Part 5
In mezzo a vasta, popolosa piazza sorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo. Turba d'uomini, donne, popolani, S'affannano, da pio zelo sospinti, A portare sugli omeri ricurvi Rami stroncati, ed aride fascine. E all'opra li sospingono i chiercuti Monaci e sacerdoti, a ciò che sorga, Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta, Che manda il reo fra demoni combusto. Corrono intorno in lungo ordine, fila Di palchi, di loggiati, da pomposi Drappi coperti e adorni. In alto brilla L'iberica corona, colla croce Di quel Dio, che redime e che perdona. Nella piazza, appo il circo, in ogni via, S'accalca e ondeggia rumorosa folla D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente, Qui ritta, colà incurva, qui prostesa, Lì sui tetti erpicata e sulle torri, Del promesso spettacolo in attesa. Il Re, le dame, i prenci, i cavalieri In ricche vesti seriche, dorate, Assisi in aurei seggi, sorridenti, Attendono che il sacro ludo s'apra. Entran gli araldi, suonano le trombe; Indi silenzio. -- Avanzano gli attori. Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea, Ove gli edili, i gladiatori? Donde Le belve irromperranno in mezzo al circo, I chiomati lioni, le pantere, Che fean grandi e terribili le arene Dell'Impero e di Roma? -- L'età nuova È mansueta e pia; dal sangue abborre, Ed incruente è il rito. Lunghe fila, Sacre a Maria, di vergine sorelle, Procedean lenti e umili; indi il corteo Di tonsurati, in tunica, osannando: Il divin sacramento, i baldacchini, Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure, Al lor passaggio, cadono le turbe Inginocchiate, ed alle sacre laudi Rispondon salmeggiando. In mezzo a questa Santa milizia chiusa, taciturna Schiera procede, con fronte dimessa, Di vecchi, adulti, femmine e bambini. Han scalzi i piedi, nuda la persona, Se non che le ravvolge un saio nero Di fiamme e rossi demoni dipinto, Che lor dal collo sino al piè discende. Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco. Chi pur s'indugia nel cammin dolente, Col pungiglion, con uncinate verghe, Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!» Torta al collo una corda, e ciascun reca Un cero acceso in mano. Al circo giunti Le madri spasimanti, che il bambino Tengono stretto al sen, gli adulti, i figli Che all'egro padre, all'avolo cadente Reggono il passo, floride fanciulle, Raggiante il volto di bellezza e vita, Si collocàro al tetro rogo intorno. Vider gli sgherri, che piantar le travi Sulla catasta preparata; videro Soffiar sul rogo, e cumular carboni Di resina cosparsi; e i primi crepiti Inteser delle legna arse, fumanti, E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!» Dagli sgherri le vittime sospinte Furon cacciate entro la pira ardente; Nel volto si guardar senza far motto. Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse, Poi sugl'arsi carbon, gli aridi rovi Serpeggiaron le fiamme, e crepitando, Rosolavan le piante: Ed essi, ritti, Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno. Poi divampando, vibrano le lingue Di fuoco, crescon rapide, comburono Le polpe, ne ghermiscon le ginocchia, E quai branchi di vipere, con spire Tortuose, s'avvolgono ai lor fianchi, Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibili Dei venti, che fra vortici coruschi Fischian sbattuti, pïetose voci Emergon fuori e l'aure empion di lai: «Dai profondi, Signore, dai profondi A te clamo...» e ricascon soffocate... «Osanna, osanna», intuonano le turbe, Ed i prelati, mentre che i lacerti, Delle abbruciate vittime sul rogo, Con roco tonfo, cascono disfatti. La pira s'adimava: Tutta intorno Taceva, allor che subito per l'aure Correre udissi, misterioso, un grido. «In te, Signore, in te, tutto m'immergo, Teco m'accogli, -- e sulla terra pace!» Onde il flebile sorse grido eccelso? Da quel mucchio di cenere e cadaveri Che dal truce martir santificati Già s'ergevano in alto? -- o fu parola Dal ciel discesa, verbo dell'Eterno, Che dalla morte suscita la vita? Echeggiò sulla piazza, -- Come lampo, Le menti rischiarando ottenebrate, Popolo e grandi scosse. Esterrefatti, «Miserere, gridaro, miserere». Poi caddero in ginocchio, -- si segnaro... I prelati riprendere tentarono Le cantiche, gli osanna, -- Niun rispose. Di quà, di là, si spersero le turbe Sgomente e silenziose. Ed io sentia, Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcate Del Tempio, allor che il divo sagrifizio Dell'ostia consacrata si rinnova, Si confondon più note in un concento, Qual s'uniscon più raggi in una luce, Così quei salmi, gemiti e preghiere Poggiando in alto, a sfere ognor più pure, S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.
