgie sentimentali dei grandi, che la Chiesa ha giustamente alzati sugli altari!

Da Casalecchio.

Domani è sabato.

Si dice che Alessandro dormisse alla vigilia di Arbella, Condè a quella di Rocroy, ed è caro crederlo per la grandezza del carattere umano: però ne dubito. Io non dormirò questa notte.

— Addio, Anselmo: ci parleremo dopo Filippi, e possa tu ripetere nella tua malinconia di onesto uomo: virtù, non sei che un nome vano! Sulla porta di un cimitero di giustiziati sta questa iscrizione:

_Deus vitam, lex necem, pietas sepulcrum._

Sulla porta dell'anima di Mimy voglio scrivere:

Da Dio l'essere, dalla legge il sepolcro, dall'amore la vita.

20 settembre.

«Ci parleremo dopo Filippi» ti avevo scritto: adesso vuoi una lettera o una scena? Ti scriverò da amante, da artista o da uomo di spirito, poichè fino ad un certo punto posso pretendere a tutti questi nomi? È la prima volta che scrivendoti mi trema la mano. Perchè? Pur troppo abbiamo in noi sentimenti che non ci sappiamo spiegare come quelle maschere che in un ballo scompaiono tra la folla dopo susurratoci un incomprensibile discorso: invano vorremmo indovinare chi sotto di esse si celi: ci sono note ed ignote; epperò fuggenti non possiamo seguirle, nè perdute ritrovarle. Si era vissuto trent'anni e questi sentimenti non avevano traversato la nostra coscienza, si vivrà altri trent'anni e non la traverseranno forse più... Incomprensibili ore di vita, che il tempo sembra aver rubato ad un'altra e che passano nella nostra, come un uccello dell'equatore per una contrada nebbiosa d'Inghilterra: inestimabili diamanti travolti nei ciottoli di un ruscello montanaro!

Nello _Ecclesiaste_ è scritto che ogni cosa ha la sua ora, la nascita e la morte, la gioia ed il dolore; ma il grande di quei proverbi immortali saprebbe dirmi: che cosa occupi questa mia ora? V'è l'ora del dubbio anelante, della lotta convulsa, della trepida vittoria, del languore crepuscolare — poi il languore si dissipa... oh ditemi dunque il nome di questa ultima ora!

Ma è ora che ti conti sul serio qualcosa.

Vieni, Anselmo, ritorniamo pei sentieri di questa notte. Veramente ne sono uscito solo da troppo poco, perchè ripassarvi in due cercando dove mi arrestai fremendo ad ascoltare il silenzio, o bevvi tra l'ombra un raggio di luna, sia dolce della malinconia religiosa del passato; ma ho premesso di condurti meco e dovesse la tua onesta compagnia profanare quei nascosti sentieri, vieni, li rifaremo. Ti dirò tutto, ma se nel mio racconto ti appaiano vani o contraddizioni, tu filosofo non te ne offendere: sarà forse una circostanza che il cuore commosso tenta nascondere allo sguardo freddo della ragione; una immagine, che arrivata questa notte dalle regioni della poesia si è gettata il mantello sul capo e si è stancamente assopita; sarà un sentimento, che nel delirio della voluttà perdette la parola, o un pensiero che ricredutosi nega di mostrarsi e si appiatta dietro i neonati gelsomini... Non potrò, non vorrò forse dirlo, e tu credine ciò che meglio ti piace, ma non ti lagnare.

Vedesti mai le capre inerpicarsi pei greppi a divorare le buccie degli sterpi incarogniti dal vento? Notasti con quanta destrezza profittano delle asperità del terreno montando e arrestandosi indifferenti ed insieme convulse? Così adesso le mie idee si sospendono alle roccie della memoria e del linguaggio per brucare una parola: come le capre sono bianche e nere, giovani e vecchie; alcune belano un saluto al mattino, altre paiono non vedere, non sentire la festa del giorno.

A questo punto un magnifico insetto, pallidamente verde, mi si posa sulla carta: lo conosco di vista; è uno di quei grandi signori che hanno per palazzo una rosa. La sua persona è tanto gracile che sembra camminare con fatica sulla carta levigata; eppure le mie labbra, non ha guari, erravano su carni più morbide delle rose e egualmente profumate!

Sabato mattina Namouna m'entrò in camera, che ero tuttavia a letto, recando una lettera di Carlo — ti aspetto a pranzo. — Io risposi: non vengo: a stasera. Mi alzai, presi un bagno, e, fattomi bello con più cura e minor successo della natura nel farmi brutto, mi chiusi nello studio. Avevo lo spirito coraggioso, lessi, mi posi davanti al mio quadro. Ho dipinto per due ore — è una donna che medita — tu più pessimista di me non gridare: al paradosso! Volevo esprimere il pensiero della sua meditazione e vi sono quasi riuscito, poi una piega dell'abito mi ha costretto a gettare furiosamente il pennello.

