Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!
Part 12
— Perchè correte troppo e, correndo, ci si allontana!
— Un poco abbiamo corso insieme...
— Può anche darsi...
— Poi questo non vi è piaciuto più!
— Non lo nego.
— E allora vi siete stancata di me!
— Non è vero!... Vi avevo offerto la mia calda amicizia... Non vi è bastata.
— Non poteva bastarmi!...
— Sta bene. Ora vi prego di non parlarne più. Sono stanca!... Proprio stanca... stanca... stanca!
E più non scambiarono parola.
Quando, un poco dopo, mi presentai a Giacometta in un angolo appartato della grande sala della villa, ed ella mi vide pallido e stravolto, non risposi alle domande amorose che mi rivolse. Mi congedai con una scusa; volli essere solo, non volli veder più faccia umana, tanto incominciava forte la mia disillusione, pur non cedendo l'amor mio, radicato ormai al mio cuore come l'edera salda che si abbarbica alla rovere e tanto la ricopre e la stringe e l'avvolge negli anni, che la fa disseccare.
Ed io volevo saper tutto e vedere fino alla fine per soffrire la mia sofferenza tutta quanta, senza risparmiarmene goccia.
E ciò ti stava bene, Francesco Balduino. Però non imparasti niente perchè in amore non si impara che a innamorarsi di nuovo quando il tempo ha cicatrizzata la prima ferita.
XXVII
In amore si può imparare qualcosa, quando non si può più amare.
La gelosia insegna l'agguato. Ormai ero convinto che la cosa dovesse maturare, fra Giacometta e Rorò, nonostante le schermaglie alle quali avevo assistito. Non potevo adunque salire in camera mia e rinchiudermi fra quattro pareti, nel dubbio che non mi dava pace.
Ora io conoscevo una piccola porta di servizio, nella Stellata, della quale serbava la chiave il cuoco. Mi conveniva adunque accordarmi col cuoco per potere agire a mio agio quando tutti fossero saliti alle loro stanze, essendo stati solidamente chiusi i portoni della villa. La mia timidezza sfumava di fronte al bisogno di procurarmi un mezzo per poter sapere.
Mi presentai al cuoco, trovai una scusa che avvalorai con una cospicua mancia e la chiave della porticina di servizio fu in mano mia.
Fatto questo, mi allontanai nel giardino, in attesa che la comitiva salisse al riposo e fossero spenti tutti i lumi della Stellata e chiuse tutte le porte. Non ebbi da attender troppo. Ogni voce dileguò; i lumi a pian terreno si spensero l'uno dopo l'altro; i portoni furono serrati. La Stellata si preparava al sonno.
Ora mi fermai sotto le finestre della camera di Giacometta, avendo cura di nascondermi in un cespuglio di evonimo.
Giacometta non aveva chiuso le persiane; aveva accostato gli scuri alle vetrate. Un filo di luce trapelava tuttavia.
A mano a mano i bagliori che filtravano dalle finestre, si spensero. La Stellata si immergeva, tutta buia, nel lume della luna; acquistava un altro aspetto, una muta severità che non le conoscevo, rientrava fra le cose del mondo oltre la voce degli uomini.
Qualcuno parlò nella notte, forse da una finestra all'altra, ma non intesi il dialogo benchè mi giungesse distinta la parola:
— Vieni!...
Era la voce di Arlecchina?... Era la voce della compagna sua Orsetta?...
L'invito scivolò nell'ombra; qualcuno rispose:
— Sì.
Non si udì altro. Si udì solo un leggero stridore d'imposte.
Dalla stanza di Giacometta non arrivava nè suono nè voce. Il lume era sempre acceso.
Avevo il presentimento che qualcosa doveva accadere e non mi decidevo ad abbandonare il mio posto di osservazione per sceglierne un altro, nel timore che, cambiando, fosse avvenuto, nell'intervallo, ciò che volevo sapere.
Stavo così nel dubbio che mi tormentava quando ecco levarsi nella notte una voce lontana. Ascoltai... non ebbi più dubbio... era Rorò che cantava.
A mano a mano il canto si avvicinava. Tenevo gli occhi alle finestre di Giacometta.
Era una tragica e lenta monodia, quella degli esiliati, nell'opera Siberia del maestro Giordano.
Poi non si udì più. Le finestre di Giacometta non si erano smosse; il lume era sempre acceso. Era possibile che fra l'insolita veglia dell'una e la passeggiata notturna dell'altro non dovesse essere nessun legame? Il tormentoso dubbio mi diventava certezza. Un'ira sorda e disperata si levava da tutto l'essere mio.
