Part 3
All'êra nuova, che si leva sull'Europa e sul mondo, sino dalla prima metà del secolo decimonono, corrisponde una vera _Rinascenza_ israelitica. Questo popolo, che cancellato, avvilito da duemila anni, altri credeva chiuso nel suo sepolcro e spento, si rialzò nella forza della sua intelligenza e attività, ajuto, stimolo di vita e di progresso fra i suoi concittadini. Dopo quei giorni egli prende viva parte al movimento politico, economico, letterario, sociale di ogni nazione fra cui esso è disseminato. Soldato, egli combatte al fianco dei suoi concittadini a difesa della libertà, non solo in Francia, ma nei campi della Germania, della Polonia, dell'Ungheria, dell'Italia per rivendicare la indipendenza delle nazionalità fra cui è nato. Cospiratore, egli si affiglia alle diverse fratellanze secrete per combattere il despotismo e la reazione che tenta imporsi all'Europa.
Nello stesso tempo, pubblicista, letterato, artista, scienziato, industriale, economista, socialista, noi troviamo sempre e ovunque alcuni dei suoi a combattere le battaglie della libertà e del progresso. Questo subito risveglio di una razza, che omai si credeva esaurita ed estinta, od almeno straniera in quest'Europa nella quale viveva, non solo attesta la sua origine europea, meglio che il favoleggiato Arianismo, ma è sintomo dell'energia di cui è dotato, come fosse uno degli elementi più efficaci di progresso, ed il lievito nel mondo dei popoli, non che la sua superiorità. Perocchè è omai principio proclamato dalla scienza, che le specie inferiori, deboli, poco adatte all'ambiente e poco conformate per sostenere la concorrenza vitale, sono condannate a perire, quelle superiori finiscono per vincere nel combattimento per la vita, e perdurano.
Ma egli è puranco una legge penosa, che la vile moltitudine umana suole sempre essere invidiosa, sospettosa ed avversa ad ogni superiorità individuale o collettiva. Il super-uomo o la super-nazione sono per lo più invise e temute. Si colpiscono col pugnale, come avvenne a Cesare, o si avvelenano come Socrate. L'abbiamo pur veduto, sino dai tempi delle civiltà orientali, che l'Ebreo e l'Ebraismo, appena divengono una forza intellettuale e morale o politica, tutti i despotismi antichi, come le reazioni moderne, si associano e insurgono contro di lui per opprimerlo o sopprimerlo. Nei tempi antichi, quando l'Ebreo era ancora una forza collettiva o nazione, fu combattuto colle armi e cogli eserciti nei campi aperti; nelle, così dette, civiltà moderne, gli avversari non trovando intorno a sè che individualità o personalità più o meno superiori, mutarono la tattica, si pugnò alla spicciolata, si adottarono armi corte o avvelenate, si sono inventate accuse mostruose e calunnie, come quelle del sangue emunto ai bambini, si aprirono processi loschi con documenti falsi, testimoni compri. Sopra questi dati s'imposero ai giudici sentenze per condannare. Queste guerre aperte o velate, insidiose sempre, secondo i tempi, le circostanze, l'indole dei popoli, assunsero forme diverse. Ora, nel secolo decimonono, esse si appellano antisemitismo.
VII. -- _Antisemitismo e Reazioni._
Questa lue, che omai da quarant'anni, infetta l'Europa, non trae l'origine dalla scienza, come testè si volle insinuare[11]. La scienza è moderna, la tristizia umana è antica come la storia. La scienza educa, eleva, unisce; la superstizione, l'ignoranza vitupera, inacerbisce e scinde.
[11] Il Sig. Brunetière, in un articolo inscrito nella _Revue des deux Mondes_ intitolato _Après le procès_, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.
Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore della _Revue_ riportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismi sifatti tentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.
Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'_Histoire d'Israel_: «Le Juif _était destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays_, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».
Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui vive Israelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».
(_Revue des deux Mondes_, 1 febbraio 1895).
Tal peste serpeggia da secoli nel seno della Cristianità e per atavismo fatale, si alimenta e si trasmette, sotto forme diverse, dall'una in altra generazione.
