Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!
Part 10
Le parole di Principina avevano innalzata, nel mio povero cuore, la torre della gelosia e, dentro, c'era l'anima che piangeva.
E soffrivo. Arlecchina mi disse:
— Franzi, oggi siete simpatico come un quaresimale!
Giacometta, indispettita dal mio contegno, soggiunse:
— Lascialo stare. È meglio non occuparsene.
Tale indifferenza accrebbe il mio dispetto.
Avvenne così che il mio ostinato mutismo e la mia faccia oscurata distraessero compiutamente da me l'attenzione di Giacometta e di Arlecchina le quali, presesi sotto braccio, se ne andarono innanzi parlando fra loro e mi abbandonarono alle mie inesplicabili paturnie.
Io camminavo sullo scrimolo di un fosso e venivo guardando le campagne dell'imolese; ma non mi interessavano; anzi, in quel punto, mi erano odiose come tutte le cose del mondo.
Giacometta ed Arlecchina ridevano allegramente, un poco più innanzi.
Perchè ridevano?... Evidentemente per accrescere il mio malumore, per incrudire il mio male.
L'automobile arrivò ed io avevo lasciato dilungare di molto le mie compagne.
Salii a fianco del meccanico.
Giacometta ed Arlecchina non si vedevano. Possibile si fossero dilungate di tanto?
Demmo l'avviso con la tromba dell'automobile; si proseguì a passo d'uomo; ci fermammo.
Dove erano andate?
— Saranno entrate in qualche casa di contadino.
Rifacemmo la strada a ritroso; entrammo in tutte le case; nessuno le aveva vedute.
— Avranno preso qualche via traversa...
Il meccanico si stringeva nelle spalle; il mio dispetto incominciava a dileguare.
— E che si fa adesso?
Il meccanico era uno di quegli uomini che non amano assumere responsabilità. Io solo dovevo decidere.
Sopraggiunse un biroccino con sopravi un fattore rubicondo:
— Scusi... non ha veduto due signorine così e così?
— Macchè!... Neppur l'ombra di una signorina!
Arrivò un'automobile, a precipizio. Ritto in mezzo alla strada feci cenno perchè fermassero:
— Scusino... non hanno veduto...
Mi mandarono a morire ammazzato. Erano persone molto bene educate.
— E adesso?
Decidemmo di proseguire a passo d'uomo.
La sera si avvicinava.
Ad ogni chilometro una sosta; ad ogni stazione sulla linea del tranvai Imola-Bologna, una fermata più lunga.
Giacometta ed Arlecchina erano scomparse sulle ali del loro Genio. Neppure avessero fondato Roma!
Però la cosa incominciava a destarmi una seria preoccupazione. Potevo io ritornare a Bologna così? Potevo presentarmi in casa di Arlecchina, o anche dalla placida signora Zeffira senza neppur l'ombra di una spiegazione da dare?
Dovevo ritrovarle a tutti i costi; pena la mia tranquillità.
Bologna non era ormai lontana più di quindici chilometri.
Per la via Emilia si vedono ceffi di ogni sorta e non solamente gli zingari passano su questa grande strada miliare.
Poteva darsi adunque che due o più uomini, decisi a tutto, imbattutisi, in un punto solitario, nelle due giovinette, se le fossero prese.
Tale dubbio mi tormentò ancor più. Dissi:
— Arriviamo fino a San Lazzaro; se a San Lazzaro non le abbiamo trovate, torneremo indietro.
Il meccanico non era entusiasta e incominciava a diffondersi riccamente nel campo della bestemmia.
— È inutile bestemmiare, caro Luca!... Tanto bisogna ritrovarle.
Luca era un buon bolognese, di fondo gioviale, ma violento.
L'udii mormorare, all'indirizzo delle due signorine, qualche parola che non portava i guanti bianchi. Si espresse senza perifrasi. E la cosa tanto mi dispiacque che poco mancò non ci mettessimo le mani addosso.
Il pericolo fu evitato solo perchè un carro che ci attraversò la strada ci distrasse.
Com'era ben naturale, tutto il furor nostro compreso si sfogò allora contro il carrettiere che coprimmo di male parole.
I carrettieri, vuoi per il loro peripatetico mestiere, vuoi per l'influenza della luna, vuoi per tradizione di classe, certe volte non sentono e certe altre volte sentono doppio.
Quando non sentono, tutto va bene; ma quando sentono doppio è opinione comune che le cose finiscano male.