D'un sùbito Rorò ricominciò la nenia, quasi dietro le mie spalle.
Allora vidi gli scuri di una finestra della stanza di Giacometta, aprirsi e chiudersi per tre volte. Poi il notturno cantore mi scivolò vicino. Lo seguii, deciso a tutto osare.
Rorò aveva trovata una strada molto più semplice della mia. Aveva lasciata socchiusa una finestra al pianterreno; l'aprì, spiccò un salto e scomparve.
Altrettanto rapido quanto lui, corsi alla mia porticina e, in un battibaleno mi trovai al piano superiore, nella sala sulla quale si aprivano quasi tutte le stanze della villa.
Attesi in un angolo, al buio. Rorò non compariva. Possibile ch'egli mi avesse preceduto se io non avevo impiegato più di qualche secondo per arrivare dal mio posto di osservazione, al punto nel quale mi trovavo? Oppure nella furia di arrivar presto, non avevo posto in sospetto Rorò con qualche insolito rumore?...
Stavo così in dubbio quando ecco il fruscìo di un passo sulle scale; ecco aprirsi lentissimamente una porta e una pallida luce illuminare la sala.
Mi nascosi dietro una poltrona.
Aveva dunque paura del buio, Rorò, se gli occorreva una candela per arrivare a un furtivo convegno?
Mi apparve più pallido di un morto.
Per un poco si fermò a guardarsi intorno e ad ascoltare, poi, sulla punta dei piedi, si diresse alla porta della stanza di Giacometta.
Spense il lume.
Mi levai dal nascondiglio e lo seguii. Gli stavo alle spalle, respirando appena.
Dieci secoli vissero per me in dieci secondi.
Rorò picchiò leggerissimamente, con le nocche, all'uscio di Giacometta e attese.
Non ottenne risposta. Picchiò più forte; chiamò appena:
— Giacometta?...
Le mie povere mani si attanagliavano ai panni.
— Giacometta?...
Il cuore mi martellava dentro come una mazza ferrata.
Il chiavistello si mosse...
Chi era più pallido fra me e voi, Rorò?... Chi aveva maggiore pena e chi maggior volontà di assalto?
La chiave, un poco arrugginita, stridette...
La voce di lei, come un soffio, domandò:
— Siete voi?...
Avevate il nodo isterico, biondo Rorò, che non trovaste voce per rispondere alla chiamata di una fra le più belle creature del mondo?... Avevate paura della notte d'amore, biondissimo mio Rorò?
— Siete voi?...
Allora schiantai.
I miei muscoli mi servivano bene. Di un subito abbrancai l'intruso, alla cintola, lo sollevai di peso, lo posi in disparte. Sentii che si afflosciva fra le mie braccia. Non gridò, non oppose resistenza... Tremava e si abbandonò di peso sul pavimento.
Risposi, in sua vece:
— Sono io...
— Perchè siete venuto?...
— Aprite...
— No... domani... a Bologna...
— Aprite...
E la porta si aprì.
Io ricorderò quei tuoi grandi occhi sbarrati e pieni di terrore, Giacometta, anche se campassi mill'anni.
Poi non seppi che ridere, perchè il pianto sarebbe stato troppo ameno, in quel punto... non seppi che ridere...
— No... non aver paura... non aver paura... non ti farò niente... guarda... non ti posso far niente!... sono disarmato!... Non ho che il mio sciocco e feroce amore che non ti può far male!
E mi copersi la faccia e mi allontanai come se profondassi in una tenebra senza più aurora.
Al mattino del giorno dopo, ero già disposto ad abbandonar la Stellata.
Avevo trascorsa la notte senza sonno e senza requie; ora bastava. Ero ben deciso. Non avrei più riveduto Giacometta.
Non che non dovessi farmi gran forza per mantenermi nel proposito preso; ma oltre tutte le sentimentalità, oltre i rimpianti e le tentazioni, la decisione prima di riprendere solo la mia strada di pellegrino, era sempre più forte.
Quando un amore si esilia, lascia nella vita di una creatura un grandissimo vuoto che pare non debba colmarsi mai più. Chi non ha cuore di proseguire per tale deserto e non si sente di poter sopportare da solo, tutto il peso della propria vita anzi ritorna ed implora e tutto accetta pur di riallacciare ciò che non potrà riallacciarsi, questi non coglierà che fumo e nuova tristezza; ma chi si carica della propria croce inevitabile e se ne va senza rivolgersi e senza aver paura nè della solitudine nè del dolore, quegli finirà per trovare in capo a una qualsiasi strada del mondo, una nuova ombra un nuovo giardino.
