Part 4
Essa, come fu notato da molti scrittori e da quasi tutti gli scienziati, è la sola fra le razze umane del globo, che possa resistere alle intemperie di ogni clima e d'ogni regione, fra i ghiacci della Siberia, come sotto il sole rovente dei tropici, nelle Indie, come nel clima temperato d'Europa, noi lo vediamo allignare, perdurare, e lavora e prospera.
Ed anche in questa tendenza cosmopolita, egli non fece che precedere e aprire la via ad altre civiltà più avanzate. Chi omai in Europa, senza cessare di essere cittadino del proprio paese, non è, in qualche modo, internazionale? nessuno può chiudersi, al pari della chiocciola, entro il proprio guscio: tutti hanno bisogno di aria, di spazio più vasto, per corrispondere ai nuovi bisogni, alle proprie aspirazioni.
Tutto è divenuto o va facendosi internazionale. Dai congressi scientifici, dalle università, agli annunzi nella quarta pagina su pei giornali. Non parliamo della diplomazia, la quale lo è per origine e per essenza, dei traffici, dei grandi istituti di credito, ma gli operai, i compagnoni e proletari, sparsi nel mondo intero, tutti omai tendono a comprendersi, e abbattendo le antiche barriere, mossi da interessi comuni, mirano in ogni parte di Europa ad associarsi, a stringersi in vincoli di solidarietà, e costituire una stessa famiglia. Nel passato solo le scienze, le lettere si appellavano repubbliche universali, ora anche le arti, le quali per indole e per essenza sono la espressione più perfetta del particolarismo, assumono forma, colorito, idee e aspirazioni universali; le lingue, in questo mezzo secolo, noi le vediamo intorno a noi trasformate; dizioni eteroclite ed ibride passano dall'una in altra nazione, sono accolte e s'immedesimano fra loro. I puristi, ciò appellano, e non senza qualche ragione, barbarie, ma il popolo non cura tali accuse, procede oltre, obbedisce al genio del secolo, vede o prevede; e comincia per tal modo a formarsi una lingua europea: come già il latino nelle età di mezzo: Ciò che avviene nelle lingue, nelle arti, vediamo a poco a poco succedere nelle religioni, e nei Numi. Negli ultimi secoli del Paganesimo, Roma accoglieva nella città _Urbi et Orbi_ tutte le divinità venute dall'Asia, dalle Gallie, dall'Etruria; loro consentiva un seggio nel gran Panteon: così accade omai nell'Europa. Però con questo divario, che Roma antica le accoglieva tutte, ne accettava i riti, le cerimonie e spesso credeva e adorava. L'Europa moderna invece li sottopone, al pari del chimico, al suo crogiuolo, li esamina, li critica, li discute e dubita. I Lari, i Penati, gli stessi Santi, che proteggevano le nostre case, le nostre città, le nazioni vanno ecclissandosi.
Al particolarismo divino stanno per succedere idee più ampie e comprensive; ai dommi imposti subentrano sistemi più o meno scientifici e razionali; alle religioni, la religione, o il sentimento religioso; ai Numi, un Divino che tutti li abbraccia e li comprende.
Chi è che potrà essere quello Iddio, che diviene?
Il naturalismo antico e le sue leggende e miti, la fenomenologia, come l'antropomorfismo moderno, più non corrispondono ai nuovi bisogni della società, non appagano nè il sentimento, nè il pensiero. A tutte coteste forze, potenze, geni e spiriti, la scienza contrappone la Unità delle forze, al dualismo antico, materia e spirito, la scienza contrappone la sostanza unica universale. La quale, in altri termini, sarebbe l'onnipotente, il _Sadai_ dell'Antico Testamento, il filosofo, l'Ente Universale, l'assoluto, l'Essere degl'Esseri. L'uomo religioso adora l'Ente ancora, che è, fu, sarà; l'eterno, il quale, elevandosi al disopra del tempo e dello spazio, alza la mano ai cieli e dice: «Io sono in eterno».
XII. -- _La Francia e la nuova Europa._
Molte di quelle idee, che i filosofi del secolo decimoottavo, maturavano nel silenzio del loro gabinetto, la Rivoluzione, al pari di lava irrompendo dal cratere aperto in Parigi, propagò e diffuse sul terreno di tutti i paesi d'Europa colla parola, cogli eserciti e le società secrete.
