Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!
Part 11
Giacometta ed Arlecchina salirono sulla macchina del nobile Otomaro.
Poi le ore eran passate; era sopraggiunta la notte.
L'apprensione si era convertita in pena; la pena in paura.
Certo che una cosa sinistra doveva avere interrotto il nostro viaggio.
E rieccole in macchina, alla disperata ricerca.
Ci avevano poi trovato in camera di sicurezza e sul punto di esalare lo spirito nostro armonioso.
Anche Arlecchina arrivò a salutarmi, poi che Giacometta fu uscita; mi accarezzò sussurrandomi qualche vaga parola.
Essendosi ella posta sopra una nuova strada, voleva assicurarsi la mia discrezione circa la perduta notte ravennate, quando lo spirito dei poeti e delle imperatrici l'avevano sospinta a varcar la soglia della mia stanza per compire, nel brivido della settima, la danza delle sei rose.
Poi anche Arlecchina mi lasciò e, nel pomeriggio, ecco Otomaro Alberti in persona.
In verità il marchese Otomaro, di giapponese non aveva quasi niente se se ne tolgano i capelli lisci, neri e setolosi. Il resto del viso e del corpo era di perfetto tipo caucasico.
Un servo venne ad annunziarlo ed egli si presentò da quel perfetto gentiluomo che era.
— Ho il piacere di conoscervi finalmente!
A me parve una degna persona.
Alto, elegantissimo, il viso compiutamente rasato, la caramella, modi signorili, un parlare calmo e benigno con qualche punta d'ironia.
I marchesi Alberti appartenevano al più antico e schietto patriziato bolognese. Credo avessero avuto uno o due antenati alle Crociate. Un nonno di Otomaro, già generale di Napoleone, era morto al passaggio della Beresina. Il padre era stato ambasciatore a Tokio dove era venuto al mondo Otomaro.
Famiglia ricchissima, possedeva ville e poderi un po' dappertutto.
La Stellata era però il particolare amore dell'ultimo discendente.
Ivi egli teneva corte bandita dal maggio alla fine di giugno e dall'ottobre a Natale.
La buona società bolognese ricorderà ancora i fasti della Stellata.
Io, povero giovine, mi trovavo assai confuso di fronte a un così nobile signore e mi logoravo nel dubbio di non fare almeno una discreta figura.
Il marchese volle togliermi d'imbarazzo fin dalle prime parole.
— Non vi date pena, caro figliuolo; siete e potete restare mio ospite fin che vi piaccia. Anzi vi avverto che dovrete passare con noi la vostra convalescenza. L'abbiamo deciso, se proprio non avete impegni che vi chiamino altrove. Potrete divertirvi. La Stellata offre qualche divago. Vi si fa della buona musica; vi si amano i bei conversari ed anche vi si balla. Io non sono più giovane, ma amo circondarmi di persone giovani. Adoro la giovinezza che da sola può far scusare la vita. Dunque non vi date pensiero e restate, sicuro di fare a me, e non a me solo, un grande piacere. Giacometta vi deve molta gratitudine. Conosciamo la vostra nobiltà e l'abbiamo apprezzata.
Egli vide certo gli occhi miei luminosi perchè mi strinse forte la mano e se ne andò sorridendomi.
Suor Costanza, che cos'erano i secoli alla mia vita, in quel giorno?
Ricordate con quali parole vi dissi molte cose discrete?
E vi dissi, fra l'altro, levandomi dal letto (Dio, quanto spavento nei vostri poveri occhi come foglie secche!...), vi dissi:
— Sorella, oggi non si muore e neanche domani. Per tutti gli anni del mondo non si può morire! Noi siamo immortali, sorella!...
E voi rispondeste, e vi tremava il mento nella parola:
— Tu sei troppo ragazzo! Lo saprai un giorno come cambiano le cose col tempo!...
— Ebbene, Suor Costanza, e noi diremo al tempo di volerci dimenticare per un piccolo secolo almeno!...
Suor Costanza scosse la testa e fiutò una grande presa di tabacco; dopodichè, ripresa la corona, si affondò nel gorgo della sua eterna preghiera come affonda una rana nell'acqua immota di uno stagno.
XXV
... egli sapeva le musiche stanche che conducono alla velata nostalgia e allo sconsolato desiderio di un lontano amore...
Incominciai ad alzarmi e potei muovermi per la stanza.
Pensai proprio a te, Michelaccio imperatore, quando, appoggiato al braccio di Suor Costanza, mossi i primi passi dal letto alla finestra.
