Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!
Part 14
«Avevo già compiuti i preparativi in silenzio perchè a nessuno trapelasse qualcosa della mia decisione. Neppure Arlecchina doveva sapere. Sarei partita all'ora del pranzo, quando nessuno mi avesse veduta. E, all'ora stabilita, salii in camera mia per porre ad effetto il mio proposito quando vidi, sulla scrivania, una lettera per me. Riconobbi la scrittura di Rorò. Non volevo leggerla. Ormai mi aveva scritto troppe volte e sapevo, press'a poco, ciò che mi avrebbe detto. Presi la lettera; fui per strapparla; mi pentii. Era meglio ch'io sapessi ciò che mi scriveva; tanto non potevo temerlo, ed era per l'ultima volta. Strappai la busta. Lessi. Era una lettera piena di oscure minacce. Mi avvisava di essere partito e di aspettarmi a Bologna, al Baglioni. Mi supplicava di raggiungerlo. Dichiarava che, se non fossi andata avrei avuta sulla coscienza la responsabilità del gesto disperato ch'egli avrebbe compiuto. Un romantico, in poche parole, ma un romantico del quale io non sapevo quasi niente. Malato di nervi lo era; e se avesse per davvero posto ad effetto il suo proposito? Quella lettera mi lasciò perplessa. Intanto cominciai col non partire. Discesi a pranzo. Ero nervosa, agitata; non toccai cibo. Dopo pranzo Arlecchina si pose al pianoforte e cantò una romanza di lui.
«Io sono una debole cosa, Franzi! Io stessa non mi conosco ancora! Io non so che cosa mi provenne da quella musica... sta di fatto che salii in camera mia e, quando ebbi serrato l'uscio e fui sola, mi gettai sopra un divano, presa dal convulso del pianto. Soffrii come una disperata senza sapere perchè. Che cosa avevo? Perchè piangevo? Non ero libera di andare da lui quando l'avessi voluto? Non potevo dargli tutta me stessa, se ciò mi fosse piaciuto? No, io non volevo questo; anzi il pensiero di appartenergli mi destava profonda ripugnanza. E allora? Se non era amore quel mio turbamento, che cosa era mai?... Che cos'era mai?..»
Parlava sommessamente e rapidamente senza guardarmi. Guardava il sentiero. Confessandosi a me, provava la singolare voluttà di denudare l'anima sua di fronte a sè stessa. Provava il piacere di rivivere la sua pena morbosa, ne' suoi minimi particolari. Riprese:
— Dovevo soffrire... non so!... Era forse la notte di maggio col suo languore... era la mia stanchezza... eri tu che non c'eri. Come hai avuto torto ad andartene, bambino! Il giorno dopo, quando seppi che eri partito, giurai che non ti avrei riveduto mai più. Eppure...
«Basta, mi levai talmente spossata dal divano, che non avevo più forza di reggermi in piedi. E la mia debolezza ingrandì il mio tormento e la mia paura. Allora, senza sapere che cosa facevo, senza misurare le conseguenze del mio atto, senza preoccuparmi di ciò che avrei potuto decidere la mattina, dopo una notte di riposato sonno, gli telegrafai. Gli telegrafai così: _Mi aspetti. Verrò._
«Tutto ciò mi dava un'amarezza insoddisfatta; ma... dovevo farlo!... Ero in preda ad una suggestione che non mi spiego. Forse io, pur senza consentire, subivo la forza della sua volontà lontana. Quando ebbi compiuto questo, mi sentii più sollevata e non pensai più a niente. Sentivo solo un profondo bisogno di non veder nessuno; di non parlare a nessuno; di essere sola... sola... sola!..»
Trasse un profondo sospiro. Pareva che, narrando, disfacendosi del ricordo, si disfacesse anche di una grande pena e sospirasse di sollievo per sentirsene, così, liberata.
— La mattina dopo pensai che per vincere l'angoscia dovevo andare da lui; dovevo affrontarlo, sola con lui, in una stanza d'albergo o in un qualsiasi altro luogo. Ciò non mi impauriva. Non era di lui come uomo che temevo; temevo il fascino oscuro dell'anima sua attraverso all'impero dell'arte sua; e temevo l'incompiutezza dei nostri rapporti. Bisognava arrivare ad una soluzione ed ero ben decisa ad arrivarvi, qualunque fosse stata la strada che avrei dovuto seguire. Tale decisione mi rese momentaneamente più leggera; mi rese più sopportabile la giornata. I miei preparativi erano compiuti. Alle undici salivo in automobile. Discesi al Baglioni.
