Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!

Part 9

Chapter 93,771 wordsPublic domain

— Sentite — disse Giacometta. — Ho un'idea!...

— Quale?

— Andiamo in Pineta!

— A quest'ora?

— E perchè no?

— E dove trovi il meccanico? Poi non mi garba. Io sono molto pigra, dopo cena — disse Arlecchina. — Piuttosto voi, Franzi, non sapete fare di meglio che guardare le stelle? Venite qui... mostratemi la mano... No, quella... l'altra, la sinistra.

Si era lasciata cadere in una poltrona. Giacometta corse a lei e le sedette accanto, sul bracciuolo.

— Ti intendi di chiromanzia?

— Un poco...

— Allora leggi anche la mia sorte...

Arlecchina, com'era del carattere suo che non concedeva alla serietà il solo spazio di un minuto, incominciò a raccontare le più matte cose, tantochè tutto si conchiuse in una risata; poi si levò di scatto e disse:

— Balliamo!

— Sì! sì! — approvò Giacometta battendo le mani.

— Sapete ballare, Franzi?

— Perfettamente.

— Venite, allora!

— Ma la musica?...

— Un'altra idea!... Aspettate!... Ho veduto, salendo, una chitarra. Deve essere dell'albergo. Ora vado a prenderla.

E, senza aspettar altro, uscì dalla stanza correndo.

Rimasti soli, Giacometta mi chiamò a sè con un cenno della mano.

Mi accostai. Le sedetti accanto. Ella allora mi abbracciò abbandonandosi a me come se una grande grande stanchezza la stroncasse.

— Ho tanto freddo, questa sera, Franzi!

— Che cos'hai, piccola cara?

— Non so... vorrei piangere!... Così... con te solo!...

E nascose la faccia contro il mio petto.

— Oh, poter piangere!... poter piangere!...

Le accarezzai i capelli, il piccolo volto contratto.

— Sai che vorrei andarmene?... che non vorrei essere più niente?... Sarebbe molto meglio anche per te.

— Perchè dici questo? Se la mia vita rimanesse vuota...

Senza alzare la faccia ella levò una mano e la pose contro la mia bocca.

— Non parlare!... Non dire ciò che non sai, povero Franzi!

E si rifugiò nel silenzio, sempre più stretta a me, come se avesse paura di essere travolta dalla tristezza che le proveniva dal mondo che non si avverte e che è intorno a noi ad ogni nostro battito di cuore.

Tu scioglievi l'anima tua come un pianto sulla tua povera nudità di creatura.

Ah! che non c'era più, cara piccina, la tua fantasia regale e il turbine del tuo senso a condurti e trascinarti per le complicate strade dei goditori; non c'era più l'irrefrenato desiderio a chiuderti nella rossa ombra del piacere, a farti perdere ogni riferimento coi giorni tuoi vissuti e da vivere; a trasportarti verso i fiumi regali ai quali accorrono le adolescenti che hanno sete di ogni vita, di ogni prova, di tutto il godimento; non c'era più niente per te...

Ma solo la povera anima tua come un pianto sulla tua nudità di creatura.

Nè ti vergognavi di mostrarti così, agli occhi miei di innamorato, perchè sapevi di trovare non già indulgenza, ma doppio amore, essendomi tu più vicina, e più semplice: superato ogni artifizio tuo, consapevole o no.

E allora mi dicesti:

— Voglimi bene, Franzi, anche quando non meriterò più di essere amata. Perchè io sento che non potrò mai essere di nessuno veramente. Ma per te ho avuto una gran tenerezza. Se ti farò soffrire è perchè soffro. Il mio desiderio e il mio cuore sono sempre al di là dell'Oceano, povero Franzi!... E se io debbo alzarmi e camminare, mentre vorrei tanto essere morta, è per il mio destino!!... Voglimi bene, Franzi... Forse non parlerò mai più a nessuno come parlo a te...

In quell'istante, tanto era bella e umana che non mi tenni dal stringerla a me tanto forte che certo le feci male; ma il mio amore ruppe il nodo che la legava alla pena ed ella potè piangere tutte le sue lacrime come una bambina: senza più vergogna, senza più infingimento.

E così, povero amore, l'anima tua era sulla tua schietta nudità di creatura.

La voce di Arlecchina, che si avvicinava cantarellando, la fece balzare in piedi. Si coprì la faccia con le mani e disse:

— Non parlare... non parlare...

Poi corse in camera sua e si serrò dentro.