Michelaccio, Imperator delle carra, delle strade e della luna; governatore di ogni campestre o cittadina osteria; Dio dei bianchi boccali e delle panciute ostesse, Michelaccio io non negherò più la tua sovranità e ne pongo a pegno la penna mia.
Io mi fermerò al tuo passaggio; tollererò che tu mi attraversi la strada millanta volte se così a te piaccia; che tu attenti, col tuo carro, alla vita mia perchè questo è il tuo diritto essendo tu _Carrettiere_ e cioè forte del tuo genio e della tua fortuna sul mobile trono delle strade, dal quale imperi, minacci ed eseguisci nel nome dei nuovi principii e della tua recentissima nobiltà e strapotenza.
Michelaccio, io ti riconosco il potere fin da oggi e qui ti consacro mio Re ed Imperatore.
E ciò che tu voglia ordinarmi, io compirò in onor tuo, io, umile scriba e _porco vagabondo_ (tu l'hai detto, Signor mio!...); io che mangio il tuo pane se non bevo il tuo vino perchè non mi piace; io che vivo sulla tua fatica come un pidocchio fra la chioma di Sansone; io che sono l'ultima immondizia di fronte alla tua intatta grandezza suggellata dalle sbornie tue che sono imperiali; perchè tutto è gigantesco in te.
E riconosco che, cessando tu domani dall'opera tua, non solo sulla terra, ma su tutti i pianeti, la vita dovrebbe cessare, perchè tu sei, Michelaccio, la forza madre e il cardine universale del benessere.
E la tua ignoranza ti è a fregio di maggiore potere perchè là dove gli altri pensano (_i porci vagabondi!_) tu con un solo rutto te la puoi spicciare e dettar legge alle moltitudini.
Questo riconoscendo io, oggi e per sempre, ti incorono Imperatore nel nome dei _sacri principii_, dei bianchi boccali e delle panciute ostesse.
Ero un poco triste.
Pregai Suor Costanza di portarmi una seggiola presso la finestra. Appoggiato al braccio della mia infermiera arrivai fino ai vetri. Vidi un grande giardino e gli alberi del parco, nel fondo.
Fiori e turchino.
Udii un fresco riso levarsi nell'aria.
E sentivo, a poco a poco, ingrandire in me la mia malinconia.
Mi abbandonai al pianto che non si piange se non nel fondo cuore; nella solitudine del cuore.
Al pianto che non ha ragione palese; che nasce dalla giovinezza come una rugiada.
Tutte le strade della terra hanno le loro incrociate.
_Chi si sente smarrire riconosce, in sè, Iddio._
Non altrimenti si può arrivare, ma appena, sulla soglia del gran mistero.
I genuini canti del popolo, i canti del crepuscolo recano, nella loro inconscia tristezza, lo stesso smarrimento.
Vi sono ore che scendono sulla terra da un'infinita malinconia di esilio.
Quelle che precedono la scomparsa del sole.
Io guardavo, dai vetri, allontanarsi nell'ombra della sera un carro, per una piccola strada che serpeggiava fra le siepi; un carro rosso, dipinto a rose, come ne usano i contadini delle nostre terre; e lo seguivo con gli occhi come si seguono le cose che si allontanano sotto la sera.
E un suono mi giunse per l'aria, soave e spento; ma non proveniva dall'aperto anzi pareva ammorzato da un inceppo di mura. La musica doveva arrivare da qualche stanza della vecchia villa che ancora non sapevo.
Ascoltai e gli occhi miei erano aperti sul mondo come se nulla vedessero.
Una voce accompagnava il suono.
Suor Costanza mi domandò:
— Le piace tanto sentir suonare?
— Sì, Suor Costanza. Sa chi fosse che suonava poco fa?
— Deve essere un giovane maestro di musica. Mi pare lo chiamino Rorò.
— Lo conosce?
— L'ho veduto una volta sola. È venuto fin qui quando lei era ancora molto malato. L'accompagnava la signorina Giacometta.
Bastò questo a ridestare in me la fiera gelosia che già incominciava ad assopirsi.
Conobbi il giovine compositore, la prima volta che discesi, accompagnato dal marchese Otomaro, nel grande salone da pranzo al pianterreno, e presi posto a tavola, fra Giacometta e Beppe Mandusio. Ci era seduto di contro ed era il centro dell'amorosa femminile attenzione.
Rorò era un candidato alla fama mondiale. Lo dicevano tutti.