Non sapevo ancora che ne avrei fatto della mia vita, dopo la parentesi della ghirlandella, ma questo poco mi preoccupava.
Mi allontanai dalla Stellata senza rimpianto, quantunque la mia fonda tristezza non mi abbandonasse.
Eppure dovevo troncare il ciclo della ghirlandella; dovevo uscire dalla zona degli esperimenti senza risultato, delle illusioni che finivano in braccio a un altro.
Ed era notte quando salii sul treno che doveva ricondurmi verso la mia inviolata Tebaide.
XXVIII
Tu avevi un bel campo, e vi hai seminato cicale... Ora mangiane il frutto, povero Francesco!...
Il treno correva per gli ultimi quindici chilometri di strada che dividono Faenza (dai bei boccali e dalle ragazze che ridono bene) da Forlì, che è una città sotto il segno del Capricorno, salva la fortuna de' suoi mariti.
Il treno correva verso il deserto nido di Giacometta, in fondo al Borgo dei Cotogni, in un soave giardino.
Che ne avrei fatto io del mio cuore?
Ma pensavo che dovevo ben rivedere Principina, s'ella davvero era tanto aggravata nel male, come mi avevano detto.
Dovevo rivederla e parlarle.
Poi non so quale muto rimorso mi sospingeva verso di lei ed anche un presentimento. Dovevo stare un poco con lei, un poco tutti i giorni ed aiutarla a guarire, perchè ritornasse co' suoi fiori, fra i lillà e le serre sotto l'ombra dei colli azzurri.
Mi ricordavo un giorno che si guardava insieme la _Torre delle Camminate_, in fondo in fondo, sulle colline lontane; si guardava la grande torre alta e lontana, che era anch'essa di color turchino, e Principina aveva detto:
— C'è stato mai fin lassù?
— No, mai.
— Vogliamo andarci insieme?...
— Perchè no?...
— Una bella mattina, per il fresco?...
— Ti farebbe piacere?
— Sì... sì!... Prenderemo con noi la nostra merenda...
— Va bene!
— Quando andremo?
— Ci si penserà.
— Domenica?
— No. Domenica non posso.
— Quando allora?
— Vedremo...
— Ho già capito...
Ed aveva abbassato gli occhi impallidendo.
E alla torre alta e lontana, vestita di color turchino, non eravamo andati mai.
Eran passate le domeniche e le speranze...
Erano morte le domeniche e le speranze!
Povera Principina, col suo rosso cuore come una dolce ciliegia!
Forse anche la tua grazia agreste stava per morire, piccola sorella dei gelsomini e dei lillà.
Ma chi era Principina per il mio sogno?
Io avevo infilato una ghirlandella di gelsomini nel più alto ramo della più alta betulla del mio giardino incantato.
E per guardar tanto in alto, mi erano sfuggiti gli occhi soavi di Principina, la piccola sorella dei lillà che andava scalza, quando arrivava il marzo, e aveva dei piccoli piedi che passavan leggeri fra i ranuncoli d'oro dei prati.
E la poesia è una cosa pura e semplice che va scalza, quando arriva il marzo, e passa fra i ranuncoli d'oro dei prati.
Ad un tratto si udì un grande sbatacchiare di sportelli e il nome della stazione di arrivo.
Mi levai lentamente. Non avevo nessuna fretta, quantunque fossi in preda a un tremito nervoso che mi opprimeva. Avrei proseguito volontieri fino a Lecce, fino ad Otranto e ad Alessandria di Egitto e fino all'oscuro Bornù...
Ma dovetti discendere.
Avevo un portafoglio da poeta e Rothschild non sapeva (come non sa neppure oggi, disgraziato lui!) ch'io fossi al mondo.
Discesi e mi avviai verso l'uscita.
Tutte le facce note che rivedevo, mi davan noia, mi pareva dovessero segnare il mio atto di accusa. Io ritornavo il povero Checco della signora Adalgisa.
Sentii che qualcuno mi salutava e risposi al saluto senza levar la faccia. Non volevo veder nessuno. Ero come chi si condanna volontariamente a riprendere le proprie catene e se ne vergogna.
Poi, quando meno me l'aspettavo, caddi fra la stretta di due enormi braccia.
