AbrakadabraL Storia dell'avvenire

Part 3

Chapter 3 3,525 words Public domain Markdown

«Non fanno pietà queste gare mal definite tra il passato e il presente? queste lotte di principii ugualmente erronei? queste verità dell'oggi che domani si trasmuteranno in menzogne? queste riforme che scaturiscono dall'antico e sono da uomini antichi respinte come nuove? queste sillabe accozzate che vorrebbero dar corpo ad una larva? queste larve che si decompongono e svaniscono il giorno in cui prendono corpo? queste scoperte della scienza che accusano la stoltezza dei nostri predecessori e fra un secolo accuseranno la nostra? questi trovati dell'arte e dell'industria che forniscono un diletto creando mille bisogni? queste rivoluzioni che massacrano le moltitudini per istabilire una idea? queste idee che aspettano di essere accettate e tradotte nell'azione pratica per divenire intollerabili ed esecrate?

«E quanto ardore nelle polemiche! quanto entusiasmo negli assurdi!... qual cecità nelle contraddizioni!--Un dabben farmacista crede di aver inventato il liberalismo perchè osa dire: ammazziamo chi vorrebbe soperchiarci! Questa politica era già nella mente solitaria di Caino, il figliuolo primogenito dell'uomo. Ma la storia è troppo antica--non è meraviglia che il farmacista l'abbia dimenticata.

«E il curato, che pretende egli col suo _non possumus_? Arrestare il movimento? Uccidere l'idea?--Non ha egli appreso dalla istoria che una idea, antica o nuova non importa, purchè lusinghi questo istintivo desiderio del meglio che è il principio motore della umanità, deve fare il suo cammino, svolgersi e completarsi nella esperienza fino a quando l'esperienza non la riprovi? Non si avvede egli, il buon curato, che il suo _non possumus_ sta al moto delle idee come la zavorra alle navi--invece di sommergere, equilibra ed assicura?

«E il sindaco, ignora egli che le violenze e le stragi sono del pari una necessità del movimento? che, per dar passo alla locomotiva, il ferro e la polvere debbono prepararle il cammino, distruggendo la vegetazione, appianando la montagna, divergendo il torrente?

«Non è questa la istoria inevitabile del movimento umano?... Ma chi bada alla storia? Chi la comprende? L'uomo è sempre nuovo sulla terra. L'esperienza de' suoi predecessori non è lezione per lui se non in quanto lo ammonisca che essi nulla hanno fatto di bene, che tutto bisogna rifare.

«Oh! se l'uomo potesse leggere l'avvenire! Forse riconoscerebbe la sua vera missione, l'inanità de' suoi sforzi per migliorare la condizione propria, e la sua divina efficacia nel cooperare all'equilibrio ed allo sviluppo del _cosmos_! Ove ciò avvenisse, un nobile orgoglio potrebbe egli sostituire alla vanità disillusa dell'_io_, e dire con più soda convinzione: io sono una leva della intelligenza di Dio--agisco per lui e con lui--tutto che produco è perfetto--e forse, l'atomo perduto nell'universo, compiuto il sacrificio del dolore operoso, si riunirà, si identificherà in quell'Essere Uno, che è la Causa e l'Effetto dei mondi.

«Scriviamo la storia dell'avvenire. Dessa troverà fede più che la storia del passato. Per essa la vanità e la follia si acquieteranno in un concetto filosofico e morale...!

«Per scrivere questa storia, non è mestieri di profonda dottrina, nè di penose investigazioni, nè di lunghi e meditati raffronti. La logica naturale può dettarla. Raccogliamo le idee dei nostri tempi, i principii innovatori che oggi si presentano in germe; seguiamo il loro movimento, il loro sviluppo--completiamo tutte le aspirazioni dell'epoca nostra traducendole in fatti; l'avvenire non avrà più segreti per noi. La nostra istoria potrà ingannarsi nelle date.--Cosa sono le date?--Una divisione convenzionale del tempo indivisibile. Che importa se gli avvenimenti non sieno numerizzati e disposti a rubriche come le cartelle del notaio? Non basta il saperli veri, necessariamente esatti come il prodotto di una addizione, come la logica di un calcolo algebrico?

«Osiamo dunque!... Poichè la definizione mi sfugge; poichè il verbo si rifiuta ad esprimere l'idea--sforziamoci di tradurla in una serie di fatti!

