Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!
Part 4
— Franzi, una volta una mia nonna doveva andare a nozze. Era un matrimonio d'amore ch'ella faceva. Si chiamava Tatiana questa mia antenata ed era di un paese lontano lontano, in fondo alle steppe della Siberia. Nonna Tatiana era discesa in Italia per accompagnarvi sua madre, malata di petto. Era una giovinetta bionda con dei grandi occhi turchini. Dicono mi assomigliasse. Ne giudicherai. Ti farò vedere una sua miniatura. Dunque nonna Tatiana era diretta a Bordighera. In quel tempo usavano ancora le diligenze. Volle il caso che nella stessa diligenza in cui viaggiava nonna Tatiana, si trovasse anche nonno Felice il quale, giusto in quei giorni, era partito per recarsi ad una fiera a Lione. Ora avvenne che, ad un certo punto, in uno svolto brusco della strada costiera, uno dei cavalli della diligenza adombrasse e si imbizzarrisse tanto da rovesciar tutto, giù per una scarpata. Nonno Felice uscì dal disastro con le ossa peste e nonna Tatiana anche; ma chi rimase moribonda sul colpo fu la madre di lei. Conveniva ricoverare la povera donna in qualche luogo per apprestarle le cure più urgenti. Giusto nelle vicinanze sorgeva una vecchia villa disabitata. Nonno Felice andò, pagò il guardiano, si fece aprire la villa e vi raccolse la ferita la quale poche ore dopo moriva. Ecco Tatiana sola, con uno sconosciuto. Ho sempre sentito raccontare che, quella notte, la passò come se fosse impietrita. Non pianse, non parlò, sedette accanto al letto della morta e stette per ore ed ore, gli occhi sbarrati contro l'ombra. Nonno Felice rispettò quel dolore, in disparte, raccolto nell'angolo più buio della stanza. Poi doveva essere ciò che fu. I due giovani andarono insieme a Bordighera. Ivi la nonna si fermò e il nonno proseguì per Lione con la promessa di ritornare. E ritornò perchè era innamorato. Gli zii mi hanno raccontato poi che Tatiana non voleva saperne di matrimonio; era una tartara selvaggia e voleva ritornare fra le sue steppe desolate. Amava l'Italia ma sentiva il doloroso incantesimo del suo triste paese. Nonno Felice non volle lasciarla. Partirono insieme e Tatiana non fu sua...
Io ascoltavo allibendo. Non riviveva l'anima della remota antenata in quella di Giacometta?
— ... Tatiana non fu sua. Era una giovinetta gagliarda e fiera tanto da non temere di rimaner sola anche con dieci giovani. Sapeva volere e sapeva difendersi. Quando un uomo si imbatte in una simile creatura può dirsi perduto.
«... Andarono, viaggiarono per più di un anno, durante il quale nonno Felice non dette mai notizie di sè alla famiglia. E a casa lo credevano già sperduto o morto fra le steppe della Siberia quando un bel giorno di aprile del 1820, una vettura si fermò dinnanzi a questa casa e ne discesero nonna Tatiana e nonno Felice. Ancora non avevano sposato e Tatiana non era stata di chi l'amava...
«Però si era decisa ormai e nonno Felice la presentò come fidanzata. Ora, dall'arrivo alle nozze, non doveva correre più di una settimana perchè nonno Felice aveva molta fretta...
— ... Aveva molta fretta e combinò tutto in modo che non potessero sorgere impedimenti improvvisi. Però Tatiana non parlava mai. Giusto in quei giorni fu presa da una fra quelle grandi tristezze alle quali andava soggetta di quando in quando e nonno Felice, nonostante tutto il suo amore, non poteva trarla dalla profonda lontananza nella quale affondava...»
Eravamo arrivati, camminando così passo passo, al muro del gelsomino di Spagna e Giacometta mi invitò a sedere vicino a lei sulla minuscola panchina.
La storia mi interessava ormai troppo perchè avessi la mente ad altro.
