Al di là: romanzo

Part 10

Chapter 103,808 wordsPublic domain

— Dite piano, signore: se vi sentissero, sarebbero capaci di credervi e le avreste turpemente ingannate.

— Sei intrattabile, mio piccolo Byron!

— Che ne sai tu di Byron?

— Quanto gli altri che lo hanno letto.

— E ne sanno come del polo, cui non sono mai stati?

— Vieni che ti presento a quelle signore, entrava in mezzo un prudente.

Cercavo inutilmente Mimy.

Mi sentivo soffocare. Quella plebe mi studiava; nulla le sfuggiva dalla mia cravatta a' miei guanti, e si ammiccavano impercettibilmente fra loro come persone che, avendo finalmente misurato un uomo superiore, lo hanno impicciolito alla loro statura.

Mi sono arreso alla presentazione, ma passando innanzi a una finestra ho piantato l'amico.

La collera mi si era cresciuta colla gaiezza di quella gente.

— Mimy! ho chiamato, vedendola passare davanti alla tenda. Dove eravate, che non vi ho veduta entrando?

— Fuori, questa festa mi soffoca.

— Scommetto che è stata un'idea di Carlo di invitare tutta questa gente?

— Sì.

— Per avere la marchesa. Oh! non vengono che a lui certe idee. Però la marchesa non c'è. Come ha rifiutato l'invito?

— Semplicissimamente: ha detto che non verrebbe.

— E non l'avete pregata?

— A questa festa? non ne ho avuto il coraggio.

Così chiacchierando ci eravamo appoggiati alla finestra: nella sala incominciava un altro valzer.

— Mi sembrate ammalato: ella mi ha detto considerandomi.

— È vero: però non supponevo che ve ne accorgereste. Ero venuto qui per sollevarmi, e càpito fra una canaglia che tripudia. Voi almeno non vi divertite: datemi la mano.

Invece gliela prendevo, ma era così inanime che mi è mancato la forza di stringerla. Siamo rimasti alcuni minuti senza parlarci, nè guardarci. Il vento susurrava fra gli alberi, io non pensavo più a nulla; non ero più in collera: la sua mano nella mia, mi perdevo in una calma stravagante.

— Te ne vai? e le davo del tu la prima volta dopo quella scena sciagurata. Allora scendiamo in giardino.

— In giardino?!

— Avresti paura?

— E la festa...?

— La festa ti soffoca, lo hai pur detto; quindi prendendola risolutamente pel braccio la trascinavo: traversammo a stento le coppie vorticose: la scala era deserta e mezzo buia.

Ci avviammo verso il giardino illuminato dalla luna.

— Se qualcuno s'affacciasse alla finestra potrebbe vederci. Vuoi fumare? le dissi; ma cercando l'astuccio delle sigarette, trovai invece la romanza.

— No.

— Leggere?

— Che cosa?

Le presentai la romanza facendole lume con un zolfanello.

— Ti piace?

— No.

— Allora conservala: ti servirà nei giorni di cattivo umore: è bene avere qualcuno da disprezzare quando non si è contenti di sè medesimi.

Così entrammo nel giardino.

— Ma di grazia, che cosa facciamo qui?

— Passeggiamo. Non vorrai già farmi credere che ti divertissi più in sala. La romanza non ti piace? nemmeno a me. Ti ricordi la scena dopo il pranzo della marchesa?

— Giorgio...

— Eh via! lasciamela ricordare, perchè sono io che vi faccio la parte peggiore. Se credi che l'abbia dimenticata, t'inganni: quando dico a una donna: vi amo! non mento e voglio essere amato.

— Proprio!...

Mi guardò sbalordita.

— Ti stupisce. Sentiamo: che cosa hai da opporre al mio amore? Ti sono antipatico? non è vero. Valgo meno di Carlo? non è vero. Non hai bisogno di amare? non è vero. La tua onestà? non è vero: tu non sei onesta.

— Oh! m'insultate?