Tutti i partiti retrivi, devoti al culto delle tradizioni antiche, e interessate a conservare i loro privilegi e abusi, si coalizzarono insieme per restaurare l'antico edifizio, che vedevano sfasciarsi e crollare, e per combattere la Rivoluzione. La lotta perdurò tutta la prima metà del nostro secolo; quando la controrivoluzione pareva ormai prevalere, tutti i popoli d'Europa si levarono, concordi come un solo popolo, nel 1848. L'antico edifizio politico fu crollato dalle fondamenta e, meglio ancora che colla violenza e le rivolte sanguinose, e colla forza, col progresso, l'educazione, per le necessità politiche; e prevalsero le idee nuove. Alle monarchie per diritto divino successero monarchie liberali per diritto dei popoli, agli Stati piccoli, frazionati, le nazionalità costituite, e i monarchi stessi ne divennero il vincolo e la personificazione insieme colle rappresentanze sorte dal seno del popolo e dal suo suffragio: Si procedette a larghe riforme negli ordini politici e civili; ed, o per opera loro, o per virtù di principi provvidi, come di popoli, noi vediamo, in questa seconda metà del secolo, elevarsi una nuova Europa, che si va costituendo e unificandosi.
Ma la reazione non si dà per vinta.
Essa ebbe e conservò sempre fautori e partigiani potenti ed abili in ogni contrada, e sopratutto nella Francia. Da essa partì la spinta rivoluzionaria, e quindi convenne sopra tutto concentrare contro di lei tutte le forze per incatenarla e comprimerla. Durante tutto il secolo fu una vicenda continuata di rivoluzioni e controrivoluzioni. La controrivoluzione ha elementi ordinati, numerosi e potenti, sparsi nelle diverse classi sociali: clero, militarismo, aristocrazia, plutocrazia, capitalisti. È guidata da mani abili il cui centro fu sempre e tuttora è Roma. Le ramificazioni si stendono in ogni città, in ogni luogo; parocchie, conventi, sacristie e monasteri della Francia, non ristanno dal cospirare nel mistero, prepararsi nel silenzio, per prorompere, quando l'occasione si presenti, a guerra aperta. Tre volte affrontò questa battaglia nella prima metà del secolo, e tre volte fu vinta: col colpo di Stato dei Borboni nel luglio 1830, poscia colla resistenza degli Orléans nel 1848, infine colla catastrofe del 1870. Finchè il popolo francese, stanco degli esperimenti monarchici, proclamò la repubblica. Ed i reazionari continuarono a cospirare sotto la repubblica, si fecero alla loro volta demagoghi, repubblicani, socialisti, profittando della libertà per istrozzare la libertà. Vinta la rivoluzione nel suo focolare, a Parigi, sperano di ottenere facile vittoria sui principi da lei proclamati, in tutta l'Europa, per modo che il centro della rivoluzione possa divenire centro della reazione.
La Francia, Parigi si dibattono, da oltre venti anni, entro una rete d'intrighi, di cospirazioni, di tentativi, che invano abortiscono, sono sfatati; si rinnovano senza posa ricorrendo sempre a nuovi intrighi, a mezzi diversi; a mendacie, calunnie, pregiudizi vieti e risuscitati, si afferrano ad ogni mezzo pur di trarre a sè le forze della Francia, rendersene padroni, e dominare. Ci riesciranno?
Noi non possiamo, non vogliamo crederlo. La Francia, Parigi, non possono smentire sè stessi, abdicare al mandato della civiltà Europea. La Francia ha subìto un Sedan militare, ma lo seppe riparare in pochi anni e si rialzò nella sua grandezza. Ma non così accadrebbe se andasse incontro ad un Sedan morale, stamperebbe sulla sua fronte un suggello d'obbrobrio, che non si potrebbe più cancellare e che segnerebbe la sua decadenza.
XIII. -- _Il programma politico-morale del Secolo ventesimo._
La Francia, secondo la felice espressione di Ernesto Lavisse, fu la prima a fondare il Governo della ragione.
I popoli d'Europa concorsero con materiali diversi, ma sopra le stesse basi, ad innalzare l'edifizio delle Società moderne; ora spetta alla Francia ancora, l'audace iniziatrice, l'onore, il dovere di secondare gli sforzi dell'Europa liberale e cooperare seco a condurre l'edifizio all'anelata altezza.
La Rivoluzione, elevandosi al disopra degli interessi particolari, delle tradizioni storiche, delle credenze, partendo da principi generali di moralità e giustizia, proclamò il diritto comune per tutti gli uomini. Questi principi allignarono sopra il suolo d'Europa e gettarono larghe radici. Conviene da essi dedurre le conseguenze, tradurli nella pratica, formulare i diritti generali e individuali, che derivano dalla celebre triade. In altri termini, svolgere, ridurre in legge i principi di libertà, di uguaglianza, fraternità o solidarietà, per modo che si possa formulare e sancire una specie di codice del genere umano.
