Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!

Part 8

Chapter 83,792 wordsPublic domain

— Quale auto?

— Ma un auto da piazza!

— Non è necessario. C'è la mia... Aspetta: oggi che giorno è?

— È martedì.

— Allora papà non si muove. Per la mamma è giorno di visite. Possiamo andarcene con la mia automobile.

— E dove andremo?

— Questo lo chiedo a te. Io ti do il mezzo, tu trova la mèta.

Allora Giacometta si rivolse a me.

— Tu, Franzi, non hai un'idea da suggerire?..

Risposi:

— Andiamo a Ravenna.

— Bene bene!... Andiamo a trovar Teodora!... Che ne pensi, Arlecchina?...

— D'accordo! Ma quanti chilometri ci sono di qui a Ravenna?... Perchè voglio essere di ritorno questa sera.

— Non più di ottanta — dissi. — Le strade sono ottime e, se la macchina è forte, si può andare e tornare tranquillamente.

La cosa fu decisa e, presi dalla festevolezza dell'impensato, ci avviammo verso la casa di Elda Sialli.

Poco dopo si filava fra le ville, i pioppi e le borgate della via Emilia, trascinati dall'impeto di una quaranta cavalli, presi dalla vertigine della corsa e della nostra innamorata e spensierata giovinezza.

Superammo Castel San Pietro, Imola, Castel Bolognese in men di un'ora. A quest'ultima borgata abbandonammo i bei colli emiliani per inoltrarci nella pianura che muore fra le pinete e le lande incontro al verde Adriatico.

Era con noi, in quel giorno della fine di aprile, la piena gioia di vivere; il compiuto possesso della giovinezza nostra in ardore; la ebbra coscienza di coesistere al mondo con le cose belle, luminose, armoniose, nell'ora nostra, nella grande ora nostra di vita.

La felicità ci era sorella; seduta con noi sulla macchina che si avventava per le strade della campagna assolata, tutta un profumo di fieni e di biancospino. Si correva fra siepi bianche di fiori, via in una dolcezza di luce distesa senza violenza; ed ogni casolare, ogni vecchia villa, ogni pieve aveva la sua parola gettata sul nostro rapido passare come un augurio. E noi, pellegrini del sogno, fuggivamo senza sapere perchè, dietro il volo della nostra gioia che si chiamava giovinezza.

Difficilmente gli uomini, se non hanno un grande cuore, sanno rinnovare l'incantesimo nella cosa raggiunta; il partire per giungervi, è tutto; poi all'arrivo, quasi sempre non resta che cenere.

Ravenna ci accolse nella sua malinconica pace raccolta fra le piccole squallide case, le millennii basiliche e l'umido verde delle piazze sacre alle ore di nessuno, alle ore che si distendono sui vecchi muri giallastri per dormire con la luce che dorme, col cuore che dorme da tanti mai anni.

Giacometta volle veder subito Teodora, la Basilissa che appare dal mosaico bizantino co' suoi grandi occhi neri i quali serbano la fissità di un fascino inestinguibile e di un inestinguibile dominio.

L'auto si fermò dinnanzi ai cancelli della Basilica antichissima.

Un nuvolo di ragazzi e di donne ci si strinse intorno, in una curiosità piena di esclamazioni ammirative e di sonanti insolenze.

— È tutto qui? — chiese Arlecchina guardando l'aspetto esteriore della Basilica.

— Vieni... vieni!... — le rispose Giacometta e, presala per mano, la trascinò, quasi correndo, nel tempio.

Avvolte ancora nei loro lunghi veli dei quali si erano servite per difendersi dalla polvere della strada, scomparvero nell'ombra di uno fra i più famosi tempî della cristianità.

Le seguii da presso.

Nell'interno non vedemmo se non una vecchia inglese mal vestita, che ascoltava come in una beata assenza, le peregrine meraviglie che le veniva decantando una guida patentata.

La luce era blanda. Un umidore perenne faceva l'aria più fredda.

Nè Giacometta nè Arlecchina dissero parola.

Si fermarono a guardare, intorno, la circolare maestà del gineceo; la fuga dei piccoli archi e dei capitelli a cesto; la gloria della cupola.

— E la chiesa sprofonda come tutti i vecchi monumenti di Ravenna. Vuoi vedere?... — disse Giacometta alla compagna.

Si allontanarono verso una colonna, alla base della quale è praticato un piccolo pozzo che discende fino al primitivo pavimento.