Sì, eri tu, bene mio parentale, che mi ritornavi addosso con tanta furia; eri tu, lusinga della mia giovinezza, aroma dei miei giorni smarriti!
— Tu... tu, Checco?... Ma lascia ch'io ti veda! Lascia che ti guardi! Da dove vieni? Che cos'hai fatto? Perchè non mi hai scritto mai?
Io ero ripreso automaticamente nella mia morsa.
— Checco?... Il mio Checco!!! Sei stanco?
— Molto.
— Ma non troverai da cena. Non ti aspettavo.
— Non importa. Basta ch'io dorma.
— Hai tanto sonno?
— Sì.
Poi la lasciai parlare, strepitare, urlare fin che volle, nè più mi occupai di lei nè le risposi.
Ormai Principina, la piccola dagli occhi miti, era il solo legame che esistesse fra il mio sogno recente e remoto. Ed io volevo vederla, non tanto per lei, povera piccina, quanto per il rapporto che trovavo in lei, col mio amoroso passato.
Era ancora Giacometta ch'io cercavo attraverso Principina.
L'amarezza del distacco mi riusciva sempre più intollerabile e l'essere io ritornato ai luoghi del mio amore, e nel silenzio che acuisce la pena, centuplicava la mia desolazione.
Avevo bisogno di restar solo, di non parlare, di non udir parlare. Non amavo che la mia solitudine, non potevo reggere che nella mia solitudine.
Trascorsi così il primo giorno, chiuso in camera, concedendo appena alla signora Adalgisa, pochi minuti per i due pasti indispensabili.
Fu un giorno di sconsolata tristezza.
Avevo la ferma convinzione che Giacometta fosse ormai morta per me, perchè il mio orgoglio non mi avrebbe consentito di muovere un passo per riconquistarla. D'altra parte tutti gli aspetti migliori del passato mi ritornavano dinanzi alla mente con tale rilievo e tale forza d'incantesimo da moltiplicare l'affanno mio.
Ma l'orgoglio mi difendeva. Ero sempre più risoluto a non muovere un passo e a non dire parola.
Ormai si era distesa, fra me e lei, l'infinita lontananza.
Fu sulla sera di quel giorno combattuto che pensai di andare da Principina. Sarei passato dalla porticina dell'orto, che si apriva sulle mura; e ciò per non incontrare i Maldi e per non farmi vedere nel Borgo dei Cotogni.
Uscii quando donna Adalgisa era in chiesa.
Svoltai per i vicoli; il cappello sugli occhi.
Anche alla sera volevo nascondere la mia disperazione.
Sulla porticina dell'orto era fermo Girolamo.
— Oh, signor Balduino!
— Come sta Principina?
— Un po' meglio.
— È sempre a letto?
— Sì. Vada a trovarla.
— Ero venuto per questo. Dov'è?
— È nella casa dell'orto. Vada su.
— Vado.
Nella Casa dell'orto dormivano Girolamo e Principina. Girolamo al pianterreno, tra rastrelli, vanghe, zappe e cento altri arnesi da giardinaggio; Principina al primo piano, in una cameretta tutta bianca di calce, con una sola immagine della Madonna dai Sette Dolori e un rametto di ulivo.
La casa dell'orto non aveva altre stanze; aveva solo cinque o sei nidi di rondine sotto la grondaia e una glicinia che la vestiva per metà.
Vi si arrivava per un piccolo sentiero senza ghiaia. Una grande magnolia e due pioppi la incorniciavano. Aveva, intorno, l'orto e il giardino. Alla sua destra, le grandi serre.
Era nel cuore di una città e pareva sperduta nel più dolce silenzio campestre.
Prima di entrare, mi fermai in ascolto.
Si udivano solo le campane di San Mercuriale e quelle del Duomo e del Carmine che suonavano l'Ave.
Le rondini non volavano più.
La stella del Vespero riluceva sopra le più lontane macchie dei lillà.
Poi morì l'ultimo tocco delle campane e svaniva, con la sera, l'azzurra immagine della collina.
Forlì ha una ghirlanda di colline azzurre, come fanciulle in fiore.
Dalla stanza di Principina non mi arrivava nessun rumore. Forse la piccola era sola.
Perchè mi batteva tanto forte il cuore, salendo la ripida scala di legno?
Ad un tratto la voce di lei domandò:
— Chi è?
— Sono io, Principina.
— Chi?
— Io, Franzi...
Udii allora rimuoversi un letto; poi il busso di due piedi nudi che correvano sull'impiantito.
