Ahasvero nell'Isola del Diavolo: versi preceduti da uno studio su l'Ebraismo e la rivoluzione francese

Part 1

Chapter 13,410 wordsPublic domain

Produced by Enrico Segre and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

DAVID LEVI

__Ahasvero__

__nell'Isola del Diavolo__

VERSI ----------

Preceduti da uno Studio

*su l'Ebraismo e la Rivoluzione Francese*

TORINO RENZO STREGLIO -- Editore 1898.

PROPRIETÀ LETTERARIA ----------

_Ciriè -- Tip. Renzo Streglio._

ALLA MEMORIA

DI

_*Pietro Leroux e Carlo Fauvety*_

_MIEI AMICI_

ESTINTI

E IN ME SEMPRE VIVI.

INDICE

L'EBRAISMO E LA RIVOLUZIONE FRANCESE: ........................... 1 I. -- La Francia dal 1840 al 1848 e la Francia nel 1898. ...... 1 II. -- Il Giudaismo -- Sua essenza -- Sua missione. ........... 7 III. -- L'applicazione dei principii ebraici nel mondo dei popoli. 12 IV. -- Periodo della dispersione. ............................. 16 V. -- Persecuzioni e Rinascenza. .............................. 20 VI. -- La Rivoluzione francese e i principi costitutivi dell'Ebraismo. ................................................ 22 VII. -- Antisemitismo e Reazioni. ............................. 25 VIII. -- Il processo Dreyfus. ................................. 29 IX. -- Sindacato e solidarietà. ............................... 31 X. -- L'Esposizione del 1900 -- Missione della Francia -- L'Europa si unifica e si espande. ...................................... 33 XI. -- Internazionalismo. ..................................... 35 XII. -- La Francia e la nuova Europa. ......................... 37 XIII. -- Il programma politico-morale del Secolo ventesimo. ... 39 XIV. -- Il Clou morale dell'Esposizione nel 1900. ............. 42 AHASVERO NELL'ISOLA DEL DIAVOLO: ................................ 49 I. -- L'Olocausto eterno ...................................... 49 II. -- Le due visioni ......................................... 52 III. -- Grido d'Ambascia ...................................... 61 IV. -- Nemesi! ................................................ 63

L'EBRAISMO E LA RIVOLUZIONE FRANCESE

I. -- _La Francia dal 1840 al 1848 e la Francia nel 1898._

E tu, mio maestro ed amico, morivi a Parigi colla parola _Umanità_ sulle labbra, e tu, mio fratello di pensiero e di fede, Carlo Fauvety, grande per intelletto, più grande per nobiltà di cuore, ti spegnevi nella tua casa ospitale di Asnières, detta il ritiro del filosofo, colla parola di _Solidarietà_ sulle labbra, parola in cui si riassumeva la tua filosofia sociale, l'anelito della tua anima pura e generosa[1].

[1] Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.

Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dal _Phalanstere_, _la Phalange_, _la Democratie pacifique_, fondò _Le rappresentant du Peuple_ poi _la Voix du Peuple_ e altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier, l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste, fondò il giornale _La Solidarité_, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dalla _Religion Laique_, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo, P. Verdad (Lessard) _La Religion Universelle_. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano, _La Ragione_, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolate _Nouvelle Rivelation_, La _Vie_, e l'altra _Théonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu_.

La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole: _Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo_.

Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.

Io, giovinetto ancora, quelle due parole raccoglieva dalle vostre labbra per riportarle dalla Francia nell'Italia, allora schiava, ripeterle tra gli studenti delle nostre Università, elevarle a programma della fede futura, a dogma della religione universale; le bandiva nelle fratellanze segrete, ed esse divennero per noi, insieme con quella d'_indipendenza nazionale_, la fede nuova, la quale infiammava il nostro cuore, il vincolo d'unione, che doveva stringere, non solo le diverse parti d'Italia, allora smembrata, in una possente unità, ma, solidarie fra loro, l'Italia alla Francia, la Francia al mondo, e costituire insieme la Nuova Europa.

