AbrakadabraL Storia dell'avvenire
Part 16
--Non ancora; ma io voterò colla maggioranza de' miei colleghi politici.
--Tu appartieni a qualche circolo?
--Al Circolo dei _Droghieri indipendenti_.
--Il vostro programma?
--Vogliamo che il governo adotti il caffè igienico fico-patata pei Coscritti dell'Agro.
--Come afferma il vecchio_ Pungolo_, tutte le opinioni politiche sono rispettabili quando si ispirino, al pari delle vostre, ai grandi interessi della patria. Quanto a me, intendo _portare_ il mio voto sul Primate Albani...
--Vedremo il suo manifesto... Pur che vi abbia qualche allusione in favore dell'anzidetto caffè igienico, io vedrò di appoggiarlo.
--L'elezione dell'Albani farebbe scoppiare dalla bile quel bel mobile dell'ex proposto Berretta con tutti i satelliti della infame Consorteria.
--S'io fossi certo di veder crepare l'ex proposto...
--Quel ludro!
--Quel ladro, dico io!
--E che ladro! Si vuole che tutti gli anni mandasse secretamente a Madera un miliardo di lussi!...
--E i buoni Milanesi l'han lasciato partire...
--Oh! la morte del Prina!...
--E noi due a far la parte del cavallo... Ma ecco un compare che sarà del nostro avviso.
--Che vuol dire quell'aria affannata?
Il _brugnone_ Perelli si accosta al tavolino con un giornale alla mano, esclamando:
--Avete letto? cose da far piangere i sassi!...
--Che è stato?
--È morto l'ex-proposto Berretta.
--Morto! Oh, disgrazia! Ma quando? Ma come?
--Leggete!... sentite! «La mano ci trema... le lagrime ci fan velo agli occhi... il cuore ci si spezza nel trascrivere l'infausta novella... Quell'ottimo patriota, quell'illustre pubblicista, quell'integro amministratore della cosa pubblica, quel solerte funzionario al cui genio, alla cui operosità Milano va debitrice dei tanti abbellimenti edilizii, dei tanti provvedimenti economici e filantropici che in pochi anni la elevarono al rango di _città capitalissima_--l'illustre, il benemerito, il grande, l'immortale nostro concittadino Berretta non è più! Al momento di abbandonare per sempre la sua diletta Milano, quel nobile cuore si è spezzato... di angoscia».
--Povero Berretta!--esclama il Pestalozza;--vero galantuomo!... vero patriota!...
--E una testa!--soggiunge il Pirotta,--una di quelle teste...
--E galantuomo, perdio!
--Uomini che non dovrebbero morir mai!
--Ma Milano farà il suo dovere.
--Apriamo subito una sottoscrizione per erigergli un monumento...
--Approvato!--gridarono molte voci.
--Io proporrei...
--Sentiamo! tu proporresti?...
--Che i Milanesi facessero pubblica e solenne riparazione dei loro torti verso l'illustre estinto, rieleggendolo alla carica di Gran Proposto.
--Sarebbe una dimostrazione degna di noi. L'illustre estinto aveva troppo buon senso per opporsi alla adottazione del caffè igienico fico-patata... Proporrò la nomina al Circolo dei droghieri...
--Frattanto sottoscriviamo! Olà! penna, calamaio! e avanti a chi tocca!
I circostanti si affollano intorno al Pirotta, e mentre, inneggiando al defunto, tutti gareggiano nell'offrir denaro pel monumento, i due Primati prendono a parlare fra loro sommessamente.
--Ecco un altro cittadino benemerito, a cui verrà resa giustizia quando i suoi compatrioti non vedranno più in lui che un _uomo di Pietra_!--mormora il giovane Foscolo.
--Il volgo fu sempre volgo--risponde il Primate Alfieri, e l'istruzione universale ha cretinizzato le masse completamente. Se il governo non mette un freno alla stampa...
--E tu osi profferire questo voto liberticida?...