«Arrivata all'albergo fui colta da una grande freddezza, da una indifferenza glaciale. Il sapermi, ora, vicino a lui mi dava una padronanza assoluta ed improvvisa de' miei nervi. Non lo temevo più. Avrebbe potuto minacciare la sua e la mia morte che ne avrei sorriso. Tutto il suo potere su di me, che la distanza ingrandiva, era meno che niente. Non volli vederlo subito; uscii. Verso sera, rientrando, incontrai Rorò nella _hall_. Non appena mi vide si fece pallidissimo. Non mi piacque. La sua faccia si contrasse in una smorfia implorante che non mi piacque. Io non capisco la pietà; non so essere pietosa. Nell'amore, la miseria di chi prega, mi fa più crudele. In nessuna battaglia si vince pregando; e l'amore, per me, è una bella battaglia. Se egli mi avesse investita lo avrei forse ascoltato; ma il trovarmelo dinanzi così, come un miserevole fanciullo che si getta in ginocchio a pregare, mi indispettiva. Lo salutai passando. Non volli fermarmi. Poco dopo ricevevo, in camera, un suo biglietto nel quale mi pregava di accordargli un breve colloquio. Ero ben disposta. Glielo accordai subito. Poteva venire. Avevo un cattivo desiderio di vendicarmi; di fargli scontare tutta la pena che avevo involontariamente patita per lui. Si presentò. La mia freddezza lo sconcertava. Tu sai come sono quando mi si forma come un nodo nel cuore e non c'è più niente al mondo che possa commuovermi o rimuovermi dalla fredda impassibilità che mi tiene. Io sono allora come se vivessi una vita lontana da tutte le cose che mi stanno intorno; come se ogni mia sensazione si cristallizzasse. E non v'è preghiera o disperazione che mi smuova. Allora non posso vincermi... non posso!...
«Egli parlò per più di mezz'ora e non ricordo che disse. Lo lasciai parlare. Non mi interessava. Non una parola uscì dalla mia bocca. Quanto più l'eccitazione lo teneva, tanto più mi facevo fredda e muta. Solo in un punto, quand'egli tentò di avvicinarsi a me, le mani tese in un gesto di minaccia, gli occhi miei cercarono gli occhi di lui e questo bastò per vincerlo.
«Pianse, strepitò, si ruzzolò sul tappeto, finì per estrarre la rivoltella e per puntarsela alle tempie. Lo lasciai fare sorridendo. Ormai avevo veduta ben nuda l'anima sua e sapevo che non avrebbe avuto il coraggio di arrivare fino in fondo. E il coraggio non l'ebbe. E tanto più fu ridicolo agli occhi miei, quanto più aveva azzardato. Per tre volte uscì con aria tremenda e per tre volte rientrò più disfatto che mai. Alla quarta volta chiusi la porta a chiave. Non ne potevo più. Incominciava la nausea. Anche i miei nervi si stancavano e la tensione era troppo grande. Mi gettai sul letto e mi addormentai così, senza svestirmi, perchè il sonno mi sopravvenne come un letargo.
«Il giorno dopo ritornò all'assalto. Aveva una disposizione d'animo migliore. Mi promise che sarebbe partito la sera stessa. Si era già fornito del biglietto di viaggio e me lo mostrò. Mi chiese se, per l'ultima volta, avessi acconsentito a fare una passeggiata in vettura con lui. Perchè negarglielo?
«Egli non parlava più; solo, di tanto in tanto, tentava una carezza. Poi incominciò a canticchiare. Lo fece ad arte? Aveva imparato la strada della mia malinconia?... Io non so... Le forze mi vennero meno... Allora mi prese fra le braccia e mi baciò sulla bocca... lungamente...
«Non gli resi il bacio; fu la cosa di un attimo, chè il mio smarrimento non durò più di tanto. Dopo, ogni suo tentativo fu vano.
«Volli ritornare. All'albergo mi lasciò e non l'ho rivisto più. «E questo è tutto!... Se vuoi credermi, Franzi, questo è tutto!...
— Ti credo.
— Poi non mi seppi rassegnare a non rivederti e tanto feci fin che non ebbi la possibilità di incontrarti qui, alla Monaldina, come avevo stabilito dai primi giorni in cui ti conobbi. È un voto che sciolgo. La nostra ghirlandella è sempre sul ramo più in cima della più alta betulla del giardino. Domani andrai e la prenderai per serbarla. Se tu non fossi venuto mi avresti cambiato in veleno il mio primo sogno e non ti avrei saputo perdonare. Ora sei qui... e la bella notte di maggio è nostra... ed io ti voglio bene come prima... più di prima Franzi mio!