— Da quel tempo — riprese Giacometta con la voce più spenta e gli occhi semichiusi — da quel tempo nulla è mutato qui. I lunghi anni han lasciato le cose come erano. Anche allora c'era questo muro e lo stesso gelsomino. Tu hai veduto, in casa, la stanza dei nonni; la stanza verde, stile impero; nessuno l'ha toccata da quel tempo. Sono passati ormai tanti anni eppure dentro il canterale, nel primo cassetto, vi sono ancora dei gelsomini secchi. Li raccolse certo la nonna in un giorno della sua remota primavera e li lasciò là con la sua memoria. Io ho pensato tanto alla mia avola alla quale assomiglio. Certo qualcosa dell'anima di lei è in me! Però debbo raccontarti un altro episodio perchè tu capisca ciò che voglio dirti e tu mi comprenda in ciò che sono per fare.»
Raccolse il volto fra le piccole palme aperte e si concentrò nella lontananza dei ricordi. La guardavo, preso dal suo fascino oscuro. Ella non era più presente come palpito e desiderio; il suo sangue si era di un subito acquetato. Vedevo come i suoi occhi celesti si smarrissero in una grandissima ombra quasi che ella comunicasse con l'ultravisibile e fosse, ad un tempo, vicina e lontana: nella profondità del mistero e con me, accanto a me nella tepida primavera d'amore.
Incominciò una capinera a cantare sommessamente da una macchia di lillà.
— Io non son nata qui — riprese. — Nacqui a Madera, nell'inverno di un triste anno che doveva lasciarmi al mondo senza nessuno. Mio padre era in America allora. La mamma morì pochi mesi dopo avermi partorito e il babbo volle seguirla a breve distanza, laggiù, nelle pampas dell'Argentina. Vissi a Madera fino ai cinque anni. Di quel mio tempo quasi di sogno non ricordo che una sivigliana, una giovane sivigliana che aveva il colore dell'ambra. Questa giovane mi raccontava certe storie che mi facevano abbrividire ed erano sempre storie d'amore e di sangue. Così, bambina com'ero, mi ci appassionavo tanto che volevo stare sempre con lei e sentirla parlare. Se vi ripenso, ho ancora nella mente la sua voce fonda, il volto malinconico e forte, i suoi occhi che lampeggiavano. Questa donna mi fece provare i primi brividi; tolse l'anima mia bambina dalla sua inconsapevole serenità.
Giusto in quel tempo dovetti partire. Gli zii vennero a prendermi a Madera. Mi ricordo che piansi come una disperata e che non volevo saperne di seguirli. Ne avevo paura. Erano sempre serii. Mi parlavano, fin da allora, come se fossi stata una donna. Tu non li conosci bene; sono tanto buoni ma hanno attraversato la vita come due minori osservanti senza sapere niente di niente all'infuori delle loro cacce. Non hanno avuto mai un cuore di donna vicino; e la loro casa, come l'anima loro, manca di quella intimità, di quell'amorosa penombra che può portare solo una innamorata... Allora ne avevo paura. Se vollero condurmi con loro furono costretti a sobbarcarsi al peso di Paquita. Diversamente non avrei abbandonata l'isola dolce dove ho trascorsi i primi cinque anni del mio sogno terreno.
Arrivammo in questo paese che era d'inverno. Un grigiore infinito; un gran freddo. Mi ricordo che, per i primi mesi, non feci che piangere. Abbracciavo stretta stretta Paquita e volevo mi riconducesse al bel sole della mia isola lontana. Non avevo veduto mai la neve; non avevo tremato mai dal freddo; e, al mio primo arrivo in questa casa, non vidi che neve ed ebbi a soffrire per il freddo che mi tormentava giorno e notte. Poi finii per abituarmi a tutto. Gli zii erano molto buoni benchè non si occupassero di me se non per dirmi buongiorno e buonasera. Così rimasi nella tua piccola città malinconica. Dopo un anno Paquita si ammalò e volle ritornare a Madera. La vidi partire quasi con indifferenza. Non piansi. La mia malinconia rimase serrata dentro di me; senza parole. Quando ci separammo, avevo incominciato a poter vivere tranquilla nella mia solitudine. Ho avuto una serietà precoce, Franzi, ho pensato e sofferto in quell'età in cui le bambine non conoscono che il riso e il sonno. A sette anni ebbi un'altra compagna: una istitutrice inglese; ma non mi piacque fin dal primo giorno e la trattai come una nemica. Fin da allora ero padrona di me stessa. Gli zii mi davano sempre ragione e mi lasciavano fare ciò che volevo. Ciò mi fece pensare prima del tempo. E diventai scontrosa; chiusi in me la mia tristezza; stetti giornate intiere senza uscire di camera o dispersa negli angoli più remoti del giardino. Poi incominciai a voler conoscere la mia vecchia casa dai tetti alle cantine; e girai, frugai, interrogai. Volli sapere tutto di tutto.