A questo biondo giovine, dall'aspetto femmineo, eran bastate una ventina di romanze a salire in grandissima fama.
Dicevano ch'egli possedesse una personalità di primissimo ordine.
Le signore lo chiamavano il divino fanciullo.
Ma tutto questo pareva accrescesse la sua malinconia perchè era malinconico come una sera di mezz'ottobre.
Rorò non parlava mai delle cose sue; o meglio, diceva e non diceva; lasciava cadere qualche parola vaga nella profondità della disperazione.
Aveva sofferto, aveva lottato, era stato per morire, non era morto!
Tutto ciò apriva una enorme parentesi che la fantasia riempiva.
È difficile che un pover'uomo senza parentesi interessi molto le donne.
L'uomo piatto, l'uomo uguale al due più due fanno quattro; l'uomo che vi dice quello che pensa e che pensa quello che dice; l'uomo che non ha avuto avventure, che non sa colorire la sua vita ma fa consistere tutta la sua virtù nella semplicità: oh, quest'uomo non sposi mai, o, se vuol proprio sposare, scelga una virtuosissima fanciulla senza un filo di immaginazione!
Così forse potrà viver tranquillo; ma non altrimenti.
Rorò aveva capito qual forza rappresenti la donna e il giudizio della donna nell'umana convivenza, e se ne serviva. Era un abile fanciullo, pieno di sagaci previdenze. Ma, d'altra parte, quali armi scegliere che fossero più appuntate?
Poteva egli negarsi all'ammirazione delle belle creature?... Egli si era valso di codesta ammirazione, così, senza parere... lasciando fare.
Rorò lasciava fare. Era la sua tattica. Nella sua infinita malinconia trovava, in tal modo, centomila consolazioni. Ma anche le consolazioni non accendevano quel suo pallido viso da divino fanciullo. Egli aveva precocemente capito che un uomo tanto più vale, quanto più conosce l'arte di rinnovare il proprio mistero.
Rorò lo rinnovava ogni giorno.
Se si abbandonava ad una innamorata, non le concedeva se non quella parte di sè che poteva bastare a una notte.
Con l'alba nuova, Rorò, questo piccolo semidio, aveva un'anima nuova.
E sapeva coltivarsi, altresì. Era sempre inappuntabile. Vestiva di scuro; ma con rara eleganza. Aveva anche capito che certe tinte davano alla sua pallida faccia e ai suoi capelli biondi una particolare evanescenza che lo rendeva molto più interessante.
Rorò era bello; aveva ingegno e, co' suoi vent'anni, camminava per le ampie strade della fama mondiale.
A differenza de' suoi miseri coetanei, Rorò era già edito dalla Casa Ricordi.
Grande fatto per un giovanissimo compositore!
Rorò guadagnava bene e scriveva un'opera in tre atti: _L'alba lontana_.
Un titolo che prometteva i più remoti paradisi alle fanciulle e alle donne con qualche anno di più.
Ora aveva ceduto alla insistenza del marchese Otomaro, e si era ritirato alla Stellata per lavorare a _L'alba lontana_.
Disponeva di tutto un appartamento al primo piano ed ivi si rinchiudeva per la maggior parte del giorno.
A volte le giovinette sostavano nel giardino ad ascoltare la eco di una melodia. Dicevano appena appena:
— Rorò lavora...
Dicevano ancora, ascoltando, con un tremito nella voce:
— Senti... che cosa divina!
E le note cadevan dal cielo in fondo al loro cuore, accasciato d'improvviso sotto il peso di tutto l'amore.
E dell'_Alba lontana_ nessuno sapeva niente. Rorò non si era sbottonato neppure col marchese Otomaro. L'_Alba lontana_ era una cosa remotissima nel vivo mistero che si chiamava Rorò.
Egli veniva componendo contemporaneamente i versi e la musica. Diceva che i grandi poeti dell'antichità avevan trovato, quasi sempre, la nota ai loro poemi. Diceva che musica e poesia sono due cose inseparabili e che un vero poeta, per essere compiuto, dovrebbe anche essere compositore. Citava Pindaro... e il suo mecenate: Jerone, ai tempi belli della divina Siracusa.
Ahi, Rorò! Biondo semidio, quanto mai sonno togliesti alle notti delle vergini bolognesi!
Perchè tu parlavi dell'arte tua con prodigiosa sicurezza e non v'era chi non ti potesse credere.
Con tutte queste cose e queste peculiari doti, Rorò si era creato un piccolo regno in attesa di un più vasto impero.