Giacometta aveva ragione, non poteva aver che ragione perchè, nonostante tutto, anch'io le volevo un gran bene.
Sedemmo alla tavola apparecchiata.
La signora Zeffira si era fatta aiutare dalla contadina e tutto era stato fatto per bene.
Non mancavano neppure i fiori, in mezzo alla tavola. La tovaglia era candida; i vassoi erano d'argento; il vino ricordava i rubini incastonati nei diademi delle Basilisse.
Anche le lucciole entravano, dalle finestre aperte sul giardino. Ed entravano le falene a bruciarsi le ali e a morire alle fiammelle della lampada nella quale ardeva il puro olio dei colli.
Non avevamo altri lumi, ma quello ci bastava; ed era soave la luce.
Giacometta mi si era seduta accanto; e voi signora Zeffira, sedevate discretamente all'altro lato della tavola, ben lontana.
E, con saggia disposizione, pensavate a mangiare senza occuparvi di noi, il che era ben fatto.
La contadina ci serviva eccitando il nostro appetito co' suoi consigli.
Giacometta era gaia. Rideva e si illuminava. Aveva forse decisa la mia e la sua felicità per sempre?...
Ahi, per sempre, Giacometta!
E qual valore ha questa parola nel rapido e mutevole mondo, quando «per sempre!» lo si dica all'amore?...
Tu eri la nuvola bianca sul giardino della primavera. Un bagliore che si dissolve.
Ma quella notte ridevi e brillava la chiostra de' tuoi piccoli denti serrati, nel sorriso, fra le labbra rosse; e mangiavi di buon animo, e ti illuminavi.
Io ti ero vicino, e il tuo riso era il mio riso perchè mi avevi fatto dimenticare il mondo, tu, ardore del mio tempo soave.
Avevo tante cose da dirti che mi si accendevano nella mente! Un brio indiavolato mi discendeva per le vene, per la felicità di averti accanto. Tu eri ritornata e mi volevi bene. Questo era almeno certo per quella notte. Io non pensavo più in là e tu mi avevi abituato a questo. Volevo ridere, volevo averti! E tu eri della stessa opinione. Questo, fanciulle mie, è sommamente bello in amore. In amore bisogna essere, almeno qualche volta, della stessa opinione, altrimenti le fontanelle si seccano e si può morire dalla sete.
Questo ancora è un brutto guaio, belle figliuole di Forlì e di Ravenna, delle due mie città esemplari e fantastiche; è un brutto guaio e bisogna evitarlo a tempo giusto. Due lucciole si posarono sulla tavola e scambiarono forse il candore della tovaglia, per una nuvola.
Noi non sappiamo che cosa pensino le lucciole sopra una tovaglia di bucato.
Credettero esse di essere arrivate presso la lampada del cielo, sopra una nuvola bianca?
Forse sì, perchè si disposero ad amarsi.
E si congiunsero sotto gli occhi nostri perchè, questa, non è, per le lucciole, una cosa impudica.
Fecero ciò che dovevano fare secondo le sacre leggi; e Giacometta ne sorrise.
La _piê_ era odorosa, il buon pane azimo della nostra gente.
Veronica, quante uova avevate impastate con la farina, e quanto strutto, per fare una così saporosa _piê_, che ancora me ne ricordo?
E i galletti di primo canto erano morti per la nostra fame. Poveri vivaci galletti che strillano:
— _Vita da Reeee!_... — quando nasce il sole dietro i pagliai delle aie.
Io pure cantavo: — _Vita da Re!_ — e Giacometta mi si stringeva al fianco. I suoi piccoli piedi erano coi miei. Le nostre gambe si intrecciavano sotto la tavola.
Ad un tratto, le chiesi una piccola cosa all'orecchio ed ella mi rispose, arrossendo:
— Sì, tutto quello che vuoi!...
Bene, e se allora mi avesse domandato di essere casto per tutto un anno, avrei accettato di buon cuore il sacrificio, perchè le volevo bene.
Ma eravamo alla fine di un capitolo e leggevamo le parole che accendono.
— Ragazzi, la cena è finita. Non c'è altro.
— Tanto meglio.