Eravamo ad un paesuccio di cui non ricordo il nome; vicino ad un'osteria che aveva per insegna un grandissimo gallo.
L'automobile si era fermata.
Il carrettiere era un uomo robustissimo e doveva certo aver vuotato varî boccali. Lungo la via Emilia sono distribuite numerose osterie per la inestinguibile sete dei carrettieri.
Michelaccio (il nome lo ricordo perchè lo seppi dopo), quel giorno si era proposto di essere allegro come a quindici anni e per esser tale, si era raccomandato al buon vino dei colli bolognesi. Ma detto vino, più che allegria, gli aveva dato una immensa coscienza di sè stesso, tanto che Michelaccio viaggiava, quel giorno, sul suo carro, come l'apostolo e l'imperatore della proletaria grandezza.
Fatto sta che il degno uomo, udite le parole nostre (le quali non erano ingiustificate!) discese dal carro e brandendo alta una sua nodosa frusta che si chiama, in Romagna, _parpignano_, si diresse correndo verso di noi con la ferma intenzione di sottoporci al massaggio sofferto dalle sue bestie da soma.
Luca ed io, discesi dall'automobile, fummo pronti a scansare, in un primo tempo, la furia di Michelaccio, il quale continuava per altro ad avventarcisi addosso con ferma costanza.
La buffa schermaglia non poteva continuare. Già si era venuto formando un crocchio che assisteva alla scena ridendo.
Non era ammissibile che l'uno dovesse continuare ne' suoi assalti e gli altri dovessero difendersi senza reagire.
Luca pensò di finirla.
Scelto il momento opportuno, si cacciò sotto, riuscì ad abbrancare Michelaccio, lo strinse forte e ruzzolarono per le terre.
E Luca stava buscandole. Michelaccio se l'era messo sotto e con i suoi grandissimi pugni veniva esercitandosi in guisa da cambiare i connotati al mio povero compagno.
Il suo coraggio non lo salvava.
Fu allora che intervenni.
Mi abbrancai all'industre carrettiere e, invece di esser due, fummo tre a ruzzolar per le terre.
Ora avviene che la folla, la quale assiste a un litigio, finisca per eccitarsi a sua volta.
La nostra gente non può non parteggiare.
E anche quella volta parteggiò, ma per Michelaccio. _Noi eravamo signori!_
Luca, mio buon Luca, _noi eravamo signori!!..._
Tu ed io, con la nostra sacrosanta e decorosissima miseria che non ci ha abbandonato quasi mai! Tu, re del volante; io, suddito della penna!
Dapprima la gente, assistendo al nostro triplice pugilato, si accontentò di urlare; ma poi anche questo le parve poco. E allora prima uno, poi quattro, poi sei energumeni si staccarono dal crocchio ed entrarono in lizza.
Dio Onnipotente, quante ne buscai!...
Molte volte, nel corso delle mie esperienze, partito col nobile còmpito di bastonare, ritornai bastonato; ma quella volta fu un'esagerazione. Non si può ammettere che un poveruomo solo, debba digerirsi una così nutrita scarica! Io non mi sentivo ormai salva nessunissima parte del corpo.
Avevo un occhio enfiato; mi sanguinava la bocca; le spalle e il resto del corpo non me li sentivo più.
Ormai mi ero detto:
— Povero Francesco Balduino, sei bell'e spacciato. Preparati a far fagotto e raccomandati alla Divina Misericordia!
Mi sentivo lanciare da destra a sinistra e avanti e indietro, da un pugno all'altro; da una notevole pedata, a una seconda pedata non meno notevole. Il mio povero bel vestito era tutto un brandello. Colletto, cravatta, camicia non esistevano quasi più. Il cappello era un'immondizia in mezzo alle immondizie, fra la polvere. Non ci vedevo più, non parlavo più; le mie labbra parevano colpite da improvvisa elefantiasi. Stavano per scardinarmi i denti e mi avrebber mozzate le orecchie e il naso se li lasciavano fare.
Fosti contento, Michelaccio, imperator nostro delle carra?... Ti piacque il festino sulle persone nostre, magnifico cantor della luna per le tappe miliari delle grandi strade maestre? Ti parve soddisfatta la nobiltà tua di nuovissimo Re dei boccali e delle moltitudini?
Ci deste addosso in quaranta, figli di cani, e ci volle un bel coraggio!...