E passava, fra il mattino e la sera, per gli azzurri giardini delle innamorate, lasciando sulla sua strada l'onda di un canto nostalgico che pareva schiudesse le occulte strade dei sogni. Passava per dileguare, il divino fanciullo, chiuso nel suo silenzio immutabile.
Ora io lo guardavo. Egli sedeva in faccia a me, fra la signorina Bice Alandri e la signora Clara Salvi le quali se lo disputavano.
Il bel fanciullo rispondeva loro senza troppa fretta e senza scomporsi mai.
Piuttosto vedevo gli occhi suoi cercare molto sovente gli occhi di Giacometta e se avveniva che li incontrassero, allora pareva si disciogliesse in una sùbita profonda carezza.
Ma Giacometta non vi faceva caso e bastava a me questo piccolo segno, per riempirmi di sconfinata consolazione.
XXVI
L'Angelo dalle sette note.
Ora Rorò uscì dalla sala da pranzo più taciturno che mai e scomparve senza por mente alle insistenze delle sue ammiratrici. Solo si fermò a guardare ancora una volta Giacometta la quale finse di non accorgersi di lui.
La comitiva si sparse un po' in giardino, un po' per le sale.
I più anziani sedettero ai tavoli da giuoco.
Arlecchina invitò Beppe Mandusio a una partita al bigliardo.
Rimasi solo con Giacometta.
— Vuoi che passeggiamo un poco in giardino?
Uscimmo sotto la luna.
Si attraversaron due prati senza parlare, o quasi. Ad un tratto un canto si levò nella notte.
Giacometta si fermò ad ascoltare; disse:
— È Rorò!
Dopodichè prese la corsa attraverso i prati.
Le tenni dietro. Ci fermammo a pochi passi dalla villa.
Domandai:
— Perchè non entriamo?
Mi fece cenno di tacere. Sedemmo in una panchina. Qualche altro ascoltava così, nella notte, il canto che sgorgava pieno e melodioso dalla gola di Rorò, dalla vostra gola innamorata, Rorò.
Allora io udii levarsi la vostra infinita tristezza di fanciullo; sentii la vostra sincerità più profonda, fuor dalle forme e dai panneggiamenti di cui vi compiacevate, piccolo mago, perchè le belle che vi amavano vi pensassero più lontano e irraggiungibile.
Voi eravate solo a cantare, nel cuore di quella notte di maggio, e raccoglievate intorno a voi tutte le anime nostre, le anime sorelle, nel buio della notte, le sperdute, le eterne esiliate nel fondo degli abissi.
E trionfaste. Per due, per tre volte doveste ripetere il canto finchè la comitiva vi lasciò tranquillo.
E allora come vi sottraeste voi alle vostre innamorate, Rorò?...
Giacometta non parlava più. A un po' di lume che arrivava dalle finestre aperte della villa, io vedevo il volto di lei fermo in un'estasi muta.
Che pensava, che desiderava?
Poi Rorò apparve sulla soglia della villa e guardò nel buio.
Lo vide Giacometta? Ella non fece parola e non si mosse.
Rorò non poteva distinguerci; ma certo intravide qualcuno nell'ombra perchè uscì nella notte e si diresse pian piano verso il nostro sedile. Allora Giacometta si alzò di scatto e mi disse:
— Andiamo via!
Ciò parve, a me, ottima cosa e già stavo per avviarmi al fianco della creatura che mi piaceva di chiamar mia, quando Rorò levò la voce nella notte:
— Signorina Maldi?
Giacometta si fermò senza rispondere.
— Signorina Maldi?... È lei?...
— Sì... — rispose Giacometta.
Rorò ci raggiunse.
— Non era in sala... non ha sentito?...
— Ho sentito...
— Le piace?...
— ...
— Ho cantato solamente per lei... L'altro giorno... dopo il nostro colloquio ho scritto quella musica. E se la musica potesse portare una immagine, porterebbe la sua immagine!
Giacometta si ostinava a non rispondere.
— Io credo — riprese il biondo maestro — credo di non aver sofferta mai tanta pena...
Ad un tratto, dopo un nuovo silenzio, la mia selvaggia domandò:
— Quando partirà?
— Perchè me lo chiede?
— Non può rispondermi?... Quando partirà?
— Fra tre giorni.
— È ben certo?
— Certissimo.
— Non si lascerà lusingare dalle insistenze delle sue ammiratrici?
— No.