— Io vado a letto, ragazzi. Sono stanca. Alla mia età non si può vegliare.
— Buona notte, signora Zeffira!
— Buona notte.
— Volete vi svegli, domattina?
— No, grazie.
— Dormite bene.
— Altrettanto a lei.
— Veronica, non importa sparecchiate. Ci penseremo domani.
— Va bene. Felice notte!
— Felice notte!
E la Veronica se ne andò da una parte; la signora Zeffira dall'altra.
— Chiudete bene le porte...
— Sì, signora...
Furon ben chiuse le porte; ma non quella del giardino. Rimanemmo soli.
Sulla tavola c'erano ancora le prime ciliege di maggio; rosse come i tuoi baci, Giacometta. Continuammo a mangiarne e bevemmo ancora del vino, rosso come i rubini incastonati nei diademi delle Basilisse. Finimmo per abbracciarci.
Allora accadde che d'improvviso, le nostre bocche fossero l'una su l'altra, in un bacio diabolico.
Ci colse l'affanno. A cadere si fa prestissimo; basta un secondo, è l'amore che turbina! Ma non volemmo cadere.
La lampada ardeva, soave, sulla tovaglia bianca, e, intorno a lei, era una distesa di falene morte, di moscerini morti, di insetti di ogni colore.
— Se andassimo a fare un giro in giardino?
— Come vuoi.
— Che ore sono?
— Le dieci.
— Non è tardi. Andiamo.
Passammo nel silenzio della notte e delle stelle infinite. Per le strade, pei campi non c'era più nessuno. Le case dei contadini erano buie.
Avvinghiati l'uno all'altra, girovagammo senza parlare. Solo, tale e tanta era la nostra gioia di sentirci uniti, di avvertire l'assoluta presenza dell'amore, che, a quando a quando, ci trovavamo a bocca a bocca con lo stesso desiderio. Era l'assoluta felicità del possesso e della dedizione.
Le mie mani non avevano più ritegno; ma decade il ritegno quando la gioia è comune; quando non è sola la brutalità del maschio, che voglia, ma è la compiutezza di due creature.
Le accarezzai la faccia, la gola, i fianchi lunati di bella giovinetta esile e forte.
Ella lasciava fare, smorendo. Le forze le venivano meno. Sarebbe caduta sull'erba se non l'avessi sorretta. Solo mormorava sospirando:
— Franzi... Franzi, non mi far soffrire!...
E ancora, in uno spasimo:
— Sì, fammi soffrire!... Fammi soffrire!...
Poi arrivò l'ora di salire alle nostre stanze. Ci soffermammo a chiudere la porta, le finestre della sala.
Presi, dalla tavola, la lampada d'argento.
— La portiamo con noi?
— Sì, portiamola con noi!
Salimmo le scale lentamente, abbracciati. Nei grandi occhi celesti di Giacometta, era tale desiderosa dolcezza, che mi faceva tremare i polsi.
Entrammo nella stanza di lei che era vasta ed antica. Un grande letto nuziale, a baldacchino, coperto di broccati, le quattro colonne a stucchi e a oro, e le spalliere, occupava gran parte di una parete e si spingeva fin quasi al mezzo della stanza. Era il monumento del sonno e delle giuste nozze. Chissà quanti sposi vi si eran voltate le spalle! Gli antichi erano preveggenti e pensavano che, per dormire insieme tutta la vita, occorre molto spazio. Il matrimonio, ammesso che corregga il costume, allarga il letto del sonno. Non sarebbe molto meglio dormire in due stanze vicine, umilmente e santamente, quando tutte le fontanelle sono seccate?... Quando l'amore è già morto da tanto tempo, dalla sete?...
V'era adunque in quella stanza un tal letto che Giacometta ne fu sorpresa.
— Dio mio!... Non l'avevo veduto ancora!... Ma questo non è un letto, è un edifizio! Come doveva essere brutto il matrimonio di una volta!
— Ma... press'a poco...
— Non è vero! L'ambiente crea la grazia e la disposizione alla grazia.
— Già! Ma allora spengevano il lume e, al buio, l'ambiente è sempre lo stesso!
— Ma non la disposizione.
— Secondo gli anni dei coniugi. Poi a quei tempi si bevevano fiumi e si mangiavano montagne. Allora la grazia si alzava lo strascico per andarsene in tutta fretta.