— No, mia bella, non esageriamo; voi non siete onesta e, anzi tutto, l'onestà non è una virtù. O amate realmente un uomo e il preferirlo a tutti è appunto la ragione e la sostanza del vostro amore; o non l'amate, come nel vostro caso con Carlo, e perchè l'essergli materialmente fedele sarebbe una virtù? E badate che, non amandolo, dovete detestarlo, perchè non voglio insultarvi, supponendo che possiate essere indifferente fra le braccia di un uomo. Se non avete un ideale verso il quale slanciarvi siete solamente una femmina, se lo avete e lo abbandonate per una minaccia umana o divina siete come la cortigiana: questa cede all'avarizia, voi alla paura; la medesima prostituzione, la menzogna nella voluttà, il piacere senza la passione. Volete essere virtuosa? siate forte: passate per dove le altre indietreggiano, salite più alto coi piedi che esse non veggano cogli occhi, abbiate il coraggio della vostra passione, e pel primo vi dirò: Mimy, siete virtuosa; ma finchè verrete a dirmi: fin qui non ho accarezzato che mio marito, vi risponderò che la mia Diana non ha mai leccato altri che Turco: perchè dovrei stimarvi di più? Ma Carlo, voi non l'avete mai amato, voi povera vittima! Voi non credete come le donne volgari a questa onestà, e vi amo per questo. Il vostro spirito è già un ribelle, il vostro cuore ha la febbre della passione e della grandezza...

— Che cosa ne sapete?

— Lo so: vedi, la vita la rassomiglio ad un sentiero fra burroni e frane: i forti lo passano a piedi, i deboli si fanno legare sul mulo della legge e chiamano virtù la loro paura, delitto il nostro coraggio, e sia! A loro l'inerzia e la sicurtà, a noi l'ebbrezza della libertà e del pericolo. Mi amerai: adesso sorridi.

— È il meno che posso fare.

— Meno sciocco vuoi dire.

— Giorgio!...

— Non cercare d'impormi o di fuggire, perchè parola da gentiluomo t'insegno e nasce uno scandalo. Ascoltami: siamo troppo affini per non amarci: ti comprendo come forse appena ti comprendi tu stessa, so le immagini che ti visitano la notte, i sogni che ti seducono nel giorno; entro ne' castelli che ti fabbrichi e li giro tutti, sono simili ai miei: tu idolatri la bellezza, il lusso, l'epicureismo divino del poeta; io posso darti tutto ciò. Ti amerò col genio che Shakespeare ha messo nei suoi drammi: ti costringerò ad amarmi almeno quella mezz'ora che ti starò presso, e sarà il mio trionfo.

Ella fece un moto colle spalle.

— Accetti la sfida?

— Insolente!

— Ora rimontiamo in sala: badiamo a Carlo.

Ritornammo verso la porta. Mimy era pensierosa.

— Guardate: la nostra guerra è già cominciata, il prossimo ha aperto il fuoco. Quelle due signore, che ci osservano dalla finestra, dicono a quest'ora che siete la mia amante.

— Ma non lo sono.

— Domani lo ripeteranno e, siccome Carlo è un uomo di merito, saranno facilmente credute. La vostra onestà non vi garantirebbe dalle calunnie: avreste il danno senza il vantaggio.

Entrammo nell'andito deserto.

— Un momento. Fin qui siam stati amici, d'ora innanzi o amanti o nemici: o vi trasfonderò la mia passione, o soccomberò nello sforzo — il genio non riesce sempre, perchè l'amore sarebbe più fortunato? Salutiamoci dunque; datemi la vostra mano che la baci amicamente.

Non rispose.

Quelle due signore ci attendevano sulla porta, ci squadrarono come due carabinieri. Mimy trasalì alla loro occhiata e mi lasciò bruscamente.

— Bella sera, mi si rivolse la signora Agnese, quella mercantessa mia innamorata: bella come lei! e collo sguardo m'indicava Mimy già lontana.

— Non ci siete, di più ancora: come voi.

— Mentitore!

— Lo so, ma perchè dirmelo in faccia?

Carlo sopraggiungendo imbronciato troncò il nostro alterco. Mi confessò subito la sua idea della festa con tanto cordoglio, che non ebbi il coraggio di riderne.

La festa durò ancora un paio d'ore crescendo di rumore, e se fosse stato possibile, calando di spirito, giacchè venuti a noia i balli, s'impresero i così detti giuochi di società, una costumanza che i naturalisti hanno ingiustamente dimenticata come prova che l'uomo è una scimmia irragionevole. Tutti vi concorsero scambiando motti e complimenti. I ritratti delle quattro stagioni appesi alle pareti si guardavano annoiati.

Io mi annoiavo più delle quattro stagioni.

Finalmente i più vecchi cominciarono a reclamare per il loro sonno: si pestò l'ultima polka, si rise, si parlò più fragorosamente e tra un mormorio di baci e di saluti si dispose la partenza.