«C'era allora, in casa, un vecchio servo che era venuto fanciullo al servizio dei Maldi e sapeva punto per punto la storia della famiglia, da cento anni a questa parte. Si chiamava Lorenzo e fu Lorenzo che mi illuminò circa un passato che apparve prodigioso agli occhi miei di bambina. C'era qualcosa di romantico e di misterioso nella storia della famiglia mia. Questo bastava per appassionarmi. Fu allora che conobbi nonna Tatiana.»
Tacque e mi guardò senza levare il volto ma volgendo appena gli occhi dalla mia parte, mi domandò:
— Ti annoio?
Le risposi invitandola a proseguire; dopodichè riprese:
— Nonna Tatiana fu la compagna de' miei silenzi. Per lunghe ore restavo estatica innanzi al suo ritratto, o chiusa nella camera verde dove ella aveva compiuta la sua breve gioia. Ormai non avevo che una ardente curiosità e cioè quella di conoscere fino in fondo la vita della mia misteriosa antenata. Lorenzo, toltone i fatti più salienti, non poteva darmi se non accenni vaghi e questo non mi soddisfaceva ormai più. Volevo saper tutto. Come ti ho detto c'era, e c'è ancora, nella stanza della nonna, un grande canterale, di cui, nel tempo del quale ti parlo, non potevo trovar la chiave. Un presentimento mi avvertiva che, nel segreto del vecchio mobile, doveva trovarsi qualcosa che avrebbe soddisfatta la mia inesausta curiosità di sapere. Come al solito, gli zii non ricordavano che fosse mai esistita una chiave di quel canterale e non si occupavano della faccenda più che io non mi occupassi della loro caccia. Eppure volevo venire a capo del mio desiderio; ma senza che altri sapesse ciò che intendevo fare; senza che altri assistesse alla mia ansiosa ricerca. Ricordo che un giorno mi feci sanguinare le mani nei tentativi di forzare le robuste serrature. Poi mi decisi ad andar alla ricerca di un fabbro il quale, con un grimaldello ebbe, in breve, ragione del vecchio mobile cocciuto. Quando rimasi sola, mi chiusi nella grande oscura stanza e la mia gioia non ebbe più limiti. Parlavo ad alta voce, ridevo, piangevo; mi pareva che nonna Tatiana, rinata mistero delle sue memorie, mi stesse vicina e mi dicesse: — Sì, bambina, sì... tu sei la mia cara figliuola... tu mi assomigli... il mio cuore è il tuo cuore!... — Mi passavan fra le mani, gioielli, vesti, piccoli libri scritti in una lingua che non capivo, nastri, lettere, fiori secchi; tutto ciò che nasconde una creatura innamorata e triste, in fondo a un cassetto che nessuno aprirà. Trovai, fra l'altre cose, una lettera spedita da Tatiana a nonno Felice. Era scritta in italiano. Diceva, fra l'altro: — _... tu ti ostini sulla mia strada e non sai dove potrà riuscire. Io ti ho detto che il mio amore non può soffrire vincoli umani. Bisognava lasciarlo libero per il suo ignoto destino; non bisognava cercare di ridurlo alla misura comune. Hai insistito, hai pianto, hai corso la terra dietro le tracce di questa creatura sperduta, hai rinunziato al tuo mondo, ti dici pronto a rinunziare a tutto.. e sia come vuoi! Purchè tu sappia che Tatiana ti vuol bene, viene con te, ti segue nel paese del sole, farà ciò che desideri, ma la sua strada, che incomincia dall'immensità di una steppa, non potrà finire nella riposata quiete di un piccolo giardino in fondo alla tua provincia; la sua strada, povero amore, dovrà ritornare all'infinito dal quale si è partita. Ogni anima ha il suo destino segnato e gli uomini, con tutte le loro morali e le loro leggi, son meno che niente di fronte al destino di un'anima. Ti ricordi che cosa ti dissi la prima volta, quando l'amore fu con noi? Lo ricordi? Io ti dissi:-Non promettermi niente, non parlare, cerca di essere solo con me, sola, all'infuori di tutto ciò che gli uomini hanno detto e fatto e inventato per avvelenare questo attimo divino. La mia libertà e il mio amore non soffrono leggi; sono come il vento della steppa. E tu prendimi perchè io voglio essere tutta quanta tua; prendimi e macerami e fammi soffrire nel tuo amore maschio. Io sono arrivata dall'ignoto per amarti e per farti il dono di tutta me stessa ma non promettermi niente e non chiedermi di più!... — Io ti dissi questo, allora, e tu non mi volesti capire. Tu eri e sei troppo schiavo del tuo misero mondo e delle sue convenzioni meschine. Tu vivi troppo «PER GLI ALTRI» e il mio amore non può vivere che nella più selvaggia libertà, per morire e dileguare quando la sua ora sia giunta come per tutte le cose del mondo..._»
E la voce di Giacometta si spense. Il sole discendeva fra le nuvole dell'aprile attardandosi nel gorgo del cielo, come innamorato.