* * *
La visïone sparve. In me raccolto Stava pensoso ed atterrito, -- quando Una voce degli avoli, che intorno M'alleggiavan pietosi, -- mi riscosse; «Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa. Apri gli sguardi della mente, -- e mira...» Novella visione a me si schiuse.
* * *
Era in Sion, -- sul monte di Morìa, Nel cortile del Tempio. -- A me di fronte S'ergeano ancora, come ai tempi antichi, Iachim e Boas, le mistiche colonne; E spaziava in mezzo a lor tuttora Il vasto mar di bronzo, -- e presso al mare, A modo dell'altar del sagrifizio, S'alzava un'arca. E su di lei che vidi? Stava sull'ara steso un gran vegliardo; Bianca e lunga la barba, giù dal mento Sino a terra scendeva, -- quai viticci Attortigliati d'edera, girava Intorno all'arca, -- e tutta la copria; Aspre catene aveva al collo attorte, E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi, Tenevan la persona immobilmente Al duro marmo e alle pareti avvinta.
Avea quel veglio ambo le braccia stese, L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso, Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia, Porgean l'immago di vivente croce.
Tutto era buio. -- Ma dagli occhi suoi Partiva ad ora ad or luce sì fulgida Che, qual di notte subito baleno, Tempio, cortile, altare illuminava. Io stavo fisso in esso con arcano Senso d'affetto e di pietà, -- quand'ecco, Con subito fragor, si spalancaro Le porte del vestibolo, ed irruppe Un guerrier. Avea d'elmo sfolgorante, Con l'aquila imperiale, il capo cinto, E brandendo l'acciar s'appressa all'ara; Sul vegliardo calatolo, ne fende Il destro braccio, -- e ne sega le vene: Caldo proruppe il sangue, -- e qual fiumana Gorgogliando, -- giù scese dal Morìa. Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente, Pei colli dilagando e piani aperti, Ovunque di quell'onda fecondante Passa il tesoro, -- germina la terra. Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia; Si stende sul deserto, e l'arse sabbie Fioriscono qual rosa, e nel suo corso È tutto moto e vita. Un altro ignoto Penetra nel vestibolo del Tempio; Tacito e cauto sguiscia appo l'altare: A la sembianza appar faccia d'uom giusto, Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacro Ed il pontifical paludamento Crescon decoro a quell'aspetto augusto. S'appressa all'ara... Tien dentro le pieghe Della vesta, un pugnal nudo celato, L'afferra, -- e ratto nel sinistro braccio Della vittima eterna, sino all'elsa, Tre volte e tre lo immerge. -- Sprizza il sangue, Del sacerdote sopra il volto balza, Tocca appena quel volto, si trasforma In fiele ed in veleno. Egli compreso Da subito terror, fugge, si asconde Nei velami dell'ara. Il sangue scorre Dall'arca nel cortile, -- e dal cortile All'occaso si spande, a flutti, a fiume, E si scava una foce, scende al mare, Sposando le spumanti onde vermiglie Al vivo azzurreggiar dell'Oceàno, Lontane isole attinge e continenti; E cittadi obliate e città spente, Scote, ridesta, suscita alla vita. Altre non note scopre, -- e splenderanno Faro di luce e libertade al mondo.
* * *
E già la mente mia correr sentiva Il soffio animator dell'aspettata Aura primaveril, che farà sgombri Di pregiudizi i popoli venturi... Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro, Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie, D'armi di guerra. -- Una perduta gente Di sicari, di sgherri, di lenoni, Da postriboli uscita e da taverne; Un'accozzaglia senza onor, nè fede, Di sacerdoti e nobili impinguati Per furto, per mendacio, per versato Nella guerra civil sangue fraterno, Or stretti in lega insiem, per opre infami, Irrupper nel vestibolo del Tempio. Di leve, picche, di pugnali armati Nè scardinar le mistiche colonne, Sul veglio s'avventar, imbavagliarlo Tentaro, e soffocarne entro le fauci La parola, il sospir, sì ch'ei si spenga Senza traccia lasciar sopra la terra, Sdegnoso li guardava e non moriva: E raddoppiar gli strazi e le torture... Ed ei sereno e fiero, -- non moriva. Anzi più forte per crescente vita... Fatti allor più furenti, altri supplizi Inventar contro il veglio intemerato; Avventar sozza e lurida canaglia, Che di rapine cupida e di sangue Accaneggiaro con sacrileghe arti Di mendacie e calunnie. A lapidarlo Si dier furenti in cenere converse Abbandonarne poi le membra ai venti. Allor, siccome suol igne compresso Nei convulsi crateri, spalancossi La terra, e le colonne svelte e l'arca Col veglio, entro gl'aperti gorghi accolse Nel sen materno, e li coprì pietosa... Colà staranno, inviolati, sino Che il giorno atteso spunti, -- e la parola Smarrita si ritrovi, -- e splenda alfine,[18] Messaggiera d'amor, di pace, ai mondi... «E tu, dubiti, imbelle? -- Sorgi e spera!»