— Esce con noi, signor conte? mi domandava la signora Agnese.

— Aspetto ancora.

— Colla signora Mimy.

— Pur troppo no.

— Innamorato!

— Da che lo indovinate?

— Da tutto e da nulla... ho dell'esperienza io.

— Lo credo.

Ella si morse le labbra.

— Sono dunque molto vecchia?

— Bisognerebbe essere vostro marito o il vostro amante per saperlo.

— Il mio amante: ma questi sono insulti, signor conte.

— Non ne avete? perdono: credevo che sarei stato più insolente non supponendovene.

— Vuole proprio schiacciare una povera donna.

Io le tesi la mano, che ella afferrò con impeto molto seduttore.

Eravamo rimasti in sala io, Carlo e Mimy egualmente indispettiti della festa. Non riuscivamo a parlarci.

— Ma allora me ne vado: davvero che questa conversazione è peggiore della festa.

— E vattene... ma a proposito: t'aspetto domani.

— A pranzo, Mimy?

— A pranzo.

Mentre cercavo il cappello, Carlo usciva dalla sala.

— Mimy...

— Non vi accostate o scappo.

— T'amo.

— Non è vero.

— Adesso te lo provo. Feci un passo, ma ella, sospettando sul serio, mi sfuggì per la porta chiudendosela dietro con impeto; vi rimasi contro col naso come uno sciocco. Però uscendo dal casino mi venne l'idea di andarmene dietro pel bosco, come la prima volta della scoperta; speravo che Mimy fosse alla finestra. V'era infatti.

Wal light through yonder window breaks? It is the east, and Iuliet is the sun. Arise, fair sun.

Le dissi a mezza voce avanzandomi sotto la finestra.

— Ah! rispose impaurita.

— Vorrei finire come Romeo se tu potessi essere Giulietta per me.

— È un complimento o un sarcasmo?

— Una dichiarazione. Senti, e arrampicandomi sulla inferriata della sottoposta finestra, me le accostai. Vorrei essere il sogno che verrà nel tuo letto... non chiudere per Dio! non vorrei essere nè più indiscreto, nè più pesante del sogno: vorrei solo farti sospirare per avvolgermi nel tuo respiro come nella esalazione di un fiore. Tu non lo credi, ma io ti amo, Mimy.

Ella mi guardava.

— Ti amo.

— Commedia!

— Che! gridai allungandomi: ella volle ritirarsi, ma vedendo che mettevo un piede sulla cimasa della ferriata, così che sollevandomi non avevo altro appoggio che il muro con gran pericolo di cadere, si fermò.

Ero in una difficile positura: salito il primo piede, non mi veniva fatto di levare il secondo, poco giovandomi le mani: un momento fui per cadere, ella soffocò un grido.

— Smetti: ma cadrai!...

— Se hai paura, gettami una treccia. Ero montato.

— Scherzi sempre.

— No, ti amo davvero! Dammi la mano.

— Buona notte.

— Dammi la mano! insistei. Ella si ritraeva, io restava ritto contro il muro, un braccio levato in un'attitudine ridicola.

Una vampa di sdegno m'irruppe nel cuore.

— Ah!... e finsi di pericolare.

Ella si precipitò al davanzale protendendo ambe le braccia; ma in quel punto perdetti davvero l'equilibrio e mi convenne spiccare un salto per non tombolare. Caddi così sciaguratamente che Mimy scoppiò a ridere.

M'allontanai che intendevo sempre il suo riso.

20 agosto.

Ho incontrato la marchesa per la strada di Casalecchio, sola su Bothaina.

— Avete un buonissimo cavallo, mi ha detto considerandolo con occhio intelligente.

— Non quanto Bothaina.

— Le donne sono sempre più belle degli uomini: è un compenso dato loro dalla natura.

— Agli uomini o alle donne?

— Alle donne: sono tanto infelici a cagione degli uomini, e sorrideva, che hanno ben d'uopo di potersi tratto tratto raccogliere nel mesto orgoglio della propria bellezza e sognare.

— Ci siete sempre così avversa! Ma allora...

— Allora!... prorompeva.

— Gli uomini vi avranno fatto soffrire.

— È vero.

— Avete amato? mi è fuggito sventatamente.

— Amato? Chi? E voi, signor conte?

Non ci siamo risposto. La strada faceva un gomito e appariva il ponte di Casalecchio.