I miei condiscepoli al Collegio di Francia ed alla Sorbona e nei diversi corsi universitarii, alle parole infocate di Michelet, di Edgar Quinet, di Royer Collard, del filosofo Cousin e dei suoi seguaci, come degli stessi economisti, già sansimoniani, quali Michel Chevalier, Augusto Comte e altri, non avevano che una fede, cui trasmettevano alle nostre menti, la fede nei principii fecondi della Rivoluzione; e tutti, giovani francesi e stranieri, uniti in comunione da questi principii, che come vincolo di sacramento ci stringevano in una stessa famiglia, nei ritrovi palesi o fra le fratellanza segrete, giuravamo di consacrare la vita nostra al loro trionfo non solo in Francia, ma in ogni parte d'Europa. A quei tempi non esistevano differenze fra nazioni, e nazioni; eravamo Italiani, Svizzeri, Polacchi, Ungheresi, Tedeschi, Russi, tutti come un popolo solo, una famiglia; non pregiudizio di culto e di classe, ma Protestanti, Ebrei, Cattolici, Sismatici, tutti stretti in un fascio, _tutti_ (era la nostra parola d'ordine), _tutti come uno_. Tutti giuravamo di adoprarci e combattere pel trionfo della legge morale, universale, consacrarci al progresso della libertà, della fratellanza dei popoli, in tutto il mondo, unirci in una sola associazione, ciascuno e tutti solidarii fra loro: Parigi doveva essere il nucleo dell'associazione, il focolare della nuova fede, da cui doveva irraggiarsi sopra l'Europa, allora oppressa, e gettare le basi della confederazione di tutti i popoli[2].

[2] Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:

«1. La _Giovane Europa_ è l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.

_Principî comuni_.

2. Un solo _Iddio_. Un solo padrone: _la legge_. Un solo interprete della legge: l'_Umanità_.

3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione della _Giovane Europa_.

17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.

18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.

19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione di principî e di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi della _Nuova Europa_. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.

Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea? _Fata trahunt_.

Gli studenti erano a quei tempi le sentinelle avanzate della libertà. Ogni nobile causa trovava nel loro cuore un'eco, in essi un campione per difenderla; ogni illegalità ed ingiustizia, non solo una protesta, ma suscitava una falange di generosi per combattere e rivendicare il giusto diritto conculcato. Non si discuteva intorno alla classe, alla casta, alla religione professata dall'individuo, ma in ciascuno di essi non si vedeva che l'uomo, ed il suo diritto.

La Francia era allora, come adesso, frazionata in partiti. Esistevano legittimisti, conservatori, radicali, socialisti, cattolici e neocattolici, ma in ciascuno batteva il cuore della Francia, della sua dignità, del suo onore. I cattolici, i neocattolici, come Chateaubriand, Montalembert, Buchez, Balanche, Dupanloup e Veuillot stesso, accettavano i principii fondamentali della rivoluzione, i quali costituivano la nuova Francia, fondavano su di essi i loro giudizî, le loro dottrine. Chi avrebbe sognato allora di diseppellire i pregiudizî, le mostruosità dell'evo medio? Chi avrebbe mai immaginato pure di distinguere il cattolico dal protestante o dall'ebreo? Se ora gli studenti, il cuore, la parte giovane e generosa della Francia vagheggiano i tempi obbrobriosi della _Ligue_ o quelli dell'abolizione dell'Editto di Nantes, ove si arresteranno i figli dei Crociati[3] e il clero, che aveva preparato quegli obbrobrii, fomentata quella strage, e ne gavazzava?

[3] Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte, è promossa a _Sergent de l'Église_.

Un giornale, come quello diretto dal famigerato Drumont, giornale dell'odio e della menzogna, non sarebbe, a quei tempi, durato dieci giorni, nè avrebbe raccolti dieci abbonati: sarebbe caduto, dopo pochi giorni dalla pubblicazione, sotto il peso del disprezzo e della indignazione di ogni classe di cittadini, dall'aristocrazia del quartiere di S. Germano, al più umile operaio del Borgo di S. Antonio. Un processo, come quello di Dreyfus, sotto il regime degli Orléans o sotto quello degli stessi Borboni, o non sarebbe sorto, o sarebbe stato spedito in pochi giorni secondo verità e giustizia; ora è divenuto un vitupero e anche un pericolo per la Francia, uno scandalo in tutta Europa, e, dopo tre anni, non è chiuso ancora!

