Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!

Part 2

Chapter 23,834 wordsPublic domain

Continuando adunque il mio penoso silenzio, il signor Tomaso, lo zio Pertica, si fece innanzi e muovendo la gran bocca nera, fra rari ed ispidi peli bianchi, mi domandò:

— Ehi, giovanotto, non sapete dire dunque per quale ragione vi trovate qui?

Io vedevo Giacometta che si mordeva le labbra per non scoppiare a ridere e credo di esser stato in quel punto, sì per la mia naturale timidezza, come per la orripilante sorpresa, di esser stato più bianco della panna.

Continuando il mio silenzio, il signor Antonio si rivolse a Giacometta e le chiese:

— Ma dove hai trovato questo signore?

— L'ho trovato in giardino — rispose Giacometta.

— E da qual parte è passato se Girolamo non ci ha annunciato neppure una visita?

La giovinetta fece una smorfia e rispose con palese indifferenza e tranquillità:

— Credo sia passato da una finestra.

— Da una finestra?... — domandarono i due zii ad una voce e tanto l'uno quanto l'altro mi spalancarono addosso due smisurati occhi.

— Volete spiegarci questo enigma? — domandò il signor Antonio.

— Su, Franzi, parlate — fece Giacometta con adorabile semplicità.

Ma io non trovavo modo di spiccicar parola; tormentato fra mille dubbi; preso da un inverosimile timore ero nell'assoluta impossibilità di formulare alcunchè di concreto. E mi sosteneva inoltre l'ultima disperata speranza che Giacometta intervenisse.

Allora il signor Tomaso, continuando il silenzio, divenne aggressivo.

— Spero non ci vorrete far perdere maggior tempo — disse. — Su, che diavolo facevate con Giacometta?

— Che diavolo facevate? — soggiunse il signor Antonio.

— Ma, Franzi, siete davvero tanto timido?.... Quando io sono contenta potete parlare liberamente. Gli zii sono buoni e fanno quello che desidero!

Allora impallidii certamente anche nelle mie parti più celate. Di fronte a quale enigma mi poneva la mia sfinge improvvisa?

Dopo le parole di Giacometta i due anziani si guardaron negli occhi, poi lo zio Pertica domandò alla nipote:

— Dunque tu conosci questo signore?

— Eh, se lo conosco!

— E perchè non dircelo prima? — fece lo zio Antonio.

— Perchè è per lo meno strano che io debba parlare prima di lui.

— Ma allora, se lo conosci, saprai anche perchè è venuto — riprese lo zio Pertica.

— Certo che lo so! Anzi lo so benissimo! E parlerò. Siete contento Franzi?

Le avrei gettato le braccia al collo.

— Sì, Giacometta, ve ne prego!... Parlate.... Parlate subito!...

Che cosa avrebbe detto?... Che cosa avrebbe detto mai?...

— Ebbene... il signor Franzi è venuto a chiedere la mia mano!...

Il primo impulso, il più forte, fu quello di gridare ai vecchi musi:

— No, non è vero!... Non è vero!...

Ma tacqui, allibito, aspettando che l'inevitabile burrasca mi investisse.

Invece seguì un silenzio in cui i due cacciatori mi osservarono ancora; poi lo zio Pertica chiese tranquillamente a Giacometta:

— E tu che ne pensi?

— Io sono contenta!

— Ma sai chi è questo signore?

— È un giovine povero; ma è un grande poeta! — rispose imperturbata la mia Sibilla.

Allora i due anziani si guardarono nel fondo degli occhi e l'uno fece all'altro, ad un dipresso, il ragionamento che segue:

— Già!... Che ne pensate, Antonio?... Dopo tutto noi non ci entriamo e non dobbiamo entrarci. Ma, — dice — il mondo non fa così... È vero, è vero, è vero!... Lo sappiamo... lo sappiamo!.... Ma noi facciamo così, noi Tomaso Maldi e Antonio Maldi!... Dice: — Un poeta!... A chi la danno quella povera figliuola, a chi la danno!... — Adagio, rispondiamo noi. In primo luogo noi non diamo Giacometta a nessuno, non vi pare, Antonio?... È lei che si dà! Poi un poeta è un uomo rispettabile come un altro. Che ne pensate, Antonio?... Siamo stati poeti anche noi, ai nostri bei tempi! Se Giacometta ama questo signore e se questo signore ama Giacometta, la nostra coscienza è tranquilla. Noi non dobbiamo guardare un millimetro più in là. Noi non dobbiamo investirci della parte di una giovinetta. Così quando Giacometta ci presenta il suo uomo, a noi non resta che mettere la firma sotto la sua decisione. Che ne dite, Antonio?... E noi mettiamo la firma!