In quaranta: e Michelaccio guidava la ciurma. S'io anche fossi stato grosso e forte come Gargantua, che avrei potuto fare? Ero invece, come sono, un uomo di modesta taglia che non può compire l'inverosimile.
Poi quando si è sopraffatti non si reagisce più. Ci si lascia percuotere come un tappeto; rassegnati a tutto.
Comunque fosse, la fortuna ci venne in aiuto nel momento critico.
Il popolo stava compiendo su di noi le sue vendette socialiste, allorchè intervenne chi rappresentava ancora un barlume di civiltà: intendo riferirmi a qualche carabiniere.
Allora la folla ci lasciò stare; ma non si trattava di una grande generosità.
Ci lasciò stare e tanto Luca quanto io non potemmo rialzarci da terra.
Nello stato semicosciente nel quale mi trovavo ricordo di aver udito una voce che diceva:
— Li hanno ammazzati!
Allora ebbi il dubbio di esser morto addirittura; uno stranissimo dubbio che sdoppiò l'essere mio in modo che mi vedevo disteso in terra e tutto insanguinato e potevo disinteressarmi tranquillamente dei fatti miei mortali.
Poi ci caricarono in non so quale veicolo e ci portarono via fra i fischi e gli ululati della folla.
Signori socialisti, questo fu il trionfo di Michelaccio imperatore.
Forse tale fasto non passerà ai posteri, scolpito nel bronzo dell'avvenire; ma sta di fatto che la folla, non ancora soddisfatta, fischiò ed ululò al passaggio di due cenci sanguinanti.
Signori socialisti, io sono stato il giullare della mia vita ed ora sono un uomo che ride perchè nel mondo v'è troppa tragedia per aggiungervene ancora; ma voi, vi siete resi conto di quello che avete fatto delle moltitudini, all'infuori di ogni giusta riforma e di ogni più lontana conquista?...
Avete pensato agli argini per salvare le faticate messi?...
Domani la civiltà potrebbe essere, come noi eravamo, un cencio sanguinante dietro al quale la scalmanata follia delle moltitudini ululasse il suo scherno.
Ci guardammo di fra le bozze, i gonfiori, le piaghe e le lividure; ci guardammo da un occhio solo, Luca ed io, e ci si meravigliò di essere ancora vivi e di esser vicini.
Eravamo in camera di sicurezza.
Abbandonati su due tavolacci vicini, ci avevano lasciati là come cose immonde.
Ed era sopraggiunta la notte.
Mi pareva di aver vissuto duecentomila anni e della mia vita non ci capivo più niente. Solo, a incommensurate distanze appariva un isolotto, un frammento di memoria.
Ravenna... Giacometta... il giardino di Principina...
Ma l'una cosa non si riconnetteva all'altra. La mia coscienza era a brandelli.
Luca trovò ancora forza per dirmi:
— Signor Franzi... se non vengono a prendermi... muoio...
Ricordo che risposi:
— Anch'io...
Non rammento quante costole rotte avessimo; ma sono certo che, a sommarle, facevano un bel numero.
Ricordo ancora che dovevo respirare con somma precauzione per evitare un dolore cane che, ad ogni respiro, mi trafiggeva la spalla sinistra.
Poi, nel silenzio che si era ormai stabilito, udimmo un rumore insolito e il rombo di un motore fece levare il capo a Luca.
— Vengono a prenderci... — disse Luca.
Risposi con profonda convinzione:
— Non è vero...
Chi poteva venirci a prendere se eravamo l'ultimo rifiuto della società?
Però i catenacci stridettero e la stanzaccia fu invasa da un fiotto di gente.
Qualcuno chiese:
— Dove sono?
E un altro:
— Eccoli!
Allora udii una voce cara, una voce nota, che implorava ansiosamente:
— Franzi... Franzi?... Dov'è Franzi?...
E poco dopo Giacometta era china sulla mia mostruosità ed io sentii sulle mie ecchimosi la carezza del suo respiro.
— Franzi?... Franzi mio?... Amore mio caro?...
Dio ti benedica fino in fondo al tuo cammino, solo per la grande dolcezza che mi desti allora!
— Come l'hanno ridotto!... Non si riconosce!....
E ti udii singhiozzare.
Invece io ridevo. Ridevo dentro di me di un riso infinito; ridevo perchè sentivo il mio amore che ritornava come una folata di vento primaverile verso la mia disperazione.
Se mi avessero calpestato dieci volte tanto, ancora sarei stato felice, per averti ritrovata...