Giacometta aprì la botola che ne serrava la bocca e si sporse a guardare.

— Peccato! Non si vede niente. È pieno d'acqua.

Arlecchina volle guardare a sua volta; si diressero poi alla navata dei mosaici; a quella che splende ancora del cuore del tempo che la consacrò a Dio.

Qui nel colore, nella forma schematica che si ripete sempre identica come un rito liturgico, nella raffigurazione dei simboli e dei miti, l'anima bizantina risplende nella sua fastosità e nel terrore di Dio.

Giacometta ed Arlecchina non dissero parola. Nel Tempio eravamo soli. Ogni rumore era spento. Dall'esterno non giunse che un remoto tocco di campana, subito disciolto nel basso silenzio. La luce che scendeva dai vetri opachi, simili a sottili lastre di alabastro, recava intorno un pallido oro di cui si vestivan tutte le cose. Fuori c'era il sole, la primavera; ma nell'ambito della severa basilica, pareva trascorresse un'ora eternamente uguale nei millennii; e fosse, fra quelle mura, la immutata pace di un luogo ultraterreno. Quale fiumana di anni, di aspetti; quale parola divina turbava l'anima delle due giovanette? Si sentivano esse annegare sulla via dell'inconcepibile? naufragavano in Dio?... Era la pace dell'infinita immensità raccolta nella suprema speranza, o il terrore dell'annientamento nello spazio senza limiti dell'eterno, che le teneva così, un poco pallide e estatiche, smarritamente mute?... La loro giovinezza, il cuor loro di allodole solari, l'essere e tutto il mondo dell'essere loro, ecco che non eran più niente; non più di un povero fiore sugli oceani, di una favilla nei turbini. Esse sentivano questo, all'improvviso, tramutate.

Dove troverete l'_Ospite vostro_, lievi anime del piacere? Se il mondo vi apparisse squallido, talvolta, dove potrete trovare l'_Ospite vostro_?

Quello che era già nel bianco paradiso dei semplici, in quale luogo oggi, in quale idea può riposare, nell'amorfa tenebra senza tempo?

E stavano strette a braccio a braccio, unite come due passeri sopra un nudo ramo nel cuor dell'inverno; si rifugiavano nell'ultimo tepore di non sentirsi sole, nella gran legge che associa le forze per creare dall'infinito il finito. E in questo loro istinto di sentirsi unite non era già la presenza di Dio? L'avvertivano esse? Forse non eran più del tremito e del colore della foglia del salice, la quale avverte ogni impercettibile moto dell'aria e a questo si abbandona, inerte. E il loro pensiero era l'attesa che trepida; la loro volontà era la volontà che non ha nome nè volto e chiude d'un tratto la vita nell'enigma.

Esse l'avvertivano, spaurite, nell'immenso impero di quel silenzio improvviso; nel fascino della antichissima finzione dell'arte bizantina. Prima a riscuotersi dal giogo angoscioso, fu Arlecchina. Disse, sottraendosi di scatto a quella che diventava un'ossessione per l'anima sua insofferente:

— Franzi, è davvero il ritratto di Teodora quello?

La Basilissa si levava dal cupo fondo del mosaico, di fra le cameriste, pallida e altera; i grandi occhi neri, nel piccolo volto ovale, vivi di quella cruda volontà, di quel violento fascino che sempre l'avevan fatta padrona, sì nell'abbominio, come nel palazzo imperiale. Ella appariva ancora come la figlia più schietta del voluttuoso e mistico Oriente.

Le nostre voci, per quanto sommesse, riempirono il tempio di un sonoro brusìo. L'incantesimo svanì. Giustiniano non si guadagnò uguale attenzione da parte di Giacometta e di Arlecchina le quali, ormai, non sentivano che la necessità di uscire, di respirare l'aria libera.

Nè Galla Placidia, dal suo mausoleo che chiude tanta tragedia col cuore del morto Impero di Roma, le attrasse maggiormente. Ormai volevan vivere, lanciarsi al vento dell'aprile, cantare con la gola delle usignole che tessono il nido fra le macchie dei lillà in fiore.

E Sant'Apollinare, San Giovanni, il Battistero non ebbero più di una rapida occhiata distratta. Solo acconsentirono di visitare Classe fuori, perchè c'era da compiere un'altra corsa in automobile e potevano veder la Pineta, da lontano.