«Che è mai l'_Abrakadabra_ se non il programma, lo scheletro di tutta la istoria umana? Completiamolo--riempiamo le lacune, vestiamolo di muscoli e di nervi! Ch'egli si muova, si agiti, precorra gli spazii dell'avvenire!... Tutti lo riconosceranno, lo comprenderanno, e l'umanità dovrà arrendersi all'evidenza del suo concetto...»

CAPITOLO VI.

Eureka!

Il _signore_ aveva _trovato_. Snodò le mani dalla fronte, prese un gran foglio di carta, e in mezzo a quello disegnò con la penna la figura cabalistica del suo concetto:

A B R A K A D A B R A A B R A K A D A B R A B R A K A D A B A B R A K A D A A B R A K A D A B R A K A A B R A K A B R A A B R A B A

La mente del _signore_ non era punto affaticata dal cozzo di tante idee, di tante ipotesi mal definite e peggio coordinate. Quella rassegna aveva portato il suo frutto. Gli aveva suggerito il modo più ovvio per esprimersi. Egli non cercava di meglio.

Vegliò tutta la notte sull'_Abrakadabra_. Quando il medico e i domestici entrarono, al mattino, nella sala, trovarono il _signore_ seduto al tavolo, cogli occhi fissi alla figura cabalistica, intorno alla quale avea disegnato un laberinto di lineette e di segni misteriosi, un intreccio di circoli e di triangoli bizzarramente collegati; e in quello sfondo egiziano, inverosimili accoppiamenti d'uomini e di belve, di alberi e di case, una nuova generazione di animali e di vegetali sospesi o inchiodati alla periferia di un mondo impossibile.

Il medico, che era entrato in punta di piedi, si pose dietro le spalle del _signore_, e contemplava quegli sgorbi con espressione di pietà.

--Non sarebbe tempo di prendere un po' di riposo?--disse il medico a mezza voce, come temesse di produrre una scossa troppo violenta sui nervi dell'amico.

Il _signore_, colpito da quella voce, tracciò rapidamente sul margine superiore del foglio alcune lineette ondeggiate, e volgendosi al medico col sorriso più sereno:

«Grazie del buon suggerimento, gli disse! ora che il lavoro è compiuto, posso mettermi a letto col cuore tranquillo. Da dieci mesi non ho mai gustato il bisogno del sonno come in questo momento».

Il medico, come era usato di fare ogni mattina, portò la mano al polso del _signore_, e parve molto sorpreso di trovarlo in piena calma.

--Sono guarito!--disse il _signore_ levandosi in piedi--l'_Abrakadabra_ è spiegato... Esso è qui... su questo foglio, e quando mi piaccia, io potrò leggerlo all'universo e farlo comprendere a tutti.

--Che!... queste linee?... questi geroglifici?...

--Sono la storia dell'avvenire, sono la soluzione del grande problema mondiale--disse il _signore_ coll'accento della convinzione più serena.--A rivederci... domani... volevo dire... stassera...!... fa di invitare tutti i nostri conoscenti... Che tutti prendano parte alla festa!... Io sono guarito!... perfettamente guarito!

Il _signore_ piegò il foglio, se lo pose in tasca, ed uscì per avviarsi alla sua camera da letto.

Il medico e i due domestici stettero parecchi minuti a guardarsi in faccia; nè potevano riaversi dalla sorpresa.

--Ch'egli sia guarito davvero?--pensò il medico.--Tanto meglio! Io avrò guadagnato della celebrità a buon mercato... e in pochi anni potrò avere il mio posto alla direzione della _Senavra_!... Così va il mondo, e bisogna lasciarlo andare così per il meglio di tutti!

Il nostro medico aveva assorbito il sistema filosofico dell'_Abrakadabra_ senz'avvedersene.

Per tutta la giornata il _signore_ fu invisibile. I domestici, inquieti, più volte avevano spiato all'uscio della sua camera da letto--nessun rumore, nessun movimento.

Il medico, verso tre ore, entrò nella camera. Il _signore_ dormiva profondamente.

Gli ordini erano stati eseguiti. Fu preparato un copioso desinare. Il sindaco, il farmacista, il curato, il marescalco, il barbiere ed altri notabili del paese furono invitati.