L'Europa intera, che ora, mercè l'opera della Francia, la nobile iniziatrice, è, in gran parte, divenuta liberale, assiste a questo turpe spettacolo e ne è commossa, indignata. Essa non odia la Francia, come si stampa, si predica da alcuni a Parigi, ma deplora e geme, perchè l'ama, l'apprezza, e molto spera ancora dal suo popolo precursore delle più ardite riforme. Essa, da oltre un secolo, non mirò nella Francia, se non che gli atleti della Rivoluzione, gli eroismi dei Giacobini, la terra degli Enciclopedisti, delle arti, delle lettere, della politica redentrice. L'Europa rammenta sempre, che essa rese all'umanità un servizio incomparabile, superiore a quanto operarono tutti i popoli che la precedettero. Essa ha liberato la personalità umana da ogni considerazione di natali, di credenze religiose, di classi; ha proclamata in faccia all'Universo i diritti dell'uomo, ha coronato l'individuo dei suoi diritti inviolabili, ha proclamata la legge, non di una nazione, nè di una razza, ma di tutta la specie umana. Ed ora questa Francia rinnegherebbe quel che ha affermato, proclamato in faccia al mondo, tradirebbe sè e la causa dell'umanità? Ecco il dubbio che agita, commuove e addolora l'Europa: se la Francia diserta il suo posto di sentinella avanzata della civiltà, di cavaliere d'ogni diritto, di custode della giustizia, chi scenderà nel campo a sostituirla? Se essa si unisce, s'imbranca a quanto vi ha di più reazionario e micidiale alle libertà in Europa, chi sottentra ad essa? Dove, a chi ci volgeremo ancora per combattere a difesa della civiltà, della scienza e della giustizia? Egli è pur troppo il _chauvinismo_ Gallico, avvelenato da rancori, da invidie, da odii, che crea alla Francia il maggior pericolo, e costringerà l'Europa liberale ad aprire una campagna, non contro di lei, ma contro i suoi capricci, le sue aberrazioni istantanee funeste a tutti, e a lei micidiali. Perciò ogni uomo di cuore in Europa si agita, si commuove, non per ostilità, sibbene per avvertirla della strada pericolosa, nella quale si è gettata, quasi incosciente, immemore di sè, degli alti destini a cui era chiamata nel mondo civile.

* * *

Per due colpe, dicevano i profeti d'Israello, questi tribuni, non di un popolo, ma di tutti i popoli, fu giudicato Moab, e per una fu condannato. Per due sintomi, diremo noi, fu giudicata la Francia e per uno sarà condannata. Per quella ignobile farsa del Boulangismo, con cui un popolo generoso si era gettato ai piedi d'una sciabola e di un cavallo, staffiere in cerca di un paladino qualunque, armato della sciabola o dell'aspersorio. Per le scene di umiliazione e di dedizione, colle quali essa si è gettata ai piedi dello Czar; poteva pure farsene un alleato, ma con quella dignità e quel decoro, che una grande nazione non deve mai obbliare. Però di un procedere siffatto non è giudice che la Francia; libero a ciascuno di fare quanto gli conviene della propria persona, perocchè il pudore non s'impone, nè ad una cortigiana, nè ad un popolo. E i liberali d'Europa videro, deplorarono, e si tacquero.

Un altro sintomo di codesta decadenza morale, a cui il liberalismo Europeo assiste e pel quale si commuove e protesta, è l'affare di Dreyfus. Perocchè omai il senso di giustizia è così vivo e profondo nel mondo civile, che quando altri lo vede offeso e conculcato, sente che tale oblio può divenire un pericolo per tutti.

Io non mi fermerò a parlare dei particolari di questo processo, omai ben noti; per quanto altri tenti, si adoperi per addensare le tenebre intorno ad esso, la luce è penetrata in ogni parte, e la luce sarà la condanna di quanti lo hanno iniziato e condotto.

