AbrakadabraL Storia dell'avvenire
Part 2
«Ecco perchè ci chiamate _moderati_, _uomini della paura_! Moderati? Oh sì! noi lo siamo... La moderazione è da esseri ragionevoli--i bruti, i selvaggi non la conoscono. Paura? Se la passione non vi impedisse di renderci giustizia, voi la chiamereste prudenza. Una sola cosa noi temiamo: perdere il frutto del sangue versato a prezzo di nuovo sangue.
«Gridateci codardi, impotenti, traditori! Abbiamo fatto il callo alle vostre invettive! Noi aspetteremo fino a quando la convinzione del _poter fare_ non ci gridi: avanti!
«Frattanto, i giorni della attesa non saranno sprecati per opera nostra. Noi non turberemo la fede del popolo con suggestioni nefande; predicheremo la concordia e il compatimento--insegneremo la libertà, esercizio di equi diritti e legge di sacri doveri. Mentre l'esercito si agguerrisce, impareremo a divenire nazione.
«Non è malva, non è oppio quello che noi spargiamo nei circoli, nelle associazioni degli operai, nelle scuole gratuite da noi favorite e protette. Noi insegniamo la libertà ogni qualvolta voi non ci interrompiate per obbligarci a combattere la licenza e la violazione delle leggi.
«Più che altro ci sta a cuore di riconciliare alle idee di civiltà e di progresso i molti che finora le guardarono con isgomento. Noi vogliamo persuadere gli onesti di tutte le classi che libertà è ordine assoluto, che rivoluzione non è sinonimo di anarchia e di ghigliottina. La nostra moderazione ha già risolto molte esitanze, conquistato molte simpatie. Procediamo a questo intento! È a sperarsi che il nostro metodo riesca completamente. È a sperarsi che i pertinaci fautori del passato, i più accaniti nemici delle nostre idee, gli stessi clericali, si accostino un giorno al banchetto delle nazionalità redente, e vengano con noi a celebrare la Pasqua di riconciliazione. Non è vero, signor curato revendissimo?»
CAPITOLO IV.
Non possumus!
La inattesa perorazione del sindaco produsse un effetto galvanico sul curato, il quale nella sua canonica riservatezza, avrebbe voluto astenersi da quella vivace polemica. Tacere, dopo una interpellanza così diretta, era lo stesso che approvare o dichiararsi convinto. E quale scandalo per le tribune dei villani! quale sconfitta per il _principio_!
Tutti gli occhi erano fissi in lui. Il _signore_ col suo sguardo severo pareva esigere una spiegazione.
Il curato si levò in piedi, e volgendosi all'uditorio con un gesto da _dominus vobiscum_, replicò a tutta voce due parole latine, il motto inesorabile, nel quale si riassume tutto il programma religioso e politico della setta clericale:
«_Non possumus!_
«Non possiamo! non possiamo! proseguì a tutta voce l'onorevole interpellato, traducendo il suo testo per adattarsi alla intelligenza delle tribune idiote.
«Il papa e i prelati della sacra venerabile curia romana, i grandi dottori della Chiesa vi manderebbero a spasso con questo semplice motto, che è il corollario di un coscienzioso e meditato sistema. Ma io non sono prelato, nè dottore della chiesa; io sono un povero curato, l'ultimo fra gli ultimi nella gerarchia ecclesiastica; e voi potreste supporre che io ripeta da papagallo il testo consacrato dalla Curia senza aver studiata la questione.
«Voi vi ingannereste, o signori. Io sono pienamente convinto del mio _non possumus_, più che voi non lo siate delle vostre utopie liberali, umanitarie. Io le ho studiate le vostre utopie, le ho discusse--ho fatto di più--mi sono provato ad applicarle mentalmente alla vita pratica, e sono riuscito a concludere che tutte le vostre riforme, le vostre innovazioni, ciò che voi chiamate civiltà, libertà, progresso, non sono che larve ingannevoli, assunte dallo spirito malefico per insinuarsi nel mondo a moltiplicarvi la miseria e la corruzione.