Nessuno mancò all'appello. A sei ore tutti si trovavano nella sala. Il _signore_ entrò festevolmente, strinse la mano di tutti, e accennò ai commensali di sedere.

Inesplicabile cangiamento!... La fisonomia del _signore_ non era più quella del giorno precedente. Pareva ringiovanito. Un raggio di benessere, di felicità, brillava nel suo sguardo, nella candidezza vivace della sua fronte. La callotta turchesca era scomparsa, e i capelli abbondanti e crespi si espandevano intorno alle tempia d'alabastro, scolpite di intelligenza e di bontà. L'abbigliamento era semplice nella sua eleganza. Il soprabito, aperto sul petto, metteva in evidenza il candore irreprovevole dei lini leggermente ombreggiati da una barba tizianesca.

Al principiare del pranzo, nessuno parlava. Lo stupore imponeva alle lingue. Ma il _signore_, con una disinvoltura, con una spigliatezza ammirabile, aperse la conversazione e ridonò la loquela ai commensali.

Parlava di tutto. Sfiorava gli argomenti più serii con una leggerezza che toccava l'affettazione. Il curato non poteva darsi pace in udirlo celiare sul tema delle scomuniche e sulle strategie bellicose di monsignore De-Merode. Il farmacista più volte dovette fremere nel vedere il suo Garibaldi _degradato_ al confronto di Cavour, e la reggia di Torino ritenuta più modesta della reggia di Caprera.

Il sindaco, che credeva passarsela netta dagli attacchi, sull'ultimo dovette trasalire per una terribile sentenza: i moderati, _per trovarsi nel centro dei due partiti estremi, non hanno altro vantaggio che di essere più prossimi alla ghigliottina di questi ed alla forca di quelli_.

Il _signore_ si divertiva a tormentare i suoi commensali politici con una sequela di proposte contradittorie, di domande equivoche, di sarcasmi, di sofismi provocanti. Egli sorrideva trionfalmente del loro imbarazzo, e tratto tratto lanciava una ironica occhiata al marescalco ed al barbiere, i quali, senza comprendere, aderivano a tutto.--«Essi mangiano e approvano--pensava egli--ecco la maggioranza, il _coro_ di tutti i drammi sociali, il fondo massiccio di tutte le storie».

In sul finire del pranzo, per un gusto di rappresaglia naturalissimo a chi si sente umiliato da una eloquenza intrattabile, il curato fece una sortita veramente pretesca, dove il malumore e la stizza spiccavano in tutta buona fede.

«A dire il vero... signor mio--e voi non vi meraviglierete, nè v'offenderete d'una cosa cotanto naturale--c'erano molti in paese... e anch'io fra questi--vi parlo schiettamente--c'erano molti, che a giudicarvi dalle apparenze esteriori e sopratutto dalla vostra taciturnità... vi credevano...

--Pazzo... non è vero?...

--Io non avrei osato dir tanto--proseguì il curato--ma, poichè la signoria vostra ha voluto buttarla fuori netta e schietta--credo inutile temperare l'espressione con dei sinonimi, che presso a poco si equivarrebbero...

--A meraviglia!... La verità, bisogna aver il coraggio di dirla per intero... Io fui pazzo--ed il mio ottimo medico potrebbe attestarlo meglio di chicchessia--io fui pazzo pel corso di oltre dieci mesi; e la mia guarigione non data che da poche ore. Io mi era smarrito in un immenso laberinto di idee; io mi esauriva in uno sforzo del pari tormentoso che impotente per trovare ad esse una formola precisa ed evidente all'altrui intelligenza. Io cercava questa formola nelle vostre polemiche, nelle vostre interminabili discussioni. Era il mio torto. Seguendo questo sistema, io non faceva che alimentare la mia pazzia coi riflessi della vostra. Ah! perchè io ricuperassi la mia ragione, perchè io potessi rassicurare la mia coscienza e il mio intelletto, era necessario che l'_Abrakadabra_ si convertisse in un'avvenimento storico--e che io--sull'appoggio di questo avvenimento--potessi dirvi: i pazzi siete voi!

--Ma in nome di Dio!--sorse a dire il curato--ci spiegherete voi alla fine cosa sia questo vostro _Abrakadabra_?...