Costoro speravano che, come nei tempi, cui vorrebbero evocare, il barone o l'Inquisitore potessero spingere la vittima disignata entro il trabocchetto preparato, ivi l'accusato, vittima dell'intrigo, sparisse sepolto per sempre, e si facesse su di lui il silenzio della morte.

Ma nel secolo decimonono, anche i sepolcri talvolta hanno una voce, anche i lamenti dei sepolti nell'Isola del Diavolo, trovano un'eco.

La Francia intelligente e proba, l'Europa, il mondo civile raccolse quell'eco, udì quel gemito, si commosse; contro il verdetto imposto dalla servilità burocratica, dall'albagia dei militari, dai raggiri dell'ipocrisia o della paura di giudici ignari o prezzolati, o di giurati atterriti, tutto il mondo civile alla loro condanna contrappose il proprio verdetto, protestò e gridò, che quel processo è l'ingiustizia più turpe che sia stata commessa nel secolo decimonono.

II. -- _Il Giudaismo -- Sua essenza -- Sua missione._

Il processo Dreyfus, le vaste proporzioni, che assunse un fatto accidentale e che concerne un individuo, presenta alcunchè di provvidenziale, o, se vuolsi, della fatalità storica.

In mezzo alle angoscie e alle sorprese, che esso ha suscitate, offre all'osservatore due sintomi importanti e due consolazioni. Primo, si è rivelato agli occhi di tutti una specie di _UNITÀ MORALE_, che omai domina e stringe, come in un solo popolo, tutto il mondo civile nei due emisferi, unità di sentimento e d'_interesse morale_, il quale, in questo albore del secolo, che sta per aprirsi, sembra inauspicare, sopra le rovine del mondo che sta per dileguarsi, quell'unità, la quale dovrà dominare la umanità futura.

Seconda consolazione, è che questo verdetto cosmopolita ci palesa e prova, come il concetto di giustizia sia diffuso e prevalente nel mondo dei popoli, da Washington e Boston sino a Berlino, Roma e Mosca, e oramai domini la società, che va formandosi sulle macerie dell'antico.

Ora ci domandiamo: donde l'origine del concetto assoluto della _Giustizia_, del suo imperativo giuridico-morale? Chi ne fece la base della propria religione, del suo culto, delle sue istituzioni politiche, il soggetto e l'oggetto della sua propagazione, e scopo del suo mandato fra i popoli?

La questione Dreyfus si confonde con quella dell'Ebreo, la quale si presenta, si agita da secoli in mezzo a tutti i popoli. Ora che cosa fu nella remota antichità e che cosa è nella sua essenza l'ebraismo? -- A chi risale alle sue origini, e segue l'ebraismo nel suo svolgimento ed applicazione, esso non è nè una religione, nè un culto, nè una nazionalità nel significato moderno. È qualche cosa di più, o se vuolsi di meno.

È un complesso di principii assoluti e direttivi dell'ordine sociale, i quali, astratti, ideali ed universali nelle loro origini, tentarono, a traverso il tempo e lo spazio, di esplicarsi e penetrare di sè tutti gli umani concorzî.

È un'idea che vuol trasformarsi in costituzione politica-sociale; la Genesi, diremo con parola biblica, che si fa numero e storia[4].

[4] L'Ebreo, dice Renan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.

(_V. Revue des deux Mondes_. Maggio 1891).

L'Ebreo e l'Ebraismo non furono, nelle loro origini e nel loro sviluppo storico, il prodotto di una sola razza, ma piuttosto d'un aggregato d'individui, di personalità, sorte da genti e famiglie diverse, fra Egizî, Fenici, Etiopi, Mesopotamî, ed altre famiglie, popolazioni dell'Asia centrale e dell'Egitto, le quali per tradizioni domestiche, per parentadi, per congenialità, per commerci, condizioni e circostanze speciali, si unirono, si consociarono, e poscia si fusero insieme; col tempo assunsero un tipo omogeneo, a quel modo, che nel mondo animale e nel vegetale una specie si modifica e si trasforma a seconda dell'influsso che esercita su di essa l'ambiente che la circonda, la invade, o invasa.