Il secolo decimonono è stato essenzialmente politico; ha svolto, applicato abbastanza largamente il principio di libertà, di nazionalità; il secolo ventesimo sarà sopratutto sociale: si apre infatti col nome e la bandiera del Socialismo. Questo è il nome, la tendenza, ma è lontano dall'essere un programma, un sistema: diviene, più che non è. Esso è ancora in formazione. È un concetto, che non ha ancora acquistata intera e chiara la coscienza di sè stesso. Accade quindi del Socialismo, come di tutti gli esseri in formazione, essi hanno dei loro intenti un'intuizione vaga, non si affermano, ma cercano a tentoni fra meandri e sentieri diversi, aperti innanzi a loro, quale di essi potrà condurli a meta sicura.
Le teorie più diverse e contraddicenti si agitano, si confondono nel suo seno, e creano le perturbazioni presenti. Ora esso parla di libertà e fantastica il collettivismo, la Statolatria, che condurrebbe al despotismo, a favoritismi, a privilegi e arbitrii più violenti, che non quelli che si vollero distruggere. Ora parla d'ordine sociale, e predica, erige in sistema l'anarchia: ora predica la fratellanza, e bandisce l'odio, l'invidia, la guerra di classe; affetta di essere una alta aspirazione, una speranza, e diviene una minaccia: si presenta alla società turbata, come un'àncora di salvezza, e diviene un pericolo, parla di sicurtà, di pacificazione, e spinge alla guerra e al saccheggio. Nell'individuo, come nella società, egli non vede che gli appetiti animali, gli interessi materiali. L'uomo per lui non avrebbe, che uno scopo sulla terra, il benessere materiale, e godere: ogni grande ideale sparisce. Cancella nell'umanità quanto in sè accoglie di divino.
L'uomo, secondo la tradizione biblica, fu bensì tratto dal fango e, secondo la scienza, la quale, con forme e linguaggio diverso, corrisponde al concetto dell'antica tradizione, è derivato dall'animalità per una lenta evoluzione. Però la Bibbia, e la scienza, l'una coll'alito del divino che passò sopra di lui, l'altra colle teorie del progresso, accennano, che all'individuo, come alla società si aprono orizzonti più sublimi e puri, e gli sono assegnati destini più elevati. L'uomo è il Centauro, il quale dalla cintola in giù è animale, dal fianco in su, col collo erto, la fronte spaziosa, le mosse irrequiete, le narici dilatate, sente passare sopra di sè lo spirito dell'universo, e tende all'infinito.
Anche il socialismo è, per alcune sue tendenze, tuttora sommerso nell'animalità: lo spirito non è passato ancora sopra di lui. Invece di elevare le plebi, le abbrutisce, invece di educare, vitupera, invece di associare, come significa il suo nome, scinde e dissocia. Nella società si preoccupa anzi tutto dei salari, capitale e lavoro: nell'individuo conosce un organo solo, il ventre.
Ora il socialismo deve abbracciare l'individuo, ed i consorzi sociali nelle varietà delle loro attitudini e manifestazioni. Non intendiamo, che si ritorni al dualismo medioevale, che scinde l'individuo in due parti, carne e spirito in continuo contrasto fra loro, e divide la società in due campi del pari ostili, l'uno per signoreggiare e sottomettere l'altro, come eletti e reietti, clero e laico, spirituale e temporale, od il dualismo anche più funesto bandito da alcuni socialisti, i quali scindono la società, in sfruttati e sfruttatori.
Il vero socialismo e, speriamo, il socialismo dell'avvenire, ha per uffizio e scopo principale di unire, non dividere, procede ad un lento e continuato miglioramento del proletario e del borghese, individuale e sociale. Non conosce differenza tra l'idea e la realtà, considera l'uomo come un'unità.
Esso diverrà una specie di religione. Non la religione che rilega, incatena ed assoggetta individuo e società, e che predica una fede imposta; ma sarà un'associazione libera, una dedizione spontanea, la quale, mercè riforme progressive, stringe le diverse classi sociali in una comunione d'interessi e d'idee. È la religione del giusto, del bello e del vero: fede ad essa non sarà più un misticismo oscuro, ma la scienza ed i suoi trovati, il sentimento e le sue aspirazioni; culto, la moralità e la giustizia; scopo, il miglioramento fisico, morale intellettuale dell'individuo e della specie.