— Sicuro!... E noi mettiamo la firma — soggiunse il piccolo zio. — Dopo tutto si tratta di logica.

— È quello che ho sempre detto io — fece lo zio Pertica. Poi, senza più occuparsi di noi, alzò fino agli occhi la gabbia che teneva sospesa al dito anulare della mano destra, guardò amorosamente il suo merlo o tordo che fosse, e disse al fratello:

— Antonio, questo sarà un richiamo monumentale. Ha la voce di Caruso.

E si avviarono, rifacendo il verso agli uccelli, verso le ombre e le tese insidie del loro uccellatoio.

V

Anche se sei sulla soglia non ti credere entrato!

Non appena soli mi ricordo che giunsi le mani ed esclamai, rivolto alla mia fidanzata improvvisa:

— Che cosa avete fatto, Giacometta?

— Mi pare che ora possiate trattarmi con maggior confidenza — rispose dolcemente il mio vivo enigma.

— Ma come si aggiusteranno le cose?

— Perchè?

— Come perchè? Io, Francesco Balduino, fidanzato di Giacometta Maldi?...

— In primo luogo — rispose Giacometta — non vedo la necessità che voi andiate a raccontar fuori ciò che oggi vi è accaduto; ed anzi vi prego, e vivamente vi prego, di non farne parola. Ciò che passa fra voi e me non riguarda che noi due, mi sembra, ed io comincerei ad odiarvi il giorno in cui vi sapessi vanitoso e pettegolo. Poi, caro Franzi, non correte troppo! Fidanzato non vuol dir niente e voi avete troppo ingegno per non capir questo. Io, se così vi piace, mi sono fidanzata a voi, oggi, solo per aver più agio a conoscervi; ma non vi illudete, Franzi! Può darsi benissimo, fra le altre cose, che posdomani non mi garbiate più ed io stessa vi preghi di allontanarvi!

— Ciò che mi dite è molto chiaro, ma non è confortante!

— Come più vi piace, caro Franzi; ma non si può fare diversamente. Ora sta a voi a conquistarvi tutto il cuore di Giacometta!

Eravamo presso l'atrio della casa bianca dalle grandi invetriate e moriva l'ultimo crepuscolo. Il cielo si approfondiva nell'ambra; si allontanava per aprir le sconfinate strade degli astri. E già c'era una stella sopra le vecchie roveri del roccolo, la stella nata dal cuore del sole, la tuttachiara, quella che ha il sorriso della giovane malinconia. Nè il marzo era freddo quell'anno, anzi si ammorbidiva in un tepore di precoce primavera. Ogni aroma, nella delicata grazia della sera che moriva, poi che l'aria si faceva immota come la pupilla che si affissa e attende, si diffondeva più intenso e insistente, tanto da associarsi alle sensazioni più vive e da compenetrarle con la sua dolcezza. E i sensi miei, desti ed alerti, avvertivano questo, e più avvertivano, con un nuovo spasimo, il profumo quasi violento che si sprigionava dalle vesti e dalle carni di Giacometta; un profumo di cui non sapevo il nome, del quale non avevo anteriore ricordo; ma che mi dava un'ebbrezza improvvisa, una perduta volontà di carezze e di abbandono. Ne ero come ubbriaco. Mi pareva che, sotto quell'eccitante invito, avrei potuto dire o fare le più belle e le più grandi cose; ma, come sempre sciaguratamente mi accadeva, all'interiore possibilità non rispondeva l'animo e la parola, tanto che dissi con pedestre malinconia:

— Come sapete di buono, Giacometta!

Ella non rispose e non mi guardò. Stava appoggiata, le spalle e la nuca, allo stipite di una grande porta e aveva gli occhi all'aria, e tutto il suo piccolo volto soave, veduto così di scorcio, pareva cento volte più bello. Notai come il naso le si affilasse ancor più, come accade nello spasimo del piacere; e le pinne sottili si inarcavano un poco nel respiro breve ed intermesso.

Si lasciò prendere una mano e non disse niente; ma stava come se fosse morta. Io sentivo, fra le mie mani che ardevano, la sua piccola mano abbandonata e la guardavo, inebetito dalla troppo grande emozione.

— Giacometta... — mormorai. — Tu sapessi... tu sapessi...