Saettammo fra gli argini e le lunghe teorie delle betulle, per la squallida campagna che muore nella _Valle_ del Dismano; e la solitaria Classe, con la sua torre farea, una fra le chiese più antiche e più sole nella solitudine, ci apparve sull'acceso cielo che già presentiva il maggio. S'incupiva, non molto lontana, la folta massa della Pineta che discendeva al mare.

Nè la chiesa di Classe seppe riconquistare l'anima ormai perduta delle due pellegrine. Esse erano assetate di luce, di aria, di vertigine. Guardarono con occhio distratto le oscure navate e vollero uscir subito.

Riscontrammo che tutti tre eravamo presi da un formidabile appetito.

— Dove andremo? — chiese Giacometta.

— Al Byron — risposi.

E all'albergo Byron discendemmo, animati dalla stessa allegria, facendo stupire un poco il placido albergo dei più placidi ospiti che discendono alla Città degli Esarchi per ragioni di studio, o per posata curiosità, o per malinconia.

Nell'ampia sala da pranzo si occupò un tavolo dal quale poteva vedersi il bel cortile fiancheggiato da un portico e, oltre un muricciuolo, gli alberi della Piazza di San Francesco.

Tutto era calmo, sereno, disteso in una conventuale letizia senza mutamento. Le case si guardavano fra loro dalle piccole finestre aperte; la gente non aveva fretta di compiere gli affari suoi, se ne aveva; tutto pareva sistemato in una placidità senza scosse per vivere beatamente, per digerire fortissimamente. Una minima stupida cosa bastava al discorso di un'ora; pur di fermarsi al sole di primavera e sentirne il tepore sulla persona. Innanzi a un piccolo caffè che aveva disteso all'aperto una fila di tavoli sbilenchi e di seggiole spagliate, qualcuno leggeva tutto quanto un giornale con religiosa attenzione. Come si prendono sul serio le chiacchiere stampate, nelle piccole città di provincia! E i cani davano spettacolo dei loro costumi; e i monelli berciavano correndo.

Dove sei, mia favolosa provincia così annoiante e cara?

Tutte le case, nella parte inferiore dei loro muri, erano specchi di cultura. Ivi culminavano le parole fondamentali del sesso precedute ordinariamente da un lieto _Evviva!_ e frammischiate alla apoteosi della repubblica, del socialismo, della anarchia e dei loro rappresentanti. Tanto il popolo non fa distinzioni sottili e pone sullo stesso piano le cose che predilige. Ivi, rozzi disegnatori, si esercitavano a rappresentare al pubblico disattento, quelle parti del corpo umano che una persona distinta non potrà mostrare se non privatamente e in certe occasioni. Ivi, infine, il popolo urlava le sole parole oscene e minacciose in faccia a chi voleva sentire. Ma non sentiva nessuno e nessuno vedeva, neppure le candidissime giovinette che passavano a fianco alla mamma loro, modestamente vestite come pappagalli e non sapevano niente di niente; proprio niente al mondo, all'infuori del loro conchiuso pudore.

Oh, mie città di provincia! oh, Passionario delle Maddalene!...

E di questo si parlava, raccolti intorno al piccolo tavolo che ci faceva tutti quanti vicini. Ma ci si stava tanto bene!

Giacometta? Arlecchina?... la ricordate quella nostra ora di piena letizia, nel cuore della morta Ravenna, fra le ossa di Dante Alighieri e le mura del palagio dei Polentani?... La ricordate? Dove siete voi ora, Giacometta ed Arlecchina, rosse ed asprigne ciliege del mio maggio fanciullo?...

Ci sarà sempre l'albergo Byron, con la sua grande sala da pranzo che si apriva sopra un bel cortile fiancheggiato da un portico? Ci sarà sempre a ricordare gli amori di un nomade poeta per una bella ravennate infedele?...

Giacometta, Arlecchina quant'anima era in quel giorno nostro!... Lo ricordate?... E gli scarsi ospiti, nella grande sala da pranzo, si rivolgevano a guardarci perchè eravamo noi solamente vivi, veramente vivi là dentro, in quel meriggio della fine di aprile. Poi la nostra gaiezza prese la scarna brigata.

Poi suonarono tutte le campane della bassa città delle Valli, io non ricordo perchè, suonarono dalle vecchissime torri e dai campanili, a distesa, come a festeggiare il dolce aprile.