Nel passato, la morale religiosa venne riassunta nel precetto: ama il prossimo come te stesso. L'Etica sociale dirà invece: opera per ottenere il miglioramento altrui, e così assicuri il bene proprio. Non vivi solo in te, e per te, ma per la Società. Ciascuno è solidario per tutti: tutti per ciascuno.
XIV. -- _Il Clou morale dell'Esposizione nel 1900._
Uno spirito innovatore e luminoso aleggia, sovrasta sopra l'umanità e la guida a meta indeclinabile. Le barriere cadono, e tutto tende a compenetrarsi, a comprendersi, armonizzarsi, conformandosi col gran tutto. La materia segue la legge dello spirito e dell'intelletto, il quale lo domina e guida; le energie materiali l'immedesimano collo spirito. All'unità scientifica dovrà seguire, compenetrandosi assieme, l'unità sociale.
Tutto procede verso la unificazione, nel dominio ideale, come negli ordinamenti sociali, preparando e promuovendo pure una certa equivalenza ed unità di condizioni, la quale possa assicurare a tutti, per mezzo del diritto comune, il massimo del benessere compatibile colle condizioni umane. In tal modo, per vie diverse, si va formando la unità morale, economica, giuridica, sorgente inesauribile di verità, di giustizia, di forza e pacificazione.
Di questa unificazione negli ordini materiali e nel lavoro, si solleverà in breve, simbolo vivente, la Esposizione di Parigi, nel 1900.
Essa deve inaugurare il secolo ventesimo e celebrare il Centenario della grande Rivoluzione. Però sinora la Mostra non accenna a rappresentare se non che il lato industriale, economico, materiale. Per celebrare degnamente l'evento mondiale e storico, che aprì il secolo decimonono, dovrebbe in certo modo completarsi col concetto morale e sociale, il solo veramente fecondo e duraturo.
La Esposizione di Chicago offrì ai popoli uno spettacolo veramente meraviglioso dei progressi ottenuti durante questo secolo, nelle industrie, nelle meccaniche, nelle arti, nel dominio dell'uomo sulla materia.
Ora di cotesto sfoggio d'industrie, di manufatti, di tesori d'arte e di gemme, che cosa rimane ancora? Il monumento grandioso per scienza architettonica, per arti, lusso, per la mole immane, cadde demolito, distrutto, le merci, le ricchezze andarono disperse. Pure in questo naufragio di tutta la parte materiale, sopranuota tuttavia un'idea, che ne fu il coronamento, la parola vivente: il Congresso delle religioni.
Nello stesso modo, la parte che appellerei teatrale della Esposizione francese, è destinata a sparire, come quella americana, se non che la prima intende ora di rappresentare alcunchè di più che non una mostra industriale ed un interesse materiali, questa è simbolo, testimonianza d'un alto concetto politico, sociale e morale. È il centenario della Rivoluzione, che aprì un'êra nuova nella vita dei popoli. Deve quindi, non solo rappresentarla materialmente, sibbene continuarne, completarne le idee, esserne come il coronamento. La Rivoluzione nel suo concetto agitò, mercè i suoi precursori come in seguito nell'apostolato dei suoi allievi, e continuatori, tutti i più grandi problemi che preoccuparono l'umanità.
Alcuni di questi problemi, discussi a lungo, negli ordini politici, economici, vanno semplificandosi e sono in via di sciogliersi; per altri abbondano i materiali, ma, timidi, o scettici, pochi osano o curano affrontarli apertamente.
Uno dei più poderosi, e che in sè riassume quasi una civiltà, e più secoli, è il problema religioso, il quale è pur sempre, malgrado tutti gli scettici e gl'indifferenti, il nodo del problema sociale.
Le religioni, che nel passato avrebbero dovuto rilegare, associare insieme gli uomini, non fecero che dividere; furono un pomo di discordia, anzi che anello d'unione, furono arma di guerre, anzi che parola pacificatrice. Fu questa necessità dei tempi, delle condizioni politiche e sociali, di fantasie e passioni umane. Per lo più, esse furono larve, anzi che idee, simboli che coprivano, dissimulavano il vero; le religioni, anzi che relegare, allentavano e spesso spezzavano i vincoli sociali, tra famiglie e famiglie, popolo e popolo; si creavano Chiese non Templi, sacerdozi, uffizianti per i diversi culti, non un sacerdozio pel divino e per l'umanità.