— Un momento... un momento!... Aspetti un momento, signor Franzi!
Attesi. L'ombra vinceva rapidamente l'ultima luce. Udii ancora la corsa dei piedi scalzi e il letto rimuoversi; poi la voce di Principina mi chiamò:
— Venga, signor Franzi.
Come entrai nella stanza, vidi la piccola seduta sul suo bianco lettuccio: i capelli ravviati, il visetto pallido ed emaciato. Mi sorrideva attraverso un velo di indicibile tristezza. Mi sorrideva tendendomi le mani che si erano fatte più piccole e bianche e magre.
— Oh, signor Franzi, come ha fatto bene a venire!... Come ha fatto bene!... Ho avuto una gran paura di non rivederla più!...
— Perchè dici questo?
— Così...
Presi le sue piccole mani che si strinsero alle mie, tanto forte!...
— Sa che sono stata male male?
— L'ho saputo ier l'altro, a Bologna.
— Ho creduto di dover morire.
— Alla tua età non si muore, Principina.
— Perchè non si muore? Se il Signore lo vuole, noi non possiamo far niente.
Si era ridotta come uno scricciolo e gli occhi le si eran fatti più grandi. Aveva voluto ravviarsi e farsi bella, prima di rivedermi, ed era corsa fino a un piccolo specchio verde, incastrato nel muro. C'era ancora il pettine sopra una seggiola e il catino con l'acqua.
La sorpresa, la corsa per la stanza (dove aveva trovato tanta forza per far questo?) le avevano dato un leggerissimo rossore al visetto di bimba.
Però provavo una gran pena a guardarla.
— Ripartirà subito?
— No, Principina.
— Allora verrà a trovarmi qualche volta? Sono sempre sola...
— Sì che verrò.
— Si metta a sedere. Guardi... c'è una seggiola là, in fondo... O se vuol mettersi a sedere qui...
E indicava il margine del letto.
— Siederò qui.
— Ha molta fretta?
— Non ne ho nessuna.
— Allora non deve andar via subito?
— No, piccola. Rimarrò con te.
— Oh, bene, bene!... Mi farà guarire... mi farà guarire...
Ne' suoi begli occhi castani era ritornato tutto il lume della sua giovinezza.
— Quando ritornerà la signorina?
— Non lo so.
— Proprio?... Non lo sa?
— Davvero!
— Allora sono un poco inquieti...
— Può darsi.
— Oh, signor Franzi!... Perchè bisticciarsi? Ci si potrebbe stare tanto bene al mondo!
— Forse la colpa è mia.
— Io non ho detto questo! Volevo dire che bisognerebbe perdonarsi un poco... Bisognerebbe perdonarsi qualche cosa tutti i giorni... così tutti i giorni si farebbe un po' di strada di più, per essere contenti.
— Come hai ragione!
— Ho ragione?... Adesso sono tanto contenta e mi pare di esser buona... ma forse non saprei fare quello che dico.
— No. Tu sapresti farlo.
— Chi lo sa?
— Io, lo so.
— Lei?
Le sue mani non abbandonavan le mie; pareva mi pregassero di non lasciarla. E la sera scendeva. C'erano ancora due glicinie in fiore che formavano un fregio di grazia nel vano della finestra aperta.
— Vuole accendere il lume, signor Franzi?
— Per me non importa; ma, se tu lo vuoi...
— Io sto meglio così. Guardo arrivare le stelle. Non dica che sono una sciocca. A esser soli, sempre soli, si impara a guardare.
— Da quanti giorni sei a letto?
— È quasi un mese.
— E quando ti alzerai?
— Credevano di non alzarmi più. Adesso... chi sa? io spero di ritornare nel mio giardino.
Abbassò la testolina e soggiunse:
— Sapesse quante volte ho pensato a lei! C'è stato un giorno che mi sono creduta di morire e mi dispiaceva di non poterle dire nemmeno addio...
— Ma ora guarirai, sei giovine...
— Sì, voglio guarire. La vita è tanto bella!
Vi sono fiori, nei campi, che rivivono a una sola stilla di rugiada; vi sono anime alle quali basta l'ombra di un'attenzione, a riposare; e un amore v'è, un amore che non sa domandare e che siede a una porta di strada sol per illuminarti della sua muta dolcezza, quando passi; e non aspetta niente e, per vivere, gli basta di veder la tua vita. Ma gli uomini non lo conoscono mai questo piccolo amore raccolto e solo sanno ch'egli ha atteso per dieci e vent'anni ad una soglia, quando ormai non c'è più; quando è partito, una sera, senza levar la voce, per la strada dell'eternità.
