Part 2
Quindi lo studio al quale deve consacrarsi l'Ebreo, è quello dello spettacolo delle opere dell'universo, per iscoprire le leggi che lo governano, ciò è _La gloria di colui che tutto move_, onde deriva la scienza della natura, e meditare ad un tempo la legge o la _Thorà_, collo scopo di comprendere, applicare le leggi, le quali devono governare la società umana per ottenere, mercè un'educazione razionale, il miglioramento dell'individuo come della specie.
E dal giorno, nel quale fu proclamata la legge, come succedeva nelle società antiche, nelle quali il nome definiva l'individuo e lo riconsacrava, innestando nella personalità il proprio pensiero, l'Ebreo mutò nome, si rinnovò e si rivelò trasformato. Non si appellò più dal suo nome d'origine, Ebreo, il nome ne rispecchiò il pensiero, ne indicò il mandato. _Nomen Numen_. Egli si appella Isra-el -- che significa rettitudine di Dio o creatura di Dio.
Terzo elemento, o, meglio, vera piattaforma, sulla quale si è elevato l'edifizio d'Israel, nel quale si è imperniato, è il _Popolo_. Appo le altre genti, sarà un re, un eroe, un sacerdote, un ierofante che rappresenta, e in sè concentra la nazione: in Israel, è il popolo stesso.
Appo le altre genti, non è la legge, ma il Privilegio, che costituisce la Nazione e la domina, suole elevarsi un individuo, un eroe, una classe o casta che signoreggia; in Israel è tutto il popolo, a sè sacerdote e sovrano. Voi siete, dice il legislatore, un popolo di liberi, _Benè-Korim_, un popolo di sacerdoti, popolo-re. Non v'ha in Israello che una classe, il popolo, un sovrano, la legge[7]. Un Dio, una legge e un popolo.
[7] Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5 -- Levitico 15,34 -- Deut. Cap. 21-V-I).
Tali i principii generali, sui quali si fonda e s'impernia l'Ebraismo, e tali principii non dovranno limitarsi ad essere soltanto retaggio a Giacob, dice ancora la Bibbia, ma devono riuscire di scuola, esempio alle nazioni, retaggio del genere umano. E qui si apre la storia d'Israel; storia che, scrive Renan, è una delle più belle nell'umanità; s'inizia nell'età più remota, nè sembra chiusa ancora.
III. -- _L'applicazione dei principii ebraici nel mondo dei popoli._
La storia di questo popolo si divide in tre periodi, i quali segnano lo svolgimento graduale di questi principii, e l'applicazione di queste idee in mezzo alle nazioni.
Il primo periodo l'appelleremo di _Concentramento_; il secondo di _Dispersione_; il terzo di _Fusione_.
Nel primo, egli combatte per conquistarsi una patria onde ordinarsi e costituirsi in nazione. La regione che, per tradizioni di famiglia, come pel mandato imposto ad Israel, doveva essere la sua sede, il punto per raccogliersi, fu la Siria o Palestina. Era questa la terra sacra, la terra eletta o di elezione, terra, diremmo, provvidenziale: La Siria è un istmo che, mentre è chiuso in sè, come una fortezza, tra i monti, il deserto ed il mare, rannoda insieme i tre continenti del mondo antico, Asia, Africa, Europa, è la meta verso cui si sono rivolti gl'invasori da ogni parte del mondo; è la meta che invoglia le cupidigie di ogni conquistatore, soggetta a continue guerre e travolta in trasformazioni violente di razze, di religioni, di imperi, che si rovesciano, si sovrappongono l'uno sull'altro; ed è pure il punto centrale, cui il mondo antico appellò _umbilicus terræ_, il punto in cui s'incontravano tutti i popoli dell'antichità, e, ad un tempo, era punto d'appoggio, da cui, intermezzando fra tre mondi, si può esercitare un'azione potente sopra tutti i popoli; punto di concentramento e di espansione, che raggruppa e snoda, annoda ed espande.
Dopo lungo periodo di guerre, Israel appena cominciò a stabilirsi in questa regione, a consolidarsi, e prese a svolgere, applicare i suoi principii sociali, non sì tosto divenne una forza, egli vide levarsi contro di lui i popoli, i grandi imperi che lo circondavano, Egizî, Assiri, Babilonesi; e dovette combattere contro tutti, a difesa della sua nazionalità, e de' suoi principii.