Non so, Anselmo, se nei tuoi brevi soggiorni a Bologna ti sia mai spinto fino a Casalecchio per vederne la chiusa; se non lo hai fatto, vieni che ne vale la pena. È uno stupendo paesaggio, che mi ha fatto sospirare cento volte il pennello di Corot per renderne la bellezza latente e melanconica. Il fiume la crea mostrandovisi appena, perchè svolta immediatamente al di sopra della chiusa e al di sotto del ponte; a destra è fiancheggiato da una collina, che venuta lungo la strada di Bologna fa angolo sul ponte spingendosi verso l'Appennino lontano ed azzurrognolo: a sinistra da un'alta pianura, della quale non si veggono i confini — e il fiume sembra avere egli aperto quel vano per il quale passa luminosamente magnifico. La prima collina coperta di boschetti cedui è piuttosto bassa e povera, ma, prolungandosi, si congiunge ad altre più poetiche di forme e di vegetazione, ed altre ancora più remote si allineano tinte di un aereo violetto, ed altre simili a nebbie fiottano in fondo sfumando i colori e le angolosità di tutta la catena. Nessuna altra, delle tante che formano l'Appennino, o per l'armonia delle tinte o per la trasparenza dell'aria o per l'incanto della prospettiva, ha una più meravigliosa leggerezza, che fa pensare ai quadri più belli del Ghirlandaio, il primo che abbia sentito questa musica degli orizzonti e sia riuscito a scriverla sulla tela. E lo sguardo volgendosi alla pianura dilaga nella verde indifferenza dei campi o abbassandosi entra nel fiume, che si accosta per una lunga curva alla chiusa e la cala. Non aspettarti che te lo descriva: nessun pittore lo potrebbe, perchè il bianco, tutta la luce della pittura, non può rendere il vibrante raggiare dell'acqua al sole, e questa volta la tela dovrebbe essere unicamente di raggi e di baleni... E se fallirebbe il pennello, immagina come riuscirebbe la penna! Immagina che guardando dal ponte, il fiume immoto non ondula, non riverbera, ma toccando il ciglio del primo gradino il suo vasto lenzuolo scivola spiegazzandosi, mentre per tutta la linea di quello prorompono migliaia di pennacchi sfolgoranti; sono i raggi del sole che rimbalzano spezzati e figurano come le batterie di una immensa ribalta; e l'acqua cala unita, trasparente, ondulosa, talora svolgendosi come una tela, talora rincrespandosi come una vesta, talora rigandosi di solchi indecisi, torcendosi in pieghe che si aprono prima che strette. Cola sempre uguale, infinitamente varia nella monotonia: la luce è sotto essa, in essa, sovr'essa: la luce è acqua, l'acqua è luce: cola coperta d'infiniti sorrisi, armoniosa d'infiniti suoni, vaga d'infinite apparenze, finchè sull'ultimo gradino rimbalza, si addensa, si arrotola quasi, e svolgendosi in una frangia bruna di colore e bianca di spuma, casca, mormora, si calma, si perde nell'altra del letto, e quando passa sotto il ponte non somiglia più a sè stessa, nè a quella che argentea, diafana, radiante si stende sulla magica china.

D'ambo i lati sorgono gruppi di case; a destra un mulino difeso da un muraglione, donde irrompono due grossi getti d'acqua, che rugge di dolore sfuggendo fra i congegni delle macine: sopra il mulino si uguaglia uno stretto piano, dal quale s'erge il poggio di una villa bella, forse la più bella di Bologna; e al di sopra ancora, come un elmo bizzarro, il bizzarro tempio di San Luca.

Andavamo di così gran trotto, che Allah stentava a pareggiare Bothaina guidata con rara maestria.

— Bella! esclamò la marchesa scorgendo la cascata, e spinse Bothaina oltre il fosso, la siepe, su di un praticello che finiva alla ripa del fiume. La seguii saltando così male, che n'ebbi quasi stracciato un calzone.

— Che direste di un abito tagliato in quel drappo? mi si rivolse.

— Assai comodo per chi volesse vestirsi rimanendo nudo.

— L'ideale deve essere così.

E mi guardò con evidente disprezzo.

Mi levai rispettosamente il cappello:

— Signora marchesa, siete la prima donna che incontro nella vita e m'inchino: non credevo che ne esistessero.

— È un bel complimento, quand'anche non sincero, giacchè voi siete un uomo.

— E quest'uomo potrebbe essere amato?

— Giacchè lo dite per voi, sarò sincera: no.