Tu ridesti Arlecchina (già lo _champagne_ aveva accelerato il ritmo delle nostre vene!) ridesti per quella festa di suoni nell'aria accesa, nel fondo colore del cielo. Ma perchè?... Così, perchè la tua piena vita doveva erompere; perchè il tuo sangue era rosso come le rosse ciliege.

Peccare, peccare!... Tutta la tua faccia, tutta la tua persona erano lo specchio del giusto peccato, quel giorno! Lo dicevano i tuoi occhi accesi; le tue lunghe mani sottili quasi esangui; la tua bocca un po' larga e troppo rossa; i tuoi atteggiamenti improvvisi di abbandono. Ed io ti guardavo appena. Ma chi ti avesse presa, allora, bella dagli occhi obliqui! Chi ti avesse avvinghiata per farti soffrire come volevi!

E tutto ti era argomento di riso, mentre Giacometta ti guardava, assorta in chissà quali improvvise lontananze.

Tu sola parlavi. Giacometta si era allontanata col rombo delle campane celesti. Era restata, sul volto di lei, l'ombra di un riso, ma ella non era più con noi. Era lontana, attraverso il regno delle sue pause.

Tu, Arlecchina, mi facesti cenno di non occuparmene, la conoscevi meglio di me la nipote di quella tartara che aveva fatto già, della vita del povero Felice, un tappeto per le sue danze.

E quella volta seguii il tuo consiglio e me ne trovai bene perchè Giacometta, vistasi sola, e accortasi che non avrebbe avuto, sulle sue orme, l'amore di un disperato giovane da tormentare, se ne ritornò fra noi non senza però serbare un'ombra nella schietta fronte serena.

E ci levammo. Quante cose c'erano ancora da vedere fra il Candiano e i Fiumi uniti? Il pomeriggio volò via. Da un vecchio giardino prendemmo tante rose da empirne l'automobile; dalla tomba di Teodorico un grande tralcio di glicinie.

— Ma in questo paese non ci sono che tombe? Venivano tutti qua a morire i re e gli imperatori?

Questo chiedesti tu, Arlecchina, e Giacometta con te decise di non voler vedere più niente.

— Lasciamo stare i monumenti — disse Arlecchina. — Che cos'è il Candiano?

— È il canale degli Esarchi. Congiunge Ravenna al mare.

— Andiamo a vederlo. La storia non m'interessa più. M'interessa la vita.

Arrivammo al mare. Venne la sera.

— Bisogna ritornare.

— A Bologna?

— E dove dunque?

— È troppo lontana.

— Ma io non ho avvisato a casa.

— Telegraferemo da Ravenna. Un guasto alla macchina...

— Be', andiamo.

Erano già accese le fiammelle dei rari fanali quando rientrammo.

Si decise di pernottare a Ravenna. In quel punto Giacometta non era più allegra ed Arlecchina lo era troppo.

XXI

Oh! se voi troverete talvolta, la settima rosa.. in fondo al giardino!...

Le due belle stanze ampie, solenni come una veste nuziale del 1850!... Il compìto signore che ci accompagnava (discendeva egli forse dalla stessa famiglia dei Rasponi a cui era appartenuto il palazzo adibito poi ad albergo?) ci annunziò con riverente austerità:

— Qui ha alloggiato Gabriele d'Annunzio! E qui dormì una notte Eleonora Duse!...

Ci guardammo negli occhi; ma Arlecchina non dimostrava affatto di esser compresa dal fato che ci destinava gli stessi giacigli nei quali avevano cercato il sonno i grandi del secolo.

— E nella stanza prossima — soggiunse il compìto signore — ha abitato Sem Benelli quando era a Ravenna per certe sue ricerche intorno a Rosmunda.

Allora Arlecchina non si tenne dal domandare:

— Perdoni... e la stanza di Dante Alighieri dov'è?...

Il nostro bel signore sorrise e si inchinò compitamente.

— Quella, cara signorina, è qui vicino — rispose. — Ma non è una stanza... è un sepolcro!...

— Comunque sia — ribattè Arlecchina — siamo destinati al nido delle celebrità!

— Se così le piace! — rispose il compìto signore. Poi, disegnato l'ultimo inchino e l'ultimo sorriso, ci lasciò soli coi nostri nomi senza diadema; nell'oscurità del tempo e dei tempi.