Arlecchina entrò pizzicando una vecchia chitarra e accennando il motivo di una canzone spagnuola.

Non appena ebbe serrata la porta, si guardò intorno e domandò:

— Dov'è Giacometta?..

Poi, fissandomi riprese:

— Che cosa avete fatto?... Vi siete bisticciati?...

Non attese risposta, ma, posata la chitarra sulla poltrona, si diresse all'uscio di comunicazione fra le due stanze e pose una mano sulla maniglia dell'uscio.

— Giacometta, aprimi!

L'altra non rispose:

— Aprimi! Ho qualcosa di molto urgente da dirti!

Allora la chiave girò nella toppa ed Arlecchina entrò.

Rimasero forse una mezz'ora sole, senza ch'io pure le udissi mormorare; poi una voce mi chiamò sommessamente:

— Franzi?...

E la porta girò sui cardini senza ch'io vedessi chi la muoveva; come un soffio inavvertibile la sospingesse così.

Mi affacciai sulla soglia.

La stanza era immersa in una penombra color di rosa. Non vidi nessuno. Che stava accadendo?

La stessa voce falsata mi disse:

— Prendi la chitarra...

Ubbidii.

— Canta... ma piano... la canzone che dice: _Se tu vorrai la piccola rosa_...

Sorrisi. Perchè proprio quella?... Quella che diceva:

_Se tu vorrai la piccola rosa,_ _la piccola rosa che non si vede..._

Era una dolce canzone per gli innamorati. Diceva molte cose e ne lasciava sottintendere moltissime altre. Ma era garbata.

Accordai la chitarra, appena appena; e incominciai con tutta la mia passione:

_Se tu vorrai la piccola rosa,_ _la piccola rosa che non si vede..._

Allora, da dietro il baldacchino del letto, uscirono l'una dopo l'altra, Arlecchina e Giacometta.

Lasciai a mezzo il canto incominciato.

Esse aveano i capelli disciolti e tenevano in mano sei rose... sei rose rosse per ciascuna. E il resto dell'abbigliamento era fatto per togliere il respiro anche a un giovane contegnoso, assennato e lagrimevole quale ero io in quel tempo.

Non indossavano esse che la loro compitissima camicia di tela battista, ultra-leggera; e tale industre cosa, intessuta per amoroso tormento, era stretta alla cintola da un nastro celeste così che veniva ad essere come la fugacissima veste di un respiro su tali meravigliose rivelazioni che i miei larghi occhi si allargarono ancor più, per tutto accogliere, essi almeno, che non davan sospetto.

Arlecchina mi annunziò che quella che stava per cominciare era la _Danza delle sette rose_. E non avevan, per ciascuna, se non sei rose. Ebbene... dov'era la settima?... Che significava il numero cabalistico?...

Ma andavo cercando la cabala là dove non era che un delicato simbolo... perchè appunto la settima rosa era quella più in fondo al giardino, la più timida fra le foglie; e appena in boccio...

La settima rosa che i saggi non seppero noverare fra le meraviglie del mondo; ma che fu santificata dai sacerdoti degli Incas, i quali la posero a capo della loro Bibbia come il Verbo; la prima parola sulla tenebra della terra.

Così la _Danza delle sette rose_ doveva significare appunto il mistero della settima sorella, dietro il cancello serrato; del piccolo fiore del mondo per il quale cantano, combattono e muoiono le turbe affaticate, dal principio alla fine dei secoli...

Dietro l'invito delle danzatrici ricominciai, pianissimamente, la canzone interrotta.

Sui sepolcri delle imperatrici e dei re; sulle tombe dei poeti lucevan le stelle d'aprile, nella gran notte di primavera...

Le finestre erano aperte...

L'alito odoroso dei giardini passava col lume degli astri, nell'ombra di Ravenna, a chiamar, per amore, le sue belle figliuole dai letti senza sonno...

Era il tempo dei lillà, della madreselva, dei gelsomini... e, nelle notti più brevi, si ridestavano le rose...

Anche una musica era per l'aria, una musica da core, sul vento dell'Adriatico...

O innamorate!...

Cantare ed aver la gola riarsa, questa è una pena nel mondo!

Esse avevano i piccoli piedi nudi...

Si allacciavano, si discioglievano, levavano le braccia, le mani scuotendo le rosse rose... Seguivano gli armonici sentieri della grazia...

E il lieve velame, nell'arte dell'atteggiamento, si dissipava...