Fra le povere cose del mondo c'è anche questa, ed è la più triste.
Se in un'anima vi è un barlume del divino, a quest'anima sarà serbata la pista carovaniera del deserto.
Anche questo va aggiunto alle povere cose del mondo.
— Vorrei chiederle una cosa, signor Franzi...
— Di'?
— Ma poi... non mi arrischio!
— Di che ti vergogni, Principina? Non siamo ormai come due buoni fratelli?
— Vorrei che mi lasciasse un suo ricordo. Oh, una cosa qualunque...
— Domani te lo porterò.
— Se ne ricorderà?
— Se te l'ho promesso!
— Sono sfacciata? Non penserà male di me?
— Perchè dici questo?
— Ho sempre paura!... Che cosa sono io?
— E perchè dovrei pensar male della mia Principina?
— Ha detto _sua_?
— Sì.
— È vero.
E la sua voce leggera che assomigliava a un canto lontano che si spenge; la sua voce di bimba e di creatura tremò un poco e si lasciò morire.
Tacemmo. Suonò l'_ora di notte_ alla Torre del Comune. Il giardino odorava forte. All'infuori del vasto trillare dei grilli non si udiva niente: neppure una voce, neppure il trascorrere di un veicolo, via, per i selciati delle strade.
La provincia ha di questi vastissimi giardini raccolti, in cui si rifugia l'intimità della primavera.
Era fin troppo il profumo dei fiori e ad ogni notte ne nascevano migliaia come le stelle nel cielo.
Tacemmo, sperduti per diverse strade.
Tu eri sul principio di una strada bianca, sotto un segno di stelle.
Tu incominciavi un cammino che non doveva finire mai più...
... e partivi sotto gli occhi della primavera!
Sopra il tuo capo, sul muro a calce, c'era l'immagine di una Madonna, con le sette spade del dolore...
... e un secco ramicello di ulivo.
E aspettavi come la povera gente che arriva a una grande stazione tumultuosa;
ma ancora non è suonata l'ora del suo viaggio.
Si ferma, accosciata sui suoi fardelli;
e attende, e pazienta estranea fra estranei,
attende e pazienta senza mormorare;
e guarda finchè non arriva l'ora segnata.
E parte... e arriva... e non arriva!
Arriva.., non arriva al di là del mare, al di là dell'infinito...
sempre con lo stesso fardello;
sempre con lo stesso paziente cuore!
Tu eri, così, sul principio di una strada bianca, sotto un segno di stelle; e partivi sotto gli occhi della primavera!
— Che ore sono?
— Le nove.
— È passato già tanto tempo? Mi pareva fosse solamente mezz'ora! Vuole accendere il lume?
— Se ti abbisogna.
— A me, no. Era per lei.
— Io sto bene così.
— Anch'io. Ma è tardi, Franzi. Se deve andare...
— Io non ho niente che mi chiami.
— Proprio niente?
— Niente!
— Oggi mi sento bene. Canterei...
— Riposa... sarai stanca... hai parlato troppo.
— Adesso, anche se rimarrò sola per una settimana non piangerò più.
— Ma verrò a trovarti.
— Verrà?
— Certo.
— Allora... mi aiuterà a far le scale, perchè voglio alzarmi.
— Quando?
— Uno di questi giorni. Una bella mattina! Una bella mattina lei verrà per trovarmi nel mio letto ed io non ci sarò più... Sarò nel giardino.
— Bisogna che tu adoperi prudenza.
— Oh, so ben io quel che mi dico! Senta, Franzi... Lo sente come batte?
— Sì...
— Forte forte?...
— Sì...
— Ormai sono guarita! Quando lei ha fatto le scale, io sentivo che il Signore si ricordava di me!... Domani voglio mandare al Signore tutte le rose del giardino. È di maggio... e la povera Principina non è stata dimenticata...
— Cara!...
— Non dica così, Franzi!
— Perchè?
— Perchè... mi fa male...
— Male?
— Sì. Io adesso voglio pensare tutto quello che voglio; ma non bisogna lasciarmi andare troppo avanti! Se cammino un poco è bene.... ma correre?... correre?...
— Sei stanca?
— Oh, stanca... Franzi!
— Respiri con fatica.
— È vero; ma è la consolazione...
— Mi aspettavi dunque?