Giacometta volle tutto vedere, improvvisamente bambina. Aveva dimenticato l'ora, l'ansia, l'angoscia che ci teneva pochi momenti prima; si era rasserenata. Correva e rideva, scherzava, animata da tutt'altri propositi che non fossero quelli dell'amore. L'amore lo aveva dimenticato forse, forse anche i propositi suoi erano svaniti. Ciò mi fece un po' nero di umore.
— Che cos'hai, Franzi? Non sei più allegro? Perchè fai quella faccia?
— Non me ne accorgo. Sarà un effetto di luce.
Scoppiò in una risata.
Quando ebbe rovistato ogni angolo, parve disposta ad essere più tranquilla. Si fermò; stette muta e pensosa. Disse poi:
— Vieni ad accendere il mio lume.
Ubbidii. Ella si fermò ai piedi del letto. Si era accigliata ad un tratto. Mi avvicinai guardandola. Rifuggì dal guardarmi. Allora, amareggiato ed inasprito, le tesi la mano:
— Buonanotte!
— Buonanotte!
Abbandonò la mano nella mia come una cosa morta. La lasciai. Ero pieno di desiderio e di dispetto. Se lo avessi potuto, l'avrei martoriata.
Fui per chiudere la porta.
— No!... non chiudere!... — gridò all'improvviso.
— Perchè?
— Ho paura!
Lasciai la porta aperta e mi allontanai senza rivolgermi.
Mi affacciai alla finestra. Forse l'aria della notte avrebbe acquietata un poco la mia tempesta. Mi parve di udire la voce di lei; non mi volsi e non risposi. Trascorse una pausa.
— Franzi?...
La voce era più vicina, ammorzata in una carezza amorosa.
Ancora non mi volsi.
Allora udii il suo passo dietro le mie spalle; poi sentii il suo respiro sulla mia guancia, poi le sue braccia attorno al mio collo.
Ah, che bastava, bastava, e l'impeto che mi nacque non poteva ormai più essere infrenato!
Ne fu travolta.
L'avvinghiai, la strinsi, la sollevai fra le braccia, me la portai via come una bella preda, come l'amor mio vivo, come il mio desiderio che ardeva.
Niente più poteva essere fra me e lei per dividerci. Era superato il limite. Io già ti avevo nel mio amplesso, da quando, ghermita così nella tua dolcezza di amante, ti portavo verso il grande letto damascato, perchè tu vi morissi d'amore!
Ma ormai, ciò che era in me era in te; la mia follia era la tua follia.
E la posai sul grande letto, riversa, nè ella ebbe un grido nè un atto di repulsione: anzi languiva nello spasimo che era ormai troppo grande e angoscioso.
Non l'abbandonai più. Il vederla così, sotto di me, più bella di ogni umana figurazione; il vederla trasfigurata nella mia e nella sua gioia; il sapere ch'ella mi desiderava come io la desideravo e che non v'era più neppur l'ombra di un'ombra che si frapponesse al pieno compimento del nostro piacere, mi rendeva cosciente nel mio delirio, tanto che mi attardavo per vieppiù godere di lei, della sua bellezza, del suo spasimo che mi si offriva intiero perchè ne partecipassi fino a che la mia giovine forza mi avesse sorretto.
Soave era il lume della lampada e non volli spengerla. Le finestre erano tuttavia aperte; ma chi poteva udire, dal silenzio del giardino, il lamento del nostro piacere?
Entrava il lume delle lucciole e delle stelle. L'accarezzai tutta quanta ed ella, sempre più smorta e tremante, mormorava:
— Sì... tu sei il mio amore!... Prendimi... fammi male... io ti voglio!...
Ma l'indugio è bello quando la preda è sicura. Io volevo ch'ella morisse di me come io di lei morivo.
Poi le nostre bocche si unirono e non fu più il bacio delle sole labbra, ma un più profondo bacio, tanto che il nostro affanno si accrebbe ancor più e i nostri corpi si unirono in un primo, lungo fremito. Chiudemmo gli occhi. Le mie mani cercavano la sua calda nudità.
— Come sei bella!... Come ti voglio bene!... Ora sarai mia... mia!
— Sì, tua... tua... tutta tua!...
Riversa e ansante, ella attendeva.
E la divina grazia del suo giovane corpo mi appariva, illuminata d'amore.
Caddero a mano a mano, le lievi e dolci cose del suo abbigliamento intimo, e quando vidi delinearsi il suo corpo quasi ignudo, quando l'anca non ebbe più velo e potei strappare l'ultimo impedimento che ancora mi vietava di godermela tutta, quando ella fu veramente mia e supina e pronta alla mia violenza, allora ebbi un grido e l'abbracciai, cieco ed ebbro del suo amore.