Chi prende a far la diagnosi del morbo, si avvedrà, che essa si compone di elementi complicati e multeplici. Questi si possono ridurre a tre principali. L'elemento religioso, il politico, e l'economico.
Cominciamo dal primo:
Sino dalla prima infanzia s'insinua nel cuore del bambino l'odio all'Ebreo, insegnando il Catechismo. Si tace come la idea del messianismo sia sorta e fermentata nel seno di quel popolo molti anni prima della nascita di Gesù, come quel popolo, specialmente sotto il giogo dei Romani, fosse in travaglio per produrre un redentore[12] e a migliaja i suoi figli venissero crocefissi, perchè combattevano, insorgevano per la libertà della patria e la redenzione umana, si tace come Ebrei sono stati i primi apostoli, i primi Cristiani, che essi furono la vanguardia, i pionieri, i quali aprirono le porte al Cristianesimo presso i Gentili; ma s'insiste invece sulla parte incerta e leggendaria della condanna, passione e morte di Gesù: s'insegna che l'Ebreo fu deicida, che sopra di lui pesa per ogni secolo la vendetta di Dio, tale è la morale ad uso delle scuole[13]. Le prime impressioni nelle tenere menti del bambino, non si cancellano, e il bambino crede più, che alla realtà delle cose, ai racconti delle fate e ai misteri paurosi, e pur troppo rimangono impresse nelle menti più le parole dell'odio, che non quelle di fraternità e d'amore.
[12] Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'_Histoire d'Israel_, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.
Vedi Renan: _Le Juif comme race et comme religion_, _Revue des deux Mondes_, 1 maggio 1883.
[13] Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato da Disraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.
«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.
«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voi un'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.
«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.
«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».
Elemento politico: -- Gli Ebrei, come vedemmo, sono _figli della Rivoluzione_, ne abbracciarono i principî con entusiasmo quasi religioso. I partiti retrivi si dicono _figli dei Crociati_: e non sarebbero alieni, ove potessero, dal rinnovarne le scene, non quelle magnanime, ma le insane e feroci. Però tutte le varie gradazioni dei partiti retrivi, autocrazia, clerocrazia, plutocrazia, militarismo negli alti gradi, si coalizzano per colpire, prima l'Ebreo, poscia il Protestante, il liberale, abbattendo, così uno ad uno tutti gli ostacoli per confiscare la libertà e ristaurare il regime monarchico-clericale.
Elemento economico: -- È questa un'altra bottega, o altra turba d'uomini, i quali, mossi da interessi diversi, si uniscono per accrescere la fila degli antisemiti. Il negoziante e il bottegajo ebreo è attivo, intraprendente, laborioso. Esso è un concorrente pericoloso, giova quindi eliminarlo, e se non si può distruggerlo, rovinarlo; si ricorre a pregiudizi e ribalderie antiche, si risuscitano le ire, gli odi di classe; e si corre al saccheggio, al furto, come in Algeria, e come si volle pure tentare in Parigi stessa e in alcune provincie della Francia, e all'estero, come a Bukarest e altrove.
I progressi della civiltà, i principi proclamati dalla rivoluzione avevano non solo indeboliti e paralizzati questi elementi deleteri, ma già era cominciata, specialmente in Francia, una cotal fusione fra le diverse classi e credenze religiose. Conveniva ai partiti retrivi in ogni parte d'Europa interrompere, sfatare questi accordi, spargere semi di zizzanie, e si gettò il mal seme dell'antisemitismo.
In Francia era difficile che potesse attecchire: le idee di tolleranza, di umanità, erano penetrate e diffuse in ogni classe, perciò conveniva immaginare un fatto o un pretesto, che eccitasse le passioni delle masse, irritarle, accanneggiarle, spingerle all'agire. La corda, che fa vibrare più fortemente il cuore del popolo, ne accende le passioni, è il patriottismo, l'esercito, l'orrore per lo straniero invasore. E fu escogitato il tradimento dreyfusiano, e manipolato quel processo mostruoso, che è un oltraggio alla civiltà del secolo.