«Ah! voi predicate la scienza universale; volete che tutti apprendano a leggere, a scrivere, a ragionare, a filosofare! E siete voi che spacciate queste felici teorie!... voi proprietario di seicento pertiche di terreno, e padrone di un vasto opifizio dove lavorano ogni giorno da oltre sessanta operai!
«Avete mai riflettuto cosa avverrà dei vostri campi e dei vostri meccanismi il giorno in cui la educazione universale avrà cessato di essere una brillante utopia per tradursi in una realtà deplorabile?
«Quando voi, beatamente sdraiato nel vostro birroccio, lo zigaro in bocca, la punta del naso fiammante di vino, percorrete la strada che attraversa i vostri poderi, i contadini che non san leggere, si levano rispettosamente il cappello, col sorriso e col cuore vi danno il buon giorno, e ansanti, sudanti, raddoppiano la lena della vanga.
«Essi dicono: il padrone è ricco, e noi siamo poveretti--egli è il nostro benefattore--egli ci mantiene, ci dà la polenta--lavoriamo per lui!--è nostro dovere! senza di lui come potremmo vivere?
«Così gli idioti contadini, che non sanno leggere, nè ragionare. Vedete qual logica balorda! Come si illudono grossolanamente i poveretti sulla legittimità dei vostri diritti di proprietario, e sulla necessità del loro servaggio! Sono ignoranti, sono zotici i vostri paesani!!!
«Via, signor sindaco!... bisogna soccorrere all'idiotismo di questi infelici. Affrettiamoci ad educarli! Poniamo loro in mano l'abbecedario, poi la grammatica, poi l'_istradamento al comporre_, la prosodia, se volete--qualche libro di amena letteratura--e da ultimo, abboniamoli ai giornali politici!
«Tutto sta che i maestri ci si mettano di zelo; e in meno di cinque o sei anni, i vostri contadini, signor sindaco, ne sapranno quanto voi, o per lo meno quanto il vostro segretario.
«Ecco là un'assemblea di scienziati, un areopago di filosofi... Via! battete le mani, signor sindaco presidente! Il grande miracolo è compiuto! I vostri villani erano bruti ed ora sono diventati uomini--erano schiavi, ed hanno infranto le catene--nuotavano nelle tenebre, ed oggi aspirano alla luce. Tanto ciò è vero che essi hanno gettata la vanga e la gerla, e non vogliono più saperne di fecondare coi loro sudori _la gleba del tiranno_.
«E sapete cosa è la _gleba_, signor sindaco?--è il vostro campo. Sapete chi è il _tiranno_?--Il tiranno siete voi. Consolatevi! questa scoperta è dovuta al vostro sistema di educazione universale. Il risultato poteva esser più pronto e più soddisfacente?
«Ma io ho forse abordato con soverchia leggerezza una quistione molto seria, che racchiude il germe di sanguinosi avvenimenti. Il nostro _non possumus_ data da secoli, e mette capo a quel libro divino, a cui non vorrete negare qualche autorità--parlo del vangelo. I pericoli e i danni della scienza universale sono prevenuti in quel codice santo, dove la _povertà dello spirito_ e l'_umiltà del cuore_ stabiliscono la base di una morale feconda di beatitudine.
«Attenendoci ai consigli della sapienza divina, noi abbiamo tremato di ogni nuova istituzione che tendesse a traviare l'umanità pel cammino dell'orgoglio e del disordine.
«Fummo avversi alla stampa, presaghi delle sue abbominazioni infrenabili; perseguitammo Galileo; ponemmo ostacolo per quanto era da noi alle temerarie pellegrinazioni di Colombo--abbiamo negato il vapore, contrastato il telegrafo, imprecato a tutti gli abusi della ragione, alla filosofia, all'esame critico, ai sacrileghi attentati della chimica e del magnetismo, due scienze di terribile avvenire!...
«Se il genio del male fu più potente di noi--se la stampa e il vapore, i più fieri nemici dell'umanità, si scatenarono sulla faccia dell'universo--noi non cesseremo, per quanto i nostri mezzi ce lo permettono, di opporre un freno allo spirito ed alla materia ribelle. Se non ci è dato impedire, noi ritarderemo. Verrà giorno in cui, meditando il nostro _non possumus_, quegli stessi che oggi ci accusano quali nemici della umanità, ci proclameranno ispirati da Dio.