— Li sdegnate dunque tutti?

— E se così fosse! Vi pare strano? Eppure non veggo perchè ameremmo gli uomini più brutti e infinitamente più brutali di noi. Che direste voi, artista se, entrando in un ospedale di vaiuolosi, vedeste una madonna del Coreggio spiccarsi dalla sua tela per pendersi al braccio di un ributtante convalescente e trascinarlo fuori della folla? So bene che l'antichità si è compiaciuta negli amori dei Satiri colle Ninfe, delle deformità colle bellezze; ma uomini composero tali quadri, e dubito se fossero più insolenti verso sè medesimi dipingendosi con tanta verità, o verso di noi accusandoci di un gusto così cattivo.

Povero Carlo!

— Perdono, ma parmi trattiate singolarmente l'antichità. Per Pane amato da Pitide o da Teo, vi sono Cefalo ed Aurora, Endimione e Diana, due fra i gruppi più belli dell'arte umana; e se avete veduto a Roma quello di Apollo e di Dafne del Bernini, forse avrete supposto, come io, che Dafne avesse altre ragioni per fuggire che la bellezza di Apollo. Lady Morgan, una donna che non rinnegherete, sosteneva che aveva torto.

— Statue! e le statue valgono più degli uomini e meno delle donne. Non ho mai incontrati uomini belli come il Meleagro, ma ho veduto molte donne più belle della Venere, sebbene diversamente. Due uomini, Alessi e Virgilio, Antinoo e Adriano, Stesileo e Temistocle sono orribili: componete le tre Grazie come meglio vi piace e saranno sempre divine. Non vi pare che l'ode di Saffo a Dorica valga tutti i versi maschili da quelli di Meleagro a quelli di Orazio.

Che cosa ti sembra, Anselmo, di una donna che arrischia tale conversazione? Sono rimasto interdetto. Pronunciando queste ultime parole il suo occhio era di una serenità quasi insultante, mentre le sue labbra contratte dolorosamente parevano soffrire ancora di quanto avevano detto.

Quale è dunque l'ideale di quest'anima forte?

Forse profittando del mio silenzio la marchesa rivolse la briglia e saltò sulla strada.

— Pensate alle mie parole? mi chiese dopo alcuni passi.

— Ebbene, sì; non posso comprendere...

— L'audacia della mia erudizione?

— No, ma la ragione del vostro odio. Ho inteso molte donne sparlare di noi, ma nessuna colla vostra potenza, nè dal vostro punto di vista. Avete sofferto più di loro, diversamente da loro? Quale è dunque il vostro ideale? Accettate l'Apollo, se rifiutate lo scultore?

— Come siete aggressivo, signor conte! dovrò farvi un discorso per rispondere a tutto; e per cominciare non ho detto di odiare gli uomini, ma che ci sono inferiori nella bellezza e nel sentimento. Che cosa è l'amore per voialtri? un episodio, e per noi tutto un poema. A quindici anni la desiderate questa donna, a venti l'amate (sono generosa, dico amate), a trenta non la ricordate più, mentre ella non ha che una risorsa, l'amore; una occupazione, l'amore; una passione, l'amore. Debole e delicata, rimane sola a divorare il proprio dolore, uccidendo gli stessi sogni che la fanno vivere, guardandosi tristamente invecchiare e morire. Voialtri, che passate la vita negli affari, non potete rispondere a un amore di donna, che le assorbe tutta la vita e in continuo sviluppo si è perfezionato attraverso i secoli come il vostro ingegno; siete indegni di godere le bellezze che non gustate; siete i brutti della voluttà e noi ne siamo le intelligenze. E se una donna osasse sentire in sè stessa tutto il dolore delle martiri, che il vostro amore ha fatto solamente nei tempi della nostra civiltà e che voi non sapreste neppure calcolare; se rifiutasse di amare gli uomini, credete che sarebbe pazza od ingiusta?

— No, ma a questa donna superiore dimanderei: chi amerete? Gli uomini sono incapaci e indegni, vi rivolgereste mai a Dio?

— Dio! non è che l'ombra dell'uomo, più lunga e più deforme?

— Dunque! rompete l'Apollo, ma Venere rimane spaiata.

— Può darsi.

— Dunque?

— Conte, siete molto curioso. Andiamo dalla signora Mimy a chiederle la mia risposta.

— Andiamo.