Questi imperi, oltre all'interesse politico e strategico di rendersi padroni della Siria, la quale offriva il passaggio per l'Egitto, nei vasti imperi dell'Asia centrale, e per l'occidente, avevano pure un interesse speciale, religioso e sociale, per combattere l'Ebreo: e s'iniziò quella guerra contro l'Ebreo, che ora si dice antisemitismo, e che in quei tempi veniva combattuta spesso dagli stessi semiti.
Le sue leggi, la sua religione, la sua costituzione sociale, era per loro un pericolo, una minaccia, però ciascuno aveva interesse che l'Ebreo non pervenisse a consolidarsi fortemente. La costituzione sociale dell'Ebraismo era l'antitesi, la negazione di quella di tutti i popoli e regni dell'antichità, e, come diremmo con parola moderna, era una minaccia permanente contro _l'ordine_. Tutti i regni adoravano una moltitudine di Numi d'ogni forma, avevano culti feroci, voluttuosi, osceni, o Nume loro era lo stesso imperatore od il conquistatore.
L'Ebreo, invece, opponeva un Dio solo in cielo, una legge in terra. Quelli erano divisi in caste, in classi; e le classi privilegiate erano tutto, il popolo o la massa nulla, l'operaio, il contadino oppressi, calpestati, schiavi: appo l'Ebreo non esistevano classi, l'operaio, il contadino il popolo erano tutto, e il sacerdozio stesso era confinato, isolato all'altare, chiuso, diremmo, nel tempio, e unico re _la legge_. Là era autocrazia, teocrazia, e quindi il dispotismo, l'arbitrio che dominava; qui la legge sovrana, la uguaglianza sociale. Era la Svizzera, l'Olanda, dell'antichità e come diceva Renan, e prima di lui disse Michelet: fu la prima e vera democrazia dell'antichità. A quel modo che tutti i despoti moderni, la Spagna, l'Austria, la Francia, la Corte di Roma combattevano una lotta accanita contro l'Olanda, la Fiandra, la Svizzera protestante e poscia contro la Rivoluzione Francese, non altrimenti tutti i dispotismi e le teocrazie dell'antichità mossero una guerra continua, accanita contro questo piccolo popolo libero, e nulla fu risparmiato per ischiacciarlo, sopprimerlo.
Questa la prima e forse l'unica cagione degli odii e delle ostilità di ogni nazione contro l'Ebreo, la origine e causa vera dell'Antisemitismo nel mondo antico e nel moderno.
Egli era la condanna d'ogni dispotismo e d'ogni superstizione, con cui e per cui regnavano, e che volevano far prevalere pel loro interesse, in nome dell'ordine. Tutti combattevano colla forza degli eserciti, le calunnie, le mali arti di governo contro lui; ed egli colla sua legge, i suoi principii religiosi e politici, si levava solo a lottare contro tutti. _Inde irae_.
E prima gli convenne combattere contro i potenti imperi dell'Asia Centrale, Babilonesi, Assiri, Persiani. Essi, che invasero la Siria con forze sterminate, ebbero facile vittoria sopra questo popolo, piccolo di numero ed ordinato più per la pace e pel lavoro, che non per le arti della guerra. Sionne fu espugnata, il tempio arso, il popolo disperso e fatto schiavo. Ma, se era debole per forze materiali, era indomito per forze morali. Questo popolo raccolse di nuovo le sue forze, ricostituì il suo regno, si rifece nazione, potenza; e s'iniziò un secondo periodo di concentramento: Ma allora nuove forze, altre potenze, mosse dallo stesso antagonismo politico e religioso, si levarono contro di lui dall'occidente.