«Poco dianzi, parlandovi dei contadini e degli effetti immediati che dovranno prodursi in questa categoria sociale dal _benefizio_ dell'istruzione, io vi faceva presentire la terribile minaccia: «badate! l'uomo che sa leggere e ragionare non può adattarsi a trascinare l'aratro.» In questa verità stanno i germi della più micidiale, della più orribile rivoluzione che mai abbia insanguinata la superficie della terra.
«Come riuscirete a sedarla? quale sarà il mezzo della tregua? il componimento finale?--Via! confessatelo, signori progressisti umanitarii--su questo punto della questione voi non siete più avanzati di noi.
«Basta! a suo tempo ci penseremo--non è vero? tale è la vostra filosofia; ed io mi congratulo di vedervi sorvolare con tanta leggerezza agli scrupoli dell'avvenire. Ma vi è nel presente qualche cosa di più grave, di più contradditorio, a cui forse non avete ancora badato. I vostri progressi non sono solamente una minaccia che gravita sui vostri contemporanei. Tutte le scoperte che soccorrono ad un bisogno, ad un comodo, o ad un diletto della vita umana--ogni nuovo passo dello spirito inventivo, che, a vostro dire, segna una nuova fase di civilizzazione, moltiplica necessariamente sulla terra il numero degli schiavi, e inchioda più aspramente alla catena quei milioni di paria che voi pretendereste redimere.
«Voi scuotete il capo, signor farmacista! Ciò vi sembra un paradosso... Vi spiegherò il pensiero cogli esempi... Compiacetevi di abbandonare le astrazioni, e di scendere con me sul terreno della vita reale, a cui, se non mi inganno, voi altri liberali vi dimenticate troppo spesso di appartenere.
«Il primo uomo che, camminando per una foresta di vergini piante, corse dietro ad un candido fiocco staccatosi da un ramo, e strofinandolo leggermente fra le dita, concepì il pensiero di ridurlo a filo per tramarne dei tessuti--il primo uomo che si propose coltivare il cotone per farne dei drappi; quell'uomo, nell'ingenua compiacenza di recare un immenso vantaggio alla umanità, segnò la condanna di milioni e milioni di negri--fu l'innocente iniziatore di una mostruosa barbarie, che anche oggigiorno fa inorridire la terra.
«Volgetevi intorno--una occhiata alla vostra mensa--alla vostra guardaroba--ai vostri mobili--ai meccanismi che vi rendono agiata l'esistenza!...
«Dacchè il sale divenne una necessità dei palati istupiditi, parecchi milioni di uomini furono condannati a intisichire onde apprestarvelo. Per variare i vostri foraggi, il riso fu introdotto sulle mense--non importa che migliaia di infelici paghino della loro vita questo capriccio di ghiottoneria. Il _paria_ delle risaie lombarde, dopo aver lottato venticinque anni colle terzane, a trent'anni è vecchio, a quaranta è decrepito, a quarantacinque anni è cadavere.
«I cristalli che vi splendono sulla tavola, i colori brillanti delle vostre tappezzerie, i metalli che servono agli usi più comuni, la luce artifiziale della notte; tutto il lusso, tutti gli agi che vi circondano, narrano la istoria dei vostri _progressi_ con gemiti e strida disperate.
«La locomotiva che attraversa la terra come un conquistatore inebriato di fumo e di possanza; questo sorprendente meccanismo che accelera il moto dell'uomo e la diffusione delle idee--non ha forse relegati nelle cave di carbon fossile migliaia e migliaia di sciagurati, perchè muoiano nelle impure esalazioni a benefizio del progresso che cammina? Esaminatelo attentamente il grande ordigno civilizzatore--studiatelo in ogni sua parte, in ogni suo accessorio--poi fate bene il vostro computo, e ditemi quanti milioni di schiavi sieno necessariamente aggiogati e stritolati alle ruote di questo carro emancipatore!