E che stava accadendo mai nella mia anima di sognatore? Giacometta mi aveva affascinato con la sua voce e col suo singolare racconto tanto che mi pareva di essere ad un tempo presente ed assente in una immensità di mistero. Sprofondavo nell'impensato con la velocità di un bolide. Io, Francesco Balduino, creatura senza alcun valore, come avevo potuto mai entrare in un mondo tanto strano e impadronirmi di un cuore così moltiplicato nell'inverosimile? Perchè mi aveva prescelto Giacometta? Che poteva vedere e trovare in me, nipote della signora Adalgisa?
Poi ella riprese a parlare, un po' stanca e disciolta in una perduta dolcezza.
— Così incominciai a conoscere il cuore di nonna Tatiana. D'improvviso tutto il buio si diradava e mi vedevo dinnanzi quella che non mi aveva sorriso se non dai grandi ritratti e mi spiegavo la luce perdutamente triste e fiera di quei grandi occhi celesti dietro una lontananza infinita.
«Ormai ti racconto tutto, Franzi mio. Prima di arrivare al particolare per il quale sono risalita nelle mie memorie, voglio tu sappia chi sono, da chi discendo, come ho vissuto perchè un giorno tu mi possa perdonare. Io non ti conosco bene eppure un istinto mi guida. _Io sento che tu non sei come gli altri..._»
E, per la prima volta, la sua mano lieve mi sfiorò il volto in una carezza.
Signore mie, allora avevo diciannove anni e non vi meraviglierete se due lacrime mi scesero per la faccia ruzzolando precipitosamente. Avevo diciannove anni, signore mie, e un cuore che non conosceva la volgarità e mi commovevo e mi entusiasmavo perchè mi piaceva di regalare me stesso, non avendo proprio niente altro da regalare. Pensate a questo, prima di giudicarmi severamente, perchè, se piansi allora, vi giuro che avevo ragione. Forse potrete rimproverarmi la facilità con la quale prendevo tutto troppo sul serio; ma che ci potevo fare io se, in quel punto, Giacometta era sincera? Perchè Giacometta era sempre sincera e sempre al di là del bene e del male e se non aveva una linea continuativa, se non voleva essere e non poteva addimostrarsi eterna nelle cose sue, come piacerebbe alla vostra sentimentalità, care signore, ebbene la colpa non era nè sua nè mia.
— Pensa adunque, Franzi, in quale orgasmo io vivessi. Guarda, è la prima volta che ne parlo... tu sei il primo al quale confido il segreto della mia fanciullezza ed ora che, per parlarti, mi costringo a rivivere le sensazioni di quei giorni, mi sento avvincere dallo stesso fascino, tanto che non so più se tutto ciò sia avvenuto nei pochi anni di questa mia vita o in un punto indeterminato nelle lontananze del tempo, quando non ero quella che oggi sono, qui, in quest'ora di aprile... accanto a te che mi vuoi bene.