--Esso formerà la base del mio programma elettorale. La libertà di stampa fu utile e buona ai tempi in cui l'istruzione era privilegio di pochi. A quell'epoca, l'audacia dello scrivere quasi sempre andava accompagnata alla coscienza del sapere. La falange degli scrittori pessimi non era tanto compatta da chiudere il varco agli intelligenti ed agli onesti, e la voce solitaria del genio poteva ancora soverchiare il raglio collettivo delle plebi. Ma oggi? Tutti leggono, tutti scrivono. La statistica libraria ci afferma che nella _Unione Europea_ vengono in luce da venti a trentamila volumi ogni giorno. Altrettanti, e forse più, ne produce l'America; e non parliamo delle altre province già invase e corrotte dalla nostra civiltà. A leggere tutti i volumi che si pubblicano in un giorno, appena basterebbe la vita di un uomo! Qual criterio può ora guidare le nostre preferenze? E chi ci addita il buon libro? Chi vorrà sommergersi in questo oceano di insensatezze stampate, colla incerta lusinga di scoprire quando che sia, per favore del caso, qualche perla sepolta fra le alghe? Ammesso che alla espansività dell'idiotismo che scrive non si voglia mettere un freno, qual sarà l'avvenire della nostra letteratura? L'asfissia del senso comune, e un contagio di asinità irreparabile. Uomini di genio, appiccatevi! Il mondo non ha più orecchio per voi, dacchè la stampa è in balia dell'ebete maggioranza.
--I parrucchieri! i parrucchieri!(32) gridano a tal punto molte voci.
Gli assembrati si levano come un sol uomo, e i _portabandiere_ del giornalismo cominciano a sfilare dinanzi al padiglione.
--Sai tu--chiede a Foscolo l'Alfieri--a quanti ascendano i nuovi _organi di mistificazione_ che oggi si istituirono a Milano per la bisogna delle elezioni?...
--Da seicento ad ottocento, salvo errore.
--Non meno di duemila...
Ma il rullo dei tamburi, il fragore delle tube egizie, e gli urli dei banditori di giornalismo ingrossati dai _saxo-pelitti_(33) coprono la conversazione dei due Primati di letteratura.
Qual discussione sensata potrebbe reggere a tanto frastuono?
Le arti della _réclame_ oggimai costituiscono un caos. Chi leggerà quei duemila giornali quotidiani, proiettati sugli elettori dai _carri luminarii_ e dalle gondole volanti?
È una grandine di carta stampata, un nembo di parole che ottenebra l'aria. In questa gara di candidati, che abusano di ogni trovato della industria moderna per ischiacciare i competitori, le idee ed i principii si sommergono, trascinando all'aberrazione anche i criteri più retti.
Quand'anche, mercè un accozzo di elocubrazioni inaudite, riuscisse a me di descrivere la babelica scena, qual mente umana potrebbe oggi comprendermi? Lasciamo che passi la volontà del paese, vale a dire la volontà dei mistificatori più audaci; e frattanto, mentre dura nella città il baccanale politico, usciamo a vedere ciò che si passa in un agro, sotto i limpidi raggi del sole di ottobre, all'epoca del più giocondo ricolto. In questa escursione campestre avremo a compagni due nostri conoscenti, l'Albani ed il Virey, sì l'uno che l'altro indicati agli elettori di Milano quali successori al Berretta nella carica di Gran Proposto.
CAPITOLO XXV.
Vendemmia.
La raccolta delle uve non era abbondante; ma i coscritti dell'agro celebravano allegramente la loro vendemmia. Per molti veniva a spirare il termine delle obligatorie fatiche rurali; fatiche gradevoli e corroboranti, ma, a lungo andare, incresciose. Il più simpatico degli esercizi viene a noia quando sia imposto rigidamente dalla legge.
Il compartimento agrario dove a noi piace introdurci è uno dei più ubertosi, dei meglio coltivati e ordinati. Esso si estende pel colli e sulle pianure circostanti a Stradella, già fertilissimi di uve nel secolo precedente. Ora, la coltivazione della vite ha preso un esclusivo predominio su quei terreni, e mercè l'applicazione dei nuovi concimi fosforo-alcalini, i sapienti coltivatori hanno veduto ringagliardirsi in pochi anni gli arbusti viniferi, già sterminati dalle filossere devastatrici e dalla progressiva viziatura dell'_humo_.
