Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!

Part 3

Chapter 33,595 wordsPublic domain

— Dunque era partita?

— Partitissima.

— E... senza avvertirti?

— No. Voleva farmi una sorpresa.

— Secondo me incominciamo bene.

— Perchè zietta?

— Il perchè non lo puoi capire, povero sciocco! Noi donne ce ne intendiamo. Vuoi un consiglio?

— Sì, lo voglio.

— Bene, Checco, dà retta a me, non perder tempo!

— E cioè?

— Non perder tempo, ti dico! Sei un uomo o sei un palo?

— Che ne pensate voi?

— Se sei un uomo fatti valere e non far lo spiritoso.

— Vorrei foste ne' miei panni.

— Oh, se fossi ne' tuoi panni io, Adalgisa Balduino, sorella della sant'anima del fu tuo padre, se fossi ne' tuoi piedi ti farei ben vedere come si fa con le donne!

— Bum!...

— Screanzato!

— Ho detto bum perchè voi, probabilmente, avreste fatto ridere Giacometta solo col vostro naso.

Poi, senza attender risposta, infilai l'uscio e uscii per le strade semibuie, sotto il monotono pianto delle vecchie gronde.

VIII

In amore non esiste una rosa dei venti.

Il diretto della mezzanotte arrivò con un'ora di ritardo. Sotto la tettoia della stazione non eravamo ad attenderlo che io, il capostazione, e due facchini assonnati.

Uscì poi qualcunaltro, quando il treno fu per arrivare.

Io avrei voluto vedere senza esser veduto e cercavo un angolo nel quale nascondermi; ma non mi riuscì di prendere il mio gran batticore e di infilarlo nel buio; fui costretto a tenerlo in mostra sotto i fiochi fanali stillanti acqua. Però mi ritirai nell'angolo più remoto della tettoia ed attesi trepidando.

Il fragore si avvicinava fulmineo nella notte; già le lucide rotaie vibravano sotto l'impeto sopraggiungente; poi ad un tratto, in una folata di vento, tra il fumo e le rosse scintille, la vaporiera entrò nella stazione e in pochi metri fu ferma.

Si aprirono pochi sportelli. Scesero due vecchi da una terza classe e una scomposta signora la quale si dette a gridare: — Facchino? facchino? — nello stordimento di esser sbalestrata, a quell'ora, per l'ignoto mondo. E Giacometta? La mia piccina non c'era; forse... chi sa?... non sarebbe ritornata mai più!

E già mi sentivo serrare alla gola dall'angoscia, quando avvertii una rapida corsa alle mie spalle, nè ebbi tempo di rivolgermi che due braccia mi si strinsero al collo e una fresca bocca si posò sulla mia guancia in un grande bacio. Ed io non te lo restituii quel tuo bacio, Giacometta! A me, la improvvisa gioia ha fatto sempre un effetto catalettico: mi ha impietrito. Fra le altre disgrazie anche questa doveva toccarmi dal buon Dio.

Ma, ditemi voi: come potevo io orientarmi dal nord al sud con sì grande velocità? Quando mi sarei logicamente atteso una tutt'altra accoglienza?... Quando ero già nel tristissimo convincimento ch'ella non sarebbe ritornata nè quella notte nè mai?

Rimasi adunque, con la mia gioia serrata, a guardarla in una estasi immobile la quale non era adatta alla pioggia che scrosciava.

Ella aveva imprigionato il mattino, con quei suoi capelli biondi, e lo portava con sè come l'anima di questo coso pensante, noto al secolo col nome di Francesco Balduino. Tu discendevi dalla notte, attraverso l'uggia, il freddo, il vento e la pioggia, simile a una radiosità che non può spegnersi, che non soffre mutamento. E chi non ti avesse veduta ancora, era costretto ad averti chiusa nella sua memoria, con la nostalgica malinconia che lasciano le cose troppo belle che non si potranno mai possedere. Tu piccina, esile, diritta, armoniosa, illuminata dai tuoi grandi occhi celesti e dai capelli biondi. Tu, con la tua giovinezza stellare, sola nel mondo, perchè ti si poteva essere accanto accanto senza essere in te.