Noi eravamo tre; ma io solo avevo il mio cuore di giovine che danzava da solo...

Tutto solo danzava, il mio cuore, la danza della settima rosa!

Udisti tu la mia voce, Galla Placidia, dal tuo mausoleo tutto a stelle?...

Perchè c'era, quella notte, nell'albergo sacro a un nomade poeta, c'era il mio delirio...

E l'ombra di due giovanette in fiore...

Prendetemi, cacciatemi pel mondo, fate di me l'ultima strada calpesta, condannate me solo a tutto il vituperio: ma ch'io mi abbia, al mio tempo, la giusta grazia e il cuore della settima rosa...

Questo, a suo tempo, chè poi non sia troppo tardi!...

O Ravenna Ravenna, quanta pena m'imponesti in quel tuo aprile; mentre i poeti e le imperatrici dormivano nella fonda notte...

e ne' tuoi giardini era tornato il rosignolo a cantare...

perchè i bianchi letti delle vergini non fossero più soli soli per le squallide stanze...

e la morale condiscendesse alla danza inevitabile...

... Per una piccola rosa, nel giardino delle vergini, dietro il cancello serrato...

... e sul sentiero delle fanciulle in fiore!...

E furono stanche.

Dopo aver volteggiato ed aver teso il giovine corpo nell'arco soave che si parte dal pollice del piede per compirsi nella fronte riversa (e i capelli disciolti pareva traessero il capo col loro peso); dopo aver messo in lume, a parte a parte, la gioia del loro corpo perfetto, «_la forma che ride_» e, travolte nella follia dell'eccitazione, aver accresciuto il ritmo della loro danza, affrettata la misura in una frenesia primaverile d'incontenuto spasimo; stanche alfine, ansimanti come rondini sbattute dalla raffica, vennero a cadere ai miei piedi, ridendo ancora, a scatti, per l'affanno che non le abbandonava.

— Franzi... — disse Giacometta. — Cantaci qualcosa che ci riposi un poco... una canzone vecchia!... Una di quelle di Principina...

— Quale, ad esempio?

— Oh, tu le conosci bene le canzoni di Principina!

— Io?... E perchè?...

— Via, Franzi! È inutile tu finga!

— Scusa, Giacometta... ma perchè dovrei fingere?

— Vuoi non lo si sappia!

— Ma che cosa?

— Ti faccio i miei complimenti perchè sai portare bene la tua parte. Però non vorrai negarmi che, se io mi sono accorta di te è stato per Principina...

Incominciai a cantare la vecchia dolcissima canzone che dice:

_« — Dove sei stata questa mattinella?_ _Bondì Mariù!_ _« — Son stata a coglier l'insalatinella,_ _Mio bel marì!_

E tutto riposò nel riposato ritmo sorto da un tempo tranquillo e ormai troppo lontano.

Poi vollero dormire (o finsero!) e chiusero la porta.

Chiusero la porta come s'io fossi stato una trascurabile cosa che si lascia in fondo alle scale, rientrando.

Ma non ero ancora fra le coltri quando sentii un sussurro all'uscio del corridoio. Corsi ad aprire.

Eri tu, Arlecchina, tu che cercavi una cosa dimenticata... che so?... un pettine.. un nastro... una giarrettiera...

E un poco ti tremava la voce... e facevi piano piano perchè non si destasse l'altra che dormiva.

E la cosa dimenticata la ritrovammo assieme quella notte...

La ritrovammo insieme, dolcissimamente, brillando tutte le stelle dell'aprile sui sentieri delle fanciulle in fiore.

XXII

E tu, in un angolo di mondo, povera piccola, guardavi senza parlare...

Il giorno dopo Giaconetta volle passare da Forlì, prima di ritornare a Bologna; volle rivedere la piccola città grugnita dai tre campanili coi cappelli a cono, come tre vecchi maghi.

Non la contraddicemmo, tanto era perfettamente inutile.

Poi io avevo un po' di rimorso per essermi perduto con Arlecchina a cercare la settima rosa, in fondo a un giardino, nella tepida notte di aprile.

Ma Giacometta era come sempre ed Arlecchina, come potei osservare, non portava con sè i ricordi prossimi o remoti; e questo, per non avere un inutile bagaglio sulla sua strada di bella vincitrice.

A me solo balenava, di tanto in tanto, la folle idea di aver tradito il mio amore.

Uscimmo da Porta Assisi e ci lanciammo per la bianca strada che costeggia il fiume Ronco.