— Amore? rispondimi!.. Amore?.. rispondimi almeno una parola...
Parlavi basso perchè io solo ti udissi; perchè si creasse il cerchio soave nel quale due sole anime si illuminano.
— Come stai?... Ti senti molto male?...
— No..
— Puoi parlare?... Puoi parlare ancora, amore mio?...
— Un poco...
Allora volesti accarezzarmi i capelli e, con ribrezzo, ritraesti la mano insanguinata.
La tua minuscola mano regale, insanguinata!
Ti riudii parlare con qualcuno che non vedevo:
— È ferito anche al capo. Guardate!
E questo qualcuno rispose:
— Ora lo porteremo via.
— Ma non sarà troppo grave?
— Non credo. Lo trasporteremo in automobile.
— Alla villa?
— Sì, alla villa.
— Oh, grazie, grazie!... Volevo chiedervelo come un grande favore, ma non mi azzardavo!
Quando mi sollevarono dal duro giaciglio ebbi un grido di dolore. Poi non ricordo che una nebbia di sonno e d'incubo.
XXIV
Ebbene, diremo al tempo di volerci dimenticare per un piccolo secolo almeno...
I medici, molte volte, non sanno quello che si fanno.
Prendono un innamorato e lo chiudono al buio.
Lo chiudono al buio e lo fasciano come il povero Lazzaro prima che uscisse dal suo sepolcro.
I medici scrissero un decalogo, per me:
Non parlare.
Non mangiare.
Non muoversi.
Non deglutire la saliva.
Non domandare la luce.
Non cercare Giacometta.
Non desiderare Arlecchina.
Non pensare.
Non bere.
Non inquietarsi mai.
Poi scrissero duemila ricette; mi impiastricciarono tutto il corpo con certi loro infernali unguenti che putivano; mi raddrizzarono le costole e mi fasciarono tutto come la mummia di un qualsiasi Sesostri; mi cucirono mi suturarono; mi sondarono; mi cauterizzarono; mi disinfettarono; mi anestettizzarono e, non contenti di aver fatto di me il campo sperimentale dei tormenti, mi ficcarono in camera una vecchia suora di carità che tabaccava e starnutiva di minuto in minuto.
Ed io cantavo e sorridevo al mio divino maggio.
Perchè maggio era ritornato.
Me ne accorsi, chè Suor Costanza disse, una volta:
— Siamo entrati nel Mese di Maria e vedrà che la Beata Vergine le farà la grazia di guarir molto presto!
Oh, Suor Costanza che fiutavate tabacco, come mi cantava in cuore il vostro Mese di Maria! Ve ne accorgeste voi, piccola suora rugosa?
Se fiorivan tutte le rose lontane, anche nella mia benedetta stanza fioriva un giardino.
Il mio giardino, Suor Costanza.
Io vi sentivo pregare e mi piaceva pregaste la Vergine di Maggio.
In modo diverso eravamo assorti ambedue nella stessa preghiera.
Io vi sentivo pispigliare, buona donna mia; ma vedevate voi tanto cielo quanto io ne vedevo?
Vi faceva la grazia, la Vergine Beata, di schiudere, alla mente vostra, la divina bellezza dei terrestri paradisi?... Sognavate voi i giardini dell'alba, i giardini dei crepuscoli, i fiori, i bimbi, le fanciulle, il sole, la gioia?
O tutto questo era peccato grande, per voi, Suor Costanza?..
Era peccato grande?
Ma che cos'è Iddio, Suor Costanza mia, ditemi che cos'è Iddio (a me peccatore cane, ditelo) se non vive in tutti gli imponderabili di cui Primavera si veste?
Può darsi che odii ciò che ha creato, l'Iddio nostro? Suor Costanza che fiutavate tabacco, se questo non era, quale spiritello ghignava allora fra i grani della vostra nera corona?
Il vostro Mese di Maria era adunque la notte polare?
E dalla giovinezza vostra, dall'isola bella del vostro vivere nel mondo, non vi arrivava più nemmeno un ricordo ad avvincervi?
Sì, anch'io lo sapevo il Mese di Maria, il mio mese fanciullo!
E Maria era il mio sogno di bimbo che guardava le nuvole, le rondini, i fiori del maggio.
Lo sapevo con le chiese che si aprivano non appena il sole era dietro le torri; e con i grandi altari nel buio fondo in cui le scalate fiammelle dei ceri disegnavano come un organo ardente.