«Ed ora vediamo un po' come la intendiate! Questi paria, questi schiavi della civiltà, che dovranno necessariamente moltiplicarsi per servire ai nuovi bisogni, ai nuovi comodi del secolo--impareranno anch'essi a leggere, a filosofare con voi? E qual sarà la catena per vincolarli alle cave tenebrose, al maglio rodente delle officine? Forse la coscienza del dovere?--Io credo, signor sindaco, che il vostro cenno affermativo sia un amaro sarcasmo. La coscienza dei propri diritti farà dire a questi paria conculcati: È oramai tempo che i _felici_ del mondo prendano il nostro posto!
«Una volta--ai tempi dell'ignoranza e della superstizione--quando il paesano vegetava nella sua atmosfera più omogenea, quando l'operaio non si era ancora associato all'esaltazione ed all'ateismo--bastava un versetto del vangelo o una parola del curato per mantenere in questo povero popolo la fede del lavoro, e la rassegnazione alla miseria.
«Noi ripetevamo al villano: i ricchi godono la loro porzione di felicità in questo mondo, ma voi ne avrete a ridoppio nell'altro--beati coloro che soffrono, perocchè saranno consolati!--più soffrirete quaggiù, e più grande sarà la vostra esaltazione in paradiso.
«Gli scorati, i dubbiosi avevano fede nella parola del curato; tornavano ai campi, alle officine--lavoravano, soffrivano... e morivano nella speranza.
«Ah! voi credete utile e morale istillare la diffidenza e il sospetto in quei semplici cuori! Che faranno i vostri libri? Distruggeranno la fede e la rassegnazione sotto pretesto di combattere il pregiudizio. La vostra educazione griderà agli schiavi: «tutti gli uomini hanno uguali diritti», non è giusto che i milioni lavorino nel pianto perchè i pochi tripudiino nell'abbondanza e nel potere--animo, dunque! insorgete! domandate la porzione che vi spetta!...
«E sapete voi quale sarà la vostra porzione? (proseguì il prete volgendosi ai contadini delle tribune). Dopo avervi rapito il maggior di ogni bene, la fede: dopo avervi spogliati della vostra semplicità, dopo aver mutato la vostra operosa pazienza in disperata ribellione--il giorno in cui domanderete il compenso di una libertà tante volte promessa, sarete appiccati ai gelsi delle vostre campagne, o ricacciati nelle officine a furore di mitraglia.
«No! figliuoli delle officine e dei campi! Non vi lasciate adescare dai falsi apostoli della scienza. La scienza, come il pomo del paradiso terrestre, ci insegna il bene, ma ci riempie di mali.
«Ciò che vi si promette è un inganno. Credete al vostro curato. I ministri di una religione, che ha per codice il Vangelo, non potranno mai farsi complici di quest'opera abbominevole. _Non possumus! non possumus!_ sarà la nostra insegna, la nostra invariabile protesta, quando anche tutte le ire e le violenze del secolo si rovesciassero sopra di noi!
CAPITOLO V.
Rassegna delle idee.
I contadini si inginocchiarono come alla perorazione del _Passio_, e il curato impartì ad essi la benedizione.
Il sindaco e il farmacista non osarono far repliche.
Tutti gli occhi eran fissi nel _signore_, aspettando che egli gettasse in mezzo alla quistione una parola decisiva come la spada di Brenno.
Il _signore_ si levò in piedi, e girò intorno una occhiata che fece abbassare tutte le ciglia.
Il medico e i domestici accorsero a lui, come infermieri al primo delirio di un malato.
Regnava nella sala un silenzio solenne.--_Abrakadabra! Abrakadabra! Abrakadabra!_ tuonò la voce del _signore_.
E portò la mano alla fronte, rimanendo nella attitudine dell'abbarbagliato che invoca dalle tenebre una luce più veritiera.
Ma quella sera l'_Abrakadabra_ non doveva essere l'ultima parola del _signore_.
Trascorsi pochi minuti, egli ritrasse la mano dalla fronte, e volgendosi ai tre antagonisti in sembiante più calmo:
«Grazie! mille grazie a voi tutti!--esclamò--se la vostra polemica, non mi ha dato l'ultimo _verbo_ della idea, ha però versato molta luce sul _caos_. Io sento che le acque si separano dalla terra, che l'aria ed il fuoco prendono il loro posto. Fra poco raccoglierò i miei pensieri per ordinarli sotto questo raggio di luce, e forse domani potrò gridare _eureka!_»
Ciò detto, il _signore_ fece un gesto di congedo, al quale tutti obbedirono. Il medico e i domestici, che parevano esitare, dovettero uscire dalla sala fulminati da un'occhiata inesorabile.