Ella, senza muoversi, ebbe un sorriso vago e sperduto; sorrise con l'aria, con le stelle e con il suo indecifrabile enigma. Ed io mi domandavo: — «Che farò?... E se ardisco, che farà?... Sarà la fine di tutto o lascierà fare guardando da un altra parte?... Perchè non mi risponde?... Perchè non vuole accorgersi che io, povero giovane, non sono di cemento armato?... Perchè non mi incoraggia?...

Finalmente le baciai una mano, poi il polso, poi le accarezzai il braccio ignudo sotto la veste leggera; poi, come la vidi arrossire e abbrividire, la strinsi alla cintola... ed ella sorrideva, sorrideva sempre, le iridi più grandi e fonde, la bocca più rossa e dischiusa, la gola più bianca e scoperta, una gola tanto tersa e amorosa e viva da dar le rosse vertigini al più bianco fra i candidi e morali idealisti.

E, come avviene agli imbecilli par miei, io uomo timido e d'improvviso predace, non ebbi il garbo di saper cogliere quel dolce frutto senza turbare la palese e volontaria assenza della mia fidanzata; anzi, sorpreso da una grandissima sete, da un annebbiamento improvviso, da un fuoco che mi fucinava il sangue in un tumulto indiavolato, mi gettai su quel candore: avido, cieco, sitibondo, disfatto. E appena ebbi tempo di assaporarne la freschezza che Giacometta, scostatasi violentemente, mi disse in tono acerbo, come una nemica:

— Siete sciocco e volgare!... Andate via!...

Poi, nello stesso tempo, quasi tutto ciò non fosse bastato, udii giungere dal fondo del giardino il domestico stridere della mia zia formidabile, la quale urlava su tutti i toni...

— Checco?... Checco?... Checco... Checcoooo?...

E allora fuggii vergognoso, disperato, in compiuta rovina pensando seriamente a un placido suicidio.

VI

Iddio ti dette i parenti perchè tu imparassi a guardartene.

Si parla della formazione dei mondi nella spaventosa immensità del niente e ci si perde dietro gli spettri delle nebulose, quando lo stesso mistero è sotto agli occhi nostri, tanto è vero che tutto si riproduce uguale, nella spaventosa immensità del niente.

Quale differenza, vi prego amici miei, quale differenza vi poteva essere, ditemelo, fra Giacometta e la nebulosa della costellazione dei _Cani da caccia_ o la nebulosa planetaria della Lira? Nessuna! Io ero un innamorato al telescopio, il quale vede passare, nella tenebra dell'immenso, una forma che non potrà mai comprendere nè raggiungere. Ero il povero astronomo di Giacometta, ma senza il prezioso sussidio di spettroscopi o di calcoli sublimi. Perchè in amore, ahimè, non è stato ancora inventato uno spettroscopio e l'anima di una nebulosa fanciulla non può decomporsi come la luce di una qualsiasi ragionevole stella. Così navigavo nell'inconoscibile e non potevo servirmi che della più infida fra tutte le bussole del mondo e cioè del mio amore.

Quella sera pertanto, dopo il tumultuoso pomeriggio, pieno l'animo delle più dolci e più amare sensazioni, non appena ebbi varcato l'uscio della mia su non lodata casa, ecco che vidi venirmi incontro, tutta arruffata e torva, la mia formidabile zia, signora Adalgisa.

Io, giovane taciturno e remissivo per consuetudine, di fronte alla vampata affocante che si chiamava signora Adalgisa, quella sera, o fosse per la troppo lunga ed intensa emozione patita, o che so io per quale altro disequilibrio psicologico, non attesi che l'impeto, il quale già si apprestava a travolgermi, mi investisse e con voce aspra affrontai il mio consanguineo tormento e dissi:

— Non importa mi secchiate, zia Adalgisa! Vi avverto che oggi non ne ho voglia e non ho punta pazienza!

La cosa inusitata fece spalancare alla mia belva domestica due enormi e sbalorditi occhi; e la bocca, già aperta al torrente degli improperi, non trovò parole per esser riempita, ma appena si mosse per mormorare:

— Diventi matto?

Approfittai dell'indecisione di lei per aggiungere:

— Sono stanco. Lasciatemi tranquillo, altrimenti può succedere qualche brutto guaio.