«Siccome in un giorno solo non potevo vedere e saper tutto quanto era racchiuso nei cassetti del vecchio canterale, presi l'abitudine di chiudere a chiave la stanza di nonna Tatiana e di non abbandonare detta chiave neppure nel sonno. Ogni giorno ritornavo nel mio sacrario e mi vi rinserravo. Così potei scorrere tutte le lettere scambiate fra nonna Tatiana e nonno Felice e così mi capitò sottomano un libriccino rilegato, nel quale la nonna scriveva il suo diario. Capii che Tatiana si era negata a nonno Felice fino al giorno delle nozze, ma nonno Felice non aveva saputo o voluto prenderla. Ciò che piaceva alla giovinetta selvaggia non entrava nella mente dell'uomo abituato a vivere nel fondo di una quieta provincia dove tutto si cristallizza, nei secoli, in dogmi ferrei e la mente, cresciuta sotto il peso di tali dogmi, perde l'elasticità, la bellezza creativa, il senso della libertà e della gioia. L'amore di nonno Felice era grande ma vestiva il costume del suo tempo, povero amore! E nonna Tatiana, fin dai suoi primi anni, aveva imparato a crear la sua libera vita fra i pericoli, fra gli ardimenti, sola col suo istinto, la sua fierezza e la sua giovine forza dominatrice. Fra i due c'era, in realtà, un abisso. Così all'una sarebbe piaciuto di esser subitamente ghermita da un bell'uomo predace, simile allo sparviero, mentre all'altro piaceva la santità dell'imene.
«Ritornando al diario di nonna Tatiana, il punto che più può interessarti, ora che ti ho raccontato tutto, è quello che precede di qualche giorno la celebrazione del matrimonio. Io so a memoria il piccolo diario. Ora in una pagina che porta la data del 20 maggio 1820 è scritto: — _Fra quattro giorni crederanno di aver fatto di me una povera cosa nel ritmo della loro pallida vita; fra quattro giorni crederanno di avermi vincolata per sempre. E perchè? Quale parte mia potranno vincolare che io non voglia? Chi è questa gente? Quando mai mi è stata VICINA? Ho detto a Felice: «Perchè vuoi questo? Non ti accontenti del mio amore? Non hai paura di ucciderlo facendolo passare fra la polvere di queste strade?» Ma Felice non mi ha intesa. Egli non vede che per gli occhi dei suoi; non agisce che per mantenersi ligio agli usi de' suoi borghigiani. ED IO? Crede egli di non potermi perdere quando mi abbia sposata? E crede ancora che mi deciderò a sposarlo se prima non avrà ubbidito al rito della mia gente e non mi avrà dimostrato di essere sempre padrone dell'anima sua e del suo coraggio? Questa notte gli parlerò. Ho veduto, in fondo al giardino, un muro con una pianta di gelsomini in fiore. Là intesserò la mia piccola ghirlanda ch'egli dovrà conquistare e riconquistare di notte in notte finchè non lo chiami e non gli dica:«Ora sono tua anche attraverso alle tue_ _consuetudini e per le tue grige strade piene di polvere e di vento..._
«In un'altra pagina che reca la data del 22 maggio 1820, nonna Tatiana scriveva: — _Oggi, sul tramonto, siamo scesi in giardino. Ho accompagnato Felice al muro dei gelsomini ed ho intessuto la ghirlandella. Egli mi guardava fare senza aprir bocca. Fiore per fiore ho pronunziato la parola rituale, poi ho fatto appendere la piccola ghirlanda, in cima in cima al più alto ramo di una betulla. Se domattina il vento non l'avrà fatta cadere e il mio destino mi avrà detto, così, ch'io devo affrontare questa avventura, incomincierà la prova di Felice. Ho fatto rimandare il matrimonio di venti giorni..._
«Ahi, scarno Felice!.. Io stavo, ora, come chi si sente preso dal più grande vortice oceanico, là dove si incrociano le immense correnti.»
Ma Giacometta continuava a parlare e dovevo ben conoscere le oscure fasi della prova alla quale dovette sottostare nonno Felice.
— Da questo punto — continuò Giacometta — il diario di nonna Tatiana non è più particolareggiato ma prosegue per sommi capi, accennando a qualche fatto incomprensibile. Vi è una pagina, che reca la data del 2 giugno 1820, la quale dice: — _Ho passato una notte in grandissima pena. Felice non è ritornato che verso l'alba. Quando mi è comparso innanzi era stravolto e aveva le mani e la faccia insanguinate._ — Poi, al 5 giugno, scriveva: — _Ha vinto! È mio! Tutto ciò che ha compiuto resterà nel mistero. Nessuna legge potrà colpirlo. Poi il mio amore è grande e lo difende._ — Questa è l'ultima giornata del diario di nonna Tatiana.
— E... sposarono? — domandai.
— Sì, sposarono. Ebbero tre figli; ma dopo cinque anni di vita comune, nonna Tatiana scomparve e nessuno ne seppe più niente.