VIII. -- _Il processo Dreyfus._
Noi non entreremo nei particolari di questo processo. Ma è omai noto, a chi penetrò nel dedalo dei suoi avvolgimenti, che esso, come già accennammo, fu immaginato e preparato nelle rettrobotteghe dei giornali retrivi ed antisemiti; covato fra le ombre delle sacrestie e di noti conventi; architettato da alcune autorità militari: accolto con favore e sobillato da certi ufficiali dello Stato Maggiore, usciti dalle scuole dei Gesuiti e che intendevano sbarazzarsi dell'Ebreo Dreyfus, poichè lo vedevano con sdegno ed invidia avanzare nelle alte cariche militari, fu manipolato di conserva con questi elementi da mestatori avventurieri. Preparato nel mistero, fu condotto nel mistero con documenti monchi o falsi, privi di ogni carattere giuridico; ma tutto giovava al loro intento pure di accendere le passioni, eccitare lo _Chauvinisme_ delle masse francesi, fuorviare, deludere la giustizia, e preparare il trionfo della reazione. Ma la giustizia, che si voleva tradire e calpestare, vive pur sempre nel seno della Francia, scosse e accese di nobile disdegno il cuore di pochi uomini superiori per intelligenza, per coraggio e potenza di carattere. Essi si ribellarono a quella cospirazione, colla quale la sciabola tentava decapitare la giustizia.
In mezzo al silenzio dei complici, degli indifferenti e dei codardi alle minaccie dei prepotenti, agli urli della folla ingannata, sollevarono il grido d'allarme, pugnarono perchè si faccia intera la luce della verità, e per salvare l'onore della Francia.
Emerge, grandeggiante, fra questi magnanimi, la figura di Scheurer-Kestner, di Picard e quella dello Zola, il quale, bersaglio ai furori, alle contumelie, agli attacchi forsennati di tutte le reazioni più arrabbiate, si leva, e sta solo e incrollabile sulla breccia[14].
[14] Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere e sepellire la verità.
_Ogni viltà convien che qui sia morta_. _Dante_ _Inf. II_.
Tutta l'Europa civile rispose al grido d'allarme gettato dallo Zola e lui acclamò campione della giustizia, paladino della verità. Il verdetto d'Europa intera, che plaude a Zola, rispose al verdetto dei pochi giurati ignoti o ignari, i quali, intimiditi o per consegna, ne pronunciarono la condanna. In questo momento si entra in un periodo di tregua, e in seguito che farà la Francia? potrà essa vituperarsi ancora, e rifiutare la revisione del processo?[15]
[15] Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornale _Le Siècle_:
«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.
Un tal processo ha cessato di essere un fatto personale e accidentale. Esso ha assunto tali proporzioni in Francia ed in Europa, da divenire l'epilogo di una lotta da gran tempo latente e offre l'occasione ai partiti retrivi, per misurare le proprie forze e scendere in campo per iniziare il combattimento.
Il condannato all'isola maledetta non è che il capro emissario, la testa del moro, contro cui si appuntano i dardi per colpire con lui numerosi avversari. Il primo sarà l'Ebreo, e coll'Ebreo la Rivoluzione, la società moderna, i diritti dell'uomo, per poi abbattere la repubblica.
Il partito liberale in Francia, come nella restante Europa, lo comprese, si commosse e corse al riparo, si armò per la difesa. Più di tutti si scosse, si agitò l'Ebreo. Ciascuno sentì che questa era la causa di tutti. _Res nostra agitur_. Invano in Francia si credè da molti, anche in buona fede essere questa quistione interna, che non riguarda gli stranieri. Nessuno, risponde l'Europa civile, nessuno è straniero al grido dell'Umanità; e con voce concorde lo proclamarono gli Ebrei sparsi nei due mondi: La Giustizia è la nostra religione, il nostro culto, la nostra fede, e combatteremo compatti in sua difesa.