E infilato il corridoio, passai sotto i lumi esterrefatti della zia, per chiudermi a doppia mandata nella mia soffitta. Ivi giunto non pensai nè ad accender la candela di sego che mi passava il convento, nè a chiuder la finestra: mi gettai sul letto affondando subito in un addolorato smarrimento. Ma la mia quiete fu di brevi istanti, chè, dopo qualche secondo, eccoti picchiare all'uscio e una voce imperiosa comandare:

— Aprite!

Non risposi.

— Secondo me — pensai — tu puoi bussare fino a domani, bell'arnese!

— Aprite, dico!... vi farò vedere di che cosa sono capace!...

Uguale silenzio.

— Checco, non mi sentite?

Ma mi chiamavo Franzi, quella sera.

— Checco, non fatemi perdere l'ultima pazienza!...

E grugniva, e tempestava, e borbottava sempre con egual risultato. Vuotò il sacco degli improperi; mi chiamò carogna, bastardo; ebbe per me cento altre delicate attenzioni e finalmente tacque e mi parve si allontanasse. Ma se Giacometta era una nebulosa, la zia Adalgisa era una meteora ed io, sventurato giovine, dovevo trovarmi sempre fra codesti indecifrabili fenomeni.

Allorchè credevo aver guadagnata la quiete, ecco ritornare il domestico castigo, e, questa volta, con una voce di grandissimo pianto e tale che mi avrebbe mosso al riso, se non avessi avuto ben altro per il capo.

— Checco, perchè tratti così tua zia?... E pensare che non ho mangiato per aspettarti!... E pensare che ti ho cercato per tutta la città!... Che ti hanno detto i Maldi, dopo la caduta?... Ti sei fatto male, figliuolo mio?... Che cosa hai fatto dai Maldi fino a quest'ora?... Checco?... Rispondi alla tua povera zia che non vive che per te!....

Ora io sono stato sempre buono, buono... talmente buono da farmi schifo! E che ci posso fare? Finii per impietosirmi.

Quel piagnucolìo interminabile, unito agli occhi di Salsiccia, ch'io vidi d'improvviso folgorare nel buio della stanza, mi vinsero.

Forse neppure Salsiccia aveva mangiato dopo lo scandalo in cima al muro dei gelsomini... forse, povero gatto, egli, inconsapevolmente, mi aveva fatto promettere la famosa ghirlandella...

Ahi, Giacometta! Io ebbi allora un tuffo al cuore e aprii la porta alla mia povera zia. Incominciò un nuovo tormento.

La signora Adalgisa, dopo aver acceso la candela, sedette sul letto vicino a me e, accarezzandomi sui capelli con le sue grosse e nodose mani che parevan mattoni, incominciò a coprirmi di domande e di pietà.

Volevo resistere, non volevo dir niente, ve lo assicuro; ma qualcosa dovevo pur rispondere!

Così dissi una parola, ne dissi dieci... e finii per dir tutto.

Avvenne allora un nuovo e sgradevolissimo miracolo: la signora Adalgisa mi coprì di baci.

E mentre mi pulivo da una parte, ella mi baciava da un'altra. Ebbi da lavorare assai per non rimaner rugiadoso di quel vivo ribrezzo.

— Zia, lasciatemi stare!

— Ma non sai, ma non capisci che è la tua fortuna... la nostra fortuna?... Non sai che, un giorno, Giacometta avrà quindici milioni?... Non capisci, Checco?...

— Vi prego, zia, non chiamatemi Checco!

— Come debbo chiamarti?

— Francesco... Franzi...

— Non capisci, Francesco?... E non sei allegro? E non salti sul letto?... Pensa... ma pensa che cosa diranno gli altri... Un povero diavolo senza un soldo, senza un avvenire, senza niente.

Quella ragazza è matta davvero! Però io l'ho detto sempre... col tuo grande ingegno...

— Zia, non dite sciocchezze!

— Perchè?... Non sarebbe la prima volta!... Intanto domani andrai a farti un bel vestito.

— Ma neanche per sogno!

— Ed io ti dico di si!

— Zia, se mi volete bene davvero, vi prego, vi scongiuro di non parlare. Zia, voi non conoscete Giacometta!

— Ma mi credi tanto sciocca? Io parlare?... Vorrei piuttosto che mi tagliassero la lingua. Intanto questa notte tu le scriverai.

— Intanto io non scriverò proprio a nessuno!

— Vuoi che le scriva io?

— Mamma mia!... Ma siete matta, zia Adalgisa?... E non vi ho detto che non dovete saper niente, niente, niente!...