--L'_Abrakadabra_--rispose il _signore_--è la storia perenne del movimento umano riflessa in un'epoca sconosciuta all'universale, in un'epoca avvenire.

--Ah! sarei ben curioso di sapere in qual libro voi l'abbiate trovata codesta istoria dell'avvenire! Deve essere un libro raro e preziossimo... ed io mi terrei ben felice che qualcuno me lo prestasse... tanto da sbizzarrirmi una mezz'ora nei mondi sconosciuti!

--Il libro non è raro, signor curato, ma non cessa di essere prezioso. La natura lo ha impresso nella mente di tutti; sebbene noi abbiamo il torto di leggerlo a rovescio. L'istoria del passato e del presente sono una conseguenza logica dell'istinto umano, che non può mutarsi. Studiate in voi stessi le leggi di questo istinto, e avrete la istoria dell'avvenire.

--E voi... credete... di conoscere questa storia...?

--Tanto che, se voi non sapeste leggerla nel vostro libro, potrei prestarvi il mio, perfettamente trascritto e corredato di commenti.

Il _signore_ parlava con una calma, con una convinzione, che eccitava all'ultimo grado la curiosità de' suoi uditori. Il curato era perplesso. Non ardiva manifestare il suo desiderio... Temeva per sè, per la fede degli altri... Un segreto presentimento lo avvertiva che la storia del _signore_ doveva portare un terribile crollo al sistema del _non possumus_ e ad altre teorie venerande. La curiosità del sindaco non era scevra di terrore. La ghigliottina o la forca si affacciavano alla sua imaginazione come un terribile dilemma... La mano ignota dell'avvenire lo stringeva alla gola come un capestro... Il farmacista era più fidente. Un uomo di idee tanto avanzate credeva di non aver nulla a temere dal progresso. Nella storia dell'avvenire egli si vedeva riservata la parte più brillante.

Il _signore_ attraverso alle esitanze ed ai terrori, indovinò il desiderio della sua piccola assemblea.

Si levò di tasca il foglio cabalistico che noi conosciamo, lo spiegò sulla tavola, e si fece a narrare la sua istoria.

E poichè la storia dell'_Abrakadabra_ vuol essere molto lunga, e, osiamo sperarlo, molto interessante, noi la riporteremo tutta di seguito senza avvertire le pause, le objezioni, le piccole controversie suscitate dai fatti, e quegli accidenti di tempo e di luogo che non hanno da fare coll'azione.

Il _signore_ narrò la sua istoria in diverse riprese. La sua fisonomia mutava espressione a seconda degli avvenimenti, o piuttosto a seconda delle momentanee disposizioni dell'animo. A volte grave e severo, a volte scherzoso e beffardo. I suoi entusiasmi erano brevi, intermittenti--si ammorzavano d'improvviso come se un lampo di incredulità gli attraversasse la mente. Rideva nel dipingere una scena di desolazione--declamava tragicamente una inezia. Quando i suoi ascoltatori parevano profondamente impressionati, egli si affrettava a distrarli con una digressione faceta, con un episodio puerile. Non sempre riusciva all'intento. Col procedere della narrazione, collo svilupparsi degli avvenimenti, egli prendeva pe' suoi personaggi immaginarii, un reale interesse. Finiva coll'amarli--e da ultimo, come il Dio della _Genesi_, si pentiva di averli creati.

Comprendete voi quest'uomo singolare?... Lo vedete?...

Ascoltate la sua istoria come egli ve la narra--meditando e ridendo.

CAPITOLO VII.

Dove conduce il principio di nazionalità.

A quell'epoca--parlo del 1977--l'_Unione Europea_(1) era un fatto compiuto.

Quante transazioni di idee e di principii, quante lotte della intelligenza e della materia, quanti dolori, quanti sacrifizii, quanto sangue, per riuscire al patto federativo di tutti i popoli di Europa!

Non per questo dobbiamo ritenere illogici gli sforzi del secolo precedente per determinare e circoscrivere le nazioni entro i confini segnati dalla natura(2) e dalla tradizione storica.

A prima giunta parrà assurdo. Ma l'idea di costituire l'Europa in una sola e grande nazione non avrebbe potuto sorgere nella mente dei popoli se il principio di _separazione_ non si fosse preventivamente concretato.