E, dopo il bacio, le sue piccole mani inguantate sulle mie spalle, gli occhi negli occhi, mi parlava ridendo, affannata come s'io fossi stato davvero il suo grande amore, nel cuore di quella notte piovosa.

— Franzi!... Ah, Franzi come hai fatto bene a venire!... Dunque pensavi che Giacometta sarebbe ritornata un giorno o l'altro?

Sospirai:

— Se ci pensavo!

Veniva innanzi, fra le lampade fioche, nella sua lunghezza sbilenca, accompagnato da un facchino carico di valige, lo zio Pertica. Aveva un berretto da viaggio calzato fino alle orecchie e un ombrello sotto il braccio, benchè piovesse a dirotto.

Non appena mi vide mi salutò senza scomporsi.

— Buonasera, signor Balduino.

— Buonasera.

E Giacometta continuava a parlare.

— Sai?... Siamo stati a Firenze, poi a Siena, poi a Pisa. Da Pisa lo zio voleva arrivare a Roma ma non ho voluto; e sai perchè?

— Perchè?

— Come?... non indovini?... Ma perchè avevo un gran desiderio di rivederti. Ti ho telegrafato. Hai avuto il mio telegramma?

— No.

— Peccato! Ho da dirti tante cose. Quando verrai a trovarmi? Domattina?... Sì, domattina. Vieni verso le dieci. Franzi... hai pensato a me?

— Sempre!

— Anch'io, sai?... Anch'io! Povero Franzi, ti ho fatto soffrire?

— Ho pensato al suicidio.

— Non esagerare.

— Giacometta, ti dico che ci ho pensato!...

Uscimmo dalla stazione. Tutti si voltavano a guardarci. Il meno commosso era sempre lo zio Pertica il quale sa il diavolo qual tordo o qual beccafico si pensasse. Il certo si è ch'egli non si occupava di Giacometta la quale mi si era appesa al braccio e continuava a ridere e a cinguettare.

Quando fummo vicini all'automobile e feci per accomiatarmi, Giacometta disse:

— No, vieni con noi.

— Salga, signor Balduino — soggiunse lo zio Pertica. — Ormai ella può considerarsi della famiglia.

Io ero, quella notte, come l'ombelico del mondo, come il triangolo mistico, come la divina colomba, ero al di sopra di ogni cosa umana e di ogni vita: astro fra gli astri, costellazione fra le costellazioni, l'amore fra tutti gli amori.

Io, Francesco Balduino.

IX

Se un amico non vale un tesoro che cosa vale allora una formidabile zia?

Per alcuni giorni io detti il mio nome mortale alla felicità. Ero così pieno di mondo, così compiuto in tutte le cose, che mi parve belloccia anche la signora Adalgisa; la qual cosa non mi era capitata mai, ve lo giuro!

E la signora Adalgisa ritrovava i sorrisi e le graziette de 'suoi remotissimi sedici anni, tantochè ritenne necessario compilarsi una veste nuova di un gusto fantastico, sbalorditivo.

Un giorno me la vidi arrivare tutta color zafferano; la vidi folgorare in un involucro di raso e camminar molleggiando. Due grandi boccoli neri le scendevano, attorcigliati come due trucioli, giù dalle tempie fin oltre le orecchie. E aveva le calze gialle, le scarpette gialle, i guanti gialli, il ventaglio giallo e un nastro giallo fra i capelli raccolti a nodo scorsoio sopra la fronte, come una porcheriola che stesse per dirupare.

Ed era un giallo che prendeva a schiaffi chi lo guardava. Era una signora Adalgisa solare; pareva l'ora della canicola e della insolazione. Eppure si credeva seducente.

Venne innanzi scodinzolando come se le suonasse dentro un tempo di minuetto, su dai vecchi precordi impolverati. E il suo visaccio, insolcato per tutti i versi, come una strada motosa in un giorno di fiera, cercava una peregrina soavità per intonarsi al nuovo involucro in cui si era infilato il suo corpo civettuolo.

Oh, zia!... Oh, paterna zia!...