«Si eclissò il giorno in cui credette di non essere più amata come voleva. Questa la storia che ti volevo raccontare: un po' perchè ti fosse nota la vita di questa stramba Giacometta che tu giudicherai chissà come; un po' perchè tu sapessi la ragione di ciò che pretendo da te per amarti compiutamente. Un giorno, la prima volta che ci parlammo, mi pare, ti dissi che in questo stesso luogo io avrei intessuta una ghirlandella di gelsomini. Ora vedremo che mi dirà il destino; ma sono certa della risposta perchè ti voglio bene. Ti voglio bene e non ti sposerò appunto per questo.
— È giusto. Ma... come mai ti son potuto piacere? Proprio io che sono un povero giovine senza alcun valore?...
— Perchè non mi hai chiesto niente e non mi avresti mai chiesto niente. Non è forse vero?
— Oh, questo è verissimo!
— Appunto! La scelta è stata mia e non tua. D'altra parte _sentivo_ che tu non eri come gli altri.
Dopo aver tanto parlato, Giacometta rimase per un poco assorta, il volto nascosto fra le piccole mani. Poi si riscosse e si levò.
Volgeva l'ora più soave del giorno, quando il sole si affaccia un po' più lontano e cammina sulle grandi strade dietro l'ombre che lo fuggono.
Si udiva Principina cantare da una serra lontana. Si vide Girolamo attraversare un viale e scomparire, a testa bassa, fra i fiori che faceva nascere.
Giacometta raccoglieva, ora, lunghi tralci di gelsomino e ne distaccava i fiori che lasciava cadere nelle mie mani congiunte a giumella. Quando le mani mie furono colme, si guardò intorno a cercare un luogo nel quale riporre la raccolta; poi sedette sull'erba e mi fece cenno di lasciarle cadere sul grembo la bianca messe. Io continuai l'opera ed ella, frattanto, componeva lentamente una spessa ghirlandella.
Piegati a cerchio varii tralci di gelsomino e di vitalba e intrecciatili fra di loro, trasceglieva tra i fiori che aveva sul grembo, quelli che eran più grandi e sbocciati, e li fissava fra le connessure del fusto, tanto vicini da non lasciar il benchè minimo spazio fra l'uno e l'altro. Le nasceva così una bianca e soave ghirlanda. Si era ella composta sul verde prato, in un atto soave, il volto un poco inchino, soccallate le palpebre, ma appena, sì che le lunghe ciglia, leggermente arcuate, le raccoglievan nell'orbita un più oscuro colore che rammentava quello delle violette. Ed aveva il sole sui capelli ad onde, e a sommo del volto, e sulla persona sottile che si stagliava così, fra i fiori e le piante, in una aggraziata levità da core.
Poi, a questa grazia, una nuova se ne aggiunse che nacque improvvisa. Si riudì di molto lontano il canto di Principina e allora anche Giacometta incominciò a cantare.
Ora il sole era già presso al tramonto quando Giacometta balzò in un grido festoso.
— Franzi, Franzi, questa piccola cosa nata dal nostro amore dovrà indicarci la strada nostra!
Poi, posata la ghirlandella sui capelli riprese sorridendo:
— Ora baciami!
E la baciai sulla bocca.
XII
Se trovi una ghirlandella, non perdere troppo tempo
Questa era adunque la cosa che Giacometta ricordò di aver dimenticata quando eravamo sul punto di cadere avvinti fra l'erba di un prato deserto; e questi i barbarici riti che la mia bella spietata aveva appresi e conservava in sacra eredità dalla sua selvaggia antenata Tatiana.
Ora Giacometta, voltasi intorno e veduto Girolamo passare con una scala a pinoli, lo chiamò a gran voce e, come fu vicino, gli ordinò di posar la scala sopra una vecchia ed altissima betulla che sorgeva in mezzo ad un prato, dietro il muro dei gelsomini.
Quando ebbe fatto questo il vecchio giardiniere riprese la strada lemme lemme, a testa bassa, scomparendo tra i fiori ch'egli faceva nascere.
Poi che fummo soli, Giacometta riprese:
— Vedi quel ramo?... Quell'ultimo ramo là, in alto?
— Sì.
— Bene: tu devi appendere la nostra ghirlanda lassù.
L'impresa non era facile ma la condussi a termine.