— E dove andrà?
— Mi fermerò a Bologna due giorni, poi proseguirò per il lago di Como. Perchè me lo chiede?
— Così... per niente!...
Continuammo la passeggiata che non aveva per me nessunissimo interesse; tanto poco interesse aveva che, trovata lì per lì una scusa qualsiasi, stavo per andarmene nella notte a soffrire col mio geloso dispetto, quando Giacometta mi fermò trattenendomi per un braccio e mi chiese:
— Dove va?
— Non glie l'ho detto, signorina Maldi? Salgo in camera mia.
— No, resti.
— Ma... ho bisogno...
— Resti, le dico!
E restai... ma senza consolazione.
Ora convien sapere che del nostro simbolico fidanzamento non avevamo fatto parola, e che, per tutti, non eravamo che buoni e vecchi amici.
— Dunque, signorina Maldi, — riprese Rorò — lei è la sola che non mi abbia detta una parola circa la mia musica di stasera...
— Io non sono in grado di darle un giudizio.
— E che mi importa dei giudizi?... Vorrei solamente sapere se le è piaciuta o no...
— Mi è piaciuta molto...
Spense le parole, come se vi si perdesse per entro, con l'anima smarrita.
E per me furono coltellate.
Rorò navigava con cento vele ed io non avevo che un povero navicello munito di fragili remi; e l'oceano era lo stesso per tutti due.
— Allora ho avuta la gioia di esserle vicino mentre cantavo?
— Sì...
— E perchè non è entrata in sala?
— Perchè ero più sola in giardino; ed ho ascoltato meglio.
— Mi sarebbe piaciuto vederla... cantavo per lei....
E la nota ritornava, come in una monodia, sempre la stessa...
Una fresca risata ci tolse dal silenzio. Ci volgemmo. Dietro di noi Arlecchina e Beppe Mandusio si rincorrevano.
Arlecchina si fermò ansando e chiamò:
— Sei tu, Giacometta?
— Sono io.
— Che fai?... C'è Franzi?...
— Sì.
— Franzi, venga qui!
Mi accostai.
— Cosa vuole?
— Come sta?
— Bene. Perchè?
— Non c'è un po' di burrasca?
— No, non c'è!
— Uhm! Se lo dice potremo crederlo...
— Signor Balduino, ella ha un pericoloso rivale! — mormorò Beppe Mandusio e mostrò, nel riso, tutta la chiostra de' suoi denti bianchissimi nella sua faccia scura.
— Quale rivale?...
— Rorò sa le strade traverse — disse Arlecchina.
Poi mi prese per mano e mormorò:
— Franzi, venga con noi!
— Ma... la signorina Maldi mi ha pregato di non lasciarla!
— Deve servirle da paracadute? — domandò Beppe Mandusio.
— Caro Mandusio, — risposi con irritazione — in tutti i casi ella deve convincersi che la signorina Maldi sa pararsi da sè. Poi, non credo corra un così orrendo pericolo!...
Tanto Arlecchina quanto Beppe Mandusio scoppiarono in una risata.
— Franzi, venga... ma venga con noi!...
Mi rivolsi a guardare. Ormai Giacometta e Rorò non si vedevano più. Ciò pose il colmo alla mia pena.
— Andiamo! — risposi.
E mi allontanai.
La mia gelosia mi tramutava in un automa ambulante. Non trovavo parola da dire; non sapevo rispondere a tono perchè la mia mente era altrove.
Avevo sentito dalla voce di Giacometta la sua perduta ammirazione per Rorò; l'avevo sentita ed ora, che erano soli, certo ella non avrebbe resistito al fascino del biondo maestro e gli sarebbe caduta fra le braccia. Non poteva essere altrimenti. Rorò le aveva ben fatto capire di essere innamorato.
Con tali pensieri, con tanto tormento in fondo al cuore, non potevo partecipare all'allegria di Arlecchina e di Beppe Mandusio così che, colto il momento opportuno, mi allontanai.
Una volta solo, mi posi alla ricerca degli scomparsi. Nelle sale non li trovai, non potevano essere che sotto la luna...
Il morso della gelosia è cane!
Avrei compiuto l'inverosimile pur di vedere, pur di sapere ciò che stavano combinando Giacometta e Rorò. Corsi per tutto il giardino soffermandomi ad ascoltare ogni pesta. Forse si erano dilungati per un sentiero, via sotto la perfida luna; avevano cercato un rifugio nel quale nessuno avesse potuto sorprenderli!