Ristette alla mia presenza sorridendo anche dai neri vani che avevano lasciato i denti partiti per l'eterno esilio.

— Cosa ne pensi, Francesco?

Risposi semplicemente:

— Sicuro!

Ella rimase in dubbio; riprese con la sua più piccola voce:

— Come sicuro?

— Vi siete fatta una veste nuova.

— Ti piace?

— Mah?!... Ecco... il colore...

— Già, l'avevo detto anch'io alla sarta. Io avrei preferito un verde... un bel verde pisello, ma la sarta mi ha assicurato che questo è il vero colore di moda.

— Ve l'ha assicurato la sarta?

— Ma sì!

— Allora non c'è rimedio.

— Ti sembra brutto?

— È piuttosto vivace.

— Però la _confezione_ è stupenda!

— Perdio!... Mi sembrate la signora Cagliostro.

— E chi era questa signora?

— Era evidentemente la moglie del famigerato Cagliostro. Ora è morta.

— Povera donna!

Io frattanto volgevo per la mente un atroce dubbio: perchè mai la mia signora zia si era conciata in quel modo? che pensava fare? quale infernale macchinazione si associava al suo vestito giallo. Le domandai:

— Perdonate, zia: se non sono indiscreto, perchè vi siete fatta quella veste?

— Ma per essere degna di te.

— Di me?... E che c'entra?...

— Scusa, ma quando si celebreranno le nozze dovrò ben essere presentabile!

— E chi vi ha detto che io sposi?

— Come?!...

— Sì, chi ve lo ha detto?...

Ella mutò voce e atteggiamento all'improvviso:

— Non scherziamo, Checco. Tu sai benissimo che su certe cose non amo scherzare. Non avresti scelto, in tutti i casi, il momento buono. Poi ringrazia Iddio di avere una zia come me, che pensa a riparare alle tue balordaggini!

Nè potei aggiunger parola ch'ella già, voltatami la parte tramontana e infilato l'uscio della stanza, dileguava.

La seguii e la vidi scender le scale; e la vidi andarsene per il Borgo dei Cotogni, rullando come una nave a mare morto. Poi si fermò a parlare con qualcuno che non riconobbi. Due monelli le fecero i versarci e un cane, un vecchio cane filosofo, le annusò l'ampissima gonna poi, posato su tre gambe, lasciò piovere sulla medesima un ingeneroso ricordo.

Il mio dèmone si dichiarò soddisfatto; ma io non ne avevo colpa, posso giurarlo.

X

Non dire di aver mangiata la ciliegia se prima non te la trovi in bocca!...

Giuocando a tutti gli equilibri, cercando gli adattamenti più disparati ed improvvisi; ecclissandomi a tempo debito e a tempo debito ricomparendo; schivando le forme più correnti in cui l'amore cerca il sigillo di una effimera eternità; essendo uno e multiplo come occorreva essere per non urtare le infinite suscettibilità di un'insidiosa vergine ero riuscito a farmi volere un po' di bene da Giacometta; a non stancarla durante il non lungo, ma per me penatissimo, periodo di cinque giorni. E, durante questi cinque giorni, ero stato alle corse con lei, avevo incominciato a ballare, a giuocare al _tennis_ e imparavo a cantare.

Giacometta mi aveva scoperta una bella voce. A vero dire non me ne ero mai accorto. Il fatto si era che cantavo, sedendo ella al pianoforte; cantavo ed ero sempre più innamorato.

Ero adunque riuscito a farmi volere un po' di bene, però, per conto mio, rincaravo la dose di giorno in giorno col moltiplicarsi delle stramberie di Giacometta. Ma l'uomo, per quello che ho potuto imparare, e dalla mia e dalla altrui esperienza, è quella tal creatura la quale tanto più si logora e si rode quanto meno si vede apprezzata; e le maggiori trionfatrici di questo fierissimo animale sono state appunto quelle fanciulle e donne le quali erano e non erano; davano e non davano, abili sempre nell'inasprire la più o meno bramosa povertà del maschio e nel lasciarla insoddisfatta o quasi. E in tutti i secoli, per la generosità che lo distingue, l'uomo si è vendicato di queste sue più amate compagne vituperandole.