[18] Due croci, secondo un'antica leggenda ebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.
Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.
Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio. Avendo essi rifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo. Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.
La sua croce significava il sacrificio _individuale_; quella elevata sul Morìa, il sacrifizio collettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.
L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale. -- Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva detto sul Calvario: _consummatum est_; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò: _Non tutto è finito, tutto è da ricominciare_. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, la _parola smarrita_; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e i deseredati.
Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti, come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.
Qual'è quella parola misteriosa?
Secondo l'avviso di alcuni, sarebbe _Giustizia_. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini, _Giustizia,_ mercè l'_Associazione_, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.
III.
*Grido d'Ambascia.*
Sperar! Sperare ancora? E che giovommi Stancare, logorar le mie pupille, La tua luce cercando? Che mi valse, Le notti, i dì, scrutar le tue parole, Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo? Che la vita incolpabile? Che valse Di te, di te lo spirto sitibondo, Adorarti, cercarti, e le mie carni Macerar nei digiuni e nei flagelli? A te, per tante etadi, supplichevole Prostendere le mani? -- E tu, silente... E ricadevan sempre le preghiere Ai piedi miei, qual foglie inaridite Che disperdono i venti. Te cercai Nella gloria e splendor dell'universo, E tu, nel manto di tue glorie avvolto, Impassibile, muto. All'uom mi volsi; Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie, Cruenti orgogli, errori, odio e delitti. La terra, il cielo, sono immersi ancora Nell'antico caosse. Atro l'abisso All'abisso risponde, -- il nulla al nulla: A me Calvario è il mondo. Sulla croce, Come olocausto eterno, io son confitto; Da mille etàdi, flagellato, io clamo Invocando giustizia... E che risponde La terra e il ciel? M'irridono le genti, E la giustizia han qui con me sepolta. «Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»
IV.
*Nemesi!*
Così parlava il prigioniero, stretto In catene, nell'Isola del Diavolo. E lo sfurìar dei turbini fuggenti, Rifischiando dall'una all'altre roccie, Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri, Disperdevano i gridi e le preghiere Del solitario inascoltato. L'eco, Messeggiera del ciel, ne accolse il grido, Consegnandolo ai venti, -- e i venti al mare, E il mar, coi larghi, impetuosi flutti A le correnti, e queste, che solcavano L'ampio per gli ocean cammin segnato, Le portavan, coi suoni ripercossi Dei marosi, dall'una all'altra sponda, Con voci ognor crescenti. Sì chè pari Al tuon che, al dì nuovissimo, riscuota I morti dal sepolcro, ad ogni gente L'alto dolor gridava e il gran misfatto, Tal ch'a pietade i popoli commossi Invochino giustizia. -- E ripeteva Il mar sonante al cielo, all'Universo: «E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»
*OPERE DELLO STESSO AUTORE*
*Emma Liona* o *I Martiri di Napoli nel 1799* -- Dramma storico. *L'unità Cattolica e l'unità moderna* -- Questione Romana. *Democrazia e Papismo* -- Questione Romana. *Martirio e Redenzione* -- Canti Patrii. *Vita di Pensiero* -- Ricordi e Liriche. *Ausonia* -- Vita d'azione (dal 1844 al 1870). *Demeter. Cuor di madre* -- Racconto in versi, e saggio sull'ideale femminile in Italia. *Il Femminile Eterno* -- La donna nella civiltà dei popoli. *La Mente di Michelangelo*. *Il Semitismo* nella civiltà dei popoli. *Giordano Bruno* o *la Religione del Pensiero*. *Giordano Bruno* -- Dramma. *Il Profeta*. _Parte_ 1ª _L'Oriente_. La passione di un popolo. » 2ª _L'Occidente_. Roma il 20 Sett. 1880.