Solo, per un improvviso capriccio di Giacometta, ci fermammo a una vecchia villa disabitata: _La Monaldina_.

Poco dopo Ghibullo, là dove il fiume piega per due gomiti, e la strada con lui, sorge la grande casa dei campi.

Forse un Monaldi, forse un'altra famiglia che non so, la volle nella riposata pace di quel luogo.

Allora aveva l'aspetto delle vecchie cose che non servono più a nessuno.

Era sempre chiusa in fondo a un giardino, nel quale i viali si cancellavano di anno in anno, fra le ortiche e gli sterpi.

Aveva un'aria semplice e severa; una linea architettonica che ricordava il barocco ingentilito delle ville veneziane, fra Brenta e Piave.

Vi si accedeva per una grande scala esterna, a due rami. Alla sua sinistra, e un poco più verso la strada, sorgeva una chiesuola col suo campanile e una piccola campana che non aveva più albe da poter cantare.

Non so quale storia raccontassero, i contadini, della famiglia Monaldi: mi pare dicessero che, l'ultimo dell'antico ceppo, fosse lontano, per le metropoli regali, dimentico della sua terra.

Ed anche favoleggiavano di qualcuna che era morta di malinconia e di nostalgia nella grande casa dei campi...

E da quel tempo la _Monaldina_ non si era riaperta mai più.

Sulla strada, due grandi pilastri rossigni, mezzo ricoperti dall'edera, reggevano un rugginoso cancello in ferro battuto, che portava a sommo, l'insegna gentilizia dei Monaldi. Due cancelletti minori si aprivano ai lati. Ma i battenti non si aprivano più per lasciar passare qualcuno.

Vi passavan le ombre e solamente quelle. Questo era il cuore e questa la poesia della Monaldina.

E Giacometta vi si volle fermare.

Ella viveva così, di volontà inattese.

Avrebbe voluto veder tutto, rovistar tutto, fare aprire porte e finestre, posseder l'anima del luogo, vivere dell'incantesimo triste della vecchia villa ravennate.

Ma i contadini non poterono far niente; essi non avevano le chiavi; forse le aveva il fattore.

— Non importa — disse Giacometta. — Ritornerò!

Ed era certo ch'ella sarebbe ritornata.

Arlecchina era seccata e cantarellava un'aria della _Vally_.

Poi disse:

— Non capisco come possa interessarti questa vecchia villa che fa venire l'ipocondria solo a guardarla!

— Tu non puoi sapere — rispose Giacometta. — È una mia idea!

— Spero non vorrai comprarla!

— Se si vendesse la comprerei.

— Ma non mi avresti ospite...

Giacometta non rispose. Si fermò a raccogliere un fiore e ripartimmo.

Ed ecco i colli foroliviensi e il campanile di San Mercuriale spuntare di fra l'azzurro come il faro delle rondini nel cuore dell'aria.

— E tu aspettami in giardino — disse Giacometta.

Io non volevo esser veduto; e molto meno dalla signora Adalgisa.

Mi inoltrai nella parte più remota del giardino.

Arlecchina era salita con Giacometta. Mi avevano detto che si sarebbero trattenute non più di due ore.

Per ingannare il tempo mi diressi alle serre. Mi proponevo di conversare un poco con Girolamo.

Me ne andavo così strappando qualche foglia alle macchie e guardando le ombre turchiniccie sulla terra e sui prati; ascoltavo gli usignuoli e sentivo discendere in me la letizia della primavera.

E mi sentii chiamare:

— Signor Franzi?

Principina era sbucata da una macchia di lillà; mi guardava, rossa come il fior del geranio.

— Oh, Principina!

Ella discese fino al limite del prato; ma rimase sull'erba co' suoi piedi scalzi.

— È dei nostri, ancora?...

— Sono di passaggio...

Si volse a guardare i fiori delle serre aperte.

— Non ritornerà più con noi?

— Non lo so, Principina...

— E... sua zia?

— Per quella non è un gran male se non ritorno più!

— Sa che è venuta a cercarlo?

— Qui?

— Sì, ier l'altro! Ha parlato al signor Stefano.

— Poco male.

Passò un silenzio.

— Dove va, adesso?

— Andavo a cercare Girolamo...

— È fuori... È andato al mercato a Faenza... Tornerà questa sera...

La brezza muoveva le pannocchie delle sirene fiorite.

— Deve aspettare la signorina?

— Sì...

— Ripartiranno in automobile?