Ora la prima volta ch'io potei baciare in pieno Giacometta, fu lo stesso giorno del suo arrivo. La breve assenza l'aveva rinverdita, aveva dato all'anima di lei una specie di distesa continuità inusitata. Io ero entrato nella sua bianca casa, sul lembo di un giardino, alle dieci e ne ero uscito a mezzanotte. Queste quattordici ore erano state meno che niente.

Fu nel pomeriggio, dopo una lauta colazione. Eravamo nel giardino incantato, dietro una gran macchia di roveri. Il giorno di aprile aveva una limpida soavità come gli occhi di Giacometta e c'era per l'aria un non so quale pàlpito che gonfiava il cuore.

Non si parlava. Giacometta si abbandonava sul mio braccio con maggior languore. Poi, quasi per un contemporaneo avvertimento, ci volgemmo a guardarci. Il brivido che era in me era in lei; ciò ch'io sentivo ella sentiva; la mia inespressa volontà era la sua volontà inespressa. Io vidi ne' suoi grandi occhi celesti, un lontano sorriso morire in fondo alle pupille in un'ombra amorosa, vidi ch'ella non era più vigile, ma tutta nel suo abbandono; ch'ella cercava di non saper più niente, di non udir più niente ma solo di lasciarsi portar via, in quell'ora dolcissima, dal pàlpito dell'aprile che gonfiava il cuore.

Nè io ragionai più ch'ella non ragionasse quando le passai un braccio attorno alla vita, quando la trassi a me, la strinsi, la serrai a me con improvvisa violenza, la mia bocca sulla sua bocca. Allora fui ebbro del profumo e del fiore di quella divina giovinezza che si piegava fra le mie braccia come affranta e prostrata; fui ebbro e la vidi inarcarsi, abbandonar il capo all'indietro come per offrir meglio il rosso desiderio della sua bocca alla furia dei baci; vidi il suo pallido volto contrarsi un poco e illuminarsi nel sorriso della profonda angoscia; la vidi, dalle radici dei capelli all'ombra del piccolo seno, vibrar tutta, di uno spasimo nuovo; più affilato il volto come se in realtà il piacere lo coprisse di un'improvvisa ombra di morte.

— Bella bella bella!...

Non seppi dir altro, nel tremito di ogni mia vena. Ella chiuse i grandi occhi e allora, alla sommità del suo viso, non fu se non l'oscura ombra delle ciglia. Poi di un subito, le sue braccia dapprima inerti, mi allacciarono il collo ed ella aderì tutta quanta a me, dalle ginocchia al seno, tutta quanta mia, tutta nel mio desiderio, accesa del mio ardore, soggetta alla mia volontà e la sua bocca, dischiusa sulla bianchissima chiostra dei denti serrati, mormorò una parola sola, il segno della sua perduta volontà di non esser più che una sofferenza e un piacere nell'impeto del mio amore, nella violenza della mia forza maschia.

Ci trovammo seduti sull'erba.

E già ogni mia timidezza era un solo remotissimo ricordo allorchè udimmo levarsi dal discreto silenzio, una squillante risata.

Rotto l'incantesimo, mi trovai di fronte al tremendo compito di assumere in un battibaleno il più indifferente aspetto che potesse avere un garbato giovine giunto nuovo in quel luogo e ignaro di quanto si era fino a quell'ora passato.

Io conoscevo ormai l'anima di Giacometta. Ella infatti volse il viso da un'altra parte, si ricompose i capelli, si riassettò e, sorta in piedi, riprese il cammino, affatto dimentica della mia presenza.

Comunque fosse, il resto della giornata non ebbe a risentire di troppo violente variazioni.