La mente umana procede a gradi, ma non si diparte mai dalla linea retta.

Un po' di storia retrospettiva per intenderci meglio.

Vi fu tempo--quando le aspirazioni, che più tardi si chiamarono nazionali, si agitavano in embrione nella mente di pochissimi--vi fu tempo in cui l'Italia era patria ignorata per la massima parte degli Italiani.--Ciò che per l'Italia, ripetasi per la Francia, per la Spagna, per tutte le altre nazioni.

Da noi si diceva: milanesi, bergamaschi, lucchesi, aretini, faentini e via via.

Ci vedevamo di rado. Poco ci conoscevamo: disgiunti da naturali barriere, da pregiudizii ereditati, ci detestavamo per tradizione.

Si aprirono delle strade--le comunicazioni si resero più facili--il commercio mise a contatto queste popolazioni limitrofe, che per molti secoli si credettero antipode.--Oh che?... non siamo tutti fratelli?... Non si parla tutti la medesima lingua? E dopo una tale domanda, in un giorno di buon umore o di comune pericolo, i cittadini di Lodi e quelli di Bergamo, i cittadini di Arezzo e i Pistoiesi, i cittadini di Faenza e quei di Ferrara, si fusero in una denominazione più collettiva--Lombardi, Toscani, Romagnoli. Il Municipio si eclissò nella provincia--più tardi le grosse provincie assorbirono le minori--le mille divisioni si restrinsero a cento--e quando le cento divennero dieci, la parola _italiani_ uscì finalmente dallo spirito del popolo, e da quel giorno l'Italia fu fatta.

Più tardi--(le proporzioni si dilatano, ma il processo è sempre uguale)--italiani, francesi, spagnuoli, portoghesi, quattro nazioni di indole omogenea e strettamente collegate da reciproci interessi, un bel giorno si accorgono di aver comune l'origine.--Chi siamo? d'onde veniamo? Meraviglia! stupore!... E dire che per tanti secoli ci siamo guardati in cagnesco, chiamandoci stranieri con reciproca diffidenza ed abborrimento! Noi siamo _latini_!--La parola è trovata.--Una razza distinta dai _germani_ e dagli _slavi_--una razza che deve fare da sè, che deve fondersi, serrarsi in vincolo dissolubile...--_Latini_, _tedeschi_, _slavi_--ecco la nuova divisione che deve fondare il nuovo principio separatore, che deve condurci alla unità europea.

Le strade di ferro, il compiuto traforo del Cenisio, il telegrafo parlante, le locomotive aeree, ed altre facilitazioni di contatto fra popoli e popoli, affrettano necessariamente l'applicazione del nuovo principio. Dal 1884 al 1890 la _questione di razza_ tiene agitata l'Europa, come trenta anni prima la questione di _nazionalità_.

Non intendo farvi attraversare tutta la storia di un secolo; ma l'incidente che venne a determinare questo nuovo progresso verso la fratellanza universale vuol essere accennato come una terribile minaccia alla diplomazia incongruente ed egoista. I popoli latini erano prossimi a fondersi. Convenuti i patti, accettati in massima dalle singole parti. L'iniziativa latina doveva necessariamente seguirsi dai tedeschi e dagli slavi, informati al nuovo principio. Che si tarda?... Come si spiega questa lunga esitazione? Dal 1888 al 1890, pel corso di due anni, eterni, fastidiosi, rovinosi, le tre razze si guardano, diffidenti e non osano fare il passo decisivo.

Che farà l'Inghilterra?--ecco la domanda che tutti si ripetono. Da qual parte vorrà mettersi l'Inghilterra?--Rimanere neutrale?... isolarsi?--non è possibile--Unirsi ai latini?--Gli antichi pregiudizii vi si oppongono.--Mettersi cogli slavi?--C'è troppa ruggine colla Russia.--Farsi tedesca?--Non c'è il suo tornaconto.

L'Inghilterra diplomatizza..... minaccia interventi... piega a destra... piega a sinistra... giuoca di ministeri e di note contraddittorie... oggi parla latino... domani sbuffa degli _off_ tanto lunghi o si prova a belare degli _oschi_...! A forza di svolgere, di invertire, di avviluppare la questione, l'Inghilterra perde la bussola... non riconosce più la propria razza... minaccia di dichiararsi calmucca...