Così me ne ritornavo verso la villa, sconsolato come un podista che non ha raggiunto il traguardo; me ne ritornavo così con le mie pive nel sacco quand'ecco arrivarmi il suono di due voci... le loro voci!...
— ... dunque non volete?...
— ... no!...
— Giacometta, io non ho pregato mai nessuna creatura come prego voi...
— ...
— Siate buona!... Soffro tanto, Giacometta, e vi voglio tanto bene!...
— Da quando?...
— Non mi credete?
— No.
— Allora, siate franca: dite che non potete soffrirmi!
— Neppur questo è vero...
— Ma siete disperante, Giacometta!
— Perchè non acconsento al vostro desiderio?
— Io non vi ho cercata...
— Dite addirittura che sono venuta io da voi! — e Giacometta ebbe l'aspro riso che tanto bene le conoscevo.
— Però vi siete posta ad un brutto giuoco!
— Perchè?... — e la sua voce era cruda, provocante.
— Perchè io non ammetto mezze misure e il giorno in cui la mia pace è finita, il giorno in cui ho dato tutto, quel giorno sono pronto a rischiare tutto.
— Vorreste intimorirmi?
— Voi scherzate; io no! E non ho voglia di scherzare, e voi non mi conoscete ancora!
— E così?
— Così vi ripeto quello che vi ho detto: sabato vi aspetto a Bologna, all'albergo Baglioni.
— Ma non verrò!
— Voi verrete!
— Vedremo!
— Verrete, Giacometta, verrete!... E vi consiglio di non cimentarmi; vi consiglio di essere buona come è giusto; come è anche logico, per voi.
— Se siete tanto sicuro, non occupatevi della logica!
— Non vi credevo così perfidamente fredda...
— Perchè siete abituato male.
— Poco fa, non eravamo così. Da che proviene questo cambiamento subitaneo?
— Forse travedete adesso come prima.
— Vi sembra?
— Lo credo. E, dopo tutto, che cosa vi dà il diritto di pensare che possiate fare di me ciò che vi aggrada?
— Il vostro contegno con me.
— Ora siete sciocco, signor Rorò!... E sarà inutile continuiate a parlare!
Ella si levò di scatto dalla panchina e si avviò innanzi per il viale.
Rorò le tenne dietro.
Camminarono un poco in silenzio. Rorò mormorava, a quando a quando, qualche incomprensibile parola e sospirava come se l'aria gli venisse meno di secondo in secondo.
Ora implorava con piccola voce di pianto:
— Giacometta... Giacometta... non fatemi soffrire così, Giacometta!... Voi mi cimentate, mi fate perdere il lume della ragione! Sì, sono stato sciocco, è vero! Sciocco e volgare... ma perdonatemi!... Giacometta?... perchè non rispondete?... Volete che mi umilii ancor più?
Ella continuava a camminare, rigida nel suo silenzio, come se le parole di lui non la sfiorassero neppure.
— Come siete cattiva!... Che male vi ho fatto?
— Nessuno.
— E allora?...
— Allora è inutile. Datevi pace.
— Datemi almeno la vostra mano.
— Non ne vedo il bisogno.
— Una vostra mano sola...
— Se vi fa tanto piacere, eccovela.
— Non così, Giacometta!
— E come, allora?
— È proprio finito tutto fra noi?
— Niente è finito perchè non c'è mai stato niente.
— Non vorrete più ascoltarmi?
— Ma se è un'ora che vi ascolto!
— Non con quell'anima ostile.
— Io ho un'anima sola.
— Sì... la buona... quella che vi illumina gli occhi... quella che vi suggerisce le cose belle che mi hanno fatto innamorare così perdutamente! Ho ancora, nella mia stanza, le vostre rose... tutte le vostre rose. Non una deve essere gettata, non una deve appassire fra le cose morte della strada. Mi capite, Giacometta? E non vi sembrerò un romantico se ho la religione del mio amore. Il vostro biglietto... guardate... l'ho sempre qui. È un poco gualcito... ma devo guardarlo, di tanto in tanto... devo rileggere le quattro parole... le quattro parole sole con le quali rompeste il silenzio e veniste verso di me. Ecco... «_L'anima con le rose!_» Questa è l'anima vostra! Quella che io cerco, che io amo!...
Giacometta si era fermata. La sua voce si addolcì un poco:
— Ma non sapete guadagnarvela quest'anima!
— Ho fatto di tutto per accostarmi, e mi avete sempre respinto!