Prezzo del presente volume L. 1,50
Nota di trascrizione
I seguenti refusi sono stati corretti:
- *p. 1, nota, r. -6:* l'Abbé Constan ----> l'Abbé Constant _[Éliphas Lévi]_ - *p. 1, nota, r. -6-5:* fondò il giornale, La _Solidarité_ ----> fondò il giornale _La Solidarité_ - *p. 1, nota, penultima riga.:* S. Verdad (Lessard) ----> P. Verdad (Lessard). I titoli francesi citati in questa nota hanno inoltre molti errori ortografici: _Phalanstère_, _réprésentant_, _Laïque_, _Révélation_ - *p. 2, r. 15:* di Edgard Quinet, di Royez Collard ----> di Edgar Quinet, di Royer Collard - *p. 2, nota, r. 2:* _e Théonomie, Demonstration de l'Existance de Dieu_ ----> _Théonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu_ [il titolo esatto è: _Théonomie: démonstration scientifique de l'existence de Dieu_] - *p. 3, nota, r. 4:* _aggiunte virgolette aperte prima di_ «1. La _Giovane Europa_ - *p. 4, nota, ultima riga:* _Sergent de l'Eglise_ ----> _Sergent de l'Église_ - *p. 5, r. 4:* regime degli Orlèans ----> regime degli Orléans - *p. 7, r. -8:* alcunchè che di provvidenziale ----> alcunchè di provvidenziale - *p. 8, nota, r. 1:* Rènan ----> Renan - *p. 11, nota, ultima riga:* Dent. ----> Deut. (i riferimenti ai versetti citati comunque non corrispondono al contenuto) - *p. 13, ultima riga:* che ora la dice ----> che ora si dice - *p. 14, r. 20-21:* il dispotismo l'arbitrio ----> il dispotismo, l'arbitrio - *p. 17, r. -7:* _Re Romanorum_ ----> _Rex Romanorum_ - *p. 20, r. 4:* col esodo in massa ----> coll'esodo in massa - *p. 20, r. 9:* tenebri profonde ----> tenebre profonde - *p. 24, r. 3-4:* In exilo Israel de Egypto ----> In exitu Israel de Ægypto - *p. 27, nota (2), r. 2:* D'Israeli --> Disraeli _[Benjamin]_ - *p. 27, nota (2), r. 9:* un assemblea cristiana ----> un'assemblea cristiana - *p. 29, quartultima riga:* folla ingannafa ----> folla ingannata - *p. 34, r. 13:* si ragruppano ----> si raggruppano - *p. 35, quartultima riga:* gli scienzati ----> gli scienziati - *p. 38, r. 3:* tre voltò fu vinta ----> tre volte fu vinta - *p. 38, r. 14:* da oltri venti anni ----> da oltre venti anni - *p. 39, r. 4:* resistenza degli Orlèans ----> resistenza degli Orléans - *p. 39, ultima riga:* Larisse ----> Lavisse - *p. 41, r. 5:* un àncora di salvezza ----> un'àncora di salvezza - *p. 42, r. 15:* un associazione ----> un'associazione - *p. 45, r. 14:* un azione benefica ----> un'azione benefica - *p. 50, r. -10:* un infernal trama ----> un'infernal trama - *p. 59, r. -10:* Un accozzaglia ----> Un'accozzaglia - *p. 60, r. 7:* Fatti allor piu furenti ----> Fatti allor più furenti - *p. 60, nota, ultima riga:* Avendo ess ----> Avendo essi - *p. 60, nota, prima riga:* un antica leggenda ----> un'antica leggenda - *p. 61, nota, r. 15:* _consumatum est_ ----> _consummatum est_ - *p. 61, nota, r. -11:* come i Gnostici i Manichei ----> come i Gnostici, i Manichei
Nel dubbio tra lemma inconsueto, estasi retorica, licenza poetica od errore ortografico sono state mantenute varianti lessicali come:
concorzî, abbrucciarli, nubolose, esiglio, Israel/Israelle/Israello, multeplici, moltipli, inscrito, siffatto/sifatti, sepellire, diseppellire, rettrobotteghe, êra/èra, principi _[plur. di principio]_/principî/principii, sacrificio/sacrifizio/sagrifizio, calunie/calunnie, furror di torbini, Accaneggiaro, grïdi, Messaggiera/Messeggiera, caosse, deseredati, etadi/etàdi, Infatto, irromperranno, s'adimava, sfurìar, sguiscia, talon.
La citazione del canto 32 del Purgatorio a p. 18, _L'aquila vidi scender_... è imprecisa: la lezione corrente ha _O navicella mia, com'mal se' carca_; dopo il v. 149 Seder sovr'esso una puttana sciolta... sono omessi i versi 150 e 151, ed il 152 recita _Vidi di costa a lei_...
Nell'originale i due punti sono seguiti a volte da maiuscole, a volte da minuscole, e così si è riprodotto. Anche la punteggiatura appare a volte irregolare, ed in più punti si sospettano virgole superflue o mancanti. Si è conservata la forma originale.