— Dunque dormiremo nella stanza della divina Eleonora... — gridò Arlecchina non appena la porta fu chiusa e il compìto signore, lontano. — E voi, Franzi... voi riposerete la vostra testa, senza alloro, sullo stesso guanciale che seppe _Alcione_ e _Francesca da Rimini_. Ma ormai è tardi e dobbiamo andare a pranzo. Che ore sono, Franzi?

— Le sette.

— Arlecchina?... — chiamò Giacometta dalla prossima stanza. — Vieni... vieni a vedere!...

— Che c'è?... — domandò Arlecchina fuggendo.

Poco dopo le udii ridere; e mi chiamavano:

— Franzi?... Franzi?...

Le raggiunsi. Mi fecero leggere sulla spalliera di un enorme letto nuziale a baldacchino (antico e solenne come una veste di parata del 1850), una breve iscrizione tracciata a lapis copiativo e in inglese. Diceva:

«Io, Joe Greeniwood, americano dell'Arizona, ho riposato in questo letto in una calda notte d'estate, pensando ai miei quattro miliardi!»

— Bel tipo questo signor Joe! — disse Giacometta.

— Non voleva esser da meno degli altri — soggiunse Arlecchina. — La sua opera era il suo denaro e può dirsi ne avesse una intiera biblioteca!

— Segno dei tempi!

Ma il signor Joe fu presto dimenticato.

— Con che cosa faremo _toilette_ per scendere a pranzo — domandò Giacometta — se non abbiamo neppure un pettine, nè una spazzola nè un poco di sapone?

— A questo si rimedia presto — rispose Arlecchina. — Voi, signor Franzi, siete pregato di lasciarci sole!

— Vi aspetterò nella mia stanza.

— Sta bene! Ma non commettete imprudenze, perchè, come ho potuto osservare, la porta di comunicazione fra le nostre stanze non è munita di chiave!

Ci separammo.

Vi udii ridere ancora, verlette della mia dolce giornata; poi mi chiamaste dal buco della chiave (foste voi, Arlecchina):

— Franzi?

— Eh?

— Siete pronto?

— Ai suoi ordini.

— Allora potete passare.

Dove avevate tolta la nuova veste che indossavate: Giacometta ed Arlecchina?

Suonava la campana del pranzo; meglio di una campana era il suono lugubre di un _gong_ che faceva venir in mente una qualche pagoda sulla vetta di una stilizzata collina.

Ancora debbo dirvi una parola d'amore, compagne della mia dolce giornata; per quanto eravate belle quella sera, nell'albergo che porta il nome di un nomade poeta, in fondo a una città di provincia. Ma tu, Giacometta, non eri più la stessa; la tua cruda compagna pareva ti tarpasse un poco le ali, con la sua esuberanza, col suo prepotere di bella pantera che si sente agile e pronta e non teme rivali. Tu parlavi molto meno; ridevi, sì, ma il tuo cuore non era con noi. Nella sala bene illuminata trovammo molta più gente che non la mattina; ma erano comitive del luogo; erano i rumorosi nativi che si compiacevano di cenare al Byron per imparentarsi con quel po' di mondanità che poteva offrire Ravenna.

Il cameriere ci aveva serbato lo stesso posto del mattino.

Il tavolo era coperto di rose (delicata attenzione che commosse Giacometta); e ci aspettavano due bottiglie di champagne in ghiaccio.

Il desinare fu buono. Voi, Arlecchina, vi compiacevate della gioia della mensa ed era, in voi, come una raffinata lussuria. La giornata vissuta fra sole e vento vi era valsa da formidabile aperitivo ed ora dovevate pensare a ben compensarvi delle forze spese.

Ma tu, Giacometta, dove eri tu coi tuoi grandi occhi color seta celeste? Ritornavi nelle steppe di nonna Tatiana ad ascoltare il lamento di una _balalaika_? O era la nostra ghirlandella sospesa sul ramo più in cima della enorme betulla, che ti faceva pensosa? Perchè ridevi, ma non eri con noi, non con la nostra allegria, non con l'anima nostra tutta presente. Certo ti esiliavi per sentirti più tua; o ti assaliva una fra quelle tue improvvise stanchezze per cui tutta la vita ti era a tedio e avresti voluto chiudere gli occhi per sempre e affondare in una immensa eterna pace coi tuoi diciassette anni!

Perchè il tuo viso si faceva più immobile; perchè la tua freschezza si adombrava e le tue parole cadevano a stento: fredde ed estranee.