Però essa in quei tempi, nei quali ogni fatto o fenomeno sociale aveva del mistico e del divino, assunse il nome di popolo eletto, popolo _DI ELEZIONE_, voce, che corrisponde a quello che noi, con parola scientifica, ora denominiamo _SELEZIONE_. Cioè quella selezione naturale, con cui nella lotta per l'esistenza, finisce per prevalere il più forte, o il più intelligente.

E questo lavoro di selezione, condotto a traverso tanti secoli, popoli, razze diverse, combattimenti, sconfitte, riscosse, concentrazioni e dispersioni, temprò e ritemprò questa gente, battuta all'incudine di tanti eventi e climi, e ne fece individualità, le quali, energiche di volontà e indomite di pensiero, poterono resistere a tutte le prove, soffrire, cadere, rialzarsi, razza unica al mondo, che vince ogni avversità, vive e perdura.

Ora quali furono, quali sono le idee principali, le idee-madri intorno alle quali si raggrupparono, consociate, queste famiglie e per cui si fusero in un popolo, e che da un manipolo di uomini, secondo la promessa fatta al patriarca, dovrà divenire una progenie più numerosa dell'arena del mare?

Queste idee erano, sino dalle origini, semplici, come tutto che nella natura è grande, fecondo e durevole. Esse si possono ridurre a tre principali: un Dio, una legge, un popolo.

Presso tutti i popoli antichi, e in parte anche alcuni moderni, ogni razza, città, famiglia, individuo aveva il suo proprio Nume e una teogonia di Numi, l'uno rivale, avverso all'altro, tutti in lotta fra di loro. Guerra degli Dei contro gli Dei, guerra fra gli uomini, guerre di religioni; Olimpo contro Olimpo, razza contro razza: e i Numi, com'è noto, erano le rappresentazioni dei fenomeni naturali, animali, vegetali, siderei, od incarnazioni di eroi, di guerrieri, di principi e Re, o di uomini giusti e santi. Ora l'Ebraismo (auspici i patriarchi o Mosè, l'epoca e il nome non monta) tagliò corto a queste teogonie del Naturalismo, dell'Antropomorfismo e della fenomenologia naturale, o della fantasia umana.

Esso proclamò, come base della società, il Dio Uno[5]. Egli creatore o regolatore dell'Universo, egli infinito ed eterno. Jeova è quello che è, fu, sarà. -- L'Ente, l'assoluto. Egli, infinito, non può essere rappresentato; quindi non idoli di creta, non immagini. L'Ebreo fu il terribile iconoclasta. Il suo Dio non può essere contemplato, adorato che col pensiero, il quale deve, meditando, studiarne le opere, cercarne le vie, onde scoprirne le leggi. Però Mosè disse ancora: «_Tu sei nato per conoscere_». Nella legge esso aggiunse; è la tua vita. Passerete a traverso i secoli «_in lei vivrete_».

[5] Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.

Ora qual è l'attributo principale, che dal legislatore viene conferito al suo Dio? La legge. Perocchè nei consorzi sociali dalla legge deriva quell'armonia che penetra e governa l'universo. Egli è anzi tutto il Dio di rettitudine e di giustizia[6]. Quest'attributo, che domina il Giudaismo, è pure il concetto a cui s'inspirò ed in cui si riassume il poema Nazionale Italico.

«Giustizia mosse il mio alto fattore».

Ma _Giustizia_ è termine astratto; essa deve applicarsi, tradursi in atto nella società, definirsi; ed essa si fa la _Legge_, e la legge diviene il vero culto d'Israel.

[6] «Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut. XXXII).

Però il Giudaismo non è una religione nel significato generale e volgare della parola, nè il suo culto un complesso di riti, cerimonie mistiche o sacramenti. È fondato sull'unità dell'uomo religioso e sociale, sull'unità della dottrina e della vita. A lui domma è il concetto assoluto di _Giustizia_ nella sua astrazione; a lui il culto è lo studio della legge per applicarla con moralità ed equità, nelle società umane.