Anche la luce cantava, Suor Costanza, nel mio maggio fanciullo.
Ed entravamo nelle grandi chiese in un raccoglimento giocondo; portavamo a Iddio ciò che si aveva di migliore, ciò che da Lui ci proveniva: la nostra divina allegrezza!
Oh, Suor Costanza, quelli erano veramente gli anni della pura e profonda religione!
Si entrava a salutare e a ringraziare il Signore perchè non faceva più freddo; perchè erano ritornate le rondini.
Si entrava con una grande semplicità bambina, nella _Casa del Signore_ e gli occhi nostri raggiavano come i ceri dell'altar maggiore, in fondo alla navata centrale.
Il Mese di Maria era quello della nostra più pura festività.
Oh, maggio maggio maggio!...
La mia città di provincia si vestiva del profumo de' suoi giardini...
Suor Costanza, non avete sentito mai il peso della verginità vostra? non vi è mancato mai il vostro tetro coraggio, Suor Costanza, quando nella quietudine insidiosa delle Città dei giardini incominciano a fiorire le rose e il gelsomino?
Quando a passare da una malinconica e deserta strada, in un'ora di crepuscolo, fra le piccole case aperte e come disabitate, vi siete sentita ad un tratto investire, abbracciare, trasportare da una morbida ventata di profumo, da una carezza insidiosa?... Ed eravate sola, e giovine, e desiderata?...
Suor Costanza, il vostro tetro coraggio è stato sempre più forte, in voi, della vostra pena?
Oh, ch'io vi compiango, sorella mia! Vi compiango perchè Iddio non indulge due volte, nella vita terrena; ed ogni anno serra una tremenda porta che non si riaprirà mai più!
Ora voi ne avete tante e tante di queste porte irremissibilmente serrate, e vi disciogliete in una lenta preghiera che vi dà la calma del sonno.
Ed io vi sento pispigliare nella tenebra della mia stanza che i medici vogliono chiusa; e ascolto il tinnire dei grani del vostro rosario sul quale offrite alla Vergine Maria, nelle preci, il dono della verginità vostra, povera sorella, che è così malinconica e inutile.
Avete giovato a Iddio o a voi stessa riportando a Iddio il magnifico dono di cui vi aveva ornata?...
Oh, ma le vergini della Galilea...
Avete veduto Nazaret, Suor Costanza?
Siete andata mai in dolce pellegrinaggio alle terre del vostro Signore?
Andate andate, sorella mia. Entrate nella soave Nazaret quando incomincia la primavera della Palestina; soffermatevi ai pozzi, verso sera, quando vi si raccolgono le vergini bellissime dalle armille d'argento...
Certo riconoscerete Myriam... Laggiù il miracolo si rinnova di anno in anno...
Andate andate, Suor Costanza, il miracolo si rinnova, nelle terre del vostro Signore, ad ogni innamorato crepuscolo, quando passa la primavera sulla Palestina e una musica indefinita arriva dalle lontananze del Giordano e dai colli di Getsemani...
E l'angelo Gabriele discende per le bianche strade e per le carovaniere; condotto per mano dal giovine amore.
Myriam è sempre viva e vivrà sempre ai pozzi della Palestina, fin che la giovinezza si innamori.
Ma voi non mi udite, Suor Costanza, da dietro le vostre cento porte barricate; e Iddio non vi può ascoltare.
Ah, che è bene un grandissimo peccato, morire senza aver peccato, sorella mia!
Io vi dicevo questo, allora, e adesso è inutile ve lo ripeta perchè sarete morta forse, in fondo a qualche convento nella sconsolata disperazione di non aver vissuto.
Ma se siete viva, Suor Costanza, e possa darsi l'inverosimile caso che queste mie infernali parole vi capitino sotto agli occhi, ricordate ch'io pur sempre vi voglio bene, sorella, e vi imploro almeno la grazia di un divino sogno nel quale possiate addormentarvi serena come dormivate già accanto al mio letto con la corona fra le scarne mani.
E anche per voi, sia fatta nel bene, e solamente nel bene, la volontà di Dio.
Io fantasticavo, io sognavo di giardino in giardino, mentre la buona Suora mi era sempre d'intorno, fiutando tabacco.
Non potevo veder nessuno; non potevo nemmeno parlare.
Mi dissero poi che poco c'era mancato non me ne ritornassi al Creatore.
Fra le altre cose avevo anche la frattura del cranio.