I Seleni, i popoli Greco-Macedoni, i quali miravano specialmente a combattere e sopprimere il suo culto, la sua legge, e imporre i loro Numi nel tempio di Sionne; Israel combattè contro di loro una pugna eroica; quelli furono vinti, il tempio purificato. Allora sorse contro di loro Roma. Guidava sotto il suo stendardo tutti i popoli, associava a sè tutte le forze del mondo, e le avventò contro il Dio Ebreo, contro il popolo, la legge. L'Ebreo si trovò a fronte con Roma, tutto il mondo schierato contro un pugno d'armati. Fu una guerra di nazionalità, una resistenza delle più eroiche e grandiose che ricordino le istorie: l'Ebreo solo, fra tutti i popoli, osava resistere a Roma[8]; colla sua resistenza ne feriva l'orgoglio: conveniva trionfare ad ogni costo, sopprimerlo. Roma, dopo una lotta di oltre dieci anni, vinse, Sionne fu espugnata, distrutto il tempio, arso, il popolo condotto in esiglio e disperso.
[8] _Angebat iras_, scrive Tacito, _quod soli Judaei non cessissent_.
E qui comincia il secondo periodo della sua storia, ed il più tragico; quello della dispersione.
IV. -- _Periodo della dispersione._
A quel modo, che nei tempi nostri, dopo la reazione del 1815 e lo smembramento d'Italia, i nostri emigrati, profughi e dispersi in ogni parte del mondo, presero a cospirare contro l'Austria, che rappresentava allora ogni dispotismo, e si recarono a combattere in Spagna, in Grecia, Svizzera e nelle Americhe per la libertà, non altrimenti gli Ebrei, dopo la caduta del tempio, schiavi o dispersi in ogni parte del mondo antico, iniziarono una guerra sorda e tenace di opposizione e di cospirazioni contro Cesare, come contro la costituzione sociale del mondo pagano. Erano state spezzate nelle loro mani le armi materiali, ma rimanevano loro invisibili, inoppugnabili, quelle intellettuali e morali: la fierezza di un popolo, la fede nella giustizia e nella verità. Milioni di Ebrei, tratti in cattività a Roma e nelle grandi città, erano condannati a lavorare nei pubblici edifizî, ad erigere in Roma il Colosseo, le Terme, il palazzo di Cesare. Quivi si affiatavano, si associavano cogli schiavi ed operai delle Gallie, della Germania, delle provincie italiane, uniti da un odio comune, e da una stessa sete di vendetta contro Roma, la terribile conquistatrice e tiranna delle genti, e contrapponevano le dottrine religiose e sociali, uscite dal seno dell'Ebraismo, contro quelle pagane. Così, mentre l'operaio lavorava a sollevare le Terme ed il Colosseo, orgoglio dei Cesari, minava e scalzava dalla base l'edifizio dello impero di Cesare e di Roma.
Il Cristianesimo, mentre Sionne ed il tempio erano ancora in piedi, si era appena diffuso fuori delle sue mura, e delle provincie Siriache; caduta Sionne, prese uno slancio subitaneo e cominciò a propagarsi nel mondo greco-latino, nelle grandi capitali dell'Asia Minore, ed a penetrare in Roma. Il Cristianesimo ne' suoi primordii rispondeva agli ideali ebraici, così religiosi come sociali. Cristo, come si vede dalle stesse epistole di S. Paolo, era per essi, più che persona storica, un ideale, il quale, simbolo della parola dei loro profeti, corrispondeva alle passioni ardenti e tormentose, che si agitavano nel profondo dei loro cuori. Nella sua dottrina morale, come nella passione e morte, trovavano, personificate, le dottrine dei loro avi, le sofferenze, la crocifissione di tutto un popolo immolato. Al pari dei nostri martiri patrioti, nei tempi dei Carbonari e martiri della libertà, egli divenne il centro intorno a cui si raccoglievano tutti gli oppressi, i sofferenti, e quanti aspiravano a libertà. La maggior parte dei primi apostoli e martiri erano usciti dal seno degli Ebrei; essi contrapponevano il Cristo, all'imperatore, il loro Dio, alle divinità dell'Olimpo Greco-Romano. Voi, dicevano, nell'ardore delle loro passioni, nell'entusiasmo della fede, voi credeste di trionfare di noi, di soggiogarci, annientarci, e noi afferriamo uno dei più umili fra i nostri fratelli, figlio d'un semplice operaio, nato nella piccola terra di Betlemme, noi lo solleviamo sulle nostre braccia, invano incatenate, lo gettiamo contro Cesare e Roma, dicendo: Questo sarà il vostro Re, Imperatore e Dio. _Rex Romanorum_.