Nei giorni che seguirono la faccenda fu diversa, per quanto fra _tennis_ e pianoforte riuscissi a destreggiarmi abbastanza abilmente fra le meteoriche burrasche della mia nebulosa. Però Giacometta era sempre una creatura di mistero e nessuno avrebbe potuto mai con certezza dire che cosa avrebbe fatto, o pensato, o deciso, o amato da un'ora all'altra. Ella usciva dal comune; aveva un suo sistema metrico decimale o non ne aveva affatto, ciò che le capitava più spesso. Passava dal termine dell'abbandono al più risoluto disprezzo; dimenticava ciò che aveva calorosamente affermato un'ora prima; poteva concedervi la più grande gioia e ritogliervela dopo dieci secondi. Era più mutabile del mare del quale portava il colore ne' suoi grandi occhi fondi. Una volta si era ordinata quattro vesti di cui mi aveva decantata la grazia e l'eleganza; orbene, quando le arrivarono, capitò questo: una fu regalata alla cameriera; un'altra andò a finire sotto il letto e le ultime due ebbero una sorte peggiore: volarono con la scatola e tutto fuori dalla finestra. Questa era Giacometta.

XI

Tu sola, Principina, eri veramente la primavera!

Ora avvenne ch'io portassi, un giorno, un garofano rosso all'occhiello e che la mia formidabile zia uscisse per le strade della Città dai tre campanili, tutta vestita color zafferano. Nè io sapevo che si rimuginasse la mia congiunta nella sua ampia testa dai grandi boccoli neri attorcigliati come trucioli, nè ella sapeva che mi pensassi di far io della mia vita in quel giorno di sole.

Era una giornata calda e di languore come ne porta l'aprile nel suo grembo. A quando a quando passavano delle nuvole bianche e altissime; piccole nubi indolenti, abbandonate a un vento inavvertibile. I tre campanili della mia città le salutavano a gara, tutti immersi, talvolta, nel loro chiarore d'argento.

Non avevo preso il pastrano ed indossavo il mio nuovo vestito da poca spesa.

Mi avviai lungo il Borgo dei Cotogni. Erano le tre del pomeriggio. Non c'era nessuno. La gente dormiva. April dolce dormire! C'erano le nuvole bianche e amorosamente pigre nel cielo profondo; c'erano i tre campanili immersi nella gran luce come tre fantastici coni di tre maghi in ascolto sul mistero del mondo. La mia piccola città non grugniva più; dormiva sotto le bianche nuvole dell'aprile. Epperò io mi sentivo preso da un languore voluttuoso, da un sordo spasimo, da un'ansia inespressa, sentivo battere alle tempie e ai polsi la mia giovane forza d'amore.

Da dietro le basse case arrivava l'anima dei giardini. Erano i lillà, le madreselve, i gelsomini, le acacie che riempivan l'aria tepida del loro vivo sentore, di un amoroso ed ebbro profumo solare. Per le strade non c'era nessuno. La gente dormiva od amava dietro le griglie socchiuse, per le stanze immerse nella penombra. Erano in me un nuovo senso pànico ed una nuova levità. Io mi sentivo immerso e preso nel piacere del mondo perchè era il mese d'amore, e la prima gioia e il primo spasimo della fecondazione riempivan le ore dei giorni commossi.

Mi fermai alla bianca casa di Giacometta sul lembo di un giardino. Sarei entrato? Come mi avrebbe accolto Giacometta? Premetti il bottone del campanello; venne ad aprirmi Principina. Domandai:

— C'è?

— Sì — rispose la piccola sorridendo.

— Dov'è?

— In giardino...

E mi guardava sempre.

Attraversai l'andito; uscii nel sole. Principina mi precedeva di qualche passo. Era tutta rossa in volto e scalza. Camminava lungo il margine del viale; leggera e sottile. Vestiva di un niente. Di sotto la stoffa si accennava appena, come una promessa novella, il suo acerbo seno.

Proseguì, scalza levità bambina, fra l'erba di un prato conchiuso da una fiorita di meli e io vedevo il suo respiro profondo animarla come di un affanno senza parole, nel cuor dell'aprile, e vedevo batterle una vena, forte forte, alla fontanella della gola.

Giunti che fummo oltre la cerchia fiorita dei vecchi meli, Principina si fermò e mi disse tendendo un braccio verso il sentiero delle roveri:

— È là.