Ma andate a parlare con i diciannove anni!
I medici avevano detto che la cosa sarebbe stata molto lunga; e invece fu brevissima.
Avevano prognosticato almeno due mesi di letto e in quindici o venti giorni il mio macerato corpo si era rifatto.
Io volevo guarire e tale volontà, oltre tutti i dettami della scienza, ebbe certo grande importanza.
Però come furono terribilmente lunghi i giorni trascorsi al buio e in piena solitudine con Suor Costanza!
Siccome stavo per perdere un occhio, i medici mi avevano costretto alla tenebra. Nè potevo chiedere di Giacometta, nè potevo sapere dove mi trovassi e chi fosse il mio ospite.
Mi erano evitate le emozioni. E perchè poi? Solo Suor Costanza si credette di consolarmi un giorno domandandomi se volevo vedere la signora Adalgisa.
Tale prospettata consolazione mi fece salire la febbre a quarantun gradi! E se me la facevano vedere sarei morto.
— No, per carità! Che male ho fatto, io?...
Fu così che incominciai a migliorare.
In capo a sei giorni vidi la luce.
Ricomparve il _Verbo_ al mio spirito in amore.
Ma quale impetuosissima gioia!
Quando si aprirono le finestre, ecco il più bel giardino di alberi in fiore; ecco il più bel cielo di maggio!
Allora la volontà di guarire venne moltiplicandosi di ora in ora.
— Questo ragazzo ha la vitalità di una cavalletta!
In capo a otto giorni, mi fu permessa la più grande emozione:
Io ti rividi, amor mio!
Ora Giacometta procedeva per impulsi e predilezioni imprecise senza badar troppo a quel che faceva.
Così quella volta non pensò nè punto nè poco che una buona e candida Suora di Carità era nella mia stanza; o, se anche vi pensò, non vi fece caso, tanto che di un salto fu al mio letto, mi abbracciò e incominciò a parlare a parlare.
Mi accorgevo che Suor Costanza non fiutava più tabacco e veniva facendosi certi segni di croce che erano sempre più larghi; ma non volevo dire a Giacometta di contenersi.
— Peccheremo, Suor Costanza — dissi fra me — ma è così giusto peccare!...
Giacometta mi parlò di Beppe Mandusio; me ne parlò con entusiasmo. Un bello, un simpatico giovine.
— Tu sapessi le partite a tennis che abbiamo fatte in questi giorni!
Io intanto avevo vissuto fra Suor Costanza e la tenebra.
Poi mi parlò di tutti quanti erano nella grande villa bolognese e, più vagamente, di un giovane maestro di musica, un certo Rorò che era noto, al secolo, col più umano nome di Doro Somigli.
Erano quasi sempre una trentina, vegliavano, la notte, fino ad ora tarda. Spesso spesso dai suoni e dai canti trascorrevano alle danze.
— Vedrai come ti divertirai! Oggi il marchese Alberti vorrebbe conoscerti. Vuoi vederlo?
Il marchese Alberti era l'ospite mio; colui che mi aveva accolto nella famosa notte del mio disastro.
Come non volerlo vedere se gli dovevo tanta riconoscenza? Mi dichiarai disposto ad accoglierlo anche subito. Giacometta mi consigliò di riceverlo nel pomeriggio.
Poi seppi come si erano svolte le cose, la sera della quasi tragedia.
Giacometta ed Arlecchina, visto ch'io ero ormai, e inesplicabilmente, intrattabile; non essendo disposte a combattere con i miei ingiustificati nervi, nè volendo, d'altra parte, immalinconirsi con la mia malinconia, si erano allontanate da me col proposito di farsi raggiungere dall'auto.
Avevano così camminato lungo la strada provinciale per qualche chilometro e si erano fermate ad attenderci alla spalletta di un ponte quando un'altra automobile le aveva raggiunte, quella del marchese Otomaro Alberti.
Com'era naturale e cavalleresco, il marchese Otomaro, che guidava la macchina, frenò di forza e, saputo dell'inconveniente toccato alle giovani leggiadre, le invitò a salire.
Esse, per un poco rifiutarono cortesemente; ma cedettero poi alle insistenze del marchese il quale disse loro, ad un dipresso, le cose che seguono:
— Io vado alla Stellata (era il nome della sua villa). Lasceremo un servo sul cancello perchè, al passaggio della loro automobile, avverta il meccanico ed il loro amico e li faccia entrare.
La soluzione era semplice.