Per circa tre secoli, Cristiani ed Ebrei formarono una medesima comunione, associati nelle stesse dottrine, rivolti ad uno scopo: La diffusione ed il trionfo del messianismo. Avversi del pari alle istituzioni pagane, ribelli al dominio di Cesare, perseguitati del pari, essi si strinsero in fratellanze segrete, per modo che molti dei martiri cui il Cristianesimo attribuì a se stesso e santificò, furono Ebrei. Essi avevano comuni le scuole, come i sepolcri; e nelle recenti scoperte, in fondo alle catacombe, dalle iscrizioni e dai simboli si riconosce, che molti dei sepolcri e delle urne coprono le salme di Ebrei.
La scissura dei due rami, nati dallo stesso ceppo, cominciò veramente con Costantino, e venne vieppiù allargandosi dopo che la Chiesa si unì e si associò all'impero.
Dante, nel poema nazionale, in una visione meravigliosa di poesia e di verità storica, descrive e segna questo momento storico con parole roventi.
L'aquila vidi scender giù nell'arca del carro, e lasciar lei di sè pennuta; . . . . . . . . . O navicella mia, come mal se' carca[9].
[9] Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.
Il Cristianesimo primitivo fu trasformato, adulterato e sopra il carro vide:
Seder sovr'esso una puttana sciolta: Di costa a lei dritto un gigante E baciavansi insieme alcuna volta[10].
[10] Id. c. 32, v. 149 e segg.
Fu in ogni tempo fina politica della Chiesa romana cedere, modificarsi secondo le circostanze e le necessità dei tempi. In tal modo la vediamo ancora nel nostro secolo, nel 1814 e 1815, essa è a capo della Santa Alleanza, appoggia ogni sorta di despotismo. Mutate le condizioni politiche, il Vaticano diviene repubblicano, demagogo in Francia, socialista, antisemita a Vienna, moderato a Berlino, a Pietroburgo, avverso ad ogni libertà costituzionale e all'unità, in Italia.
Dopo Costantino cominciò veramente, e venne vieppiù allargandosi, la scissura fra il Cristianesimo trasformato ed il Giudaismo. Pullularono le eresie sempre più numerose e ribelli nel seno del Cristianesimo; esse accusavano la Chiesa Romana di essersi dilungata da quei principi che formavano la essenza del Cristianesimo: negli ordini religiosi, esse dicevano, divenne un altro Paganesimo; all'Uno, ineffabile, sostituì un Dio in più persone, poi il culto delle Imagini, e dei Santi, coi quali edificò un nuovo Olimpo, impose la Mariolatria. Sostituì tutta una gerarchia, una teocrazia all'uguaglianza democratica della chiesa primitiva: negli ordini sociali, altra scissione fra eletti e rejetti, sacerdoti e secolari; scissure, che si tradussero in seguito nelle divisioni di classe, clero, nobili e plebei che si combattevano nel seno della società; quindi alla legge subentrò il privilegio, al principio assoluto di Giustizia, che dominava la legge antica, contrappose la dottrina della grazia, e con essa il mercato delle assoluzioni e delle indulgenze.
In mezzo a queste scissure e conflitti, l'Ebraismo si raccolse in sè stesso e continuò a reggersi, inflessibile sempre, sopra i principî antichi. Allora dalla Chiesa venne considerato, più che un'eresia, un'empietà, un pericolo. Infatti, egli colla semplicità dei suoi riti, colle tradizioni che personificava in sè, si levava quale un'accusa, un rimprovero contro la Chiesa pomposa e trionfante; la sua perduranza e tenacità creava un pericolo, per cui sarebbe stata politica avveduta l'annientarlo, come una specie di pretendente, il quale aspirava, se non al trono, all'altare. Ma sopprimerlo, come si fece di molte eresie col ferro e col fuoco, riesciva impossibile, disseminati quali erano gli Ebrei in ogni parte del mondo, in Oriente ed in Occidente, ed ove la sua potestà non poteva raggiungerli. Adottò quindi una politica più terribile e più fina: isolarli in mezzo alla Società, umiliarli, vituperarli.
Si predicò, che su di loro pesava l'ira e la vendetta di Dio, che essi erano colpevoli di Deicidio: Quasi che Dio potesse morire; ogni giorno s'inventava una calunnia per colpire la razza e gli individui; e s'aprì l'êra delle persecuzioni più atroci e pertinaci, che rammentino le istorie religiose.