— Va bene, va bene! Ma io, dopo tutto, sono tutta la tua famiglia e Giacometta deve ben diventare mia nipote!

— Voi volete farmi impazzire!

— No... no... ma no!... Stai quieto, tesoro mio. Ora va a letto e riposa. Riposa bene, amor mio. Domani ne riparleremo. Non vegliare, sai?... Guarda che verrò a vedere se dormi. Ora entra nel tuo _nanni_... pensa alla tua gioia... e che il Signore ti benedica.

E, dopo avermi guardato con amorose lanterne, scivolò dietro la porta e scomparve.

Prima di prender sonno vidi ancora, nell'ombra della stanza, folgorare gli occhi rotondi di Salsiccia... e ripensai al tuo dono, Giacometta, al dolce dono di amore...

VII

L'amore ha centomila occhi; ma tu sei sempre cieco!...

Io avevo un vestito nuovo, ma Giacometta non tornava più.

La signora Adalgisa ricominciava ad esser formidabile.

Ella mi sospinse per tre volte verso la casa dei Maldi ed io vi andai, suonai il campanello... ma Giacometta era fuori.

Giacometta era sempre fuori.

Il viso della mia giunonica zia passava per tutta la gamma dei colori.

Io, Francesco Balduino, sentivo che forse era meglio morire.

Avevo un vestito nuovo, ma il mio amore non l'avevo più.

Voi, che avete amato, capirete la profonda tragedia che è in queste due cose le quali possono anche compenetrarsi.

E vi confesso che piansi; piansi come un giovane, il quale deve ormai pensare seriamente a morire. Perchè se tutto era finito io pure dovevo andarmene col mio sogno. Ero stato troppo vicino a cogliere la ghirlandella perchè la potessi scordare. A diciannove anni non si vive quando una ghirlandella promessa non arriva mai. E Salsiccia mi era stato galeotto... e mi ero trovato a un passo dal fenomeno gaudioso. Così sognavo e piangevo, disgraziato me, e vedevo approssimarsi la mia funebre ora.

— Almeno — dicevo mentalmente a Giacometta — almeno piangerai quando mi saprai morto!

E mi facevo una grandissima pena; oh, questo sì! Mi facevo proprio pietà!

— Che male ti ho fatto io, ingratissima bionda? Io stavo qui, al mio davanzale e non ti avrei domandato mai niente. Non pensavo alla tua ghirlandella... pensavo ai paradisi lontani, ai tuoi grandi occhi celesti, alla sola poesia che si partiva da te per venirmi a trovare e non ti avrei domandato mai niente! Avrei scritto di te come della cosa più lontana, nel mondo più irreale e, sarei stato contento. Mentre adesso...

E singhiozzavo perchè la pena era profonda Del resto questo capita a tutti, una volta nella vita, dai quindici ai cento anni.

Piangere per una donna non è male; forse è male non piangerne mai.

Il giardino incantato di Giacometta era senza più voce, senza più colore ed io, dalla mia soffitta, lo vedevo come un luogo squallido dal quale fosse esulata l'anima. E pioveva ed era ritornato il freddo.

L'aprile si era fatto frate trappista, questo benedetto mese d'amore.

E tu non c'eri più, cuor del mio sogno.

Perchè non dirmi piuttosto:

— Franzi, voi dovete fare come io voglio!

Sarei stato sempre disposto ad accontentarti. Invece mi avevi mostrato l'indecifrabile e perchè non avevo saputo leggervi, o vi avevo letto malamente, ecco mi abbandonavi come una cosa che si getta fuor dalla finestra, in mezzo a una strada.

Finalmente Principina che mi vedeva sempre in attesa, col mio vestito nuovo, sempre inchiodato al davanzale, nonostante il freddo che faceva, Principina, il piccolo fior del giardino, si commosse e arrivò un giorno fin sotto la mia finestra.

Principina era figlia del giardiniere e aveva sedici anni; e aveva un visetto gentile questa bimbetta, nata fra una serra e una macchia di lillà.

Mi chiamò.

— Signor Franzi?

— Che c'è?

— Sa? La signorina è partita!

— Partita?... E quando?...

— Quattro giorni fa. È andata a Firenze.

Soggiunse subito, vedendo il mio viso stravolto.

— Ma ritorna questa notte.

— Come lo sai?

— Ha telegrafato adesso.

— Ed è partita sola?

— No, col signor Tomaso.

Trassi un sospiro e domandai:

— E perchè, quando sono venuto a cercarla, non mi hanno detto che era partita?