Poichè tutti furono usciti, il _signore_ sedette, appoggiò i gomiti alla tavola, e, raccolta la testa fra le mani, si fece a passare in rassegna le proprie idee, adunandole per ordinarle o respingerle, come farebbe un generale con un esercito di sconfitti.
«--Ragione? forse che tutti non hanno ragione?... e non sarebbe più logico il dire che tutti hanno torto?... Il triangolo è necessario, perfetto. Ciascun lato presenta la medesima superficie. Leggete per diritto, leggete per rovescio, capovolgete--le cifre non si mutano, la figura non si scompone--_Abrakadabra!_--Perchè adunque tanto strepito di polemiche?... Acquietamoci una volta! Conveniamo che il moto non viene da noi, che l'uomo è uno strumento, un meccanismo subordinato all'intelligenza mondiale. La regola è stabilita, nè può mutarsi. Tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che tentiamo è perfettamente logico, perchè necessario. Ciò che si chiama errore, contraddizione, inganno, è una necessità sapientissima nell'ordine, nell'armonia universale.
«Perchè si dice _progresso_?... _Moto_ è la parola. Se l'umanità progredisse nel meglio; quanto sarebbero da compiangere i nostri antenati, che vissero seimila anni prima di noi! Pure anch'essi lavoravano per la medesima illusione... e si affannavano in questo moto d'idee e di tentativi che non dà requie allo spirito umano.--Seimila anni di corsa; e dove siamo arrivati?...--Al punto di partenza. Valeva la pena di mettersi in cammino?...
«Eppure, tutti i giorni si parte, e si corre... Non vi è dunque una meta?... Il farmacista, nel limite delle sue idee politiche, vi dirà che la sua meta è la repubblica universale. Il sindaco non vuol andare così lontano--egli si arresterebbe alla unificazione completa dell'Italia, con un voto di simpatia per le nazionalità oppresse. Tutto ciò può avverarsi. Ma quando il sindaco e il farmacista saranno arrivati?... Da capo, signori! L'umanità non può arrestarsi--bisogna riprendere la corsa, lasciarsi rimorchiare... o farsi stritolare, che è peggio!
«Chi rallenta, chi si fa rimorchiare è _moderato_--chi si ferma e pretende arrestare, è reazionario.--Convenzioni! Moda!--Quest'ultima parola mi chiarisce l'idea.
«La moda è prepotente; o tosto o tardi, tutti dobbiamo uniformarci al figurino dell'epoca. Gli ultimi che adottarono la coda, appendice delle teste rivoluzionarie di un'epoca liberalissima, furono gli ultimi a tagliarsela. Per averla portata fuori di tempo, il mondo li chiamò reazionarii, e il _codinismo_ passò in proverbio.
«I primi che mettono fuori il _figurino di una idea_, son chiamati liberali. La moda viene accettata, si propaga, si allarga--a lungo andare, tutti debbono svestire l'abito vecchio, per adottare la nuova foggia. Ma dopo alcuni anni comparisce un altro figurino, un figurino che alla sua volta si chiama _progresso_, _civiltà_, _democrazia_, _socialismo_, ciò che meglio vi piace. Gli iniziatori della moda precedente, i liberali di un'altra epoca, vorrebbero resistere e persistere. Essi gridano il _non possumus_ del curato, e in rapporto ai nuovi tempi divengono reazionarii.
«_Abrakadabra! ibis! redibis!_ Ciò che ieri era il bene, oggi rappresenta il male; ciò che pei nostri predecessori era la meta, per noi diviene il punto di partenza. Sarebbero dunque, anche il bene ed il male, una illusione del convenzionalismo? Il principio delle nazionalità, che rappresenta il _non plus ultra_ del liberalismo contemporaneo, come dovrà apparire meschino e puerile fra un secolo, quando nel pensiero della comunanza di origine e della fratellanza naturale, l'uomo si dirà cosmopolita; quando le frontiere delle Alpi, dei fiumi e dei mari, scompariranno, insieme ai pregiudizii di razza; e l'umanità, che oggi pone il suo vanto nel suddividersi in cento frazioni nemiche, si riunirà tutta per formare una sola famiglia!