— Sì...

— Come deve essere bello!...

Strappò un fior di sirena e vi affondò la dolce faccia di bambina.

— Senta come sa di buono!

— E tu... che fai Principina?...

— Io?... Che vuol che faccia?... Niente!...

— Non esci mai?

— Uscire?... E per andar dove?...

— Alla tua età!... Non hai proprio nessuno che ti aspetti?...

Divenne di bragia. Mi guardò conturbata.

— Chi deve aspettar me?... Sono una povera!

— Questo non vorrebbe dir niente!

— Vuol dir tanto, invece!

— Ma tu sei bella...

— Bella?... — Mi guardò fissamente negli occhi. — E poi... anche se fosse vero, a che cosa mi servirebbe?...

— Ma... mi pare debba essere sempre una gioia sentirsi guardare!

— No, signor Franzi. Io ho una strada sola...

— E dove va la tua strada?

Ella mi levò in faccia gli occhi ad un tratto serii e malinconici. E non rispose.

Mi domandò, dopo una pausa:

— Ha niente da fare?

— No.

— Vuol venire con me?

— Volentieri.

— Vado a dar aria alla serra delle orchidee.

Ci avviammo attraverso ai prati. Ella camminava guardando a terra.

Povera piccola cara!... Ora che ti ripenso... ma allora ero troppo cieco!...

Vi sono creature che ci stanno accanto accanto, tante volte, e che _non vediamo mai_.

Passano nella nostra vita, spente nell'abitudine.

Se ci si chiedesse all'improvviso di quale colore hanno gli occhi, non sapremmo dirlo.

Le udiamo parlare, le sentiamo vivere la nostra vita di ogni giorno; accanto alla nostra gioia e alla tristezza nostra, eppure ci sono lontanissime...

Non una loro parola penetra nell'essere nostro; non un loro sorriso ci illumina il cuore.

Ne conosciamo il nome, eppure è come se non lo sapessimo nemmeno.

Chi sono? Dove vanno? In che consiste la loro povera vita?

A tali domande non sapremmo rispondere.

Per noi sono o furono la cieca abitudine, il niente.

La cenere del focolare; le ore grige senza volto. Sono o furono la giornata più inutile; quella che non lascia ricordo; che si chiude nella tetraggine dell'infinita inutilità!...

Sono o furono il più intiero silenzio nelle disperate pause che si vogliono dimenticare.

Ma talvolta, negli anni più gravi, queste creature della povera vita si presentano alla deserta soglia del cuore...

E vediamo ciò che non vedemmo mai...

Ci accorgiamo allora di un bene perduto. Perchè esse sole, le creature della povera vita, ritornano quando nessuno ritorna più; e non dicono parola...

Ma le vediamo piangere del nostro pianto, nel silenzio che non ruppero mai, per lasciarsi più libera la strada...

Ora che ti ripenso, povera piccola cara!

Ma allora ero troppo cieco.

— Quanti anni hai, Principina?

— Sedici, signor Franzi.

— E sei sola?

— Sì, siamo soli, il babbo ed io.

— Sei nata qui?

— No. Sono nata a Terra del sole, ma venni qui che non avevo ancora due anni.

— E anche tu ti occupi di giardinaggio?

— Sì. Mi piace tanto!

— E pensi di rimaner sempre in questo giardino?

— Dove vuole che vada?

— Non sposerai?

— Per sposare bisogna essere due...

— Grazie! Ma non vorrai trovarne di giovani che ti vogliano?

— Per trovarli bisognerebbe volere...

— E tu non vuoi?

— Non ci penso.

— Già, sei tanto giovane!

— No, non è per questo.

— E allora?

— _Certe volte si guarda alla casa più lontana, sui monti e... non si trova la strada per arrivare!_

— Allora sei innamorata?

— No, signor Franzi... non posso essere innamorata!

— E perchè?

— Perchè... con una sola _gugliata_ non si cuce un lenzuolo...

Rispondeva dolcemente col suo parlar figurato e non mi guardava mai. Mi precedeva di un passo, scivolando fra le macchie, leggera e sottile. Passava sotto i grandi alberi, nel sole; smuoveva appena i fiori dei ranuncoli, sui prati.

— Ah, Principina! Tu non vuoi dirmi chi è il tuo innamorato...

— Perchè mi tormenta, signor Franzi?

— Hai ragione. Perdonami.

— Che devo perdonarle... io?... Mi fa piacere sentirla parlare. Era tanto tempo che non la vedevo più! Solo non posso dirle niente, perchè non ho niente da dirle...