V. -- _Persecuzioni e Rinascenza._
Si cominciò col relegarli, come lebbrosi, in un quartiere isolato della città, lontani dai consorzi civili; si continuò coll'esodo in massa, a cacciarli di terra in terra, fomentare in ogni paese saccheggi ed eccidi; infine si elevarono roghi per abbrucciarli, e, con offesa e vitupero del vero cristianesimo, queste ecatombe umane si appellarono atti di fede! E dopo mille anni dell'età nuova, piombò sull'Europa un periodo di tenebre profonde; il mondo doveva finire, ma era la civiltà, la morale, il pensiero umano che si erano smarriti e abbuiati, e parevano eclissati per sempre.
L'umanità, come scrive con frase poetica e positiva, il sommo storico Michelet, aveva cessato di pensare. Solo l'Ebreo sentiva, che il termine del mondo non era vicino ancora, che i fati non erano compiuti, ed egli, come scrive ancora Michelet, pensava per tutti e serbava la coscienza dell'avvenire.
Egli nella Spagna, nella Francia, in Egitto, in Grecia raccoglieva i libri dell'antichità, li chiosava, li traduceva dall'arabo, dal greco in latino. Non si limitava a raccogliere questi libri e sepellirli nelle biblioteche dei conventi, come i Benedettini ed altri ordini religiosi, i quali ben meritarono dalla Civiltà, ma li diffondeva di terra in terra, li trasmetteva dall'Asia all'Europa, ed era egli stesso libro vivente. Egli aveva conservate le tradizioni delle scienze mediche, fisiche, filosofiche, linguistiche, e le insegnava, le professava; era, coi commerci, colle scienze, intermediario fra l'oriente e l'occidente, tra gli Arabi e l'Europa cristiana.
Irruppero le Crociate; e le orde Crociate, per punire l'Ebreo dell'opera sua riparatrice e civile, prima di recarsi in Terra Santa e liberare il sepolcro di Cristo, si scagliarono contro gli Ebrei, che avevano dato il Redentore al mondo; ed in Germania, in Francia, in Inghilterra, fu un furore, un'orgia di incendi, di saccheggi e di sterminio contro le comunità israelitiche.
I paladini, baroni, conti dirigevano le stragi; e le masse avide di sangue e di preda, mettevano tutto a fuoco, a ferro e a ruba; le passioni più feroci e brutali si scatenavano contro un popolo inerme, pacifico e operoso.
Anche questo triste periodo, appellato dai poeti eroico, dopo scempî di sangue e di delitti cavallereschi, tramontò, e si chiuse.
Un albore di civiltà cominciò a spuntare sull'orizzonte. Gli stessi crociati, reduci dall'Asia, ne divennero messaggeri e ne furono strumento efficace. I semi della civiltà latina, non mai appassiti e spenti in Italia, si dischiusero poco a poco alla vita, e prepararono la Rinascenza. Al Rinascimento classico, mercè lo studio della Bibbia nei suoi testi e nella sua realtà, e per opera delle sette antipapali, che serpeggiavano in tutta Europa sino dal medioevo, tenne dietro il rinnovamento religioso e la Riforma.
L'antagonismo fra il Papato e la Riforma accese le guerre più feroci, che mai abbiano insanguinata l'Europa, nei secoli decimosesto e settimo. Le guerre di religione e gli orrori di eccidi, stragi e perversità, che le accompagnarono, allontanarono i pensatori e i popoli stessi dalla religione, e in molti intiepidirono il sentimento religioso, come funesto al progresso ed alla pace, ostile e fatale all'unione e sicurtà dei popoli.
Al secolo dei teologi, tenne dietro quello dei filosofi e della scienza. La società aspirava a divenire laica. Uno spirito nuovo corse sopra tutta l'Europa; un lavoro sordo, poderoso, a cui presero parte tutte le classi sociali, dal patrizio al borghese, agli stessi monarchi riformatori, scalzava dalle fondamenta l'edifizio del medio evo, preparando gli elementi d'un'età novella: -- E scoppiò la Rivoluzione francese.