E se anche Arlecchina empiva il tuo posto, fingendo di non accorgersi di ciò che in te tramontava, non lo vedevo io che ero sui tuoi passi come l'ombra, innamorato di te, qualunque tu fossi e certo sempre a me più cara.

Poi accostasti la coppa dello _champagne_ alle labbra e volesti berne ancora e ancora. Io ti seguivo con gli occhi; senza dir niente. Volesti annegare l'anima tua, nella spuma del vino che reca la leggera ebbrezza e ritornare tra noi col tuo più rosso cuore.

Ma non eri la stessa! Ora ch'io non so in fondo a quale strada di stelle tu sia e non ho più speranza di rivederti, ora posso ben dirti che la tua sùbita folle allegria mi fece pena, perchè ti vestivi di panni che non erano tuoi e ti falsavi e mi parevi una bella e triste sorella della _Compagnia del Povero Carnevale_.

Allora veramente mi sembrasti bambina e solo allora provai per te una grande pena.

Capii la tua precedente tristezza; capii che per un attimo avevi veduto fino in fondo alla tua povera vita.

Perchè (e non fu che un rapidissimo baleno) poi che il chiaro vino di Francia ebbe disciolta la prima asperità del tuo carattere e vinto l'orgoglio e lo sdegno che ti facevano quasi sempre sola; poi che tutto l'artificio in cui nascondevi, falsandola tante volte, la tua timida solitudine di adolescente fu debellata, io vidi, ne' tuoi occhi d'improvviso più fondi e sinceri, una grande triste preghiera; io vidi una malinconia di pianto apparire nella luce degli occhi tuoi che mi cercarono come se in me solo potesse trovare riposo il tuo sconsolato cuore. Allora ritornavi bambina col tuo piccolo novero di anni; ritornavi sincera e ti sentivi, fuor d'ogni finzione, disperatamente sola.

Non ti vergognare, anche se puoi ascoltarmi, non ti vergognare ora di quella tua debolezza improvvisa che ti dette un così caro volto, che ti fece così umana, così vicina al cuore di tutti, di tutti quanti siamo su questa povera stella che ci porta nel mistero degli spazi, con lo stesso destino.

Però non fu che un rapidissimo baleno; tu volevi essere più forte del cuor tuo di bambina; volevi essere solamente quella Giacometta della quale ho parlato fino a questo punto, edificando me stesso nel ricordo.

A pranzo ultimato eravamo tutti tre nella stessa sfera; ci potevamo prendere per mano per la stessa danza.

I vostri pensieri, Arlecchina, erano quelli di Giacometta ed i miei.

Questo càpita ben di rado, ch'io mi sappia. Avremmo riso sulla faccia a qualsiasi autorità: perchè lo _champagne_ (e domandiamone perdono, ora, al sindaco di Ravenna) ci aveva fatto irriverenti.

Arlecchina avrebbe voluto compiere cose pazze; ci propose le imprese più inverosimili; ma la sua follia provocò la saggezza nostra.

Finimmo per risalire alle nostre stanze, fra la rumorosa attenzione dei nativi i quali, presi ad uno ad uno, si ritenevano, tutti quanti, uomini da grande conquista.

Il più bello, fra i molti, un giovanottone scialacquato, dagli occhietti adiposi, non si tenne dal farsi sentire quando gettò alla comitiva dei nobili marcantonii questa popolaresca uscita da raffinato porcaro:

— Io ci spenderei anche mille lire!

La qual cosa piacque ai messeri della bella raccolta, i quali risero sganasciando, per quella natural compitezza che li faceva signori.

Ora le porte erano chiuse; tutte le lampade accese; le stanze bene illuminate.

— Che faremo? — domandò Arlecchina. — Io non ho sonno e tu, Giacometta?

— Io?... Posso vegliare fino a domani!

— E voi, Franzi?

— Capirete che io ho meno sonno di tutti!

— Be' — soggiunse Arlecchina. — Se siete tanto desto, signor Franzi, suggeriteci qualcosa. Vogliamo far qualcosa di molto diverso.

— Guardiamo alle stelle — risposi. — Le finestre sono aperte e tutte le stelle sono nel cielo in questa notte serena.

— Caro signore — disse Arlecchina — quelle luci da telescopio entrano, sì, nella nostra serata, ma solo come decorazione. Se credete che si possa star ferme a contemplare le stelle, povero Franzi, si vede che siete al solo frontispizio della donna!