«Bene, male!... per disingannarci di codeste distinzioni che non hanno senso, rimontiamo alla origine delle cose, a Dio.
«Dio non è una parola--è una idea innata, congenita all'uomo, trasfusa in tutto il creato. Dio è l'essere, la luce, il moto del pensiero. Dio è la perfezione--tutto che emana da lui è perfetto.
«Orbene, a che discutere il torto e la ragione, il bene ed il male?--parole! Poichè l'universo riflette la perfezione di Dio, le leggi che lo governano e gli atomi che lo compongono debbono considerarsi irriprovevoli. Potete voi concepire la perfezione del tutto, escludendo la perfezione delle parti?
«L'uomo, nella sua vanità provvidenziale, facendosi centro della creazione, credette che quest'opera gigantesca e inconcepibile non avesse altro scopo che il di lui individuale vantaggio. Tale è il nostro peccato di origine, la superbia incarnata, da cui si genera il dolore, l'impotente desiderio del meglio.
«Tutto per noi! ecco la strana illusione!--Cerca, prova, rimescola, agita, va, torna, edifica, dissolvi; tutto questo moto, questa operosità incessante dell'uomo non può migliorare di un solo grado la di lui condizione. L'illuso egoista non vuol persuadersi che il suo moto intelligente e appassionato è diretto ad uno scopo più universale, cui è interessata tutta la creazione.
«Se l'umanità potesse raggiungere il meglio a cui tende, allora la sua esistenza diverrebbe un assurdo, il moto cesserebbe, e il mondo intero sarebbe disorganizzato.
«Il _vos non vobis_ è la legge di tutti gli elementi mondiali.--Forse che il sole percorre ogni anno il suo giro indeclinabile a benefizio della propria individualità? Il moto è una legge di sacrifizio per lui come per gli altri pianeti, parimenti subordinati a reciproci rapporti, ad inevitabili dipendenze. Tutto per il _cosmos_, nulla per noi; ecco la legge di tutte le intelligenze organizzate che si agitano nel creato.
«E l'atomo vanitoso che si classifica ragionevole presumerebbe emanciparsi dalla legge universale! Non deridiamo, non insultiamo! Questa pretesa dell'istinto umano costituisce appunto il motore della sua efficienza. Illuso, inconsapevole, l'uomo segue il suo corso di rotazione. Cercando il meglio nell'esclusivo interesse della propria individualità, il suo moto, la sua azione diviene, come quella delle altre intelligenze mondiali, un perpetuo sacrifizio al bene dell'universo.
«Misterioso, imponente, pieno di sublime poesia è questo sacrifizio di tutti per il tutto. Il sole, questa grande intelligenza luminosa, che non può uscire dalle sue rotaie inesorabili, che non può arrestarsi, che non può svestirsi della sua immensa luce, nè temperare gli ardori della sua combustione perenne--la terra che si affatica nel rapido movimento di ogni giorno, roteante fra i nembi e le folgori, sospinta e ribalzata da più potenti pianeti--la belva che ruggisce per fame, il montone che dev'essere divorato, l'augello che canta per dolore, l'uomo che ride per impotenza, la pianta che piange e geme negli sforzi della vegetazione, la materia e l'intelligenza che si accoppiano per dissolversi nella corruzione--tutto ciò che vediamo o immaginiamo, tutto ciò che si nasconde ai nostri sensi, ma si rivela al nostro spirito--tutto rappresenta l'individualità che si sacrifica all'ordine dell'universo.
«Una volta riconosciuta questa legge, una volta stabilita questa fede, che risulta lucidissima ai sensi, tanto che la mente più pregiudicata non oserebbe rinegarla; è egli più possibile di prender sul serio queste miserabili questioni di parole e di formole, le quali non sono che il risultato di un errore vanitoso, per cui l'uomo vorrebbe disconoscere, adempiendola, la propria missione?