VI. -- _La Rivoluzione francese e i principi costitutivi dell'Ebraismo._
La Riforma, nata dalla Teologia, si fonda bensì sulla Bibbia, ma si arresta alla parola, all'esteriore; la Rivoluzione, nata dalla filosofia, dalle scienze giuridiche e sociali, ne penetra lo spirito, ne rileva il pensiero dominante, lo spinge nella pratica sociale, lo traduce in azione. L'Ebreo, allo scoppiare della Rivoluzione, comprese che i principi da lei proclamati corrispondevano a quelli che egli professava da secoli e ne costituivano la essenza religiosa e sociale. Essi erano stati la sua forza e la sua fede durante le lotte da lui sostenute a traverso i secoli. Questi principi, come vedemmo, si riassumevano nella triade: Dio, Legge e Popolo, e la Rivoluzione, pur rispettando i culti diversi, che dividono l'umanità, si alzava alla contemplazione di un essere superiore, il Dio Uno, fattore ed anima dell'universo. Suo culto fu la legge, la quale, a quel modo che ordina e regge l'universo, così deve guidare il mondo dei popoli con equità e giustizia, e, sollevandosi al disopra dei privilegi di classe, caste e razze, mira anzitutto l'uomo coronato da' suoi diritti, e soggetto a doveri corrispondenti.
Carattere essenziale di questi principi è la Universalità. Carattere principale, che presentano i comandamenti promulgati dal Sinai, poscia svolti dai legislatori e dai profeti, si è, che essi non si limitano soltanto a riguardare una famiglia, un popolo, ma sono un imperativo morale, sociale; si adattano ad ogni razza, ad ogni tempo; ed un carattere identico di universalità è impresso nella dichiarazione dei diritti dell'uomo, proclamati, prima nell'America, poscia in Parigi, ed essi sono l'eco e l'esplicazione sempre più larga e positiva, del Verbo mosaico.
Ora egli riesce facile ai retori e accademici, che stanno leggiferando placidamente e si perdono nelle minuzie e nelle sillabe, come i Farisei dell'antica legge, il criticare la dichiarazione dei Diritti dell'uomo, opponendo, secondo il sofisma di De Maistre, che l'uomo in astratto non esiste. Certo non esiste l'uomo in astratto, come non esiste nè l'albero, nè l'animale astratto e generale; ma la mente riassume i caratteri, le doti e qualità d'ognuno, e da questi si forma il concetto dell'albero e dell'animale e ne determina le leggi generali. Con un processo identico rileva i caratteri, i bisogni della parte fisica, morale del genere umano, e procede a determinarne i diritti e doveri, i quali abbracciano tutta la specie, e col tempo, il lavoro, il progredire di ogni razza, d'ogni popolo verranno ad informarsi in ciascuno, e potranno costituire per tal modo certa unità di leggi pel genere umano.
Questi principi generali, che i codici particolari verranno svolgendo d'età in età, di popolo in popolo per tradurli nella pratica sociale, corrispondevano all'antico ideale ebraico e che da concetto religioso si traduceva in legge e pratica sociale. Avvenne quindi, che alla proclamazione dei principi della Rivoluzione, l'Ebreo acquistò più viva la coscienza di sè stesso, vide in essi la riprova e la confermazione di quella fede religiosa sociale, che fu la sua forza durante i secoli e, diremmo, la ragione della sua durata.
Perciò allo scoppiare della Rivoluzione francese, noi assistiamo a questo fatto: mentre tutte le confessioni religiose in Europa la osteggiano e ne oppugnano i principi, le comunioni ebree, sparse in mezzo a tutte le nazioni, l'accolgono con entusiasmo, ne acclamano i principi; quella turba di bottegai, di mercatanti, di operai, dianzi umiliati, negletti, rispondono all'appello della Rivoluzione, si rialzano nella loro dignità d'uomo e di cittadino. Essi intuonano la Marsigliese, e molti Rabbini la traducono in lingua ebraica, o foggiano sopra quello altri inni patriotici per Israello. Nelle sinagoghe, all'inno nazionale francese risponde l'antico canto patriottico Ebraico «_In exitu Israel de Ægypto_» e l'antica liturgia di Francia e d'Italia aggiunge alle benedizioni all'Eterno, a' suoi patriarchi e profeti anche questa: «Benedetta la Rivoluzione, che proclama tutti gli uomini fratelli».