— Perchè... — e Principina si «guardò intorno — perchè la signorina non voleva che lei lo sapesse!

— Bei riguardi!

La piccola sorrise. Soggiunse:

— Sa, non bisogna badarci! La signorina è fatta così!

Non aggiunsi verbo. Lo sapevo bene che era fatta così. La mia esperienza datava da quando la signora Adalgisa mi aveva fatto indossare un abito nuovo di non troppa spesa.

Principina sorrideva ancora e mi guardava. Strappò da una macchia alcune foglie e si dette a cincischiarle nell'atteggiamento di chi voglia dir qualcosa e non ardisca, poi levò verso di me il suo dolce visetto dai grandi occhi neri e, spegnendo la voce, soggiunse:

— Del resto la signorina le vuol bene!

— Come lo sai?

— Si capisce. E... se lei la sa prendere...

— Già!... Come se fosse una cosa facile prendere Giacometta!

— Ci si provi.

— È inutile, Principina mia! Mi sono già provato e l'ho fatta scappare a Firenze. Se dovessi ritentare dove andrebbe mai quest'altra volta?...

Dissi queste cose con tanto impeto e convinzione che Principina sospirò:

— Povero signor Franzi!

Poi mi fece un cenno di saluto, ma la trattenni per richiederle:

— A che ora arriva?

— A mezzanotte.

Rimasi solo e chiusi la finestra. Che cosa avveniva nel mio turbato spirito? Fuori pioveva a scroscio. Era una squallida sera piena di nubi e di vento, fredda e aggrondata, che si prendeva tutto il caldo del cuore per portarselo via. Io mi trovai solo in una fra le tetre solitudini nelle quali le anime giovani si sentono a volte desolatamente smarrire. Nessuna cosa mi venne dinanzi per sorridermi: neppure una pallida memoria di bene; neppure l'alito di un giorno di sole, vissuto pienamente. Tutto era conchiuso nel basso cerchio del cielo, per l'eternità. Simile a un uomo curvo e stanco che si allontana per una deserta via maestra, sotto un piovoso crepuscolo interminabile, era l'anima mia nella sua angoscia inattesa. Da dove mi proveniva tanta tristezza? Certo da te, Giacometta, certo da te. E anche da un'eredità della quale non si ha coscienza. Ne' suoi cerchi bui, l'anima racchiude tutta l'immane desolazione dal principio della nostra vita sulla terra. Io ero, fra gli uomini, Francesco Balduino, ciò che vuol dire una entità distinta, per quanto trascurata e condannata agli indiscreti legumi. Io possedevo, e possiedo tuttavia per mia disperazione, una raccapricciante sensibilità, la quale come mi sprofondava di un subito nella più fitta tenebra del mistero, nella più angosciante sfera del dubbio, mi risollevava così, di scatto, alle serenità più distese, alle radiose strade che dall'amore conducono a Dio. Così anche quella volta, dal niente arrivai alla gioia; da un presentimento di desolata fine, balzai a un intiero e stupendo possesso della vita. E che mi era servito al trapasso?

Niente, Giacometta: solo, ma solo la luce de' tuoi grandi occhi celesti. E fino a quando quella luce fosse stata con me, potevo chiamarmi un divino pastore per il mondo. Nè si trattava più di ghirlandelle (posso dirtelo, Giacometta, se tu vuoi ancora ascoltarmi dalla tua interminata lontananza) ma solo di quella parte di te meno terrena che poteva essere con la stella di Dio e alla soglia del mio cuore e diffusa come la Primavera che non è alito, nè colore, nè sentore di profumo ma una presenza che appena si avverte quando si abbia, come io avevo, una buia e desolata soffitta.

Così mi inondai di sole per festeggiare il tuo ritorno e l'inaugurazione, alla tua presenza, del mio vestito nuovo che costava poco.

A buon punto capitò allora la signora Adalgisa. Non lasciai che aprisse bocca, ma spiccai un salto e, battendo insieme le palme, incominciai a cantare:

_Ritorna questa notte..._ _ritorna... ritorna!..._ _Ritorna questa notte..._ _con l'espresso del Perù!..._

La mia consanguinea mordace mi lasciò finire, poi commentò, calma calma:

— Mi pare tu stia diventando un perfetto imbecille!

— Non voglio negare — risposi — che la vostra sia un'onesta e discreta opinione; però posso assicurarvi che questa notte ritorna Giacometta Maldi.

— Dici davvero?

— Ve lo giuro, zia!