Arrivammo alla serra delle orchidee. Principina ne aprì i battenti. Il sole si precipitò in un gran fiotto d'oro ad inondare la serra.

— Vede come sono belle!

— E tu sai il nome di tutte?

— Sì.

— E sai anche il nome latino?

— Sì, signor Franzi. Forse dirò qualche sproposito, ma per quello che ho studiato io!

— Che classe hai fatto?

— La terza elementare. Poi basta. Il babbo aveva bisogno di me. Ma leggo molto. Ho letto anche il suo libro...

— Tu?...

La mia sorpresa domanda le fece abbassar gli occhi.

— Ha ragione. Io sono una povera ignorante e non dovevo dirglielo neppure!

Alle mie tarde proteste cambiò discorso ma sempre con dolcezza, senza dimostrarsi offesa.

Più tardi mi domandò:

— Quand'è lontano, ci pensa qualche volta al suo paese?

— Quasi mai — risposi.

— Non c'è niente che le piaccia al suo paese?

— Forse... non so bene. Ma è certo che mi ci sento morire!

— Dunque andrà via per sempre?

— Lo vorrei.

— E andrà molto lontano?

— Anche al di là degli oceani andrei, pur di acquistare l'intiera libertà della mia vita...

— Ha ragione...

Certe volte tu incontri degli occhi puri, senza egoismo e non sai vederli. La bontà è lieve; passa col volo della rondine.

E quando è morta, allora una voce ti parla dentro e dice: — Quella era la bontà!...

— Signor Franzi — riprese Principina, — a Bologna ha conosciuto qualcuno?

— Perchè mi domandi questo?

— Così!... So che la signorina ha tante conoscenze a Bologna...

— Fino ad ora non ho conosciuta che Arlecchina.

— Vedrà che la signorina le farà conoscere anche gli altri amici...

— E che ne sai tu?

— Non sono sempre insieme?

— Sì.

— Allora vedrà!

— Ma perchè lo dici?

— Per niente...

— Per niente, no! Tu sai qualcosa...

— Signor Franzi, che vuol che sappia, io?

— Tu sai qualcosa che non vuoi dirmi!

— Io vorrei dirle una cosa sola...

— Quale?

— Vorrei dirle di non sperare troppo...

— E perchè?

— Perchè ci son tante strade che non conducono a casa!... Mi perdoni, signor Franzi! Mi sono presa la confidenza di dirle questo perchè mi pare di conoscerla tanto bene... tanto bene!... Ho avuto torto?

— No, Principina...

— Lei è come un bambino!... E una volta ha fatto quel salto dalla finestra... e poteva ammazzarsi!...

— Ora esageri!

— Be', io ebbi paura!... Io non avrei voluto mai ch'ella avesse fatto, _per me_, una cosa simile!

— Che c'era di male?

— Niente! Ma non si vuol bene così!

Volse la faccia da un'altra parte e rimanemmo muti in un reciproco imbarazzo.

Ella aveva parlato troppo e un disagio invincibile era nell'anima mia, fuori strada. Nell'anima di lei c'era un'angoscia fonda. Ci avviammo verso una piccola casa bianca, fra le roveri.

C'era un solo nido di rondine sotto la gronda arrugginita...

C'era una sola stanza sotto la gronda... Principina disse:

— Io dormo lassù...

Guardai la casa e l'aria turchina... La primavera eri tu, piccola rondine sola...

— E in queste notti, con la finestra aperta, sento cantare i rosignoli e vedo tutte le stelle...

Due grandi occhi di bambina spalancati sulle notti di aprile...

perchè il piccolo cuore non dovesse morire dì solitudine fra le quattro mura di una stanza...

— Io dormo lassù... e sento le campane dell'alba e il primo volo della rondine...

Il primo volo di una rondine; qualcosa che si allontana per sempre!

E così in un angolo di mondo, povera piccola mia, tu guardavi e ascoltavi senza parlare mai.

XXIII

E guarderemo, passando nella notte, le finestre illuminate da una gioia che non potremo sapere...

Ripartimmo, ma io ero più taciturno e l'allegria di Arlecchina non bastava a distrarmi.

Giacometta mi domandò più volte che avessi. Le risposi sempre vagamente.

Al Piratello, passata Imola, un guasto all'automobile ci costrinse a fermarci.

Ci avviammo a piedi attendendo che la macchina fosse riparata.