Le due avventurose città di Stradella e di Broni, ove stettero accasermati durante l'anno più di ottomila coscritti, diventano all'epoca vendemmiale, due luoghi di convegno pel mondo dovizioso che in esse viene a versarsi dai compartimenti lombardi. Le feste bacchiche organizzate e celebrate dai coscritti per la chiusura della stagione costituiscono una solleticante attrattiva pei gaudenti d'ambo i sessi; e la pigiatura delle uve, ritenuta oggimai uno dei mezzi terapeutici più efficaci per combattere l'anemia e il nervosismo, fa accorrere i convalescenti alle piscine del mosto corroborante.
Pigiare! Ecco l'ultima parola della scienza e della moda. Diecimila lussi per pigiatura, un patrimonio per la cura completa di quindici o venti attriti di grappoli, ecco una nuova risorsa della speculazione, che non cesserà mai di lucrare sulla infermità e sulla miseria.
L'Albani, dietro consiglio dell'illustre suo medico, si era appunto recato a Stradella per attingere vigore dai bagni effervescenti. I due primati si vedevano ogni giorno, si comunicavano ogni giorno le loro idee, discutevano. Qualche volta nel calore della disputa si irritavano. Ma erano impeti fuggitivi, ai quali succedeva bentosto una limpida calma.
Il Virey, scienziato profondo, sempre logico ed eloquente nel derivare le sue deduzioni dalle leggi fisiche che governano l'uomo ed il _cosmos_, si adoperava a sventare le fantastiche utopie del suo antagonista con fervore da apostolo. L'altro, al finire di ogni controversia, esausto di argomenti, chinava il capo in silenzio, nell'atteggiamento di un convertito, di un discepolo ossequioso e convinto. Quali erano le teorie del gran medico? Noi le conosciamo. Al letto dell'Albani, in quella sapiente diagnosi sulla origine, la natura e gli sviluppi del _chiodo fantastico_, il Virey aveva ampiamente spiegato il suo programma. Di tutte le calamità pubbliche e private, dell'incessante deperimento della razza umana, del disordine sociale sempre più minaccioso, della infelicità di ogni vivente origine sola la prevalenza dello spiritualismo. Ricostruiamo l'uomo antico, l'uomo primitivo, l'uomo della natura! Imponiamo un limite alle aspirazioni inconcludenti; ripudiamo i bisogni fittizii, per donare alle necessità assolute la più ampia, la più libera soddisfazione.
Corpo sano e vigoroso, ecco ciò che si esige a costituire il benessere. Riempite l'universo di meraviglie industriali; create, a mezzo dell'elettricità o della condensazione radiale, una luce abbagliante che faccia impallidire il sole; inventate dei mezzi di locomozione più rapidi del baleno, ecc., ecc., qual grado di felicità potrà attendersi da tali parvenze di bene l'uomo estenuato, l'uomo deperito e quasi consunto da' suoi abusi vitali? Non vi ha godimento possibile quando non sussistano in noi le condizioni che ci rendano atti a godere. L'individuo malato non gode; ed oggimai l'umanità tutta intera è peggio che malata, è quasi agonizzante.
Tali erano le teorie del Virey, e su queste si aggiravano incessantemente le vivaci polemiche dei due primati.
Frattanto nell'agro regnava una grande agitazione. Da una parte, i preparativi per l'ultima solennità bacchica, la quale doveva vincere in sontuosità e sfrenatezza tutte le feste antecedenti; dall'altra, i tumulti della lotta elettorale, omai prossima a chiudersi. I mistificatori della città erano venuti a inondare l'agro di proclami e di giornali. Tutti si accaloravano nella discussione; la maggioranza dei coscritti parteggiava pei candidati _equilibristi_, i quali miravano a distruggere ogni supremazia, fosse pur quella delle alte facoltà intellettuali e morali. Fra questi ed i _naturalisti_ caldeggiati dal Virey esistevano delle affinità; ma gli uni dissentivano dagli altri nella scelta dei mezzi. Gli _equilibristi_ volevano la rivoluzione immediata, micidiale, inesorabile; i _naturalisti_ miravano a combattere gli abusi della intelligenza e della attività umana colla abolizione progressiva di ogni legge derivata dallo spiritualismo. Questi pretendevano di riformare l'umanità riconducendola ai principii naturali ed agli esercizii moderati della energia organica; quelli, allucinati ancora da un fatuo idealismo, si illudevano di poter raggiungere il benessere pubblico colla esagerazione delle utopie più fallaci.