Poi mi sorrise e si allontanò nel dolce sole che porta sul mondo le nuvole bianche.

Giacometta era seduta sull'erba a una grande ombra. Era scapigliata. Aveva puntato i gomiti sulle ginocchia e appoggiava la faccia sulle palme aperte. Non mi vide. Non so che guardasse. Anche quando le fui vicino non si accorse della mia presenza. Mi sedetti al suo fianco. Allora ella, senza volgersi, allungò una mano e la pose fra le mie. Rimase così, gli occhi larghi e fissi fra l'erba. Aveva sui finissimi capelli biondi e ricciuti, dei pètali di fior di melo. Si vedeva dalle sue vesti, un poco in disordine, e dal rossore di tutto il volto che doveva aver corso fino allora.

Mi domandò senza guardarmi:

— Perchè sei venuto così tardi?

— Non sapevo di trovarti in casa.

— Sono tre ore che ti aspetto.

Strinsi forte, fra le mie, la sua piccola mano nata per le carezze; una mano bianca, dagli unghielli rosati, leggera come la rondine. E la piccola mano di lei si avvinghiò alla mia, dito con dito, amorosa e calda. Fu già, in questo, un principio di possesso, perchè le mani mandano al cuore il primo tonfo, quando si intendon fra loro; ed aprono il varco improvviso ai giardini senza cancelli nei quali l'amore si esilia per vivere più oltre e, spesso spesso, per morire.

Come era prevedibile, l'ultima distanza che ci separava fu superata senza ch'io mi accorgessi come la cosa fosse avvenuta. Io combattevo, in ardore, col mio garofano rosso, ma tutte quante le mie parole naufragavan nell'ombra. E ciò mi faceva pena. Perchè nessuna porta si dischiude, anche lentissimamente, senza una paroletta sorrisa, senza il barlume di un sogno.

Passavano adunque le nuvole quando anch'io passai un braccio attorno alla vita di Giacometta. Questo non potrà farvi dispiacere, credo. E la strinsi a me con tanta forza ch'ella ne ebbe il respiro mozzo; ma non disse niente. Fui io che le dissi a un tratto:

— Giacometta, io sento qui dentro — e mi portai una mano al cuore — sento qualcosa che mi fa morire!...

Ella sorrise con un ranuncolo giallo.

— Non mi credi?...

Guardò, più lontano, una macchia di lillà che sfumava nella penombra.

— E poi, Giacometta, sarebbe tanto bello morire davvero!

Respirava un po' forte e non rispose.

— Morir d'amore... per te sola!...

Giacometta chinò il mento al seno e questo mi piacque. Si volse e mi guardò smarrita. Poi le nostre bocche furono unite.

E aveste tempo di trascorrere, nuvole bianche dell'aprile, per il gran cielo turchino! Il nostro bacio era tenace e qualcosa stava per accadere di molto diverso. È inutile ch'io vi racconti quale dolce pericolo si corresse allora, perchè lo sapete meglio di me.

Però Giacometta mi aveva parlato, una volta, di una ghirlandella ed era molto naturale, anche se a voi non sembra, ch'ella vi ripensasse proprio in quel punto.

E vi ripensò.

Le vergini soffrono così di inesplicabili pause quando sono per varcare la linea.

Sta di fatto che, essendo noi, anche quella volta, sul punto logico e gradevolissimo della suprema carezza, a nulla si approdò.

Di un subito Giacometta cambiò volto e mi disse:

— Franzi, mi sono dimenticata una cosa.

Mio Dio, quale cosa poteva aver dimenticato che le fosse necessaria?

Si levò, mi tese una mano. Riprese:

— Andiamo.

— Andiamo pure!

Andammo come era naturale che avvenisse. Io, a vero dire, mi trovavo in un certo disagio. Poi il cuore mi batteva forte: c'erano troppe cose a mezzo. Questo accade quasi sempre quando si fa all'amore. Accade anche alle persone molto pudiche.

Si prese un piccolo viale traverso. Giacometta camminava lentamente e il giardino non finiva mai. Poi incominciò a raccontarmi la nobile ed istruttiva istoria che segue.