Da oltre duemila anni essa è vilipesa, calpestata in Europa; giorno è sorto che essa si affermi, si rialzi e combatta e trionfi. E rispondendo al grido di allarme, gettato da tutte le intelligenze e dal partito liberale del mondo, essi raccolsero il guanto che fu loro gettato dai partiti retrivi, e si associarono insieme, per propugnare, colla propria, la causa della libertà di tutti.
IX. -- _Sindacato e solidarietà._
Da oltre mezzo secolo l'Israelita in Francia si era cullato nella speranza, che il periodo storico della _dispersione fra i popoli_ e del suo isolamento in mezzo a' suoi concittadini, fosse cessato; e salutò con entusiasmo l'aurora che pareva aprire il terzo ed ultimo periodo storico, quello della _Fusione_; e, sotto l'egida di principii religiosi più razionali ad un tempo e più morali ed equi, di essere alfine cittadino fra i cittadini, uguale fra gli uguali. Perciò era divenuto omai indifferente, oblioso di quei principi, che a lui erano stati forza e usbergo in mezzo ai combattimenti affrontati, alle persecuzioni sofferte nei secoli passati, e che sperava tramontati per sempre.
L'evento Dreyfus dissipò in parte queste illusioni, e lo scosse dall'apatia in cui era piombato. Lo fece pur troppo accorto, che gli odi, i pregiudizi dissimulati e celati, avevano ancora radici profonde nel cuore delle plebi umane, chè occorrono secoli per essere svelti del tutto, che i _Revenants_ dal sepolcro, entro cui si credevano chiusi, e imputriditi, possono risorgere ancora e sopraffare, corrompere i vivi. Allora sentì il dovere di correre al riparo per difendersi. Gli Ebrei non costituirono verun sindacato, come adottando un termine di borsa, si volle fantasticare; ma si destò più vivo in essi il sentimento, che fu nei tempi di angoscia la loro fortezza e salute, il sentimento o meglio il principio redentore della solidarietà. In questo sentimento si trovarono consociati e uniti insieme tutti gli elementi, le frazioni di un popolo.
Il gran capitalista col proletario, il banchiere col bottegajo e merciajo, lo scienziato coll'operaio, il conservatore, il moderato col radicale, e col socialista.
Ad essi non tardarono ad unirsi gli uomini di nobile cuore e d'intelligenza di ogni partito e classe, che abbondano sempre in Francia; sentirono non essere questa la causa di una setta, di una confessione religiosa, ma causa d'umanità, ed una minaccia alla libertà di tutti, un pericolo per la dignità della Francia, come per l'onore dell'armata; conveniva all'uopo affrontare le contumelie, gli insulti e violenze di una folla briaca o venduta, sagrificare sè stessi per salvare l'onore e l'avvenire morale della nazione.
Un branco di arruffoni, intriganti, per coprire colpe proprie e deludere la giustizia sui veri colpevoli e fuorviarla, si erano insinuati, come bacilli morbosi, nell'organismo sano e forte della Francia, per paralizzarne le libere mosse, avvelenarne il sangue, rendersi padroni delle sue forze, guidarle a fini inconfessabili, a meta disastrosa; ma la vera Francia saprà scoprire l'inganno, le frodi tese contro il suo onore e la sua sicurezza: spezzare la rete, entro cui tentarono di avvolgerla, sbattere quella turba di mestatori dalle sue spalle titaniche, nel fango verminoso dal quale sono pullulati, ritemprarsi di nuove forze e raggiare ancora nell'antico suo splendore.
X. -- _L'Esposizione del 1900 -- Missione della Francia -- L'Europa si unifica e si espande._
I giorni dell'Esposizione si appressano. La Francia sta preparandosi materialmente; però essa non deve, non può limitarsi a celebrare solo una festa del lavoro, o una mostra industriale. Parigi, al pari della nobiltà antica, obbliga: essa è l'areòpago, al quale è convocata tutta l'Europa intelligente, e Parigi deve proporre a se stesso oltre all'industriale, uno scopo altamente civile e morale.
Il 1900 segna il centenario della grande Rivoluzione, che aprì l'êra nuova all'umanità, fondò la società moderna, e iniziò il governo della ragione. Essa trasformò non solo la Francia, ma l'Europa.