Ora invano tentiamo sottrarci al problema religioso; esso s'impone, si presenta del pari, in nome delle tradizioni, in forza dei bisogni, delle aspirazioni e passioni umane, come della scienza: il Congresso delle religioni fu il coronamento, l'idea, che perdura sopra le rovine della Mostra di Chicago; esso si proponeva di sostituire alle religioni, la ragione, ai culti moltipli contrapporre il culto del vero, del pensiero, della scienza; alle religioni, alle sette, l'aspirazione umana, il consenso religioso, morale di tutti, o quello che, diremo con parola italica, l'intelletto d'amore. Queste idee sono pure in gran parte il postulato, l'applicazione di dottrine e principi proclamati dai sommi precursori della Rivoluzione, non solo in Francia, ma in Inghilterra, in Germania, nella stessa Italia. Queste idee potrebbero presentarsi come il _clou_ intellettuale e sociale della Esposizione e preparare un'azione benefica, che potrà elevarsi e diffondersi in Europa, come la vera e nobile _revanche_, la quale, senza spargimento di sangue umano, nè guerre, varrà a ridonare ancora alla Francia il primato morale, intellettuale e civile sopra i due mondi, e segnerebbe la più gloriosa e umana delle _Gesta Dei per Francos_.
F I N E.
AHASVERO
nell'Isola del Diavolo
_Ahasvero_
I.
*L'Olocausto eterno.*
E l'età rea[17] non tramontata è ancora! Mille passar sulla mia fronte indomita Ed anni novecento, e ad ogni etade Sul carro da rabbiosi lupi tratto E luridi sciacalli, ed ogni giorno Mi flagellar, più sempre imperversando, Con dardi, con torture e spasmi atroci. Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso, Qual dentro inoppugnabile fortezza, Che per furror di torbini non crolla, Sotto il talon del vil che mi calcava, Mi rialzava, in mia fè securo, Più giovane e più forte. E fu mio sprezzo A miei tiranni rabbia, a me vendetta.
[17] _Età rea,_ soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èra antica e romana, la quale appellavano _età_ _buona_.
Soleva Roma che il buon tempo feo. _Dante_, _Purg. XVI_.
* * *
Or qui, nella ferale isola, sacra Al nume loro, squallida, deserta Da ogni consorzio umano, e tomba ai vivi, Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno, Mi gettaro, e gravandomi di ferri, Sussuraro con vil ghigno ferino: «Dispera e muori». Ed una vil plebaglia Di briachi in cenci, di vendute lanze, Di sicofanti a prezzo e di segugi, Gavazzanti in bordelli ed in mercato, Ove si vende e si baratta a prezzo Giustizia e libertà, uomini e Dio, Pur di bruttarmi d'odi e di calunie, Ordita un'infernal trama nel buio, Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»
* * *
E tu l'udisti, o mar che mi circondi, E voi l'udiste, tormentate roccie, Algide, algose; e tu l'udisti, o terra, Che di miasmi pestilenti pregna, Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi, Qual funereo lenzuolo, -- e non mi uccidi. E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste, Nè vi siete dai cardini divelti, Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri, Sepolto? E tu non ti levasti, o mare, A denunziar l'empia calunia ai venti, E i venti a piaggie, ad isole lontane; Tal che, qual ripercosso suon sì spanda Di cielo in cielo, e grïdi ad ogni popolo: «Non grazia, non pietade, -- ma giustizia. « -- Si regge sol per la giustizia il mondo».
* * *
E qui tutto è silenzio. Anch'essi i venti Posan su l'ale. E se pur han sussurri, Quei sussurri si cangiano in singulti, Ed il singulto in gemito, -- e s'estingue: Tomba non soffre che la turbi il pianto. Cupa qui regna, faticosa, eterna, Solitudine muta, -- e mi domando: Vivo od estinto io son? e questo loco È bolgia di dannati o cimitero, E bara, che le spoglie algide sface? Cade pei vivi il sole, e doman sorge Per essi ancor. Per me non v'ha domani. Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra. E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia, Tremulo un lume, -- vagola, e una voce Vibra, e mi scende in core. -- E che? fia vero? O non è questa, illusion de' sensi Egri, fallaci? O non è vacua bolla, Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe? Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio, Che dagli ultimi cieli giù calato, I secoli e gli spazi valicando, Dopo lungo cammin, la terra attinge, A me s'appressa. Illumina la mente, E penetra nel cuor. -- È la parola Degli arciavoli miei? Oh! parla, parla! -- «Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira». Ed una visïone a me s'apria.
II.
*Le due visioni.*