Ah, giovinezza e delirio!
Ella era veramente come una piccola statua di meraviglia. Niente era in lei di inarmonico. A guardarla, il già acceso desiderio centuplicava. La bellezza del suo volto era pari all'armonia della sua linea compiuta.
— Baciami, baciami, baciami.
Non aveva più parole ma un lamento, un gemito. Poi le sue mani mi cercarono e non fummo più due corpi, ma un solo corpo, nell'ansito del piacere.
E finalmente riversa, abbandonata, esausta, la feci mia e vidi la sùbita contrazione dolorosa del suo volto, udii il suo grido, mi accorsi ch'ella era intatta e che mi aveva fatto il volontario dono della sua verginità.
Tu mi portasti quella notte, alla Monaldina, il fior del tuo corpo intatto.
Fu quella la prima volta per te, nella gran notte di maggio; ed io ancora sento il brivido del tuo dolore, del nostro piacere.
Poi la tua tenerezza moltiplicò come più ti sentivi mia, ormai, perduta in me perchè io ero stato il primo a farti soffrire, il primo a prender da te la mia gioia e a darti l'accecante e dolorosa ebbrezza del sussulto, del brivido, del delirio, della spossata pausa in cui si rinnova più forte l'inesausta volontà di godere e di soffrire.
E fino al mattino godemmo; fino al mattino fummo l'uno dell'altra: fino a quando cioè una piccola campana suonò l'alba e cantarono i galli dalle aie.
Allora, sempre avvinti, cademmo in un pesantissimo sonno e tutte le cose del mondo disparvero per la nostra giovinezza in riposo.
Ella aveva un altro volto, il giorno dopo. Nei suoi grandi occhi celesti era una infinita tenerezza e una infinita malinconia.
E quando credevo ch'ella dovesse essere mia e veramente mia per mesi ed anni, ecco che una nuova distanza nasceva fra di noi.
Ella era arrivata con un proponimento e a tale proponimento si atteneva senza concedere nulla ai nuovi desideri, alle tentazioni nuove.
Si era promessa di farmi il dono della sua verginità ed era partita a cercarmi.
Poi tutto era compiuto.
Non v'era altro segno da raggiungere; tutto era compiuto!
Ella avrebbe ripresa la sua strada; io la mia strada.
Ero arrivato a quella notte attraverso il _ciclo della ghirlandella_; ma con quella notte il ciclo era irremissibilmente chiuso. Non c'era più una parola da dire; non un gesto da tentare.
Ella rientrava nella sua torre d'avorio.
— Non ti basta, Franzi?
— No.
— Non sei convinto ora ch'io ti voglio bene?
— Ne sono convinto; ma perchè condannarci a tanta pena quando... solo che tu volessi...
— Ma io non voglio!
— E perchè?
— Perchè così è bello e solamente così! Credi che ciò non costi un enorme sacrificio anche a me?
— Ma la necessità di questo sacrificio?
— Dovresti vederla!
— Non la vedo...
— La saprai in seguito!
Girometta, sono passati ormai tanti anni, eppure debbo umilmente confessarti che allora, non potevo saperla.
Tu temevi che la volgarità sciupasse la grande poesia di quella notte nostra. Era questo?
Tu eri Girometta: _tu dovevi ritornare al tuo remoto paese!_
Ma dove? Ma dove?
E dopo, dopo ho girato tanto mai mondo e non ti ho più riveduta!...
Alla Monaldina lasciasti la tua ghirlanda di gelsomini e non avevi ormai altra ghirlanda da portare all'amore. Laggiù, sulle rive del piccolo fiume, fu tutto!
Io mi levavo, quel giorno, con l'anima del più terso cielo di maggio e la mia gaiezza era tutta un canto quando venisti a dirmi:
— Povero Franzi, debbo dirti addio.
Più grande fu la tua malinconia quando vedesti il mio volto sbiancare.
— Addio?... E perchè?...
— Io parto.
— Ma dove vai?
— Molto lontano.
— Ma dove?... dove?...
— Dove tu non possa saper più niente di me!
Già tutto era pronto, quando discesi in giardino.
Tu eri ben decisa e forse avevi ragione!
Non saresti così nella mia poesia, altrimenti; non così nella mia musica lontana che tutta si appassiona di te, cantando.
E forse non avevi neppur ragione, perchè ti avrei creato ben altri altari!