Sì gli uni che gli altri si vantavano progressisti. Gli equilibristi procedevano sulla via dell'errore! i naturalisti recedevano verso il bene. Quale era il più savio dei partiti?
In sull'albeggiare del 18 ottobre, un grande strepito di tube egizie destò gli abitatori dell'agro. Era il giorno della grande, dell'ultima solennità bacchica. Al tripudio che ordinariamente si produce in un centro popoloso dall'aspettazione di grandiosi spettacoli, si univano questa volta le inquietudini e le ansie più che mai eccitate della passione politica. La lotta era finita il giorno precedente; si attendevano da un'ora all'altra i telegrammi annunzianti i nomi degli eletti. L'impazienza era febbrile. Milano, al quarto ed ultimo scrutinio generale, aveva eletto la sua triade definitiva rappresentata dall'Albani (spiritualista), dal Virey (naturalista) e da Antonio Casanova (equilibrista). A quale dei tre verrà deliberata la carica di Gran Proposto dell'Olona? Gli è ciò che i telegrammi annunzieranno fra poche ore.
Le belle pigianti al levar del sole son balzate dai loro letti di piume di cigno per gettarsi nella folla chiassosa che invade tutte le aree di spettacolo. Fanfare da trecento, da quattrocento e più suonatori irrompono dalle colline, riempiendo l'aria di musiche esilaranti. Dapertutto si erigono baracche, si improvvisano eleganti casupole di guttaperca per dar alloggio ai forestieri, avidi di sollazzo e di baccano. I ciarlatani sostano coi loro carri sulle piazze d'industria, mettendo in mostra i loro apparati chirurgici.
Ohimè! Non vi sono più denti da estirpare, ma in compenso, quanto lavoro, e qual lauto guadagno dalla applicazione dei denti, delle chiome, dalle _sferoidi_ posticce! Commetteremo noi l'indiscretezza di rivelare un segreto che accusa inesorabilmente la donna del secolo decorrente? A che gioverebbe il nostro silenzio? I ciarlatani lo vanno gridando sulle pubbliche vie dalle loro bigonce rotabili. La donna del secolo ventesimo ha quasi cessato di appartenere alla classe zoologica dei mammiferi. Le pillole Raspail ed altri surrogati di allattamento insensibilmente hanno quasi atrofizzato ciò che costituiva nell'organismo del sesso muliebre un soave agente della maternità, ed un gentile, attraentissimo accessorio della bellezza. Cento anni prima, il gran Darvin avea lasciato sospettare questo pericolo, ma pur troppo le divinazioni della scienza passano in ogni tempo inavvertite.
Ciò che attirava sull'area massima la più gran folla dei curiosi era un mostruoso cartellone stampato a lettere cubitali. Il Virey e l'Albani, che passeggiavano in mezzo alla moltitudine irrequieta, calmi e sereni, poco o nulla preoccupati del voto che in quel giorno poteva elevare l'uno o l'altro ad uno dei più onorifici seggi della rappresentanza europea, si soffermavano dinanzi a quello strano _reclamo_.
--Mo'! vedete dove si arriva!--sclamò il Virey;--e in verità non v'è ragione da stupirne! Io stesso, nella mia prima giovinezza avevo concepito la possibilità di costruire l'uomo.
L'Albani leggeva come trasognato, facendo spiccare le sillabe:
«_Elettori, Coscritti, Pigianti d'ambo i sessi_:
«Leggete!!!