E se Parigi non vuol perdere il suo primato d'iniziatrice, e che l'alto mandato si trasferisca ad altra città o nazione, essa non solo deve riconfermare questi principi, ma condurli a più ampia e intera applicazione negli ordini politici, giuridici, e sociali, ed elevarli come programma del secolo ventesimo.
Vieti pregiudizi e vanità fanno sì, che molti in Francia credono ancora di mirare intorno a sè, come ai tempi di Luigi XIV o Napoleone I, un'Europa da invadere e conquistare, nè vogliono avvedersi, che, al soffio rinnovatore della Rivoluzione, tutto in Europa è mutato, trasformato. Appo ogni popolo molte forze, sempre latenti, e che il dispotismo tentò invano di comprimere e soffocare, rimbalzarono in tutta la loro energia e anelano di svolgersi, ad agire.
L'Europa non è più scissa, come per lo passato, in regioni e piccoli stati, facile preda alle invasioni di vicino più potente o prepotente, ma ordinata in nazionalità compatte, fiere della loro indipendenza e che, vuoi per simpatia, vuoi per interesse politico o commerciale, vuoi per la reciproca difesa, si raggruppano in un fascio di nazioni per modo che quest'Europa, già scissa in altrettanti nazioni, ora è quasi in travaglio per costituire l'Europa una. Lavoro misterioso, lento, ma indeclinabile, continuato, ed evidente all'occhio dei sensi e dell'intelletto.
Un altro lavoro, ben altrimenti poderoso e fecondo, si va facendo in questa Europa rinnovata: le Società umane, al pari delle forze cosmiche, obbediscono alla duplice legge di concentramento e di espansione. Come le nubolose, dopo aver concentrato le forze per formare un mondo od un sistema planetario, si espandono, quali germi di altri mondi, non altrimenti l'Europa, dopo essersi costituita in nazionalità, e quindi in gruppi di nazionalità, ora, traboccante di forze, aspira a meta più vasta.
Essa si sente ristretta entro gli angusti limiti a lei segnati dalla geografia, quali sono il bacino mediterraneo e l'Atlantico, i Dardanelli, i monti Urali e la Siberia; si agita per oltrepassarli. Dispone di forze, sinora non pure sognate, per percorrerli a volo. Le steppe sterminate della Siberia, che sinora dividevano due mondi, ora li uniscono, gl'immedesimano insieme.
I convogli partiti dal fondo della Russia, fra pochi anni si abbatteranno con quelli, che mossero dal nuovo mondo, la Transiberiana colla Transfranciscana, e s'incontreranno sulle rive del mar Pacifico, questo Mediterraneo dell'avvenire. L'oriente si confonde coll'occidente, questo coll'Africa. Il vaticinio, che il Profeta Israele, rapito nelle visioni dell'avvenire, già da tremila anni, annunziava ai popoli diviene realtà. «Aprite, egli gridava da Sionne, aprite le strade, adeguate i monti, togliete gli inciampi dal cammino dei popoli, poichè deve regnare la Giustizia, si costituisce l'Umanità[16]».
[16] Isaia, cap. 54, 55.
XI. -- _Internazionalismo._
È questa un'altra delle accuse, che si suole scagliare contro gli Ebrei. Essi non hanno patria, sono cosmopoliti. Invano hanno però dimostrato coi fatti in tutto il secolo come sono affezionati al paese ove nacquero e hanno pugnato al fianco dei loro concittadini in Francia, in Germania, Polonia e Italia, sia per servire i Governi costituiti, sia per combattere le battaglie della libertà e rivendicare la indipendenza nazionale. Devoti al paese in cui sono nati, essi mirano tuttavia più alto e più lontano. Dopo il cittadino havvi l'uomo, dopo la patria, l'umanità.
Questo sentimento di cosmopolismo, che favella pure nel cuore di ogni uomo di alto sentire presso ogni nazione, è come ingenito nella razza ebrea, tal che sembra quale un suggello impresso sulla sua fronte, sin dalle origini dalla Provvidenza, e ne determina i destini in mezzo ai popoli.