Tutta Europa rimane per due anni sospesa, aggirata dal vecchio manubrio di lord Palmerston...

Finalmente... la mattina del 20 agosto 1890... un dispaccio dell'_Agenzia Stefani_ leva i popoli dall'ansietà, l'Europa dall'immenso fastidio...

Il dispaccio annunzia un terribile cataclisma già preveduto fino dal secolo precedente...

La grande isola Britannica, a forza di proteggere e di mantenere l'equilibrio di Europa, ha finito col perdere ella stessa il proprio equilibrio, e si è capovolta..., sommersa nell'Oceano!

I bastimenti a vapore partiti quella mattina dall'Havre per approdare alle foci del Tamigi, dopo breve tratto di mare, furono attratti da un flusso irresistibile e condotti a naufragare sovra un informe ammasso di carbon fossile e di balle di cotone, che il giorno innanzi si chiamava Inghilterra.

Questo avvenimento storico era troppo grave perchè io potessi pretermetterlo. E debbo aggiungere--a vergogna dell'umanità--che il raccapriccio dell'orribile cataclisma non fu espresso dall'Europa colla desiderabile ipocrisia. A Parigi e a Pietroburgo si fecero luminarie e fuochi di artifizio. La _questione di razza_ era sciolta, e nel novembre 1890 divenne un fatto compiuto.

Che manca ora all'unificazione completa di Europa?--Un breve passo dell'_idea_.

Cessate di chiamarvi latini, tedeschi e slavi!--non siete tutti _Europei_? Perchè fantasticare una differenza di origine? Una è la terra che vi ha generati; identici i costumi, pari la civiltà. Per una vicenda di tristissimi secoli, invasori ed invasi, persecutori e perseguitati, rimescolati da cupidigie prepotenti, da odii ed amori nefasti, qual'è di voi che porti nel volto e nello spirito i caratteri originali della propria razza? La Provvidenza vi ha resi bastardi perchè un giorno abbiate ad abbracciarvi e chiamarvi fratelli. Qual marchio vi distingue gli uni dagli altri?... Come potete riconoscervi?--Al diverso linguaggio?--Ebbene: perchè mai questo epilogo di razze non potrà parlare la medesima lingua?... Si stabilisca una lingua per tutti--la lingua universale, la lingua _cosmica_!--e tutte le differenze spariranno.

Credereste?--l'idea della unificazione di Europa fu appena enunziata dai pensatori, che subito venne sancita dall'universale consenso.

Parimenti ben accetto fu il pensiero di creare una lingua _cosmica_; ma la scelta di questa lingua diede origine a fatali dissensioni.

I vecchi pregiudizii tornarono a galla--i puntigli si inviperirono--la lotta fu lunga e piena di fastidi.

--Inventeremo una nuova lingua?--A che pro, mentre tante ne abbiamo? Perchè incomodare tutto il mondo allo studio di un nuovo dizionario? Non è meglio servirci di una lingua già usata..., della francese, per esempio, nota alla maggioranza degli Europei?

La questione fu deferita ad un congresso di filologi, i quali si adunarono a Berlino, e dopo tre anni di discussione, convennero nel proposito di creare la nuova lingua incominciando dal riformare l'alfabeto.

Quella decisione fu accolta in Europa con poco favore. Ma l'assemblea dei filologi stette dura! Erano molti, circa duemila, e caparbii.

Si accinsero in buona fede all'arduo lavoro. Si accapigliarono per ben cinque anni prima di decidere se il nuovo alfabeto avesse a cominciare coll'_o_ piuttosto che coll'_a_. Millenovecentonovantanove oratori avevano parlato _pro_ e _contro_. Quando l'ultimo inscritto si alzò per parlare _in merito_, una grossa bomba venne a cadere sul tavolo del presidente, e scoppiò con orribile fracasso.

Fuggirono tutti. Que' buoni filologi, nel calore della polemica, non si erano accorti che la razza latina e la razza tedesca trattavamo da due anni la medesima questione cogli argomenti delle bombe e delle cannonate.

I latini entrarono in Berlino la mattina del 10 gennaio 1925, e occuparono la città malgrado le proteste e le minacce di tutta la Confederazione germanica. Era fissato che quella occupazione militare affrettasse l'effettuazione delle nuove idee.