Era l'ora del pranzo. Mi sono fatto servire da Namouna. L'ingenua ammirazione delle sue occhiate avrebbe potuto pagarmi di tutti gli immani studi di toeletta, ma lo spirito mi si veniva facendo sempre più grave, talchè finii molto più a bere che a mangiare. Non giovò: come l'ombra si allunga invincibilmente al cadere del sole, la malinconia mi si stendeva sull'anima. Sellai io stesso Lina. È tutta bianca come il seno di una monaca, ha una testina più intelligente della mia e due occhi, che molte signore si augurerebbero; poi sono salito pei più deserti sentieri fino a San Luca. Il sole era curvo sull'Appennino quando mi arrestavo sulla spianata dinanzi al tempio. Mi sovvennero i bei versi del Carducci:

Sol di settembre, tu nel mezzo stai, Come l'uom che i migliori anni finì E guarda triste innanzi.

Triste il sole di settembre: triste l'ora, che perduta l'ardente poesia del giorno non ha ancora quella immaginosa del vespero, triste come il volto di donna che fu divinamente bella e perdendo la bellezza della gioventù non prese ancora quella della vecchiaia!

Come la criniera e le redini sul collo di Lina, mi ondeggiavano i pensieri nella mente. Andavo verso il casino di Mimy, quasi indifferente, e sentivo troppo questa indifferenza per crederci.

Il sole calava raccogliendo mano mano i suoi raggi e l'ombra saliva per le falde dei colli: io e Lina inoltravamo a testa bassa.

Avevano lasciato Giulietta ad aspettarmi. Carlo era serio fino alla tetraggine: la sua pelle dal colore dell'avorio ingiallito era passata all'altro dell'oliva acerba, mentre i suoi capelli ammutinati trionfalmente sotto il cilindro sembravano un manipolo di spighe sotto uno staio; Mimy ne rideva dondolandosi al suo braccio come un uccello sopra una fronda.

— Che c'è di nuovo a Bologna? gli ho chiesto ammiccando.

— È scappata la contessa Rina.

— Con chi!

— Coll'ultimo amante.

— Brava! ecco una donna che ha almeno la virtù dello scandalo: andrei quasi a Bologna per vedere l'aria trionfante di tutte quelle borghesi e quelle devote, le quali non troveranno mai un peccatore, che le faccia scappare.

— Così tu approvi.

— No, per due grandi ragioni: prima l'amante è brutto.

— Più del marito.

— Zitto! un marito è fuori della legge del bello: e Bologna è un paese anche più brutto. La Rina rimetterà difficilmente il piede nei saloni, perchè la Rina è bella e tutte le signore, che umiliava colla bellezza, la respingeranno come si respingeva Mirabeau dal ministero strillando immoralità! Rina tratta la galanteria da gran signora, che non teme disapprovazione; e ciò è troppo forte, perchè i deboli non la condannino per non condannare sè stessi.

Mimy mi ringraziò con un'occhiata.

— Me lo aspettavo che approvassi! Sei di una immoralità rivoltante. Una donna, prorompeva sdegnosamente, per una sordida sete di scandalo fugge coll'amante, infama il marito, disonora la vecchiaia de' suoi genitori, rovina due famiglie... e tu applaudi! Non poteva contentarsi dell'amante senza lo scandalo?

— Ecco la grande distinzione: hai troppo ingegno per non riconoscere al fatto la legittimità della natura, ma la franchezza della forma ti ripugna, mentre in essa sarebbe la redenzione del fatto, se fosse colpevole. E che ne sai tu avvocato, di questa sordida sete di scandalo, che spinse la Rina a rovinarsi invece di godersi quietamente e palesemente l'amante come le sue oneste amiche? Lo sai se non soffriva nella casa maritale? Quali passioni violente si agitavano nel suo corpicino delicato? Se prima del triste passo non abbia pesato tutte le tue ragioni ed altre ancora e nullameno si sia decisa? Rispettiamo un po' più lo spirito delle donne e non lanciamo una sentenza di morte contro un mistero. Vuoi che ti dica perchè sei tanto arrabbiato contro la contessa?

— Perchè?

— Perchè a Bologna hai fatto fiasco colla marchesa: gli susurrai all'orecchio.

Egli mi scagliò una occhiata velenosa dandomi nel gomito.

— Che faresti nel caso del marito? insistei guardando Mimy.

— Mi vendicherei.

— Battendoti?

— Meglio: non sono gentiluomo io: battendo.

— Cioè assassinando.

— Mio Dio! che discorsi! interloquì Mimy visibilmente in pena.