Abbiamo slanciati i cavalli. La polvere ci avvolgeva in una nuvola, mentre correvamo curvi sulla sella cogli occhi socchiusi e la bocca fremente, quasi invisibili sulla strada e quasi senza vederla. In quella polvere mi pareva di sentire come un profumo della sua persona: ero commosso.

Dopo venti minuti di quella furia infilavamo il cancello della villa: Mimy nel prato si cullava sopra una poltrona americana; si alzò vivamente. La marchesa arrestò di botto la cavalla e saltò a terra, mentre io stentavo frenare Allah tutto bianco di spuma.

— Scendi dunque, mi gridava Carlo dalla finestra malignamente.

La marchesa aveva diggià infilato il braccio di Mimy.

— Chi è più bello, io o il signor conte?

— Puoi permettere che si discuta? interloquì Carlo sopraggiungendo.

— Non domando un complimento e quindi non interrogo un uomo. Così, mia bella, avete riflettuto?

— Non ce n'è bisogno, parmi.

— Eccovi la mia risposta.

Decisamente ero battuto: ella mi ha gettato un sorriso come un'elemosina.

— Questa volta è toccato a Venere il fare da Paride e Paride ha perduto.

— Vi risponderò come Antonio ad Augusto: è una sconfitta che non umilia.

Carlo e Mimy ci guardavano interrogando.

Ahimè! la marchesa ha ragione: è più bella di me, e l'amore è la musica della bellezza!

22 agosto 1871.

Ho scritto a Mimy una lunga lettera; che cosa ne risulterà? Ero così commosso scrivendola che ella sarà più fredda del marmo e più imbecille di cinquanta borghesi moltiplicate l'una per l'altra, non commovendosi nel leggerla. Sono umile e delicato: però la voluttà freme sotto quelle frasi modeste, e sollevandone talora un lembo sorride e scompare.

2 settembre.

È troppo: le permettevo di non rispondere, di non capire magari la mia lettera, ma partire senza avvisarmi, come se fossi un estraneo, è una brutalità. E Carlo, che mi deve tanti consigli sul suo amore, si porta via la moglie, quasi che io non le facessi la corte! Cosa faranno a Bologna? È partita per evitarmi o per pungermi? Per provarmi che mi disprezza, che non vuole più oltre sopportarmi?

Comunque sia, badi questa donna che osa troppo se pretende davvero di lottare con me. Far soffrire è forse maggiore voluttà che far godere: badi questa donna, che in ogni poeta vi è una tigre, e guai se si desta...

_PS._ Povero Allah! ecco ciò che si guadagna ad amarmi...

Sono caduto a cento passi dal mio casino correndo sfrenatamente: avrei dovuto sfracellarmi, e invece solo Allah si è rotto una gamba.

L'ho aiutato ad alzarsi... povero Allah: mi è venuto da piangere quando guardandomi col suo grande occhio ha capito il mio dolore e mi ha perdonato...

Come avrebbe sorriso la marchesa!

L'aveva incontrata forse dieci minuti prima, che correva verso Bologna.

— Dove correte con tanto impeto? mi ha domandato trattenendo la cavalla.

— Non lo so, e voi, marchesa?

— Torno a Bologna.

— Anche voi! Ritorno da villa Contarina: sono partiti tutti per Bologna; andate a raggiungerli?

— Non mi prestereste la vostra intenzione?

— Io! se galoppo dal lato opposto.

— Volete scortarmi?

— Siete troppo bella: mi esporrei a troppi pericoli.

Mi sentivo addosso una smania feroce. Spronavo me stesso e il cavallo divorando la strada e la bizza. Già prima aveva interrotto questa lettera in un eccesso di furore per sellare da me stesso Allah. Bisognava che incontrassi la marchesa per diventare pazzo. Carlo ha ragione benchè avvocato: quella donna è un enigma, non arrossisce mai; il suo sogghigno fa sull'animo l'effetto di uno stridore di lima sugli orecchi. I suoi occhi hanno una luce fredda come il pallore del suo volto, sul quale si frangono osservazioni e desiderî. Quando penso che Carlo vuol sedurla, mi sembra di vedere un bull-dog affrontare una pantera.

Sento nitrire Allah.

Il mio amico morrà! Ancora un filo che si rompe.

8 settembre.

Avevo scritto ad Agnese — ti ho raccontato come sono stato il suo amante? — di portarmi la sua persona, e mi ha mandato invece una lettera di uno stile anche peggiore. Immaginati, che si offende del mio capriccio, perchè s'invitano così le cortigiane e non le signore.