«Vi si annunzia che oggi, alle ore 6 pomeridiane, il sottoscritto Primate di Scienza Naturale, esporrà alla ammirazione del rispettabile pubblico il suo Gigante chimico-automatico-animalesco, da lui costruito coll'impiego di tutte le sostanze omogenee all'organismo umano sin qui conosciute. Sarà un _Uomo_ dieci volte più grande del comune, perfettamente costituito e dotato di vitalità a mezzo di una immissione adeguata di sangue taurino. Chi bramasse assistere a quest'ultima operazione della trasmissione del sangue vivo e dell'applicazione delle pile animatrici, potrà, mediante sborso di trentamila _lussi_, accedere al Padiglione numero 10, via De-Pretis, dove il sottoscritto da oltre venti anni sta elaborando alla confezione dello stupendo meccanismo. Ai serii cultori della scienza, ai veri amici del progresso non parrà soverchio lo spendere trentamila lussi per rendersi edotti di tutti i congegni imaginati e messi in opera ad ottenere un fenomeno che fra poche ore farà stupire l'universo.
Il padiglione sarà aperto a mezzodì.
SECONDO PIRIA
Primate di Scienze naturali Professore di chimica applicata e di Antropologia».
--E tu credi--esclamò l'Albani volgendosi al Virey--che questo signor Piria non sia un matto o un ciarlatano?
--Perdona--rispose il Virey con severità;--or fanno pochi mesi, parecchi scienziati di Europa si facevano la stessa domanda all'udire che un Albani si riprometteva di produrre la pioggia artificiale. Vi è del pazzo in ogni uomo di genio; e tutte le audacie dello spirito inventivo provocarono in ogni tempo, prima del fatto compiuto, diffidenza e derisione.
L'Albani arrossì leggermente.
--Io ritengo--proseguì l'altro mutando intonazione di voce,--che il gigante del Primate Piria riuscirà ad agitarsi, a camminare, a compiere fors'anche le funzioni più essenziali alla vitalità, non mai a pensare e ad agire con riflessione.
--Dobbiamo noi--domandò l'Albani colla sua impazienza generosa da scienziato,--spendere bravamente i nostri trentamila lussi per entrare nel Padiglione?
--Serbiamo i nostri capitali per miglior impiego--rispose il Virey.--A sei ore, constateremo l'_effetto_; a più tardi la diagnosi delle _cause_.
CAPITOLO XXVI.
Clara Michel.
La conversazione dei due scienziati fu interrotta dallo squillo simultaneo di un centinaio di trombe. Una folla di gente irruppe sull'area massima. Mille voci gridarono: «largo alle emancipate! largo alle sapienti della Senna!» E urtandosi, pigiandosi, accavallandosi, i cittadini facevano del loro meglio per dar libero passo ad un pelottone di cavalcatrici, le quali a bandiera spiegata scendevano dalla collina.
Chi erano? Che volevano? Dove andavano quelle cento donne quasi nude, graziosamente atteggiate sulle candide selle?
Erano le rappresentanti del circolo Michel, venute da Parigi per propagare nei dipartimenti italiani le libere idee della emancipazione del sesso femminile. Giovani, belle, vigorose, le chiome ondeggianti sui seni di alabastro, l'occhio radiante, la mente esaltata da ardenti entusiasmi, esse sfilavano sull'area tra le acclamazioni della moltitudine come altrettante amazzoni trionfatrici.
Sostarono sotto un grande baldacchino, eretto il giorno innanzi dalle consorelle del Circolo Olona; e l'onda della folla, momentaneamente divisa dal loro passaggio, si riunì compatta, numerosa, per precipitarsi verso le sbarre che circondavano il padiglione. Di lì a poco, quell'immenso frastuono di grida, quell'urto impetuoso di popolo, si mutarono in un silenzio di sepolcro, in un'immobilità di acqua stagnante. Clara Michel, la capitana delle emancipatrici, si discostò un breve tratto dalle sorelle, e avanzandosi a cavallo verso quella selva di gente, con voce vibrata e sonora da contralto, parlò in tal guisa:
«È a voi, consorelle del sesso avvilito, che io dirigo la parola. I bruti che vi premono i fianchi col titolo di mariti, di padri, di fratelli o di amanti, furono sordi in ogni tempo ai nostri legittimi reclami; nè io pretendo che essi mi prestino orecchio benigno.